Claudio Foti   

 

ROMPERE IL SILENZIO

ASSOCIAZIONE CULTURALE DALLA PARTE DEI BAMBINI

 

PROGRAMMA

 

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CONTRO L'ADULTOCENTRISMO

 

L'adultocentrismo è innanzitutto uno sguardo poco obiettivo sui problemi dell'infanzia, perché assolutizza gli schemi interpretativi, i bisogni e le modalità di funzionamento dell'adulto. Oltre ad essere un punto di vista distorcente, un'"ideologia" deformante, l'adultocentrismo è un modo di operare, una direzione di comportamento rigida ed unilaterale a favore dell'interesse adulto, una direzione che impedisce il rispetto del mondo del bambino.

L'adultocentrismo è un modo di vedere e di operare che esprime un fallimento nella crescita di un soggetto adulto, in quanto rivela una qualche rilevante operazione di rimozione e di scissione rispetto alla propria infanzia, segnala un'incapacità di dialogare con il proprio passato, di rispettarlo e di integrarlo nella dimensione del presente. L'adultocentrismo è la posizione di un adulto incompiuto, che un tempo è stato un bambino incompiuto e che successivamente ha in qualche modo troncato le radici vitali radicate nelle esperienze piacevoli e spiacevoli della propria infanzia.

L’adultocentrismo è il movimento di un occhio che ha perso elasticità, che guarda alla realtà soltanto più dal punto di vista dell'adulto, perché ha dimenticato la capacità - attraverso l'immedesimazione - d'inquadrare il mondo anche dal punto di vista dell'infanzia: quest'ultima appare come una dimensione cancellata o da cancellare.

Si tratta dunque di conquistare un punto di vista oscillante tra la percezione della realtà in quanto adulto, consapevole dei valori, delle finalità, delle leggi e delle necessità del mondo adulto e la percezione, attraverso l'identificazione, della realtà in quanto bambino, una percezione non dimentica dei bisogni, delle difficoltà e delle potenzialità dell'infanzia, bisogni spesso frustrati, difficoltà spesso ignorate, potenzialità spesso negate dall'adulto.

Non bisogna dunque contrapporre all'adultocentrismo una sorta di puerocentrismo velleitario, con cui si pretenderebbe di guardare il mondo esclusivamente dal punto di vista del bambino, abbandonando il proprio consolidato patrimonio mentale di adulto.

Questo patrimonio contiene in un soggetto adulto compiuto esperienze, acquisizioni, modelli di funzionamento, molto importanti e significativi: pertanto non può e non deve essere liquidato.

I progressi mentali e culturali dell'adulto rispetto al bambino devono essere vivificati da una capacità d'interazione con l'infanzia intesa come dimensione interna ed esterna al soggetto: altrimenti tali progressi tendono ad irrigidirsi attorno ad un illusorio senso di padroneggiamento della realtà che tuttavia non è più in grado di percepire la vita emotiva, attorno un'esaltazione del linguaggio, delle espressioni simboliche e culturali, della logica di controllo razionale, insensibili alle dimensioni affettive dell'esistenza.

 

 

LA NEGAZIONE DELLA VITA EMOTIVA

 

La svalutazione e il disprezzo della vita emotiva producono ed accompagnano molti schemi ideologici dell'adultocentrismo nell'ambito dell'educazione: la pedagogia adultocentrica ritiene che sia da un lato realistico, dall'altro corretto manipolare i sentimenti del bambino "a fin di bene": "L'amore del bambino può nascere per senso del dovere", "L'odio può essere eliminato a forza di divieti".

Nella logica dell'adultocentrismo quel che conta è il dover essere e non già l'attenzione all'essere reale del bambino, al suo mondo emotivo ("Nel rapporto con i figli le tenerezze sono dannose",  "La severità e la freddezza costituiscono una buona preparazione per la vita", "E' male venire incontro ai bisogni del bambino").   Tra i bisogni del bambino più contrastati dall'adultocentrismo ci sono i bisogni di rispecchiamento, di attenzione, di valorizzazione ("Un alto grado di autostima è dannoso", "Un basso grado di autostima favorisce l'altruismo").

