Claudio Foti   

 

Dottor Foti, le cronache riportano con sempre maggior frequenza episodi di maltrattamento e abuso su bambini. Si può parlare di un aumento del fenomeno?

Sicuramente a partire dagli anni Ottanta c’è una maggiore capacità dei mass media di porre all'attenzione dell'opinione pubblica il fenomeno del maltrattamento all'infanzia e dell'abuso sessuale. In proposito ci sono diverse scuole di pensiero: una di esse  tende ad evidenziare come la società contemporanea favorisca l'abuso e il maltrattamento, individuando fra le cause l’isolamento della famiglia nucleare, che comporta un calo del controllo sociale su quanto avviene all’interno delle mura domestiche. D’altro canto, sempre secondo questo filone interpretativo, è importante la crisi dell'etica moralistica in materia sessuale: la legittimazione di comportamenti sessuali un tempo bollati come colpevoli rischia di estendersi in una sorta di legittimazione di comportamenti perversi. Se può essere legittimo - poniamo - affermare il diritto degli omosessuali ad una vita sessuale rispettosa di certe tendenze, che vanno integrate e non possono essere considerate patologiche, se in qualche modo non ha più senso bollare come peccatori da espellere dalla comunità le persone che entrano in crisi coniugale e vivono altre relazioni sessuali, non è assolutamente lecito estendere questo permissivismo sessuale quando in gioco ci sono dei bambini.

Certamente questi fenomeni collegati alle tendenze della società contemporanea sono reali.

Credo però che sia fondamentale un'altra scuola di pensiero, secondo la quale l'abuso sessuale come il maltrattamento è un fenomeno vecchio come il mondo. C'è sempre una differenza di potere fra la generazione adulta e quella emergente, e ogni differenza di potere tende ad essere colmata con una tentazione di sopraffazione, di violenza da parte del più forte. C’è un dislivello di capacità di negoziazione sociale: si configura un piano inclinato di rischiosità che può determinare la violenza e la strumentalizzazione da parte del più forte nei confronti del più debole, del più vecchio nei confronti del più giovane…

Ciò che cambia, dunque, non è l'aumento quantitativo. Ogni società produce delle forme specifiche di sfruttamento dei minori: per esempio, la società attuale produce la rete telematica, che di per sé è un semplice strumento. Siccome esistono - da che mondo è mondo - delle componenti di perversione e sadismo, e dei bisogni dell’adulto di appropriarsi delle risorse vitali del bambino, queste tendenze mentali perverse strumentali sadiche approfittano di tutti gli strumenti a disposizione, quindi anche della rete telematica.

Tuttavia, è bene mettere in evidenza come oggi stia aumentando la capacità sociale di vedere il fenomeno: si sta riducendo la tendenza della comunità adulta ad essere sorda e cieca nei confronti di un fenomeno che strutturalmente tende ad essere sommerso, cancellato, evacuato dalla consapevolezza.

 

Da che cosa dipende la tendenza a non vedere, a non pensare neppure possibile la violenza sui minori?

Va detto che la violenza all'infanzia è un fenomeno impensabile: l'atrocità il sadismo la perversione tendono ad essere evacuati dal pensiero, perché nel momento in cui il pensiero si avvicina ad essi si origina una sofferenza mentale. Se riconosco che c'è violenza, non posso mantenere il medesimo stato di serenità, di tranquillità: la mente rifugge dalla consapevolezza della violenza, tende ad espellerla. Il maltrattamento tende ad essere invisibile in quanto è strutturalmente impensabile. Prendiamo la violenza fisica, che rappresenta la forma oggi più pensabile della violenza: inizia ad essere considerata un disvalore, e tende ad essere più facilmente contrastata di altre forme di violenza. Per esempio esistono delle fattispecie di reato con cui la violenza fisica può essere perseguita, e in generale i bambini fisicamente brutalizzati ricevono forme di protezione più efficaci di bambini che subiscono violenze psicologiche. Eppure per decenni la pediatria non riusciva a pensare il fenomeno della violenza fisica sui bambini. Fino agli anni Cinquanta, prima dei lavori di Silvermann e di Kemp, non esisteva neppure una classificazione medica per inquadrare il fenomeno della violenza fisica. Non che la violenza fisica non esistesse, anzi…: i bambini arrivavano al pronto soccorso con i lividi, le ecchimosi, con le ossa fratturate, ma la consapevolezza dei medici non disponeva di strumenti diagnostici per inquadrare il fenomeno. Addirittura, prima degli anni Cinquanta, negli Stati Uniti venne elaborata una classificazione in base alla quale i bambini con le ossa fratturate venivano diagnosticati come portatori di una sindrome che comportava una fragilità specifica delle ossa: non era possibile ipotizzare il sadismo di genitori che buttano per terra il bambino di meno di sei mesi, non era mentalizzabile,  percepibile. Solo dopo che Kemp elaborò la classificazione diagnostica della sindrome del bambino battuto si aprì la strada alla percezione del fenomeno. E' difficile tollerare nella propria mente l'idea che possa esistere un genitore sadico, è molto più facile pensare che esistano delle ossa di organismo infantile particolarmente sensibili e vulnerabili al contatto e alla manipolazione.

