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Per una critica dell'adultocentrismo
(1998)
1. Che cos’è l’adultocentrismo?
L’adultocentrismo indica un movimento che pone
al centro della percezione e dell’interpretazione del mondo, anche
di quello infantile, gli schemi mentali e il punto di vista
dell’adulto. Oltre ad essere un’”ideologia” deformante, l’adultocentrismo
è un modo di operare, una direzione di comportamento rigida ed
unilaterale che tende a favorire i bisogni e gli interessi della
generazione adulta a scapito di quelli della generazione emergente.
Le manifestazioni dell’adultocentrismo possono
sintetizzarsi nel disprezzo e nella negazione da un lato della
soggettività dei bambini, dall’altro della dimensione emotiva, una
dimensione che ha uno speciale rapporto con l’infanzia.
Il concetto di adultocentrismo ricorda per
analogia concetti come eurocentrismo o antropocentrismo.
Eurocentrismo è una categoria storica e antropologica che descrive
quel particolare sguardo ed atteggiamento culturale, tendente a
privilegiare i valori, le vicende, le esperienze culturali dei
popoli europei ed in particolare di quelli dell’Europa occidentale
con un conseguente misconoscimento dei valori, delle vicende, delle
esperienze culturali degli altri popoli.
Evidentemente l’eurocentrismo non produce
soltanto una distorsione percettiva ed interpretativa, ma si è
storicamente accompagnato (e, in una certa misura, s’accompagna
ancora) ad iniziative e strategie politiche, economiche e militari,
capaci di imporre con la violenza gli interessi immediati dei popoli
europei su quelli delle altre popolazioni.
Lo stesso discorso vale per l’antropocentrismo,
che è una visione unilaterale sui problemi del pianeta a partire dal
punto di vista assolutizzato della specie umana, insensibile al
punto di vista delle altre specie animali. Evidentemente questa
percezione unilaterale della realtà produce atteggiamenti,
comportamenti e prassi che cancellano ogni rispetto per le specie
diverse dall’uomo (si pensi a certe scelte di allevamento, di
caccia, di divertimento con gli animali e di ricerca sugli animali
che producono in questi ultimi enormi sofferenze o che mettono a
repentaglio la sopravvivenza delle specie).
Adultocentrismo, eurocentrismo,
antropocentrismo sono categorie di impegno e di lotta culturale,
elaborate all’interno di discorsi originati in contesti diversi, ma
comunque accomunati da una carica critica nei confronti di forme di
dominio totalizzanti, capaci non solo di imporre ai dominati
condizioni di vita molto sfavorevoli, ma anche di manipolare le
forme della conoscenza e della rappresentazione della realtà,
curvandole e centrandole sugli interessi del gruppo dominante
(generazionale, sociale o specifico).
Il concetto di adultocentrismo presenta
un’assonanza con un altro concetto ricorrente nel linguaggio
psicologico di uso comune: quello di egocentrismo. É interessante
notare che l’egocentrismo non coincide con l’affermazione sana del
Sé, anzi l’egocentrismo rivela un qualche fallimento nel processo
d’integrazione e di espansione del Sé. L’atteggiamento egocentrico
del soggetto con carenze narcisistiche, che rincorre conferme e
puntelli esterni alla propria grandiosità immaginaria, rivela un
deficit di autostima, un’incompiutezza profonda della soggettività,
una mancanza di autonomia vitale. Le cause profonde del suddetto
deficit va ricercata peraltro nella frustrazione traumatica di
alcuni bisogni di valorizzazione e di integrazione del Sé che non
sono state soddisfatti nell’infanzia.
Dunque non è vero che il narcisista patologico
si ama troppo: nelle sue strutture mentali più profonde si ama
troppo poco.
La grandiosità è la facciata della casa, la struttura è improntata
invece ad un grande senso di insicurezza e di svalutazione di sé.
L’atteggiamento egocentrico del soggetto alla ricerca avida di
gratificazioni immediate per sé, insensibile agli interessi delle
persone che gli stanno a fianco rinvia ad una debolezza del Sé.
L’Ego del soggetto egocentrico non è un Ego forte, ricco e vitale,
bensì un Ego impoverito dall’incapacità di trarre soddisfazioni da
quelle dimensioni dell’esistenza che presuppongono il rispetto per
l’altro. Questo soggetto non riesce a percepire e ad integrare
bisogni fondamentali, che lo spingerebbero a valorizzare la
dimensione relazionale e comunicativa dell’essere umano, una
dimensione che implica la sensibilità e la capacità
d’identificazione nei confronti dell’altro.