Per la pedagogia "nera" quel che conta è l'esteriorità e l'apparenza e non ciò che viene vissuto dal bambino ("Una gratitudine simulata val più di una sincera ingratitudine"); quel che conta è la parte intellettiva o spirituale della mente, intesa come autocontrollo rigido  ( "L'intensità dei sentimenti è comunque nociva") o come negazione dei bisogni naturali e corporei ("Il corpo è qualcosa di sporco e di disgustoso); quel che conta è la volontà del bambino che ovviamente deve essere sintonizzata con le indicazioni dell'adulto  e che deve avere sempre e comunque il sopravvento sulle paure, sulle difficoltà emotive, sui bisogni.

Uno schema fondamentale dell'adultocentrismo è il seguente: "Ciò che è decisivo nella crescita del bambino sono le conoscenze e non le emozioni".  Nell'educazione familiare e scolastica non si parla di sentimenti, le due dimensioni cognitiva ed emotiva vengono messe in contrapposizione e non fatte dialogare; la formazione degli insegnanti e l'organizzazione della scuola devono perseguire un programma predefinito contrapposto all'elaborazione della vita quotidiana, delle esperienze relazionali e comunicative che nella classe vengono compiute, dei conflitti emotivi e dei problemi dell'esistenza dei bambini fuori e dentro la scuola.

Il disprezzo della vita emotiva, che caratterizza l'adultocentrismo, produce inoltre la teoria della necessità di dimenticare: "Alle sofferenze patite nell'infanzia occorre mettere una pietra sopra, bisogna sforzarsi di dimenticare, è possibile ed è opportuno cancellare il ricordo dei fatti che hanno fatto soffrire e delle emozioni ad essi connessi".

L'adulto tende così a consigliare a se stesso e agli altri di tagliare i legami con i ricordi del proprio disagio infantile, nonostante tali ricordi risultino ancora vivi ed attivi. In quest'ottica si chiede ai bambini adottati di dimenticare il passato; i bambini vittima di maltrattamenti e di abusi, quando cessa la violenza, molto spesso non vengono aiutati ad elaborare il trauma e non vengono seguiti in psicoterapia; i bambini con esperienze di sofferenza legate alla sessualità, alla morte, alla separazione dei genitori, all'abbandono, all'handicap etc. vengono spesso lasciati da soli con le loro difficoltà emotive senza che gli adulti attorno a loro riescano a dialogare su quei temi coinvolgenti e delicati (soprattutto per gli adulti) e riescano a condividere il disagio dei bambini, aiutandoli ad esprimere e ad elaborare tale disagio.

Alla svalutazione della vita emotiva si può ancora collegare quell'atteggiamento spesso inconsapevole attraverso cui i genitori espropriano i figli di potenzialità emotive, di interi settori della realtà  affettiva ed esterna, ricorrendo non tanto a messaggi espliciti e a quadri cognitivi, quanto piuttosto a messaggi impliciti e a segnali affettivi. Per es. attraverso l'assolutizzazione del principio "I bambini non devono soffrire" viene impedito a questi ultimi di affrontare quelle esperienze di confronto con l'esistenza, attraverso le quali essi possono crescere, elaborando ed utilizzando la sofferenza maturativa connessa a tali esperienze (esperienze di confronto con il conflitto, con l'aggressività, con la sessualità, con i limiti,  con l'adattamento alle esigenze sociali, con le situazioni ineliminabili che caratterizzano la dimensione negativa dell'esistenza (l'handicap, la malattia, la separazione, la morte).

Il disprezzo della vita emotiva è sotteso infine agli schemi ideologici maschilisti che mitizzano la forza fisica, la capacità di vincere o di nascondere le debolezza, la superiorità dell'uomo adulto sulla donna e sul bambino (con assimilazione dell'infanzia al campo materno e femminile), la negazione in quanto componenti "femminili" dell'area della sensibilità, dell'affettività, dei bisogni di piangere o di riconoscere le componenti problematiche e sofferenti.

 

 

LA NEGAZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ DEI BAMBINI

 

Il rifiuto e la negazione della soggettività del bambino è un altro elemento costante presente negli schemi ideologici dell'adultocentrismo.

La svalutazione della soggettività dei bambini s'esprime innanzitutto nei confronti degli interessi collettivi dell'infanzia. I bambini non sono un soggetto con capacità di negoziazione sociale, non votano, non hanno un partito, né un sindacato. Le linee delle politiche sociali ed amministrative tendono a riconoscere i bisogni collettivi dell'infanzia più sul piano formale e dei principi che non sul piano dell'attuazione di efficaci iniziative di prevenzione primaria, secondaria, terziaria del disagio minorile.

