Claudio Foti   

 

MOVIMENTO PER L’INFANZIA.

PER UN PROGETTO DI TESI

 

Capitolo 1.

IL BAMBINO E I SUOI BISOGNI

 

 

1. L’infanzia risorsa preziosa

 

L’infanzia è la risorsa – sociale ed emotiva - più preziosa della comunità umana. I bambini sono la continuità dell’esistenza della nostra specie, un’esistenza esposta in quanto tale al cambiamento e alla morte. I bambini rappresentano il futuro e la speranza di progresso e miglioramento dei singoli individui e della comunità sociale. L’infanzia è la possibilità di aprirsi alla scoperta della vita e del mondo, alla ricchezza dei sentimenti e delle relazioni con gli altri. L’infanzia per ogni essere umano è un tempo conservato nella mente, carico di gioie o di sofferenze, di tenerezza e di deprivazione, di armonia o di conflitto. E’ un tempo, che – per quanto dimenticato o ricordato - continua a conservare una fondamentale importanza nella vita adulta. L’infanzia – intesa come esperienza nella mente dell’adulto o come nuova generazione di bambini che si affaccia al mondo - non può essere soffocata o cancellata pena l’inaridirsi delle radici vitali dei singoli adulti e della comunità adulta del suo insieme. All’infanzia l’adulto deve saper occorre ritornare -   con la consapevolezza, con la sincerità e anche con il coraggio di soffrire - per conoscersi, per cambiare, per riprendere forza, chiarezza e capacità di amare.  All’infanzia una comunità deve sapere guardare con attenzione, con rispetto, con la forza di chi sa proteggere e con la saggezza di chi sa investire sul futuro. 

 

 

2. Un cattivo rapporto con l’infanzia: una società con un futuro a rischio.

 

   L’atteggiamento di una cultura verso l’infanzia è indicativo dei problemi e dei valori di quella cultura. Il comportamento di una società verso i bambini fornisce tante informazioni sull’umanità, sulla sanità e sulla qualità della vita di quella società e consente di fare previsioni sull’avvenire di quella società. Una società che non protegge, non fa crescere, e non valorizza le potenzialità dei bambini non ha futuro o ha un futuro carico di incertezze e minacce. Se è vero tutto questo, la nostra cultura – intesa come cultura che ha una responsabilità globale nei confronti dei bambini del mondo – è decisamente messa male e il nostro futuro sociale è molto a rischio. Oggi la nostra società si comporta molto male nei confronti dei bambini e gli impegni di prevenzione, di difesa  e di sostegno dei bambini, benché siano aumentati rispetto al passato, risultano senza dubbio molto carenti e insufficienti rispetto alle esigenze dei bambini.

   Milioni di bambini nel mondo muoiono di fame e di epidemie; vivono in condizioni di denutrizione, precarietà, grave trascuratezza; non dispongono di sostegni fondamentali, di cure mediche o di istruzione basilare; sono coinvolti direttamente o indirettamente in guerre e conflitti etnici o sociali; sono oggetto di varie forme di sfruttamento lavorativo; sono vittime di violenze, abusi e abbandoni. Milioni di bambini, anche disponendo di condizioni accettabili dal punto di vista alimentare e sanitario, vivono in situazioni di grave disagio, per l’eccesso o la carenza di stimoli, per l’irrequietezza o per la solitudine, di cui soffrono; per le tensioni familiari, per la strumentalizzazione psicologica o per la deprivazione che subiscono dal punto di vista delle relazioni affettive, dell’educazione e degli stimoli allo sviluppo mentale e culturale.

  Oggi solo una piccola minoranza di bambini nel mondo ha la fortuna di crescere nutrendosi adeguatamente di cibo e di affetto, di sostegni all’apprendimento e alla crescita, ma anche questa  minoranza condivide con altri bambini meno fortunati l’essere esposta a vari pericoli di inquinamento ambientale e culturale  (presenza di sostanze tossiche nell’ambiente che minacciano la salute e la crescita dei bambini, diffusione di messaggi che coinvolgono l’infanzia e che rischiano di educare alla violenza, al consumismo, all’individualismo…). Evidentemente la società dei “grandi” ha compiuto - nei paesi ricchi e sviluppati, che detengono il controllo del “pianeta” -  grandi progressi dal punto di vista dello sviluppo delle tecnologie e dei strumenti di comunicazione di massa, ma non ha compiuto altrettanti progressi dal punto di vista morale e culturale, dal punto di vista delle relazioni umane basate sul rispetto della natura, sulla giustizia, sulla compassione verso i soggetti più deboli e sulla comprensione delle differenze tra gli uomini.

