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Dottor Foti, le
cronache riportano con sempre maggior frequenza episodi di
maltrattamento e abuso su bambini. Si può parlare di un aumento del
fenomeno?
Sicuramente a partire dagli anni Ottanta c’è una maggiore capacità
dei mass media di porre all'attenzione dell'opinione pubblica
il fenomeno del maltrattamento all'infanzia e dell'abuso sessuale.
In proposito ci sono diverse scuole di pensiero: una di esse tende
ad evidenziare come la società contemporanea favorisca l'abuso e il
maltrattamento, individuando fra le cause l’isolamento della
famiglia nucleare, che comporta un calo del controllo sociale su
quanto avviene all’interno delle mura domestiche. D’altro canto,
sempre secondo questo filone interpretativo, è importante la
crisi dell'etica moralistica in materia sessuale: la
legittimazione di comportamenti sessuali un tempo bollati come
colpevoli rischia di estendersi in una sorta di legittimazione di
comportamenti perversi. Se può essere legittimo - poniamo -
affermare il diritto degli omosessuali ad una vita sessuale
rispettosa di certe tendenze, che vanno integrate e non possono
essere considerate patologiche, se in qualche modo non ha più senso
bollare come peccatori da espellere dalla comunità le persone che
entrano in crisi coniugale e vivono altre relazioni sessuali, non è
assolutamente lecito estendere questo permissivismo sessuale quando
in gioco ci sono dei bambini.
Certamente questi fenomeni collegati alle tendenze della società
contemporanea sono reali.
Credo però che sia fondamentale un'altra scuola di pensiero, secondo
la quale l'abuso sessuale come il maltrattamento è un fenomeno
vecchio come il mondo. C'è sempre una differenza di potere fra la
generazione adulta e quella emergente, e ogni differenza di potere
tende ad essere colmata con una tentazione di sopraffazione, di
violenza da parte del più forte. C’è un dislivello di capacità di
negoziazione sociale: si configura un piano inclinato di rischiosità
che può determinare la violenza e la strumentalizzazione da parte
del più forte nei confronti del più debole, del più vecchio nei
confronti del più giovane…
Ciò che cambia, dunque, non è l'aumento quantitativo. Ogni società
produce delle forme specifiche di sfruttamento dei minori: per
esempio, la società attuale produce la rete telematica, che di per
sé è un semplice strumento. Siccome esistono - da che mondo è mondo
- delle componenti di perversione e sadismo, e dei bisogni
dell’adulto di appropriarsi delle risorse vitali del bambino, queste
tendenze mentali perverse strumentali sadiche approfittano di tutti
gli strumenti a disposizione, quindi anche della rete telematica.
Tuttavia, è bene mettere in evidenza come oggi stia aumentando la
capacità sociale di vedere il fenomeno: si sta riducendo la
tendenza della comunità adulta ad essere sorda e cieca nei confronti
di un fenomeno che strutturalmente tende ad essere sommerso,
cancellato, evacuato dalla consapevolezza.
Da che cosa
dipende la tendenza a non vedere, a non pensare neppure possibile la
violenza sui minori?
Va detto che la violenza all'infanzia è un fenomeno
impensabile: l'atrocità il sadismo la perversione tendono ad
essere evacuati dal pensiero, perché nel momento in cui il pensiero
si avvicina ad essi si origina una sofferenza mentale. Se riconosco
che c'è violenza, non posso mantenere il medesimo stato di serenità,
di tranquillità: la mente rifugge dalla consapevolezza della
violenza, tende ad espellerla. Il maltrattamento tende ad essere
invisibile in quanto è strutturalmente impensabile. Prendiamo la
violenza fisica, che rappresenta la forma oggi più pensabile della
violenza: inizia ad essere considerata un disvalore, e tende ad
essere più facilmente contrastata di altre forme di violenza. Per
esempio esistono delle fattispecie di reato con cui la violenza
fisica può essere perseguita, e in generale i bambini fisicamente
brutalizzati ricevono forme di protezione più efficaci di bambini
che subiscono violenze psicologiche. Eppure per decenni la pediatria
non riusciva a pensare il fenomeno della violenza fisica sui
bambini. Fino agli anni Cinquanta, prima dei lavori di Silvermann e
di Kemp, non esisteva neppure una classificazione medica per
inquadrare il fenomeno della violenza fisica. Non che la violenza
fisica non esistesse, anzi…: i bambini arrivavano al pronto soccorso
con i lividi, le ecchimosi, con le ossa fratturate, ma la
consapevolezza dei medici non disponeva di strumenti diagnostici per
inquadrare il fenomeno. Addirittura, prima degli anni Cinquanta,
negli Stati Uniti venne elaborata una classificazione in base alla
quale i bambini con le ossa fratturate venivano diagnosticati come
portatori di una sindrome che comportava una fragilità specifica
delle ossa: non era possibile ipotizzare il sadismo di genitori che
buttano per terra il bambino di meno di sei mesi, non era
mentalizzabile, percepibile. Solo dopo che Kemp elaborò la
classificazione diagnostica della sindrome del bambino battuto si
aprì la strada alla percezione del fenomeno. E' difficile tollerare
nella propria mente l'idea che possa esistere un genitore sadico, è
molto più facile pensare che esistano delle ossa di organismo
infantile particolarmente sensibili e vulnerabili al contatto e alla
manipolazione.
