Claudio Foti   

 

Per una critica dell'adultocentrismo (1998)

 

 

1. Che cos’è l’adultocentrismo?

 

L’adultocentrismo indica un movimento che pone al centro della percezione e dell’interpretazione del mondo, anche di quello infantile, gli schemi mentali e il punto di vista dell’adulto. Oltre ad essere un’”ideologia” deformante, l’adultocentrismo è un modo di operare, una direzione di comportamento rigida ed unilaterale che tende a favorire i bisogni e gli interessi della generazione adulta a scapito di quelli della generazione emergente.

Le manifestazioni dell’adultocentrismo possono sintetizzarsi nel disprezzo e nella negazione da un lato della soggettività dei bambini, dall’altro della dimensione emotiva, una dimensione che ha uno speciale rapporto con l’infanzia[1].

Il concetto di adultocentrismo ricorda per analogia concetti come eurocentrismo o antropocentrismo. Eurocentrismo è una categoria storica e antropologica che descrive quel particolare sguardo ed atteggiamento culturale, tendente a privilegiare i valori, le vicende, le esperienze culturali dei popoli europei ed in particolare di quelli dell’Europa occidentale con un conseguente misconoscimento dei valori, delle vicende, delle esperienze culturali degli altri popoli.

Evidentemente l’eurocentrismo non produce soltanto una distorsione percettiva ed interpretativa, ma si è storicamente accompagnato (e, in una certa misura, s’accompagna ancora) ad iniziative e strategie politiche, economiche e militari, capaci di imporre con la violenza gli interessi immediati dei popoli europei su quelli delle altre popolazioni.

Lo stesso discorso vale per l’antropocentrismo, che è una visione unilaterale sui problemi del pianeta a partire dal punto di vista assolutizzato della specie umana, insensibile al punto di vista delle altre specie animali. Evidentemente questa percezione unilaterale della realtà produce atteggiamenti, comportamenti e prassi che cancellano ogni rispetto per le specie diverse dall’uomo (si pensi a certe scelte di allevamento, di caccia, di divertimento con gli animali e di ricerca sugli animali che producono in questi ultimi enormi sofferenze o che mettono a repentaglio la sopravvivenza delle specie).

Adultocentrismo, eurocentrismo, antropocentrismo sono categorie di impegno e di lotta culturale, elaborate all’interno di discorsi originati in contesti diversi, ma comunque accomunati da una carica critica nei confronti di forme di dominio totalizzanti, capaci non solo di imporre ai dominati condizioni di vita molto sfavorevoli, ma anche di manipolare le forme della conoscenza e della rappresentazione della realtà, curvandole e centrandole sugli interessi del gruppo dominante (generazionale, sociale o specifico).

Il concetto di adultocentrismo presenta un’assonanza con un altro concetto ricorrente nel linguaggio psicologico di uso comune: quello di egocentrismo. É interessante notare che l’egocentrismo non coincide con l’affermazione sana del Sé, anzi l’egocentrismo rivela un qualche fallimento nel processo d’integrazione e di espansione del Sé. L’atteggiamento egocentrico del soggetto con carenze narcisistiche, che rincorre conferme e puntelli esterni alla propria grandiosità immaginaria, rivela un deficit di autostima, un’incompiutezza profonda della soggettività, una mancanza di autonomia vitale. Le cause profonde del suddetto deficit va ricercata peraltro nella frustrazione traumatica di alcuni bisogni di valorizzazione e di integrazione del Sé che non sono state soddisfatti nell’infanzia.

Dunque non è vero che il narcisista patologico si ama troppo: nelle sue strutture mentali più profonde si ama troppo poco[2]. La grandiosità è la facciata della casa, la struttura è improntata invece ad un grande senso di insicurezza e di svalutazione di sé. L’atteggiamento egocentrico del soggetto alla ricerca avida di gratificazioni immediate per sé, insensibile agli interessi delle persone che gli stanno a fianco rinvia ad una debolezza del Sé. L’Ego del soggetto egocentrico non è un Ego forte, ricco e vitale, bensì un Ego impoverito dall’incapacità di trarre soddisfazioni da quelle dimensioni dell’esistenza che presuppongono il rispetto per l’altro. Questo soggetto non riesce a percepire e ad integrare bisogni fondamentali, che lo spingerebbero a valorizzare la dimensione relazionale e comunicativa dell’essere umano, una dimensione che implica la sensibilità e la capacità d’identificazione nei confronti dell’altro[3].