L’egocentrismo quindi non esprime la modalità
assertiva più funzionale e vitale dell’egoità. Alla stessa stregua
l’eurocentrismo non coincide con l’interesse culturale profondo dei
popoli europei perché li priva della possibilità di arricchirsi
attraverso il confronto con valori ed esperienze differenti. Così
come l’antropocentrismo non è una prospettiva ideologica e pratica
funzionale per la specie umana perché minaccia l’equilibrio
ecologico ed impedisce di perseguire alcuni valori che implicano un
maggior rispetto per le specie animali, pur all’interno di
un’inevitabile conflittualità interspecifica. Analogamente
l’adultocentrismo non è affatto l’atteggiamento di un adulto
interiormente contento e compiaciuto di sé e pienamente realizzato.
“L’adultocentrismo - afferma il Programma di
Rompere il silenzio - è un modo di vedere e di operare che esprime
un fallimento nella crescita di un soggetto adulto, in quanto rivela
una qualche rilevante operazione di rimozione e di scissione
rispetto alla propria infanzia, segnala un’incapacità di dialogare
con il proprio passato, di rispettarlo e di integrarlo nella
dimensione del presente. L’adultocentrismo è la posizione di un
adulto incompiuto, che un tempo è stato un bambino incompiuto e che
successivamente ha in qualche modo troncato le radici vitali
radicate nelle esperienze piacevoli e spiacevoli della propria
infanzia.”
2. Perchè la comunità umana tende ad essere adultocentrica?
Se assumiamo l’adultocentrismo come tendenza
della generazione adulta a piegare ai propri bisogni ed interessi
sia la rappresentazione che il controllo della realtà e dei
comportamenti sociali e relazionali, a scapito degli interessi della
generazione emergente, non si può non constatare che
l’adultocentrismo ha innanzitutto un indubbio presupposto
psico-biologico e antropologico. L’essere umano viene al mondo con
una netta prematurazione che lo pone in condizione di estrema
dipendenza dalle cure e dalle attenzioni degli adulti attorno a lui.
Si può affermare che una grossa parte dell’esistenza umana (circa un
quarto o addirittura un terzo) si sviluppa in una condizione di
debolezza, inermità, impotenza, forte difficoltà o impossibilità a
sopravvivere senza il sostegno di figure adulte disponibili. Una
tale condizione nella piccola creatura umana di prolungata assenza
dei livelli minimi di autosufficienza tende peraltro ad essere
accentuata e ad allungarsi nelle società maggiormente sviluppate da
un punto di vista culturale ed economico: in queste società i
soggetti in età evolutiva vengono esentati per un tempo più lungo da
responsabilità lavorative e sociali e vengono sollecitati a compiti
di socializzazione ed apprendimento sotto il controllo degli adulti.
A differenza dei cuccioli delle specie meno evolute, la piccola
creatura umana raggiunge l’autonomia dopo un lunghissimo periodo di
dipendenza: un periodo che gli risulta indispensabile per ricevere
tutti gli stimoli necessari al suo straordinario processo evolutivo,
ma che lo espone nel contempo ad una situazione prolungata di
difforme rischiosità, nella quale può continuamente e facilmente
essere oggetto di manipolazione e di violenza da parte di coloro,
senza i quali non può crescere.
Proprio la marcata prematurazione biologica e
la duratura dipendenza culturale (nelle società “sviluppate”) del
“cucciolo” dell’uomo, che risultano fattori essenziali per garantire
alla specie umana il massimo sviluppo evolutivo, rappresentano nello
stesso tempo il contesto facilitante al cui interno gli adulti
possono imporre il proprio dominio, non di rado insensibile ai
bisogni dei bambini, pervertendo a proprio vantaggio i compiti di
cura e di allevamento della prole e piegando ai propri fini
l’interpretazione della realtà, il controllo sui sistemi di
relazione, sulle istituzioni, sulle scelte politiche.
L’adultocentrismo inoltre è sollecitato da
consistenti fattori sociologici e psico-sociali. La nascita di un
essere umano è un evento potenzialmente associato nella famiglia e
nella comunità umana a risorsa, creatività, gioia in misura
direttamente proporzionale alla fecondità, alla progettualità, alla
capacità di aprirsi al nuovo di questa famiglia e di questa
comunità. Ma la nascita può essere d’altra parte un evento
inquietante, minaccioso, perché viene a turbare comunque un “ordine
costituito”, un equilibrio, relativamente consolidato sul piano
familiare, istituzionale, culturale. La nascita prelude alla
crescita di un soggetto che potrà rivendicare con altri coetanei una
redistribuzione dei livelli di potere e di ricchezza esistenti nella
comunità, rappresentando peraltro una minaccia potenziale ai ruoli
sociali e sessuali stabiliti: una minaccia che verrà avvertita come
tale dalla generazione adulta in misura direttamente proporzionale
alla precarietà e alla rigidità degli equilibri psicologici e
istituzionali da difendere nei confronti della nuova generazione.