E’ quindi fondamentale la disponibilità di concetti, strumenti
mentali che permettano di “vedere” la violenza. Ma – anche in
presenza di tali strumenti –resiste la tendenza a ignorare il
problema. Spesso chi racconta episodi anche agghiaccianti non viene
creduto. Quali sono i motivi profondi della rimozione?
Il fenomeno è impensabile per cinque ragioni.
In primo luogo, se ascolto la rivelazione di un bambino maltrattato
devo entrare in contatto con sentimenti penosi come la
sofferenza, la rabbia, l’impotenza, il dolore di un soggetto debole,
indifeso: piuttosto che ascoltare storie sconvolgenti che una parte
della mia mente vorrebbe che non esistessero, mi volto dall’altra
parte. Se affronto il maltrattamento, devo far entrare nella mia
mente delle situazioni che comportano la condivisione di sentimenti
penosi, conflittuali.
Secondo: se io penso al maltrattamento, penso ad una
situazione strutturalmente confusa, mentre la mente umana ha
bisogno di ordine, di schemi ordinati. Oral’abuso sessuale è la
quintessenza del disordine: c’è confusione fra le generazioni
(una bambina prende il posto della madre, e una mamma non fa la
mamma ma è essa stessa una bambina, succube del marito, infantile,
regressiva); c’è confusione tra sessualità e amore (un adulto parla
di coccole mentre in realtà si tratta di pulsione sessuale); c’è
confusione fra il bene e il male (c’è un adulto che non si sente in
colpa e fa del sesso, e c’è una bambina che non ha responsabilità ma
si sente in colpa assorbendo anche il vissuto di colpa dell'adulto);
c’è confusione fra l'innocente e il colpevole. Insomma, se
mentalizzo il maltrattamento e l’abuso, mi avvicino ad una
situazione confusiva che la mia mente fa fatica a registrare.
Terzo: il maltrattamento è impensabile perché
mette in crisi il bisogno della mente umana di mantenere delle
idealizzazioni. Viviamo l'idealizzazione di una comunità
adulta, che pretendiamo buona, amorevole con i suoi cuccioli: se
penso al maltrattamento, mi accorgo che la violenza è più diffusa di
quanto a me piacerebbe, perfino contro bambini al di sotto di un
anno. Devo riconoscere che la perversione e il sadismo fanno parte
della specie umana, non sono estranee alla mia storia familiare,
alla mia mente, perché il maltrattante non è un marziano, fa parte
della mia specie, e devo riconoscere che l'essere umano - quindi
anche io - non è così angelico come vorrei. Devo mettere in crisi
le mie idealizzazioni: è un’operazione mentale estremamente
dolorosa, un buon motivo per non pensare.
Quarto buon motivo per non pensare il maltrattamento è che
devo affrontare la prospettiva ansiogena del conflitto. Se
io credo al racconto di un bambino maltrattato, non posso restare
con le mani in mano, devo fare qualcosa. Ma se faccio qualcosa entro
in un groviglio di conflitti, di potenziali scontri da cui la
tendenza mentale mi allontana. Se prendo posizione, rischio di
essere oggetto di ostilità da parte non solo dell'adulto
maltrattante, ma di tutti i gruppi adulti (avvocati, periti, amici)
che tenderanno a difenderlo. Devo accettare dei conflitti, delle
grane, delle tensioni. Se io dimentico la situazione di un bambino
maltrattato, non ci sarà nessuno a chiedermi conto e a protestare in
nome del bambino. Io continuerò il mio lavoro senza problemi, avrò
la solidarietà del mio gruppo professionale. Se invece prendo sul
serio la rivelazione di un bambino maltrattato, dovrò affrontare
impegni stressanti che mi porranno in conflitto con altri adulti:
per questo il maltrattamento è strutturalmente un fenomeno sommerso,
è come un iceberg .