L’egocentrismo quindi non esprime la modalità assertiva più funzionale e vitale dell’egoità. Alla stessa stregua l’eurocentrismo non coincide con l’interesse culturale profondo dei popoli europei perché li priva della possibilità di arricchirsi attraverso il confronto con valori ed esperienze differenti. Così come l’antropocentrismo non è una prospettiva ideologica e pratica funzionale per la specie umana perché minaccia l’equilibrio ecologico ed impedisce di perseguire alcuni valori che implicano un maggior rispetto per le specie animali, pur all’interno di un’inevitabile conflittualità interspecifica. Analogamente l’adultocentrismo non è affatto l’atteggiamento di un adulto interiormente contento e compiaciuto di sé e pienamente realizzato.

“L’adultocentrismo - afferma il Programma di Rompere il silenzio - è un modo di vedere e di operare che esprime un fallimento nella crescita di un soggetto adulto, in quanto rivela una qualche rilevante operazione di rimozione e di scissione rispetto alla propria infanzia, segnala un’incapacità di dialogare con il proprio passato, di rispettarlo e di integrarlo nella dimensione del presente. L’adultocentrismo è la posizione di un adulto incompiuto, che un tempo è stato un bambino incompiuto e che successivamente ha in qualche modo troncato le radici vitali radicate nelle esperienze piacevoli e spiacevoli della propria infanzia.”[4]

 

 

2. Perchè la comunità umana tende ad essere adultocentrica?

 

Se assumiamo l’adultocentrismo come tendenza della generazione adulta a piegare ai propri bisogni ed interessi sia la rappresentazione che il controllo della realtà e dei comportamenti sociali e relazionali, a scapito degli interessi della generazione emergente, non si può non constatare che l’adultocentrismo ha innanzitutto un indubbio presupposto psico-biologico e antropologico. L’essere umano viene al mondo con una netta prematurazione che lo pone in condizione di estrema dipendenza dalle cure e dalle attenzioni degli adulti attorno a lui. Si può affermare che una grossa parte dell’esistenza umana (circa un quarto o addirittura un terzo) si sviluppa in una condizione di debolezza, inermità, impotenza, forte difficoltà o impossibilità a sopravvivere senza il sostegno di figure adulte disponibili. Una tale condizione nella piccola creatura umana di prolungata assenza dei livelli minimi di autosufficienza tende peraltro ad essere accentuata e ad allungarsi nelle società maggiormente sviluppate da un punto di vista culturale ed economico: in queste società i soggetti in età evolutiva vengono esentati per un tempo più lungo da responsabilità lavorative e sociali e vengono sollecitati a compiti di socializzazione ed apprendimento sotto il controllo degli adulti. A differenza dei cuccioli delle specie meno evolute, la piccola creatura umana raggiunge l’autonomia dopo un lunghissimo periodo di dipendenza: un periodo che gli risulta indispensabile per ricevere tutti gli stimoli necessari al suo straordinario processo evolutivo, ma che lo espone nel contempo ad una situazione prolungata di difforme rischiosità, nella quale può continuamente e facilmente essere oggetto di manipolazione e di violenza da parte di coloro, senza i quali non può crescere.

Proprio la marcata prematurazione biologica e la duratura dipendenza culturale (nelle società “sviluppate”) del “cucciolo” dell’uomo, che risultano fattori essenziali per garantire alla specie umana il massimo sviluppo evolutivo, rappresentano nello stesso tempo il contesto facilitante al cui interno gli adulti possono imporre il proprio dominio, non di rado insensibile ai bisogni dei bambini, pervertendo a proprio vantaggio i compiti di cura e di allevamento della prole e piegando ai propri fini l’interpretazione della realtà, il controllo sui sistemi di relazione, sulle istituzioni, sulle scelte politiche.

L’adultocentrismo inoltre è sollecitato da consistenti fattori sociologici e psico-sociali. La nascita di un essere umano è un evento potenzialmente associato nella famiglia e nella comunità umana a risorsa, creatività, gioia in misura direttamente proporzionale alla fecondità, alla progettualità, alla capacità di aprirsi al nuovo di questa famiglia e di questa comunità. Ma la nascita può essere d’altra parte un evento inquietante, minaccioso, perché viene a turbare comunque un “ordine costituito”, un equilibrio, relativamente consolidato sul piano familiare, istituzionale, culturale. La nascita prelude alla crescita di un soggetto che potrà rivendicare con altri coetanei una redistribuzione dei livelli di potere e di ricchezza esistenti nella comunità, rappresentando peraltro una minaccia potenziale ai ruoli sociali e sessuali stabiliti: una minaccia che verrà avvertita come tale dalla generazione adulta in misura direttamente proporzionale alla precarietà e alla rigidità degli equilibri psicologici e istituzionali da difendere nei confronti della nuova generazione.

