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ROMPERE IL
SILENZIO
ASSOCIAZIONE CULTURALE DALLA PARTE DEI BAMBINI
PROGRAMMA
(…)
CONTRO L'ADULTOCENTRISMO
L'adultocentrismo è innanzitutto uno sguardo
poco obiettivo sui problemi dell'infanzia, perché assolutizza gli
schemi interpretativi, i bisogni e le modalità di funzionamento
dell'adulto. Oltre ad essere un punto di vista distorcente,
un'"ideologia" deformante, l'adultocentrismo è un modo di operare,
una direzione di comportamento rigida ed unilaterale a favore
dell'interesse adulto, una direzione che impedisce il rispetto del
mondo del bambino.
L'adultocentrismo
è un modo di vedere e di operare che esprime un fallimento nella
crescita di un soggetto adulto, in quanto rivela una qualche
rilevante operazione di rimozione e di scissione rispetto alla
propria infanzia, segnala un'incapacità di dialogare con il proprio
passato, di rispettarlo e di integrarlo nella dimensione del
presente. L'adultocentrismo è la posizione di un adulto incompiuto,
che un tempo è stato un bambino incompiuto e che successivamente ha
in qualche modo troncato le radici vitali radicate nelle esperienze
piacevoli e spiacevoli della propria infanzia.
L’adultocentrismo
è il movimento di un occhio che ha perso elasticità, che guarda alla
realtà soltanto più dal punto di vista dell'adulto, perché ha
dimenticato la capacità - attraverso l'immedesimazione -
d'inquadrare il mondo anche dal punto di vista dell'infanzia:
quest'ultima appare come una dimensione cancellata o da cancellare.
Si tratta
dunque di conquistare un punto di vista oscillante tra la percezione
della realtà in quanto adulto, consapevole dei valori, delle
finalità, delle leggi e delle necessità del mondo adulto e la
percezione, attraverso l'identificazione, della realtà in quanto
bambino, una percezione non dimentica dei bisogni, delle difficoltà
e delle potenzialità dell'infanzia, bisogni spesso frustrati,
difficoltà spesso ignorate, potenzialità spesso negate dall'adulto.
Non bisogna
dunque contrapporre all'adultocentrismo una sorta di puerocentrismo
velleitario, con cui si pretenderebbe di guardare il mondo
esclusivamente dal punto di vista del bambino, abbandonando il
proprio consolidato patrimonio mentale di adulto.
Questo
patrimonio contiene in un soggetto adulto compiuto esperienze,
acquisizioni, modelli di funzionamento, molto importanti e
significativi: pertanto non può e non deve essere liquidato.
I progressi
mentali e culturali dell'adulto rispetto al bambino devono essere
vivificati da una capacità d'interazione con l'infanzia intesa come
dimensione interna ed esterna al soggetto: altrimenti tali progressi
tendono ad irrigidirsi attorno ad un illusorio senso di
padroneggiamento della realtà che tuttavia non è più in grado di
percepire la vita emotiva, attorno un'esaltazione del linguaggio,
delle espressioni simboliche e culturali, della logica di controllo
razionale, insensibili alle dimensioni affettive dell'esistenza.
LA NEGAZIONE DELLA VITA EMOTIVA
La svalutazione e il disprezzo della vita
emotiva producono ed accompagnano molti schemi ideologici
dell'adultocentrismo nell'ambito dell'educazione: la pedagogia
adultocentrica ritiene che sia da un lato realistico, dall'altro
corretto manipolare i sentimenti del bambino "a fin di bene":
"L'amore del bambino può nascere per senso del dovere", "L'odio può
essere eliminato a forza di divieti".
Nella logica dell'adultocentrismo quel che
conta è il dover essere e non già l'attenzione all'essere reale del
bambino, al suo mondo emotivo ("Nel rapporto con i figli le
tenerezze sono dannose", "La severità e la freddezza costituiscono
una buona preparazione per la vita", "E' male venire incontro ai
bisogni del bambino"). Tra i bisogni del bambino più contrastati
dall'adultocentrismo ci sono i bisogni di rispecchiamento, di
attenzione, di valorizzazione ("Un alto grado di autostima è
dannoso", "Un basso grado di autostima favorisce l'altruismo").
Per la pedagogia "nera" quel che conta è
l'esteriorità e l'apparenza e non ciò che viene vissuto dal bambino
("Una gratitudine simulata val più di una sincera ingratitudine");
quel che conta è la parte intellettiva o spirituale della mente,
intesa come autocontrollo rigido ( "L'intensità dei sentimenti è
comunque nociva") o come negazione dei bisogni naturali e corporei
("Il corpo è qualcosa di sporco e di disgustoso); quel che conta è
la volontà del bambino che ovviamente deve essere sintonizzata con
le indicazioni dell'adulto e che deve avere sempre e comunque il
sopravvento sulle paure, sulle difficoltà emotive, sui bisogni.