Non è certo un caso che la strutturazione delle città e delle istituzioni spesso non tiene conto dei bisogni e delle necessità dei soggetti in età evolutiva (per es. l'assetto urbanistico viene per lo più disegnato non considerando l'esigenza di spazi verdi e di luoghi di aggregazione dei bambini; l'organizzazione della giustizia spesso non garantisce l'ascolto dei soggetti più piccoli, sui quali si prendono le decisioni; l'organizzazione degli ospedali tende non di rado a sacrificare i bisogni di attaccamento e di rassicurazione dei bambini sull'altare delle esigenze efficientistiche dell'istituzione etc.).

Nella logica adultocentrica i bambini non sono importanti, devono e possono adattarsi allo stile di vita, alle abitudini e alle priorità degli adulti. Nella stessa logica può essere perseguito il principio: "Tanto più il bambino è piccolo, tanto meno è importante, tanto meno merita attenzioni". L'organizzazione della scuola italiana risente per molti aspetti di questo principio: tanto più scende l'età degli allievi in relazione ai diversi gradi della scuola, tanto più si abbassa il reddito, il potere e il prestigio che viene riconosciuto agli insegnanti e tanto più si riduce la richiesta di qualificazione necessaria per poter svolgere l'attività didattica ed educativa. Tanto più il bambino è piccolo tanto più decresce l'investimento economico e culturale della comunità adulta per rispondere alle esigenze della sua socializzazione e della sua formazione.

La soggettività dei bambini può essere oggetto di dimenticanza, di trascuratezza, di indifferenza all'interno dei comportamenti educativi. Viene teorizzato o, più spesso,  messo in pratica, consciamente o inconsciamente, lo schema ideologico "I bambini crescono da soli". Gli adulti che utilizzano questo schema ritengono nei fatti che non siano indispensabili in forme adeguate un interesse emotivo, un investimento di tempo, di attenzione, di energie per ogni bambino da curare, da educare, da tutelare.

Un'espressione fondamentale della svalutazione ed anche del disprezzo della soggettività dei bambini è la negazione, talvolta aprioristica, della loro capacità di capire, di conoscere, di ricordare, di testimoniare.

Molti genitori, operatori scolastici, educatori - attraverso il ricorso a stereotipi o a diagnosi squalificanti (del tipo: è "aggressivo", è "disturbato", è "ritardato", è "caratteriale") - non riescono spesso a percepire importanti risorse intellettive, comunicative, relazionali di molti bambini, risorse che al contrario possono essere colte dietro i loro comportamenti problematici o provocatori.

La logica adultocentrica afferma che "i bambini non capiscono, non possono capire", indipendentemente da una valutazione attenta del contesto particolare e delle specifiche  capacità del bambino.

In questa visione è inutile ascoltare attentamente i bambini nelle decisioni familiari, nei procedimenti giudiziari per separazione, nelle indagini sull'abuso e sul maltrattamento, sotto una certa età le loro comunicazioni non possono in ogni caso valere come prove testimoniali.

In realtà le più recenti ricerche nel campo della psicologia dell'età evolutiva dimostrano le competenze sociali, comunicative e relazionali dei bambini fin dalle prime settimane di vita. Il fatto che senza dubbio i bambini possano essere in certe circostanze suggestionabili e manipolabili dagli adulti, non deve portare a dimenticare che essi possiedono dei sensori finissimi e in molti casi li possono utilizzare. I bambini sono in grado spesso di elaborare le informazioni relative ai comportamenti degli adulti, possono avere idee e punti di vista, talvolta molto significativi e stimolanti, su se stessi e sulla realtà circostante.

La svalutazione delle possibilità dei bambini di acquisire e di elaborare mentalmente le informazioni provenienti dall'ambiente può determinare infine scelte come quelle di far assistere i bambini a film inquietanti, a rapporti sessuali fra adulti, a litigi spaventosi, senza peraltro aiutarli a riflettere sui dati immagazzinati e sulle esperienze a cui hanno partecipato.

In alcune situazioni la soggettività del bambino è negata nella sua alterità rispetto alla soggettività dell'adulto. Il bambino in altri termini è pensato come una parte dell'adulto o come una sua copia. Schemi ideologici, consapevoli o inconsapevoli, che negano l'autonomia del bambino in quanto soggetto distinto dal genitore o dall'educatore, sono per es. "Mio figlio è mio, nessuno può interferire nel mio rapporto con lui", "Come l'ho fatto, lo disfaccio", "Io lo conosco meglio di quanto lui conosce se stesso", "Voglio fargli vivere ciò che ho vissuto io", "Voglio fargli raggiungere ciò che io non ho raggiunto", etc.