L’adultocentrismo può risultare dunque una risposta difensiva nei confronti del timore evocato dalla generazione emergente come capace di attentare al potere, all’identità, al controllo sociale, familiare e sessuale, acquisito dai membri della generazione adulta. L’atteggiamento e il comportamento adultocentrico sono direttamente proporzionali all’insicurezza, alla frustrazione e alla conseguente incapacità dei soggetti adulti di accettare quel ciclo biologico, che sollecita l’individuo a procedere verso la maturazione e l’invecchiamento, lasciando necessariamente spazio all’avanzamento dei soggetti più giovani.

La paura che produce e sottende l’adultocentrismo è tanto più consistente quanto più massicce risultano le proiezioni degli adulti di fantasie e di impulsi di competitività, di odio, di desiderio di appropriazione sessuale sui membri delle nuove generazioni. Si tratta spesso di fantasie destinate a materializzarsi: la verità del mito e della fiaba, stravolta dall’interpretazione freudiana, è lì a testimoniarlo. É Laio che per primo vuole sbarazzarsi di Edipo, perché teme di essere spodestato, è la matrigna che vuole far fuori Biancaneve perché invidiosa della sua bellezza e della sua crescita di capacità e di fascino, che inevitabilmente la sopravanzano.

La problematica edipica nei suoi aspetti patologici, consistente nell’ostilità distruttiva del figlio o della figlia nei confronti del genitore del medesimo sesso e nel desiderio corrispondente di conquista sessuale del genitore del sesso opposto, non è un destino psicobiologico del soggetto umano, ma è in realtà indotta, per lo più inconsciamente, dagli atteggiamenti e dai comportamenti degli adulti significativi presenti nel contesto familiare. L’atteggiamento competitivo di un genitore, con un Sé non pienamente integro e realizzato, spaventato dall’ansia di perdere il proprio potere, tenderà a sollecitare il versante aggressivo del complesso edipico; l’atteggiamento erotico o erotizzato di un padre o di una madre, incapaci di rispettare la differenza generazionale del figlio o della figlia, concentrati sul desiderio di appropriarsi della vitalità del figlio o della figlia attraverso una seduzione più o meno velata, tenderà a stimolare il versante sensuale di quel complesso[5].

I genitori inevitabilmente “intenzionano” i figli, cioè trasferiscono su di loro le proprie intenzioni, condizionando lo sviluppo psichico e sessuale della generazione emergente. “A partire dal suo concepimento - afferma Napolitani - il figlio viene investito da intenzioni abortive unitamente a intenzioni di festoso accoglimento, sia che queste intenzioni coabitino nello stesso genitore sia che esse si distribuiscano in modo più o meno manifesto tra i due genitori, i fratelli, i nonni, ecc. Lo stesso vale per la definizione sessuale del neonato, lì dove l’evidenza biologica non è molto spesso sufficiente a mettere un punto fermo alle aspettative desideranti di quel genitori e di quelle parti (non nate) di lui che se lo aspettavano di sesso diverso: un persistente intenzionamento di un figlio come femminuccia , o di una figlia come maschietto, se prevalente nella complessa economia intenzionale dell’ambiente familiare, predispone quel figlio o quella figlia ad una profonda problematica di identità sessuale, di cui invano si ricercherà in seguito la causa in personali alchimie perverse tra pulsioni e contro-pulsioni”[6].   

 

 

3. La carente sensibilità per la propria infanzia e per quella altrui

 

Sul piano psicologico i fondamenti teorici di una critica dell’adultocentrismo possono essere trovati in alcune riflessioni di alcuni psicoanalisti, particolarmente attenti alle problematiche del trauma e al ruolo dell’ambiente familiare nella determinazione della patologia. É Sàndor Ferenczi il primo ad evidenziare con chiarezza i disastri educativi e relazionali degli adulti nei confronti dei bambini a causa della carente identificazione con l’infanzia: “Nelle sue interessanti lezioni sui compiti educativi - egli afferma già nel 1908 - il pediatra breslavese professor Czerny rimprovera ai genitori di non saper educare i loro figli e ne riconosce la causa nel fatto che essi ricordano male o non ricordano affatto la loro infanzia. Noi siamo d’accordo con lui e potremmo addirittura descrivergli, richiamandoci agli insegnamenti di Freud, lo strano meccanismo psichico che provoca questa amnesia infantile. In ogni caso questo fatto basterebbe da solo a spiegare perché la pedagogia da tempo immemorabíle non abbia compiuto progressi degni di nota. Si tratta appunto di un circolo vizioso: l’inconscio, sottraendo alla coscienza degli adulti i ricordi della propria infanzia, lascia che questi educhino in modo sbagliato i bambini; la cattiva pedagogia, a sua volta modo fa stratificare nella psiche infantile una serie di complessi. In un punto o nell’altro di questo circolo vizioso occorre intervenire”[7].