 

E’ quindi fondamentale la disponibilità di concetti, strumenti mentali che permettano di “vedere” la violenza. Ma – anche in presenza di tali strumenti –resiste la tendenza a ignorare il problema. Spesso chi racconta episodi anche agghiaccianti non viene creduto. Quali sono i motivi profondi della rimozione?

Il fenomeno è impensabile per cinque ragioni.

In primo luogo, se ascolto la rivelazione di un bambino maltrattato devo entrare in contatto con sentimenti penosi come la sofferenza, la rabbia, l’impotenza, il dolore di un soggetto debole, indifeso: piuttosto che ascoltare storie sconvolgenti che una parte della mia mente vorrebbe che non esistessero, mi volto dall’altra parte. Se affronto il maltrattamento, devo far entrare nella mia mente delle situazioni che comportano la condivisione di sentimenti penosi, conflittuali.

Secondo: se io penso al maltrattamento, penso ad una situazione strutturalmente confusa, mentre la mente umana ha bisogno di ordine, di schemi ordinati. Oral’abuso sessuale  è la quintessenza del disordine: c’è confusione fra le generazioni (una bambina prende il posto della madre, e una mamma non fa la mamma ma è essa stessa una bambina, succube del marito, infantile, regressiva); c’è confusione tra sessualità e amore (un adulto parla di coccole mentre in realtà si tratta di pulsione sessuale); c’è confusione fra il bene e il male (c’è un adulto che non si sente in colpa e fa del sesso, e c’è una bambina che non ha responsabilità ma si sente in colpa assorbendo anche il vissuto di colpa dell'adulto); c’è confusione fra l'innocente e il colpevole. Insomma, se mentalizzo il maltrattamento e l’abuso, mi avvicino ad una situazione confusiva che la mia mente fa fatica a registrare.

Terzo: il maltrattamento è impensabile perché mette in crisi il bisogno della mente umana di mantenere delle idealizzazioni. Viviamo l'idealizzazione di una comunità adulta, che pretendiamo buona, amorevole con i suoi cuccioli: se penso al maltrattamento, mi accorgo che la violenza è più diffusa di quanto a me piacerebbe, perfino contro bambini al di sotto di un anno. Devo riconoscere che la perversione e il sadismo fanno parte della specie umana, non sono estranee alla mia storia familiare, alla mia mente, perché il maltrattante non è un marziano, fa parte della mia specie, e devo riconoscere che l'essere umano - quindi anche io  - non è così angelico come vorrei. Devo mettere in crisi le mie idealizzazioni: è un’operazione mentale estremamente dolorosa, un buon motivo per non pensare.

Quarto buon motivo per non pensare il maltrattamento è che devo affrontare la prospettiva ansiogena del conflitto. Se io credo al racconto di un bambino maltrattato, non posso restare con le mani in mano, devo fare qualcosa. Ma se faccio qualcosa entro in un groviglio di conflitti, di potenziali scontri da cui la tendenza mentale mi allontana. Se prendo posizione, rischio di essere oggetto di ostilità da parte non solo dell'adulto maltrattante, ma di tutti i gruppi adulti (avvocati, periti, amici) che tenderanno a difenderlo. Devo accettare dei conflitti, delle grane, delle tensioni. Se io dimentico la situazione di un bambino maltrattato, non ci sarà nessuno a chiedermi conto e a protestare in nome del bambino. Io continuerò il mio lavoro senza problemi, avrò la solidarietà del mio gruppo professionale. Se invece prendo sul serio la rivelazione di un bambino maltrattato, dovrò affrontare impegni stressanti che mi porranno in conflitto con altri adulti: per questo il maltrattamento è strutturalmente un fenomeno sommerso, è come un iceberg .