 

 

3. Prendere coscienza dell’ambivalenza verso l’infanzia

 

La comunità adulta e gli individui che la compongono tendono a mostrare in modo costante, in maggiore o minore misura, un’ambivalenza verso l’infanzia e verso le sue esigenze, cioè un atteggiamento positivo e contemporaneamente un atteggiamento negativo. Da un lato i bambini sono al centro di atteggiamenti entusiastici e festosi da parte della comunità sociale e da parte di molti adulti. L’infanzia è fatta oggetto di dichiarazioni di principio, di normative giuridiche, di finalità istituzionali, di intenzioni etiche e religiose  molto rispettose e favorevoli. Sulla difesa dell’infanzia è facile ottenere un consenso generale, sul piano dei principi. Dall’altro lato, sul piano della vita reale, l’infanzia è un soggetto sociale debole, poco garantito, con scarsa o nulla rappresentanza politica e istituzionale (i bambini non votano!). In tutte le epoche in tutte le latitudini di fronte ad una crisi politica ed economica della società, di fronte ad una situazione di emergenza come una guerra o una carestia,  i bambini sono un soggetto destinato a pagarne le conseguenze più pesanti e a pagarle per primi.  I bambini per la propria fragilità e per la propria bisognosità e dipendenza da essere più forti e capaci sono tra i soggetti più deboli ed inermi della società, meno dotati di capacità di contrattazione sociale e politica, più facilmente oggetto delle decisioni e delle manipolazioni, delle violenze da parte degli adulti, soggetti indubbiamente più esperti e potenti.

   Tutti coloro che entrano in rapporto con l’infanzia per motivi professionali tendono più spesso e più facilmente a pensare di comportarsi bene piuttosto che male con i bambini, ad avere di sé stessi l’idea di essere genitori, educatori, professionisti validi, o in qualche caso perfetti, piuttosto che inadeguati.

   Il Movimento per l’infanzia propone a tutta la comunità adulta di prendere coscienza dell’ambivalenza del mondo adulto (e di tutti noi che lo componiamo) nei confronti del mondo dell’infanzia. L’atteggiamento della generazione adulta verso i bambini non è mai un atteggiamento coerente, mono-valente, ispirato soltanto a sentimenti di benevolenza e protezione, bensì un atteggiamento ambi-valente fatto di idealizzazione e di amore, ma anche disattenzione e di rifiuto e non raramente di disprezzo e strumentalizzazione.  Il Movimento per l’infanzia propone innanzitutto agli adulti più sensibili ed in prospettiva a tutte le componenti della comunità sociale di riconoscere i propri limiti e le proprie carenze personali, istituzionali, sociali e culturali nei confronti dei bambini, superando l’illusione di diventare o, peggio ancora, di essere già genitori, educatori, professionisti, amministratori, cittadini perfettamente adeguati al compito di prendersi cura dei più piccoli.   Senza favorire sensi di colpa autodistruttivi ed inconcludenti, dobbiamo sviluppare una cultura della responsabilità per attivare sempre di più concretamente le capacità degli adulti di impegno, di amore, di educazione, di tutela dei bambini.   

 

 

4. I bambini come valore in sé

 

  I bambini sono dunque una risorsa del mondo, appartengono alla comunità sociale nel senso che l’intera comunità sociale ne ha la responsabilità, ma non appartengono a nessun adulto nel senso che nessuno adulto, nessun genitore, nessuna autorità ne ha il possesso. Il bambino non è la proprietà di nessuno. Appartiene a se stesso e alla vita che esiste dentro di lui.  Il bambino è un valore etico, sociale, economico, culturale.

   Il bambino è un bene prezioso che va fortemente tutelato da numerosi pericoli che si pongono su piani diversi. La crescita del bambino tende ad essere minacciata e distorta da politiche economiche che negano i diritti dei più deboli e dei più poveri; dai bisogni di profitto di adulti che vogliono arricchirsi, sfruttando manodopera a bassissimo costo; dai bisogni della pubblicità e dello sviluppo dei consumi della società industriale; dai bisogni di potere di autorità militari  senza scrupolo; dalle esigenze di organizzazioni criminali che utilizzano i bambini come merci e come pedine; dalle esigenze di sfogo psicologico, fisico o sessuale di adulti che, invece di mettersi al servizio della crescita dei bambini, se ne servono approfittando della loro disponibilità e della loro ricerca di amore…

 

  Il bambino non è un bene per qualcuno o di qualcuno. Il bambino è un bene in se stesso e per se stesso. Ovviamente affinché questo bene possa essere pienamente realizzato dal soggetto che  possiede tale bene (ovvero il bambino stesso e l’adulto potenziale che c’è in lui) deve essere tenuto a mente, coltivato e curato dall’ambiente umano che circonda il bambino ed in particolare da alcune figure più vicine e disponibili.