Proprio l’anno precedente, nel 1907, anche Freud era intervenuto nel merito di una questione pedagogica, nel suo saggio su “L’istruzione sessuale dei bambini”[8], ma con un taglio diverso: per favorire una riforma educativa, Freud pensa in particolare all’obiettivo di trasmettere ai bambini contenuti informativi riguardanti la sessualità, interpretata alla luce della teoria pulsionale. Ferenczi, con un atteggiamento ben più moderno e sensibile, pensa invece di coinvolgere e di mettere in discussione direttamente gli adulti, le loro difese e le loro resistenze “adultocentriche”, con un progetto da realizzarsi non solo e non tanto, in termini illuministici e razionalistici, attraverso la diffusione di conoscenze concernenti le “pulsioni sessuali”, ma anche e soprattutto con un progetto che mira ad una formazione e una trasformazione delle coscienze adulte nel senso di un maggiore avvicinamento affettivo all’infanzia, nel senso - diremmo oggi con Kohut - di una crescita della comprensione empatica dei bisogni dei bambini, nel senso - diremmo oggi con Goleman - di uno sviluppo dell’”intelligenza emotiva”[9].

Scrive Ferenczi: “É dunque con una chiarificazione di massa che un’umanità sofferente a causa di rimozioni esagerate potrebbe essere guarita: una specie di rivoluzione interiore che del resto ciascuno di noi, se ha fatto propri gli insegnamenti di Freud, non può non avere compiuto. La liberazione da un’inutile costrizíone interiore sarebbe anzi la prima rivoluzione che potrebbe portare un reale sollievo alle sofferenze dell’umanità, mentre la rivoluzione politica si limita ad attuare un passaggio dei poteri, cioè dei mezzi costrittivi, dalle mani degli uni a quelle degli altri e a diminuire o aumentare il numero degli oppressi. Solo uomini liberati sarebbero in grado di produrre un radicale e irreversibile rovesciamento nella pedagogia”[10].

Questa idea è stata più recentemente ripresa da Alice Miller. Per questa autrice ciò che può arrestare il riprodursi della violenza di generazione in generazione è la crescita di consapevolezza fra gli adulti della cancellazione della sofferenza soggettiva risalente all’infanzia: non basta dunque una sensibilizzazione di tipo culturale sui temi della violenza, occorre piuttosto diffondere una sensibilità e una disponibilità emotiva per le sofferenze e per le crudeltà potenzialmente inferte dai genitori, attraverso i processi educativi, ai bambini, attraverso la sollecitazione degli adulti al contatto emotivo con la propria infanzia rimossa.

Così Alice Miller riassume una parte importante del proprio pensiero:

“Ogni bambino viene al mondo per crescere, svilupparsi, vivere, amare ed esprimere i propri bisogni e sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona.

Per potersi sviluppare armoniosamente, il bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da parte di adulti che lo prendano sul serio, gli vogliano bene e lo aiutino onestamente a orientarsi nella vita.

Nel caso in cui questi bisogni vitali del bambino non vengano riconosciuti, egli viene allora sfruttato per soddisfare i bisogni degli adulti, picchiato, punito, maltrattato, manipolato, trascurato , ingannato, senza che in suo aiuto intervenga alcun testimone di tali violenze. In tal modo l’integrità del bambino viene lesa in maniera irreparabile.

La normale reazione a tali lesioni della propria integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente simile l’ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché l’esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine, egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole di ciò che gli è stato fatto.

I sentimenti di ira, impotenza, disperazione, desiderio struggente, paura e dolore - ormai scissi dallo sfondo che li aveva motivati - continuano tuttavia a esprimersi in atti distruttivi rivolti contro gli altri (criminalità e stermini) o contro sé stessi (tossicomanie, alcolismo, prostituzione, disturbi psichici, suicidio).

Vittime di tali atti vendicativi sono assai spesso i propri figli, che hanno la funzione di capri espiatoti e la cui persecuzione è ancor sempre pienamente legittimata nella nostra società, anzi gode persino di alta considerazione, non appena si autodefinisca “educazione”. Il tragico è che si picchiano i propri figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri genitori.