Infine, secondo un'autrice importante, Felicity De Zulueta, di cui è
uscito un libro che consiglio ("Dal dolore alla violenza",
Raffaello Cortina editore), la difficoltà maggiore a riconoscere la
consistenza del fenomeno del maltrattamento sta nel fatto che la
vittima subisce una situazione di radicale perdita di controllo
sulla violenza: c'è una situazione di radicale impotenza.
La vittima è un soggetto debole, perdente, che sviluppa un senso di
impotenza, senza capire neppure il significato di quanto sta
accadendo. Dare un significato agli eventi è in qualche modo già
contrastare la violenza. Ma la vittima del maltrattamento non sa
neppure perché, non riesce a reagire all'impotenza connaturata alla
violenza dando un senso. Infatti i bambini maltrattati chiedono
spesso: "Perché proprio a me? Perché è successo che mio padre ha
abusato di me, che cosa ho fatto io?" . La violenza è insensata. La
comunità adulta fatica a dare una risposta di solidarietà e di aiuto
efficace nei confronti delle vittime della violenza perché si volta
dall'altra parte di fronte alla condivisione troppo impegnativa e
stressante - forse la più difficile - dell'impotenza., che è
logorante.
La tendenza ad
evitare situazioni problematiche, dolorose, di impotenza è
strutturale, quindi chiama in causa tutti noi. Quali atteggiamenti
permettono di superare la tendenza alla rimozione?
Vorrei sottolineare due concetti: ascolto e responsabilità. L'ascolto
è l'impegno per prevenire la violenza, è l'atteggiamento mentale e
relazionale che l'adulto deve sviluppare in tutte le fasi del
processo di intervento a protezione del minore. Sembra un impegno
scontato, ma non lo è: ascolto implica disponibilità di tempo,
disponibilità a ricevere comunicazioni incerte, impreviste, a porsi
in una posizione di accoglienza, di silenzio, di ignoranza rispetto
a situazioni che non si conoscono. Se un adulto pensa di sapere
già tutto su un bambino, per esempio dicendo che è caratteriale o
conta balle, non c'è più niente da ascoltare. L’ascolto è
condivisione emotiva, una merce rara perché significa far
entrare nella mente comunicazioni di sofferenza. Sviluppare le
capacità di ascolto dei genitori, degli insegnanti, degli educatori
è la più grande risorsa di prevenzione.
Fondamentale è poi il problema della responsabilità.
L'esempio migliore è dato dal tema della segnalazione all'autorità
giudiziaria da parte di un educatore, di un insegnante, di un
medico. La segnalazione è un fatto di responsabilità: ci sono mille
motivi per evitare di trasmettere le informazioni ad altri servizi,
affinché questi possano responsabilmente attivare le iniziative
necessarie
Di fronte alla paura di ritorsioni o di essere coinvolto dal sistema
giudiziario, posso preferire mantenere la routine della mia
professione senza affrontare grane e distaccarmi emotivamente dal
senso di preoccupazione che percepisco nel riconoscere certi
indicatori di malessere e disagio. Meglio convincermi che non è
compito mio, o pensare al fatto che tanto non serve a nulla, perché
giudici e assistenti sociali hanno dei limiti. Di fronte a tutto ciò
è importante affermare l'impegno etico, professionale e culturale,
che deve spingere l'operatore a trasmettere tutte le informazioni
attinenti anche ad un presunto maltrattamento o abuso sessuale.
Talvolta si sente dire "Non posso segnalare perché non sono
sicuro...", ma nessun insegnante o medico può essere sicuro sulla
base della propria competenza specifica delimitata: sarà il giudice
a nominare un perito e ad avviare delle procedure di accertamento.
Ognuno deve fare bene il proprio lavoro, e non può essere un alibi
criticare gli altri affermando che poi si sottrarranno alle loro
responsabilità: ciascuno deve imparare a svolgere la propria parte.
Fare bene l'insegnante o il medico significa che devo passare ad
altri operatori le informazioni derivanti dal mio ambito
istituzionale, in modo che si possa attivare un intervento di rete
fra le agenzie preposte alla protezione dei minori. Il
maltrattamento è un atto di onnipotenza, e non può essere
affrontato con l'impegno volontaristico di un singolo operatore:
richiede un lavoro di squadra, in cui ognuno assume le proprie
responsabilità.
E non è facile: lavorare contro l'abuso, per quanto all'apparenza
non sembri così, è andare controcorrente. |