L’adultocentrismo può risultare dunque una
risposta difensiva nei confronti del timore evocato dalla
generazione emergente come capace di attentare al potere,
all’identità, al controllo sociale, familiare e sessuale, acquisito
dai membri della generazione adulta. L’atteggiamento e il
comportamento adultocentrico sono direttamente proporzionali
all’insicurezza, alla frustrazione e alla conseguente incapacità dei
soggetti adulti di accettare quel ciclo biologico, che sollecita
l’individuo a procedere verso la maturazione e l’invecchiamento,
lasciando necessariamente spazio all’avanzamento dei soggetti più
giovani.
La paura che produce e sottende
l’adultocentrismo è tanto più consistente quanto più massicce
risultano le proiezioni degli adulti di fantasie e di impulsi di
competitività, di odio, di desiderio di appropriazione sessuale sui
membri delle nuove generazioni. Si tratta spesso di fantasie
destinate a materializzarsi: la verità del mito e della fiaba,
stravolta dall’interpretazione freudiana, è lì a testimoniarlo. É
Laio che per primo vuole sbarazzarsi di Edipo, perché teme di essere
spodestato, è la matrigna che vuole far fuori Biancaneve perché
invidiosa della sua bellezza e della sua crescita di capacità e di
fascino, che inevitabilmente la sopravanzano.
La problematica edipica nei suoi aspetti
patologici, consistente nell’ostilità distruttiva del figlio o della
figlia nei confronti del genitore del medesimo sesso e nel desiderio
corrispondente di conquista sessuale del genitore del sesso opposto,
non è un destino psicobiologico del soggetto umano, ma è in realtà
indotta, per lo più inconsciamente, dagli atteggiamenti e dai
comportamenti degli adulti significativi presenti nel contesto
familiare. L’atteggiamento competitivo di un genitore, con un Sé non
pienamente integro e realizzato, spaventato dall’ansia di perdere il
proprio potere, tenderà a sollecitare il versante aggressivo del
complesso edipico; l’atteggiamento erotico o erotizzato di un padre
o di una madre, incapaci di rispettare la differenza generazionale
del figlio o della figlia, concentrati sul desiderio di appropriarsi
della vitalità del figlio o della figlia attraverso una seduzione
più o meno velata, tenderà a stimolare il versante sensuale di quel
complesso.
I genitori inevitabilmente “intenzionano” i
figli, cioè trasferiscono su di loro le proprie intenzioni,
condizionando lo sviluppo psichico e sessuale della generazione
emergente. “A partire dal suo concepimento - afferma Napolitani - il
figlio viene investito da intenzioni abortive unitamente a
intenzioni di festoso accoglimento, sia che queste intenzioni
coabitino nello stesso genitore sia che esse si distribuiscano in
modo più o meno manifesto tra i due genitori, i fratelli, i nonni,
ecc. Lo stesso vale per la definizione sessuale del neonato, lì dove
l’evidenza biologica non è molto spesso sufficiente a mettere un
punto fermo alle aspettative desideranti di quel genitori e di
quelle parti (non nate) di lui che se lo aspettavano di sesso
diverso: un persistente intenzionamento di un figlio come
femminuccia , o di una figlia come maschietto, se prevalente nella
complessa economia intenzionale dell’ambiente familiare, predispone
quel figlio o quella figlia ad una profonda problematica di identità
sessuale, di cui invano si ricercherà in seguito la causa in
personali alchimie perverse tra pulsioni e contro-pulsioni”.
3. La carente sensibilità per la propria infanzia e per quella
altrui
Sul piano psicologico i fondamenti teorici di
una critica dell’adultocentrismo possono essere trovati in alcune
riflessioni di alcuni psicoanalisti, particolarmente attenti alle
problematiche del trauma e al ruolo dell’ambiente familiare nella
determinazione della patologia. É Sàndor Ferenczi il primo ad
evidenziare con chiarezza i disastri educativi e relazionali degli
adulti nei confronti dei bambini a causa della carente
identificazione con l’infanzia: “Nelle sue interessanti lezioni sui
compiti educativi - egli afferma già nel 1908 - il pediatra
breslavese professor Czerny rimprovera ai genitori di non saper
educare i loro figli e ne riconosce la causa nel fatto che essi
ricordano male o non ricordano affatto la loro infanzia. Noi siamo
d’accordo con lui e potremmo addirittura descrivergli, richiamandoci
agli insegnamenti di Freud, lo strano meccanismo psichico che
provoca questa amnesia infantile. In ogni caso questo fatto
basterebbe da solo a spiegare perché la pedagogia da tempo
immemorabíle non abbia compiuto progressi degni di nota. Si tratta
appunto di un circolo vizioso: l’inconscio, sottraendo alla
coscienza degli adulti i ricordi della propria infanzia, lascia che
questi educhino in modo sbagliato i bambini; la cattiva pedagogia, a
sua volta modo fa stratificare nella psiche infantile una serie di
complessi. In un punto o nell’altro di questo circolo vizioso
occorre intervenire”.