Perché un bambino maltrattato non divenga un delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, perlomeno una volta nella vita, incontri una persona la quale sappia per certo che “deviante” non è il bambino picchiato e smarrito, bensì l’ambiente che lo circonda. La consapevolezza o l’ignoranza della società aiutano, in tal senso, a salvare una vita o contribuiscono a distruggerla. Di qui la grande opportunità che viene offerta a parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare, senza mezzi termini, dalla parte del bambino e di dargli la loro fiducia.”[11]

Gli adulti che risulteranno più sensibili all’impegno di vicinanza nei confronti del bambino maltrattato sono proprio coloro che non hanno congelato le proprie emozioni risalenti all’infanzia. Ciò che è decisivo per far vincere nella società la consapevolezza sull’ignoranza è un percorso di trasformazione nei singoli adulti capace di far prevalere il contatto emotivo e l’identificazione con i propri sentimenti e con i propri bisogni infantili sulla rimozione e sulla negazione. Quando questa prevalenza si verifica si può avviare un processo di avvicinamento all’infanzia reale e nel contempo un processo di ulteriore cambiamento dell’adulto.

“Nel termine “educazione” - afferma Alice Miller - è racchiusa l’idea di determinate mete che l’allievo deve raggiungere.... e questo riduce sin dal principio le sue possibilità di sviluppo autonomo. Ma l’onesta rinuncia a ogni manipolazione e a queste mete preconcette non significa affatto abbandonare il bambino a sé stesso. Egli ha infatti un enorme bisogno di trovare nell’adulto un compagno sia sul piano psichico che su quello fisico. Per consentire al bambino di estrinsecare pienamente tutte le sue potenzialità, tale accompagnamento deve avere le seguenti caratteristiche:

1)         attenzione nei confronti del bambino;

2)         rispetto per i suoi diritti;

3)         tolleranza per i suoi sentimenti;

4)         disponibilità a imparare dal suo comportamento alcune cose:

a) sulla natura di quel singolo bambino;

b) sul proprio “essere bambini”, che rende i genitori da parte loro in grado di compiere il lavoro del lutto[12];

 c)        sulla natura della vita affettiva che nel bambino si può osservare molto più chiaramente che nell’adulto, in quanto il bambino può vivere i propri sentimenti in modo molto più intenso e, nel caso ottimale, in modo meno contraffatto che non l’adulto.[13]

 

 

4. La funzione dell’empatia

 

L’atteggiamento emotivo che accompagna necessariamente l’avvicinamento all’infanzia è l’empatia. Quando viene a mancare un tale atteggiamento si produce la violenza psicologica nei confronti del bambino, cioè quella violenza che è sottesa a tutte le forme di abuso e che rappresenta una delle più gravi espressioni dell’adultocentrismo. Alle radici della violenza psicologica c’è sempre un deficit di empatia[14]. L’assenza o la carenza di empatia possono produrre nel rapporto con i bambini atteggiamenti che possono variare dal rifiuto e dall’indisponibilità affettiva (che, nelle forme più intense, possono sostanziare veri e propri aborti psicologici) all’offesa, all’umiliazione, alle ferite dell’autostima del bambino, dalla percezione proiettiva e più o meno gravemente distorta dei bisogni, delle capacità, dei compiti evolutivi del minore alla sua strumentalizzazione, spesso inconsapevole, a favore dei bisogni dell’adulto. Per Heinz Kohut l’empatia è l’essenza della funzione genitoriale, capace di garantire, attraverso risposte comprensive ed attente ai bisogni fondamentali della mente del bambino, un ambiente di sostegno e di nutrimento psichico indispensabile all’evoluzione della sua organizzazione del Sé.

Proprio Kohut è stato lo psicoanalista che ha maggiormente approfondito in senso teorico e clinico il concetto di empatia. “Il modo migliore - egli afferma - per definire l’empatia consiste nell’identificarla con la capacità di pensare e di sentire sé stessi nella vita interiore di un’altra persona. É la nostra capacità quotidiana di provare ciò che un’altra persona prova, anche se di solito, e giustamente, in misura attenuata.”[15] “Consideriamo un semplice esempio - egli scrive in un altro contesto[16] - vediamo una persona eccezionalmente alta. L’eccezionale statura di questa persona è indiscutibilmente un fatto importante per la nostra valutazione psicologica; senza introspezione ed empatia, tuttavia, la sua statura rimane soltanto un attributo fisico. Soltanto quando ci mettiamo al suo posto, e per introspezione vicariante cominciamo a sentire la sua statura insolita come se fosse la nostra, e riviviamo così esperienze interne nelle quali siamo stati non comuni o ci siamo fatti notare, solo allora cominciamo a riconoscere il significato che la statura insolita può avere per quella persona, e solo allora abbiamo osservato un fatto psicologico.”