Uno schema fondamentale dell'adultocentrismo è
il seguente: "Ciò che è decisivo nella crescita del bambino sono le
conoscenze e non le emozioni". Nell'educazione familiare e
scolastica non si parla di sentimenti, le due dimensioni cognitiva
ed emotiva vengono messe in contrapposizione e non fatte dialogare;
la formazione degli insegnanti e l'organizzazione della scuola
devono perseguire un programma predefinito contrapposto
all'elaborazione della vita quotidiana, delle esperienze relazionali
e comunicative che nella classe vengono compiute, dei conflitti
emotivi e dei problemi dell'esistenza dei bambini fuori e dentro la
scuola.
Il disprezzo della vita emotiva, che
caratterizza l'adultocentrismo, produce inoltre la teoria della
necessità di dimenticare: "Alle sofferenze patite
nell'infanzia occorre mettere una pietra sopra, bisogna sforzarsi di
dimenticare, è possibile ed è opportuno cancellare il ricordo dei
fatti che hanno fatto soffrire e delle emozioni ad essi connessi".
L'adulto tende così a consigliare a se stesso e
agli altri di tagliare i legami con i ricordi del proprio disagio
infantile, nonostante tali ricordi risultino ancora vivi ed attivi.
In quest'ottica si chiede ai bambini adottati di dimenticare il
passato; i bambini vittima di maltrattamenti e di abusi, quando
cessa la violenza, molto spesso non vengono aiutati ad elaborare il
trauma e non vengono seguiti in psicoterapia; i bambini con
esperienze di sofferenza legate alla sessualità, alla morte, alla
separazione dei genitori, all'abbandono, all'handicap etc. vengono
spesso lasciati da soli con le loro difficoltà emotive senza che gli
adulti attorno a loro riescano a dialogare su quei temi coinvolgenti
e delicati (soprattutto per gli adulti) e riescano a condividere il
disagio dei bambini, aiutandoli ad esprimere e ad elaborare tale
disagio.
Alla svalutazione della vita emotiva si può
ancora collegare quell'atteggiamento spesso inconsapevole attraverso
cui i genitori espropriano i figli di potenzialità emotive, di
interi settori della realtà affettiva ed esterna, ricorrendo non
tanto a messaggi espliciti e a quadri cognitivi, quanto piuttosto a
messaggi impliciti e a segnali affettivi. Per es. attraverso
l'assolutizzazione del principio "I bambini non devono soffrire"
viene impedito a questi ultimi di affrontare quelle esperienze di
confronto con l'esistenza, attraverso le quali essi possono
crescere, elaborando ed utilizzando la sofferenza maturativa
connessa a tali esperienze (esperienze di confronto con il
conflitto, con l'aggressività, con la sessualità, con i limiti, con
l'adattamento alle esigenze sociali, con le situazioni ineliminabili
che caratterizzano la dimensione negativa dell'esistenza
(l'handicap, la malattia, la separazione, la morte).
Il disprezzo della vita emotiva è sotteso
infine agli schemi ideologici maschilisti che mitizzano la forza
fisica, la capacità di vincere o di nascondere le debolezza, la
superiorità dell'uomo adulto sulla donna e sul bambino (con
assimilazione dell'infanzia al campo materno e femminile), la
negazione in quanto componenti "femminili" dell'area della
sensibilità, dell'affettività, dei bisogni di piangere o di
riconoscere le componenti problematiche e sofferenti.
LA NEGAZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ DEI BAMBINI
Il rifiuto e la negazione della soggettività
del bambino è un altro elemento costante presente negli schemi
ideologici dell'adultocentrismo.
La svalutazione della soggettività dei bambini
s'esprime innanzitutto nei confronti degli interessi collettivi
dell'infanzia. I bambini non sono un soggetto con capacità di
negoziazione sociale, non votano, non hanno un partito, né un
sindacato. Le linee delle politiche sociali ed amministrative
tendono a riconoscere i bisogni collettivi dell'infanzia più sul
piano formale e dei principi che non sul piano dell'attuazione di
efficaci iniziative di prevenzione primaria, secondaria, terziaria
del disagio minorile.