Proprio l’anno precedente, nel 1907, anche
Freud era intervenuto nel merito di una questione pedagogica, nel
suo saggio su “L’istruzione sessuale dei bambini”,
ma con un taglio diverso: per favorire una riforma educativa, Freud
pensa in particolare all’obiettivo di trasmettere ai bambini
contenuti informativi riguardanti la sessualità, interpretata alla
luce della teoria pulsionale. Ferenczi, con un atteggiamento ben più
moderno e sensibile, pensa invece di coinvolgere e di mettere in
discussione direttamente gli adulti, le loro difese e le loro
resistenze “adultocentriche”, con un progetto da realizzarsi non
solo e non tanto, in termini illuministici e razionalistici,
attraverso la diffusione di conoscenze concernenti le “pulsioni
sessuali”, ma anche e soprattutto con un progetto che mira ad una
formazione e una trasformazione delle coscienze adulte nel senso di
un maggiore avvicinamento affettivo all’infanzia, nel senso -
diremmo oggi con Kohut - di una crescita della comprensione empatica
dei bisogni dei bambini, nel senso - diremmo oggi con Goleman - di
uno sviluppo dell’”intelligenza emotiva”.
Scrive Ferenczi: “É dunque con una
chiarificazione di massa che un’umanità sofferente a causa di
rimozioni esagerate potrebbe essere guarita: una specie di
rivoluzione interiore che del resto ciascuno di noi, se ha fatto
propri gli insegnamenti di Freud, non può non avere compiuto. La
liberazione da un’inutile costrizíone interiore sarebbe anzi la
prima rivoluzione che potrebbe portare un reale sollievo alle
sofferenze dell’umanità, mentre la rivoluzione politica si limita ad
attuare un passaggio dei poteri, cioè dei mezzi costrittivi, dalle
mani degli uni a quelle degli altri e a diminuire o aumentare il
numero degli oppressi. Solo uomini liberati sarebbero in grado di
produrre un radicale e irreversibile rovesciamento nella pedagogia”.
Questa idea è stata più recentemente ripresa da
Alice Miller. Per questa autrice ciò che può arrestare il riprodursi
della violenza di generazione in generazione è la crescita di
consapevolezza fra gli adulti della cancellazione della sofferenza
soggettiva risalente all’infanzia: non basta dunque una
sensibilizzazione di tipo culturale sui temi della violenza, occorre
piuttosto diffondere una sensibilità e una disponibilità emotiva per
le sofferenze e per le crudeltà potenzialmente inferte dai genitori,
attraverso i processi educativi, ai bambini, attraverso la
sollecitazione degli adulti al contatto emotivo con la propria
infanzia rimossa.
Così Alice Miller riassume una parte importante
del proprio pensiero:
“Ogni bambino viene al mondo per crescere,
svilupparsi, vivere, amare ed esprimere i propri bisogni e
sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona.
Per potersi sviluppare armoniosamente, il
bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da parte di
adulti che lo prendano sul serio, gli vogliano bene e lo aiutino
onestamente a orientarsi nella vita.
Nel caso in cui questi bisogni vitali del
bambino non vengano riconosciuti, egli viene allora sfruttato per
soddisfare i bisogni degli adulti, picchiato, punito, maltrattato,
manipolato, trascurato , ingannato, senza che in suo aiuto
intervenga alcun testimone di tali violenze. In tal modo l’integrità
del bambino viene lesa in maniera irreparabile.
La normale reazione a tali lesioni della
propria integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente
simile l’ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché
l’esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine,
egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma
e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole
di ciò che gli è stato fatto.
I sentimenti di ira, impotenza, disperazione,
desiderio struggente, paura e dolore - ormai scissi dallo sfondo che
li aveva motivati - continuano tuttavia a esprimersi in atti
distruttivi rivolti contro gli altri (criminalità e stermini) o
contro sé stessi (tossicomanie, alcolismo, prostituzione, disturbi
psichici, suicidio).
Vittime di tali atti vendicativi sono assai
spesso i propri figli, che hanno la funzione di capri espiatoti e la
cui persecuzione è ancor sempre pienamente legittimata nella nostra
società, anzi gode persino di alta considerazione, non appena si
autodefinisca “educazione”. Il tragico è che si picchiano i propri
figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri
genitori.