L’impegno empatico comporta l’incertezza di uno sforzo di identificazione con l’altro-da-sé, uno sforzo tanto maggiore, quanto più marcata è la diversità dell’altro e nel contempo un lavoro di ricerca interiore di ricordi ed esperienze che consentano l’immedesimazione con l’altro e la sua comprensione. Dunque il soggetto parte mentalmente per un’esplorazione empatica nella mente dell’altro rimanendo tuttavia a contatto con sé stesso, così come un viaggiatore per scoprire una nuova terra o una nuova montagna ha bisogno di un “campo base” sufficientemente funzionale, tanto più difficile è la meta della sua esplorazione.

“La nostra intelligenza psicologica - afferma Kohut - è facilitata se osserviamo persone con cui abbiamo in comune le radici culturali. In loro movimenti, comportamento verbale, desideri e sensibilità sono simili ai nostri e possiamo empatizzare con loro, sulla base di indizi che possono sembrare insignificanti a persone di provenienza diversa. Ma anche quando esaminiamo persone di culture diverse, con esperienze diverse dalle nostre, confidiamo di solito che ci sarà possibile capirle da un punto di vista psicologico, mediante la scoperta di qualche esperienza comune con la quale possiamo empatizzare.[17]

L’atteggiamento empatico nei confronti del bambino è estremamente impegnativa per la diversità profonda che esiste tra la sua mente e quella dell’adulto. É vero che l’adulto un tempo è stato bambino, ma è anche vero che egli tende per varie ragioni a non ricordarsene. L’impegno empatico nei confronti del bambino richiede all’adulto un dialogo fra sé e sé, un’esplorazione interiore, che presuppongono un clima soggettivo sufficientemente sereno, senza il quale è impossibile ricercare “esperienze comuni con le quali empatizzare”. L’esplorazione empatica della mente-altra del bambino presuppone quindi da parte dell’adulto un punto di partenza sufficientemente solido da cui muoversi, ovvero un contatto emotivo, fonte di sufficiente sicurezza e soddisfazione, sia con il proprio Sé adulto che con le proprie radici vitali infantili.

Vale la pena sottolineare che nell’ottica della psicologia del Sé l’atteggiamento empatico consente all’adulto di percepire in modo oscillante, in relazione ai diversi momenti e alle mutevoli situazioni vissute dal bambino, vuoi contenuti di bisognosità, di difficoltà e di sofferenza, nei confronti dei quali occorre mostrare vicinanza e comprensione, vuoi contenuti di provocazione, di pretesa e di onnipotenza, nei confronti dei quali è indispensabile mostrare contrapposizione e fermezza[18].

 

 

5. L’adultocentrismo come espressione esasperata del controllo linguistico e razionale sull’esperienza

 

“L’adultocentrismo - abbiamo scritto nel Programma di ROMPERE IL SILENZIO - è il movimento di un occhio che ha perso elasticicità, che guarda alla realtà soltanto più dal punto di vista dell’adulto, perché ha dimenticato la capacità - attraverso l’immedesimazione - d’inquadrare il mondo anche dal punto di vista dell’infanzia, perché quest’ultima appare come una dimensione cancellata o mai vissuta. Si tratta dunque di conquistare un punto di vista oscillante tra la percezione della realtà in quanto adulto, consapevole dei valori, delle finalità, delle leggi e delle necessità del mondo adulto e la percezione, attraverso l’identificazione, della realtà in quanto bambino, una percezione non dimentica dei bisogni, delle difficoltà e delle potenzialità dell’infanzia, bisogni spesso frustrati, difficoltà spesso ignorate, potenzialità spesso negate dall’adulto.

Non bisogna dunque contrapporre all’adultocentrismo una sorta di puerocentrismo velleitario, con cui si pretenderebbe di guardare il mondo esclusivamente dal punto di vista del bambino, abbandonando il proprio consolidato patrimonio mentale di adulto. Questo patrimonio contiene in un soggetto adulto compiuto esperienze, acquisizioni, modelli di funzionamento, molto importanti e significativi: pertanto non pu e non deve essere liquidato. Tuttavia le conquiste mentali dell’adulto devono essere vivificate da una capacità d’immedesimazione con l’infanzia intesa come dimensione interna ed esterna al soggetto: altrimenti tali conquiste tendono ad irrigidirsi attorno ad un illusorio senso di padroneggiamento della realtà che tuttavia non è più in grado di percepire la vita emotiva, attorno ad un’esaltazione del linguaggio, delle espressioni simboliche e culturali, della logica di controllo razionale, insensibili alla dimensione affettiva dell’esistenza[19]”.