Non è certo un caso che la strutturazione delle
città e delle istituzioni spesso non tiene conto dei bisogni e delle
necessità dei soggetti in età evolutiva (per es. l'assetto
urbanistico viene per lo più disegnato non considerando l'esigenza
di spazi verdi e di luoghi di aggregazione dei bambini;
l'organizzazione della giustizia spesso non garantisce l'ascolto dei
soggetti più piccoli, sui quali si prendono le decisioni;
l'organizzazione degli ospedali tende non di rado a sacrificare i
bisogni di attaccamento e di rassicurazione dei bambini sull'altare
delle esigenze efficientistiche dell'istituzione etc.).
Nella logica adultocentrica i bambini non sono
importanti, devono e possono adattarsi allo stile di vita, alle
abitudini e alle priorità degli adulti. Nella stessa logica può
essere perseguito il principio: "Tanto più il bambino è piccolo,
tanto meno è importante, tanto meno merita attenzioni".
L'organizzazione della scuola italiana risente per molti aspetti di
questo principio: tanto più scende l'età degli allievi in relazione
ai diversi gradi della scuola, tanto più si abbassa il reddito, il
potere e il prestigio che viene riconosciuto agli insegnanti e tanto
più si riduce la richiesta di qualificazione necessaria per poter
svolgere l'attività didattica ed educativa. Tanto più il bambino è
piccolo tanto più decresce l'investimento economico e culturale
della comunità adulta per rispondere alle esigenze della sua
socializzazione e della sua formazione.
La soggettività dei bambini può essere oggetto
di dimenticanza, di trascuratezza, di indifferenza all'interno dei
comportamenti educativi. Viene teorizzato o, più spesso, messo in
pratica, consciamente o inconsciamente, lo schema ideologico "I
bambini crescono da soli". Gli adulti che utilizzano questo schema
ritengono nei fatti che non siano indispensabili in forme adeguate
un interesse emotivo, un investimento di tempo, di attenzione, di
energie per ogni bambino da curare, da educare, da tutelare.
Un'espressione fondamentale della svalutazione
ed anche del disprezzo della soggettività dei bambini è la
negazione, talvolta aprioristica, della loro capacità di capire, di
conoscere, di ricordare, di testimoniare.
Molti genitori, operatori scolastici, educatori
- attraverso il ricorso a stereotipi o a diagnosi squalificanti (del
tipo: è "aggressivo", è "disturbato", è "ritardato", è
"caratteriale") - non riescono spesso a percepire importanti risorse
intellettive, comunicative, relazionali di molti bambini, risorse
che al contrario possono essere colte dietro i loro comportamenti
problematici o provocatori.
La logica adultocentrica afferma che "i bambini
non capiscono, non possono capire", indipendentemente da una
valutazione attenta del contesto particolare e delle specifiche
capacità del bambino.
In questa visione è inutile ascoltare
attentamente i bambini nelle decisioni familiari, nei procedimenti
giudiziari per separazione, nelle indagini sull'abuso e sul
maltrattamento, sotto una certa età le loro comunicazioni non
possono in ogni caso valere come prove testimoniali.
In realtà le più recenti ricerche nel campo
della psicologia dell'età evolutiva dimostrano le competenze
sociali, comunicative e relazionali dei bambini fin dalle prime
settimane di vita. Il fatto che senza dubbio i bambini possano
essere in certe circostanze suggestionabili e manipolabili dagli
adulti, non deve portare a dimenticare che essi possiedono dei
sensori finissimi e in molti casi li possono utilizzare. I bambini
sono in grado spesso di elaborare le informazioni relative ai
comportamenti degli adulti, possono avere idee e punti di vista,
talvolta molto significativi e stimolanti, su se stessi e sulla
realtà circostante.
La svalutazione delle possibilità dei bambini
di acquisire e di elaborare mentalmente le informazioni provenienti
dall'ambiente può determinare infine scelte come quelle di far
assistere i bambini a film inquietanti, a rapporti sessuali fra
adulti, a litigi spaventosi, senza peraltro aiutarli a riflettere
sui dati immagazzinati e sulle esperienze a cui hanno partecipato.
In alcune situazioni la soggettività del
bambino è negata nella sua alterità rispetto alla soggettività
dell'adulto. Il bambino in altri termini è pensato come una parte
dell'adulto o come una sua copia. Schemi ideologici, consapevoli o
inconsapevoli, che negano l'autonomia del bambino in quanto soggetto
distinto dal genitore o dall'educatore, sono per es. "Mio figlio è
mio, nessuno può interferire nel mio rapporto con lui", "Come l'ho
fatto, lo disfaccio", "Io lo conosco meglio di quanto lui conosce se
stesso", "Voglio fargli vivere ciò che ho vissuto io", "Voglio
fargli raggiungere ciò che io non ho raggiunto", etc.