Perché un bambino maltrattato non divenga un
delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, perlomeno
una volta nella vita, incontri una persona la quale sappia per certo
che “deviante” non è il bambino picchiato e smarrito, bensì
l’ambiente che lo circonda. La consapevolezza o l’ignoranza della
società aiutano, in tal senso, a salvare una vita o contribuiscono a
distruggerla. Di qui la grande opportunità che viene offerta a
parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare,
senza mezzi termini, dalla parte del bambino e di dargli la loro
fiducia.”
Gli adulti che risulteranno più sensibili
all’impegno di vicinanza nei confronti del bambino maltrattato sono
proprio coloro che non hanno congelato le proprie emozioni risalenti
all’infanzia. Ciò che è decisivo per far vincere nella società la
consapevolezza sull’ignoranza è un percorso di trasformazione nei
singoli adulti capace di far prevalere il contatto emotivo e
l’identificazione con i propri sentimenti e con i propri bisogni
infantili sulla rimozione e sulla negazione. Quando questa
prevalenza si verifica si può avviare un processo di avvicinamento
all’infanzia reale e nel contempo un processo di ulteriore
cambiamento dell’adulto.
“Nel termine “educazione” - afferma Alice
Miller - è racchiusa l’idea di determinate mete che l’allievo deve
raggiungere.... e questo riduce sin dal principio le sue possibilità
di sviluppo autonomo. Ma l’onesta rinuncia a ogni manipolazione e a
queste mete preconcette non significa affatto abbandonare il bambino
a sé stesso. Egli ha infatti un enorme bisogno di trovare
nell’adulto un compagno sia sul piano psichico che su quello fisico.
Per consentire al bambino di estrinsecare pienamente tutte le sue
potenzialità, tale accompagnamento deve avere le seguenti
caratteristiche:
1) attenzione nei confronti del
bambino;
2) rispetto per i suoi diritti;
3) tolleranza per i suoi sentimenti;
4) disponibilità a imparare dal suo
comportamento alcune cose:
a) sulla natura di quel singolo bambino;
b) sul proprio “essere bambini”, che rende i
genitori da parte loro in grado di compiere il lavoro del lutto;
c) sulla natura della vita affettiva
che nel bambino si può osservare molto più chiaramente che
nell’adulto, in quanto il bambino può vivere i propri sentimenti in
modo molto più intenso e, nel caso ottimale, in modo meno
contraffatto che non l’adulto.”
4. La funzione dell’empatia
L’atteggiamento emotivo che accompagna
necessariamente l’avvicinamento all’infanzia è l’empatia. Quando
viene a mancare un tale atteggiamento si produce la violenza
psicologica nei confronti del bambino, cioè quella violenza che è
sottesa a tutte le forme di abuso e che rappresenta una delle più
gravi espressioni dell’adultocentrismo. Alle radici della violenza
psicologica c’è sempre un deficit di empatia.
L’assenza o la carenza di empatia possono produrre nel rapporto con
i bambini atteggiamenti che possono variare dal rifiuto e
dall’indisponibilità affettiva (che, nelle forme più intense,
possono sostanziare veri e propri aborti psicologici) all’offesa,
all’umiliazione, alle ferite dell’autostima del bambino, dalla
percezione proiettiva e più o meno gravemente distorta dei bisogni,
delle capacità, dei compiti evolutivi del minore alla sua
strumentalizzazione, spesso inconsapevole, a favore dei bisogni
dell’adulto. Per Heinz Kohut l’empatia è l’essenza della funzione
genitoriale, capace di garantire, attraverso risposte comprensive ed
attente ai bisogni fondamentali della mente del bambino, un ambiente
di sostegno e di nutrimento psichico indispensabile all’evoluzione
della sua organizzazione del Sé.
Proprio Kohut è stato lo psicoanalista che ha
maggiormente approfondito in senso teorico e clinico il concetto di
empatia. “Il modo migliore - egli afferma - per definire l’empatia
consiste nell’identificarla con la capacità di pensare e di sentire
sé stessi nella vita interiore di un’altra persona. É la nostra
capacità quotidiana di provare ciò che un’altra persona prova, anche
se di solito, e giustamente, in misura attenuata.”