Un'altra modalità di grave negazione della soggettività attraverso cui si manifesta l'adultocentrismo è la svalutazione della storia relazionale o familiare di un bambino come aspetto fondamentale per poterlo comprendere. Vengono al contrario sopravvalutati i dati biologici o temperamentali e vengono proposti schemi naturalistici o fatalistici ("E' nato così", "E' il suo 'carattere'", "E' stato il destino") .  La logica adultocentrica mira così a risparmiare lo sforzo per individuare od assumere direttamente precise responsabilità nella determinazione del problema del minore e nell'individuazione delle strade per affrontarlo.

La soggettività dei bambini che è maggiormente dimenticata e disprezzata è la soggettività dei bambini maltrattati. Una manifestazione molto rilevante della logica adultocentrica consiste nel negare o sottovalutare la dimensione quantitativa o qualitativa delle diverse manifestazione del maltrattamento all'infanzia.

La comunità adulta si comporta nei confronti del fenomeno del maltrattamento per certi versi in maniera analoga a come l'autore dell'abuso sessuale si rapporta al suo crimine. Quest'ultimo può  negare il fatto ("Non è successo niente"), può negare la responsabilità ("Era la bambina che lo desiderava"), può negare la consapevolezza ("Non ero in me, non so che cos'è successo") e può infine negare l'impatto, cioè le conseguenze in termini di danni di breve-medio-lungo periodo inferti alla vittima ("In fondo non gli ho fatto nulla"). Anche la comunità sociale può negare il fatto del maltrattamento, può negare l'assunzione di responsabilità in termini mentali ed istituzionali, può negare la consapevolezza, perché distratta da altri problemi ritenuti più importanti e può infine negare l'impatto, cioè le conseguenze psico-sociali del fenomeno e la sua rovinosa trasmissione intergenerazionale. 

Si potrebbe individuare una quinta forma di negazione della realtà del maltrattamento ai danni dell'infanzia da parte delle istituzioni sociali: e cioè la negazione della specificità della famiglia maltrattante. In questa famiglia circola un livello di violenza particolare che non si ritrova in altri nuclei, pur problematici: diventa pertanto indispensabile un'attivazione del contesto giudiziario per  garantire un intervento che disponga della forza necessaria a tutela del bambino ed inoltre una sollecitazione nei confronti di questo contesto istituzionale affinché i suoi interventi evitino di calpestare i diritti e i bisogni fondamentali dei bambini.

In questa negazione adultocentrica di diversi aspetti fondamentali del fenomeno del maltrattamento convergono sia la svalutazione della soggettività dei bambini, sia la scarsa confidenza con la vita emotiva. L'enorme difficoltà a percepire il fenomeno del maltrattamento all'infanzia non appartiene soltanto della comunità adulta nel suo insieme, ma riguarda gli stessi "addetti ai lavori", cioè gli stessi operatori a contatto con i minori nell'area sociale, scolastica, sanitaria, giudiziaria.      Questi operatori fanno spesso fatica a cogliere i segnali di abuso e a dare risposte efficaci al problema del maltrattamento, non solo e non tanto perché animati da una svalutazione della soggettività dei bambini, quanto piuttosto perché condizionati dalla difficoltà ad entrare in contatto ed in qualche modo a condividere gli aspetti coinvolgenti e sconvolgenti della vita emotiva dei bambini abusati, attraversata da intensi sentimenti di impotenza, confusione, rabbia, colpa, vergogna, etc.

Quando la logica adultocentrica condiziona l'intervento istituzionale sul maltrattamento all'infanzia possono essere perseguite le seguenti linee operative: privilegiare a priori la protezione della famiglia naturale a scapito della protezione del bambino; continuare a proporre alla famiglia un contesto spontaneo d'intervento da parte dei Servizi quando sarebbe indispensabile un contesto di controllo; evitare senza valido motivo la segnalazione all'autorità giudiziaria minorile o, eventualmente, penale nelle situazioni di maltrattamento; rinviare o rifiutare la decisione dell'allontanamento del bambino dalla famiglia abusante nei casi in cui risulta indispensabile; applicare in vari modi la teoria per cui "la peggiore famiglia è pur sempre la famiglia del bambino"; privilegiare in vari modi il legame di sangue su quello degli affetti.