Un'altra modalità di grave negazione della
soggettività attraverso cui si manifesta l'adultocentrismo è la
svalutazione della storia relazionale o familiare di un bambino come
aspetto fondamentale per poterlo comprendere. Vengono al contrario
sopravvalutati i dati biologici o temperamentali e vengono proposti
schemi naturalistici o fatalistici ("E' nato così", "E' il suo 'carattere'",
"E' stato il destino") . La logica adultocentrica mira così a
risparmiare lo sforzo per individuare od assumere direttamente
precise responsabilità nella determinazione del problema del minore
e nell'individuazione delle strade per affrontarlo.
La soggettività dei bambini che è maggiormente
dimenticata e disprezzata è la soggettività dei bambini maltrattati.
Una manifestazione molto rilevante della logica adultocentrica
consiste nel negare o sottovalutare la dimensione quantitativa o
qualitativa delle diverse manifestazione del maltrattamento
all'infanzia.
La comunità adulta si comporta nei confronti
del fenomeno del maltrattamento per certi versi in maniera analoga a
come l'autore dell'abuso sessuale si rapporta al suo crimine. Quest'ultimo
può negare il fatto ("Non è successo niente"), può negare la
responsabilità ("Era la bambina che lo desiderava"), può negare la
consapevolezza ("Non ero in me, non so che cos'è successo") e può
infine negare l'impatto, cioè le conseguenze in termini di danni di
breve-medio-lungo periodo inferti alla vittima ("In fondo non gli ho
fatto nulla"). Anche la comunità sociale può negare il fatto del
maltrattamento, può negare l'assunzione di responsabilità in termini
mentali ed istituzionali, può negare la consapevolezza, perché
distratta da altri problemi ritenuti più importanti e può infine
negare l'impatto, cioè le conseguenze psico-sociali del fenomeno e
la sua rovinosa trasmissione intergenerazionale.
Si potrebbe individuare una quinta forma di
negazione della realtà del maltrattamento ai danni dell'infanzia da
parte delle istituzioni sociali: e cioè la negazione della
specificità della famiglia maltrattante. In questa famiglia circola
un livello di violenza particolare che non si ritrova in altri
nuclei, pur problematici: diventa pertanto indispensabile
un'attivazione del contesto giudiziario per garantire un intervento
che disponga della forza necessaria a tutela del bambino ed inoltre
una sollecitazione nei confronti di questo contesto istituzionale
affinché i suoi interventi evitino di calpestare i diritti e i
bisogni fondamentali dei bambini.
In questa negazione adultocentrica di diversi
aspetti fondamentali del fenomeno del maltrattamento convergono sia
la svalutazione della soggettività dei bambini, sia la scarsa
confidenza con la vita emotiva. L'enorme difficoltà a percepire il
fenomeno del maltrattamento all'infanzia non appartiene soltanto
della comunità adulta nel suo insieme, ma riguarda gli stessi
"addetti ai lavori", cioè gli stessi operatori a contatto con i
minori nell'area sociale, scolastica, sanitaria, giudiziaria.
Questi operatori fanno spesso fatica a cogliere i segnali di abuso e
a dare risposte efficaci al problema del maltrattamento, non solo e
non tanto perché animati da una svalutazione della soggettività dei
bambini, quanto piuttosto perché condizionati dalla difficoltà ad
entrare in contatto ed in qualche modo a condividere gli aspetti
coinvolgenti e sconvolgenti della vita emotiva dei bambini abusati,
attraversata da intensi sentimenti di impotenza, confusione, rabbia,
colpa, vergogna, etc.
Quando la logica adultocentrica condiziona
l'intervento istituzionale sul maltrattamento all'infanzia possono
essere perseguite le seguenti linee operative: privilegiare a priori
la protezione della famiglia naturale a scapito della protezione del
bambino; continuare a proporre alla famiglia un contesto spontaneo
d'intervento da parte dei Servizi quando sarebbe indispensabile un
contesto di controllo; evitare senza valido motivo la segnalazione
all'autorità giudiziaria minorile o, eventualmente, penale nelle
situazioni di maltrattamento; rinviare o rifiutare la decisione
dell'allontanamento del bambino dalla famiglia abusante nei casi in
cui risulta indispensabile; applicare in vari modi la teoria per cui
"la peggiore famiglia è pur sempre la famiglia del bambino";
privilegiare in vari modi il legame di sangue su quello degli
affetti.
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