“Consideriamo un semplice esempio - egli scrive in un altro contesto
- vediamo una persona eccezionalmente alta. L’eccezionale statura di
questa persona è indiscutibilmente un fatto importante per la nostra
valutazione psicologica; senza introspezione ed empatia, tuttavia,
la sua statura rimane soltanto un attributo fisico. Soltanto quando
ci mettiamo al suo posto, e per introspezione vicariante cominciamo
a sentire la sua statura insolita come se fosse la nostra, e
riviviamo così esperienze interne nelle quali siamo stati non comuni
o ci siamo fatti notare, solo allora cominciamo a riconoscere il
significato che la statura insolita può avere per quella persona, e
solo allora abbiamo osservato un fatto psicologico.”
L’impegno empatico comporta l’incertezza di uno
sforzo di identificazione con l’altro-da-sé, uno sforzo tanto
maggiore, quanto più marcata è la diversità dell’altro e nel
contempo un lavoro di ricerca interiore di ricordi ed esperienze che
consentano l’immedesimazione con l’altro e la sua comprensione.
Dunque il soggetto parte mentalmente per un’esplorazione empatica
nella mente dell’altro rimanendo tuttavia a contatto con sé stesso,
così come un viaggiatore per scoprire una nuova terra o una nuova
montagna ha bisogno di un “campo base” sufficientemente funzionale,
tanto più difficile è la meta della sua esplorazione.
“La nostra intelligenza psicologica - afferma
Kohut - è facilitata se osserviamo persone con cui abbiamo in comune
le radici culturali. In loro movimenti, comportamento verbale,
desideri e sensibilità sono simili ai nostri e possiamo empatizzare
con loro, sulla base di indizi che possono sembrare insignificanti a
persone di provenienza diversa. Ma anche quando esaminiamo persone
di culture diverse, con esperienze diverse dalle nostre, confidiamo
di solito che ci sarà possibile capirle da un punto di vista
psicologico, mediante la scoperta di qualche esperienza comune con
la quale possiamo empatizzare.”
L’atteggiamento empatico nei confronti del
bambino è estremamente impegnativa per la diversità profonda che
esiste tra la sua mente e quella dell’adulto. É vero che l’adulto un
tempo è stato bambino, ma è anche vero che egli tende per varie
ragioni a non ricordarsene. L’impegno empatico nei confronti del
bambino richiede all’adulto un dialogo fra sé e sé, un’esplorazione
interiore, che presuppongono un clima soggettivo sufficientemente
sereno, senza il quale è impossibile ricercare “esperienze comuni
con le quali empatizzare”. L’esplorazione empatica della mente-altra
del bambino presuppone quindi da parte dell’adulto un punto di
partenza sufficientemente solido da cui muoversi, ovvero un contatto
emotivo, fonte di sufficiente sicurezza e soddisfazione, sia con il
proprio Sé adulto che con le proprie radici vitali infantili.
Vale la pena sottolineare che nell’ottica della
psicologia del Sé l’atteggiamento empatico consente all’adulto di
percepire in modo oscillante, in relazione ai diversi momenti e alle
mutevoli situazioni vissute dal bambino, vuoi contenuti di
bisognosità, di difficoltà e di sofferenza, nei confronti dei quali
occorre mostrare vicinanza e comprensione, vuoi contenuti di
provocazione, di pretesa e di onnipotenza, nei confronti dei quali è
indispensabile mostrare contrapposizione e fermezza.
5. L’adultocentrismo come espressione esasperata del controllo
linguistico e razionale sull’esperienza
“L’adultocentrismo - abbiamo scritto nel
Programma di ROMPERE IL SILENZIO - è il movimento di un occhio che
ha perso elasticicità, che guarda alla realtà soltanto più dal punto
di vista dell’adulto, perché ha dimenticato la capacità - attraverso
l’immedesimazione - d’inquadrare il mondo anche dal punto di vista
dell’infanzia, perché quest’ultima appare come una dimensione
cancellata o mai vissuta. Si tratta dunque di conquistare un punto
di vista oscillante tra la percezione della realtà in quanto adulto,
consapevole dei valori, delle finalità, delle leggi e delle
necessità del mondo adulto e la percezione, attraverso
l’identificazione, della realtà in quanto bambino, una percezione
non dimentica dei bisogni, delle difficoltà e delle potenzialità
dell’infanzia, bisogni spesso frustrati, difficoltà spesso ignorate,
potenzialità spesso negate dall’adulto.
Non bisogna dunque contrapporre
all’adultocentrismo una sorta di puerocentrismo velleitario, con cui
si pretenderebbe di guardare il mondo esclusivamente dal punto di
vista del bambino, abbandonando il proprio consolidato patrimonio
mentale di adulto. Questo patrimonio contiene in un soggetto adulto
compiuto esperienze, acquisizioni, modelli di funzionamento, molto
importanti e significativi: pertanto non pu e non deve essere
liquidato. Tuttavia le conquiste mentali dell’adulto devono essere
vivificate da una capacità d’immedesimazione con l’infanzia intesa
come dimensione interna ed esterna al soggetto: altrimenti tali
conquiste tendono ad irrigidirsi attorno ad un illusorio senso di
padroneggiamento della realtà che tuttavia non è più in grado di
percepire la vita emotiva, attorno ad un’esaltazione del linguaggio,
delle espressioni simboliche e culturali, della logica di controllo
razionale, insensibili alla dimensione affettiva dell’esistenza”.