Attraverso un diario immaginario attribuito al piccolo Joey, Daniel Stern tenta di ricostruire le conquiste mentali, lo sguardo emergente sul mondo, le esperienze, le sensazioni e le emozioni che animano la vita soggettiva di un bambino in continua evoluzione dall’età di sei settimane ai 4 anni. In questa descrizione narrativo-scientifica Stern cerca di utilizzare i contributi della ricerca e dell’osservazione sul bambino, liberati, per quanto possibile, dai pregiudizi dell’adultocentrismo. La crescita del bambino porta alla scoperta straordinariamente eccitante del linguaggio, scoperta che lo indirizza tendenzialmente verso la logica e la competenza mentale adulta.

“Il linguaggio - scrive Stern - spalanca a Joey nuovi orizzonti. La coscienza di poter scoprire e utilizzare le parole deve assomigliare al senso di trionfo che si prova nell’istante in cui si riesce ad andare in bicicletta da soli per la prima volta, o si impara a camminare o a guidare la macchina o a nuotare (più probabilmente si tratta della somma di tutte queste emozioni). (...) Il linguaggio non costituisce per Joey solo una conquista di indipendenza, ma gli offre anche lo strumento più potente che esista per unirsi agli altri esseri umani e alla cultura comune. Ed è sempre il linguaggio che, permettendogli di catalogare le esperienze non verbali in categorie più numerose e distinte, cambia il suo mondo e lo ristruttura: determina chiaramente la sequenza degli avvenimenti nel passato, nel presente o nel futuro, consente una più ampia concatenazione di associazioni e gli permette di trascendere più facilmente la realtà”[20].

Stern d’altra parte si sofferma sui limiti oltre sui vantaggi dell’acquisizione evolutiva del linguaggio: “Esiste però anche un lato negativo di questo nuovo strumento verbale che presenta in fondo enormi svantaggi, se paragonato ai sistemi non verbali che reggevano armoniosamente il mondo di Joey. Le parole infatti non riescono ad esprimere perfettamente le esperienze nella loro globalità e il linguaggio, pur essendo il mezzo ideale per stabilire delle distinzioni precise tra le cose e dividerle in categorie (per esempio: grande, piccolo), si dimostra estremamente impacciato nel definire le gradazioni che distinguono queste categorie.(...) Il linguaggio rischia inoltre di scindere il pensiero dall’emozione e frantuma delle complesse esperienze globali nelle loro varie componenti, impoverendole. In particolare alcune delle esperienze non verbali (come ricambiare lo sguardo di chi ti fissa negli occhi) non sono esprimibili a parole: al massimo possono venire evocate per mezzo di esse. Ecco perché quando il linguaggio entra a far parte della vita di Joey, crea una netta separazione tra il familiare mondo non verbale dell’esperienza e il nuovo mondo delle parole. Questa separazione è origine di confusione e può rivelarsi persino dolorosa: per la prima volta nella sua breve esistenza, Joey è costretto a contemplare due diverse versioni di uno stesso avvenimento. D’ora in avanti la sua vita sarà vissuta in parallelo e l’integrità lineare dell’esperienza è andata persa per sempre. Da questo momento in poi per lui le interpretazioni verbali e non verbali dell’esperienza convivranno fianco a fianco”[21].

L’adultocentrismo porta all’estremo i limiti di cui parla Stern, legati all’acquisizione del linguaggio, ampliando in modo dirompente fino alla scissione il conflitto tra il mondo dei simboli e il mondo vivo e pulsante dell’esperienza, tra il pensiero e la vita emotiva. Gli atteggiamenti adultocentrici si accompagnano spesso ad un’esaltazione della dimensione della logica razionale astratta dai sentimenti. La violenza all’infanzia è spesso accompagnata ad un forte ricorso alla razionalizzazione che la giustificano o la negano e ad una debole attivazione della sensibilità.