Infine, secondo un'autrice importante, Felicity De Zulueta, di cui è uscito un libro che consiglio ("Dal dolore alla violenza", Raffaello Cortina editore), la difficoltà maggiore a riconoscere la consistenza del fenomeno del maltrattamento sta nel fatto che la vittima subisce una situazione di radicale perdita di controllo sulla violenza: c'è una situazione di radicale impotenza. La vittima è un soggetto debole, perdente, che sviluppa un senso di impotenza, senza capire neppure il significato di quanto sta accadendo. Dare un significato agli eventi è in qualche modo già contrastare la violenza. Ma la vittima del maltrattamento non sa neppure perché, non riesce a reagire all'impotenza connaturata alla violenza dando un senso. Infatti i bambini maltrattati chiedono spesso: "Perché proprio a me? Perché è successo che mio padre ha abusato di me, che cosa ho fatto io?" . La violenza è insensata. La comunità adulta fatica a dare una risposta di solidarietà e di aiuto efficace nei confronti delle vittime della violenza perché si volta dall'altra parte di fronte alla condivisione troppo impegnativa e stressante - forse la più difficile - dell'impotenza., che è logorante.

 

La tendenza ad evitare situazioni problematiche, dolorose, di impotenza è strutturale, quindi chiama in causa tutti noi. Quali atteggiamenti permettono di superare la tendenza alla rimozione?

Vorrei sottolineare due concetti: ascolto e responsabilità. L'ascolto è l'impegno per prevenire la violenza, è l'atteggiamento mentale e relazionale che l'adulto deve sviluppare in tutte le fasi del processo di intervento a protezione del minore. Sembra un impegno scontato, ma non lo è: ascolto implica disponibilità di tempo, disponibilità a ricevere comunicazioni incerte, impreviste, a porsi in una posizione di accoglienza, di silenzio, di ignoranza rispetto a situazioni che non si conoscono. Se un adulto pensa di sapere già tutto su un bambino, per esempio dicendo che è caratteriale o conta balle, non c'è più niente da ascoltare. L’ascolto è condivisione emotiva, una merce rara perché significa far entrare nella mente comunicazioni di sofferenza. Sviluppare le capacità di ascolto dei genitori, degli insegnanti, degli educatori è la più grande risorsa di prevenzione.

Fondamentale è poi il problema della responsabilità. L'esempio migliore è dato dal tema della segnalazione all'autorità giudiziaria da parte di un educatore, di un insegnante, di un medico. La segnalazione è un fatto di responsabilità: ci sono mille motivi per evitare di trasmettere le informazioni ad altri servizi, affinché questi possano responsabilmente attivare le iniziative necessarie

Di fronte alla paura di ritorsioni o di essere coinvolto dal sistema giudiziario, posso preferire mantenere la routine della mia professione senza affrontare grane e distaccarmi emotivamente dal senso di preoccupazione che percepisco nel riconoscere certi indicatori di malessere e disagio. Meglio convincermi che non è compito mio, o pensare al fatto che tanto non serve a nulla, perché giudici e assistenti sociali hanno dei limiti. Di fronte a tutto ciò è importante affermare l'impegno etico, professionale e culturale, che deve spingere l'operatore a trasmettere tutte le informazioni attinenti anche ad un presunto maltrattamento o abuso sessuale. Talvolta si sente dire "Non posso segnalare perché non sono sicuro...", ma nessun insegnante o medico può essere sicuro sulla base della propria competenza specifica delimitata: sarà il giudice a nominare un perito e ad avviare delle procedure di accertamento. Ognuno deve fare bene il proprio lavoro, e non può essere un alibi criticare gli altri affermando che poi si sottrarranno alle loro responsabilità: ciascuno deve imparare a svolgere la propria parte. Fare bene l'insegnante o il medico significa che devo passare ad altri operatori le informazioni derivanti dal mio ambito istituzionale, in modo che si possa attivare un intervento di rete fra le agenzie preposte alla protezione dei minori. Il maltrattamento è un atto di onnipotenza, e non può essere affrontato con l'impegno volontaristico di un singolo operatore: richiede un lavoro di squadra, in cui ognuno assume le proprie responsabilità.

E non è facile: lavorare contro l'abuso, per quanto all'apparenza non sembri così, è andare controcorrente.