Attraverso un diario immaginario attribuito al
piccolo Joey, Daniel Stern tenta di ricostruire le conquiste
mentali, lo sguardo emergente sul mondo, le esperienze, le
sensazioni e le emozioni che animano la vita soggettiva di un
bambino in continua evoluzione dall’età di sei settimane ai 4 anni.
In questa descrizione narrativo-scientifica Stern cerca di
utilizzare i contributi della ricerca e dell’osservazione sul
bambino, liberati, per quanto possibile, dai pregiudizi
dell’adultocentrismo. La crescita del bambino porta alla scoperta
straordinariamente eccitante del linguaggio, scoperta che lo
indirizza tendenzialmente verso la logica e la competenza mentale
adulta.
“Il linguaggio - scrive Stern - spalanca a Joey
nuovi orizzonti. La coscienza di poter scoprire e utilizzare le
parole deve assomigliare al senso di trionfo che si prova
nell’istante in cui si riesce ad andare in bicicletta da soli per la
prima volta, o si impara a camminare o a guidare la macchina o a
nuotare (più probabilmente si tratta della somma di tutte queste
emozioni). (...) Il linguaggio non costituisce per Joey solo una
conquista di indipendenza, ma gli offre anche lo strumento più
potente che esista per unirsi agli altri esseri umani e alla cultura
comune. Ed è sempre il linguaggio che, permettendogli di catalogare
le esperienze non verbali in categorie più numerose e distinte,
cambia il suo mondo e lo ristruttura: determina chiaramente la
sequenza degli avvenimenti nel passato, nel presente o nel futuro,
consente una più ampia concatenazione di associazioni e gli permette
di trascendere più facilmente la realtà”.
Stern d’altra parte si sofferma sui limiti
oltre sui vantaggi dell’acquisizione evolutiva del linguaggio:
“Esiste però anche un lato negativo di questo nuovo strumento
verbale che presenta in fondo enormi svantaggi, se paragonato ai
sistemi non verbali che reggevano armoniosamente il mondo di Joey.
Le parole infatti non riescono ad esprimere perfettamente le
esperienze nella loro globalità e il linguaggio, pur essendo il
mezzo ideale per stabilire delle distinzioni precise tra le cose e
dividerle in categorie (per esempio: grande, piccolo), si dimostra
estremamente impacciato nel definire le gradazioni che distinguono
queste categorie.(...) Il linguaggio rischia inoltre di scindere il
pensiero dall’emozione e frantuma delle complesse esperienze globali
nelle loro varie componenti, impoverendole. In particolare alcune
delle esperienze non verbali (come ricambiare lo sguardo di chi ti
fissa negli occhi) non sono esprimibili a parole: al massimo possono
venire evocate per mezzo di esse. Ecco perché quando il linguaggio
entra a far parte della vita di Joey, crea una netta separazione tra
il familiare mondo non verbale dell’esperienza e il nuovo mondo
delle parole. Questa separazione è origine di confusione e può
rivelarsi persino dolorosa: per la prima volta nella sua breve
esistenza, Joey è costretto a contemplare due diverse versioni di
uno stesso avvenimento. D’ora in avanti la sua vita sarà vissuta in
parallelo e l’integrità lineare dell’esperienza è andata persa per
sempre. Da questo momento in poi per lui le interpretazioni verbali
e non verbali dell’esperienza convivranno fianco a fianco”.
L’adultocentrismo porta all’estremo i limiti di
cui parla Stern, legati all’acquisizione del linguaggio, ampliando
in modo dirompente fino alla scissione il conflitto tra il mondo dei
simboli e il mondo vivo e pulsante dell’esperienza, tra il pensiero
e la vita emotiva. Gli atteggiamenti adultocentrici si accompagnano
spesso ad un’esaltazione della dimensione della logica razionale
astratta dai sentimenti. La violenza all’infanzia è spesso
accompagnata ad un forte ricorso alla razionalizzazione che la
giustificano o la negano e ad una debole attivazione della
sensibilità.