Esiste un rapporto molto profondo fra il dominio dell’adulto sul bambino e le altre forme di dominio politico e sociale. La violenza vuoi sulla natura “interna” (cioè sulla corporeità e sull’emotività del soggetto umano), vuoi sulla natura “esterna” all’individuo (sull’ambiente, sull’altro uomo, etc...) presuppone sempre una razionalità scissa dall’emotività e dalla capacità di provare empatia e rispetto nei confronti dell’altro essere. Secondo Eagle “il massacro su larga scala, reso possibile dalla tecnologia moderna, richiede e comporta caratteristiche come l’anaffettività, l’indifferenza e un certo tipo e grado di razionalità talmente scisso e avulso da considerazioni rispetto all’altro che finisce per girare in tondo e diventare una forma di pazzia”[22].

La “banalità del male”, di cui parla Hanna Arendt, che può anche portare allo sterminio di altri esseri umani, non è compiuta da soggetti impulsivi o sadici, ma da soggetti normali che fanno cose normali, che seguono il proprio dovere in armonia con le regole sociali, nell’indifferenza nei confronti della propria vita emotiva e nell’insensibilità nei confronti dell’esistenza altrui.

L’adultocentrismo approfondisce dunque irrimediabilmente la spaccatura tra linguaggio adulto ed esperienza sensoriale, tra razionalità ed emotività, privilegiando la prima a scapito della seconda, sulla spinta di un bisogno difensivo di controllare e rimuovere la dimensione affettiva, nella quale si sono accumulati a partire dall’infanzia vissuti di sofferenza, di impotenza, di frustrazione.

Ne consegue che un impegno contro l’adultocentrismo sul piano della prevenzione, della formazione e della sensibilizzazione culturale non può che comportare la realizzazione di modalità d’intervento capaci di rivalutare il mondo degli affetti e delle emozioni, a fronte del disprezzo e della rimozione di matrice adultocentrica che colpiscono tale mondo. Se si intende, in qualsiasi ambito, contrastare l’adultocentrismo, ovvero favorire un cambiamento nella direzione di un maggiore equilibrio tra le esigenze e le competenze adulte da un lato e quelle infantili dall’altro, occorre attivare metodologie e tecniche capaci di coinvolgere la dimensione sia razionale che emotiva dell’interlocutore[23].


 

[1] cfr. “Rompere il silenzio: associazione culturale dalla parte dei bambini per l’ascolto e la prevenzione del disagio dei minori. Programma”, Rompere il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-72.

[2] cfr. G. Jervis, “Pubblicazioni sul narcisismo”, Quaderni Piacentini, n.3, 1981, Angeli.

[3] cfr. S. Mitchell, Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, 1993, Boringhieri.

[4] cfr. “Rompere il silenzio: associazione culturale dalla parte dei bambini per l’ascolto e la prevenzione del disagio dei minori. Programma”, Rompere il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-72.

[5] cfr. D. Ghiano Il complesso edipico, dal modello pulsionale al modello relazionale, in Educare alla sessualità e all’affettività, Centro studi Hänsel e Gretel, 1996.

[6] D. Napolitani, La crisi puberale, in Di palo in frasca, Corpo 10, Milano, pp.61-62.

[7] S. Ferenczi, “Psicoanalisi e pedagogia”, in S. Ferenczi, Opere, Cortina, v. I, 1908, p.36.

[8] Cfr. S. Freud, L’istruzione sessuale dei bambini, in S. Freud, Opere, Boringhieri, Torino, v. V, pp.355 e ss.

[9] Cfr. D. Goleman, L’intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano, 1996.

[10] S. Ferenczi, op. cit., pp.36-37.

[11] Miller, La persecuzione del bambino, Boringheri, pp.263-264.

[12] Il lavoro del lutto a cui si riferisce Alice Miller è l’elaborazione e il superamento da parte dell’adulto dell’idealizzazione delle proprie figure genitoriali.

[13] Miller, op. cit., pp.97-98.

[14] cfr. S. Marinucci, L’abuso psicologico, in Gli abusi all’infanzia, Nuova Italia scientifica, p.153

[15] H. Kohut, La cura psicoanalitica, Boringhieri, 1986, pp.113-114

[16] H. Kohut, La ricerca del Sé, Boringhieri, 1982, p. 27.

[17] H. Kohut, ivi, p. 29.

[18] cfr. R. Siani, La psicologia del Sé, Boringhieri, 1992, pp.74-75.

[19] “Rompere il silenzio... Programma”, Rompere il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-72.

[20] D. Stern, Diario di un bambino, Mondadori, 1991, pp.125-126.

[21] D. Stern, ivi, pp. 126-127.

[22] M. Eagle, La psicoanalisi contemporanea, Sagittari Laterza, 1988, p.230.

[23] Cfr. AA.VV, Giocare per mettersi in gioco, Centro Studi Hänsel e Gretel, ‘95.