Esiste un rapporto molto profondo fra il
dominio dell’adulto sul bambino e le altre forme di dominio politico
e sociale. La violenza vuoi sulla natura “interna” (cioè sulla
corporeità e sull’emotività del soggetto umano), vuoi sulla natura
“esterna” all’individuo (sull’ambiente, sull’altro uomo, etc...)
presuppone sempre una razionalità scissa dall’emotività e dalla
capacità di provare empatia e rispetto nei confronti dell’altro
essere. Secondo Eagle “il massacro su larga scala, reso possibile
dalla tecnologia moderna, richiede e comporta caratteristiche come
l’anaffettività, l’indifferenza e un certo tipo e grado di
razionalità talmente scisso e avulso da considerazioni rispetto
all’altro che finisce per girare in tondo e diventare una forma di
pazzia”.
La “banalità del male”, di cui parla Hanna
Arendt, che può anche portare allo sterminio di altri esseri umani,
non è compiuta da soggetti impulsivi o sadici, ma da soggetti
normali che fanno cose normali, che seguono il proprio dovere in
armonia con le regole sociali, nell’indifferenza nei confronti della
propria vita emotiva e nell’insensibilità nei confronti
dell’esistenza altrui.
L’adultocentrismo approfondisce dunque
irrimediabilmente la spaccatura tra linguaggio adulto ed esperienza
sensoriale, tra razionalità ed emotività, privilegiando la prima a
scapito della seconda, sulla spinta di un bisogno difensivo di
controllare e rimuovere la dimensione affettiva, nella quale si sono
accumulati a partire dall’infanzia vissuti di sofferenza, di
impotenza, di frustrazione.
Ne consegue che un impegno contro l’adultocentrismo
sul piano della prevenzione, della formazione e della
sensibilizzazione culturale non può che comportare la realizzazione
di modalità d’intervento capaci di rivalutare il mondo degli affetti
e delle emozioni, a fronte del disprezzo e della rimozione di
matrice adultocentrica che colpiscono tale mondo. Se si intende, in
qualsiasi ambito, contrastare l’adultocentrismo, ovvero favorire un
cambiamento nella direzione di un maggiore equilibrio tra le
esigenze e le competenze adulte da un lato e quelle infantili
dall’altro, occorre attivare metodologie e tecniche capaci di
coinvolgere la dimensione sia razionale che emotiva
dell’interlocutore.
cfr. “Rompere il silenzio:
associazione culturale dalla parte dei bambini per l’ascolto
e la prevenzione del disagio dei minori. Programma”, Rompere
il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-72.
cfr. G. Jervis, “Pubblicazioni sul
narcisismo”, Quaderni Piacentini, n.3, 1981, Angeli.
cfr. S. Mitchell, Gli orientamenti
relazionali in psicoanalisi, 1993, Boringhieri.
cfr. “Rompere il silenzio:
associazione culturale dalla parte dei bambini per l’ascolto
e la prevenzione del disagio dei minori. Programma”, Rompere
il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-72.
cfr. D. Ghiano Il complesso edipico,
dal modello pulsionale al modello relazionale, in Educare
alla sessualità e all’affettività, Centro studi Hänsel e
Gretel, 1996.
D. Napolitani, La crisi puberale, in
Di palo in frasca, Corpo 10, Milano, pp.61-62.
S. Ferenczi, “Psicoanalisi e
pedagogia”, in S. Ferenczi, Opere, Cortina, v. I, 1908,
p.36.
Cfr. S. Freud, L’istruzione sessuale
dei bambini, in S. Freud, Opere, Boringhieri, Torino, v. V,
pp.355 e ss.
Cfr. D. Goleman, L’intelligenza
emotiva, Rizzoli, Milano, 1996.
S. Ferenczi, op. cit., pp.36-37.
Miller, La persecuzione del bambino,
Boringheri, pp.263-264.
Il lavoro del lutto a cui si
riferisce Alice Miller è l’elaborazione e il superamento da
parte dell’adulto dell’idealizzazione delle proprie figure
genitoriali.
Miller, op. cit., pp.97-98.
cfr. S. Marinucci, L’abuso
psicologico, in Gli abusi all’infanzia, Nuova Italia
scientifica, p.153
H. Kohut, La cura psicoanalitica,
Boringhieri, 1986, pp.113-114
H. Kohut, La ricerca del Sé,
Boringhieri, 1982, p. 27.
cfr. R. Siani, La psicologia del Sé,
Boringhieri, 1992, pp.74-75.
“Rompere il silenzio... Programma”,
Rompere il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-72.
D. Stern, Diario di un bambino,
Mondadori, 1991, pp.125-126.
D. Stern, ivi, pp. 126-127.
M. Eagle, La psicoanalisi
contemporanea, Sagittari Laterza, 1988, p.230.
Cfr. AA.VV, Giocare per mettersi in
gioco, Centro Studi Hänsel e Gretel, ‘95.
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