  Il bambino non è un bene senza le relazioni e senza i legami che lo nutrono e lo sostengono. L’idea che il bambino possa sopravvivere e svilupparsi fisicamente e mentalmente senza almeno una relazione affettiva importante è assurda ed insostenibile.

  Il bambino è un bene che necessita di relazioni e legami. Non necessariamente le relazioni con i genitori biologici che l’hanno messo al mondo. Non necessariamente i legami di sangue. Ciò che risulta decisivo per il bambino è la qualità delle relazioni e dei legami: la capacità di queste relazioni di garantire sufficientemente  protezione, affetto, ascolto e sostegno.     

 

 

5. I bisogni  irrinunciabili dei bambini

 

    Il Movimento per l’infanzia s’impegna a sviluppare una presa di coscienza sociale sui bisogni fondamentali ed irrinunciabili dei bambini, che possono essere schematicamente sintetizzati in sei bisogni.

  1. Il bisogno di protezione
  2. Il bisogno di sviluppare costanti relazioni di accadimento
  3. Il bisogno di esperienze rispettose delle differenze individuali e appropriate al grado di sviluppo
  4. Il bisogno di acquisire una struttura, dei limiti e delle aspettative
  5. Il bisogno di comunità stabili e di supporto
  6. Il bisogno di futuro.

 

    La comprensione e il rispetto di questi bisogni non solo può fornire agli adulti sensibili risposte concrete per migliorare il proprio comportamento sul piano personale, familiare e professionale istituzionale, garantendo risposte più adeguate ai bisogni di sostegno e di sviluppo dei singoli bambini, ma può anche permettere di definire una proposta politica e sociale per la difesa degli interessi collettivi dell’infanzia e per la trasformazione dell’intera comunità in una direzione coerente con i valori fondamentali potenzialmente connessi all’infanzia: il gusto per la vita, la speranza di futuro, l’aspirazione alla pace, l’amore per la natura, la ricerca di relazioni e comunicazioni affettive, il desiderio di creatività, la valorizzazione dei sentimenti, ecc…

 

 

(…)

 

Capitolo 7.

L’UFFICIO DI PUBBLICA TUTELA PER L’INFANZIA, IL MINISTERO DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA E L’ESTENSIONE DEL DIRITTO DI VOTO AI BAMBINI E AGLI ADOLESCENTI 

 

1. La scarsa rappresentanza dell’infanzia e dell’adolescenza nelle istituzioni e nella società

 

    Risulta evidente che il mondo dei bambini e degli adolescenti non è adeguatamente rappresentato e protetto a livello politico-amministrativo, a livello sociale istituzionale, nei servizi erogati dalla pubblica amministrazione e in generale nelle relazioni con il mondo adulto. I bambini non votano, non hanno partiti, né sindacati che li possono rappresentare, non possono agire per difendere i loro diritti, spesso non possono neppure sapere quali sono i loro diritti, non solo in considerazione della loro età, ma anche a seguito degli atteggiamenti adulti di svalutazione e di espropriazione d’informazioni.  

    Va aggiunto che le istituzioni pubbliche e private, come le leggi, le procedure, i regolamenti, anche quando riguardano l’infanzia o l’adolescenza, sono stati pensati secondo i parametri, i punti di vista e gli interessi del mondo adulto (adultocentrismo) così come sul piano del funzionamento reale e quotidiano tendono inevitabilmente a considerare e privilegiare innanzitutto i bisogni e i diritti degli adulti a scapito dei bisogni e dei diritti dei soggetti bambini ed adolescenti.   Si tratta di istituzioni che tendono a operare, esternamente ed internamente, secondo modelli adultocentrici, così come le garanzie, le tutele ed i controlli del funzionamento di queste istituzioni sono concepiti per cittadini adulti, in grado di badare a se stessi e in grado di ricorrere alla legge nel caso ritengano violati i propri diritti (gli antichi romani dicevano: “Vigilantibus non dormientibus iura succurrunt” cioè “Il diritto viene in aiuto a coloro che vigilano non a coloro che dormono, a coloro cioè che sono in grado di badare a se stessi” ).   Ma i bambini, per ovvie ragioni, non sono in grado di esercitare direttamente la difesa dei loro diritti violati e non sono in grado di promuovere un’azione sociale, politica o legale per difendere i propri interessi.

 

 

2. Le istituzioni minorili e la loro inadeguatezza a soddisfare le esigenze di tutela e rappresentanza dei bambini e degli adolescenti

 

 

     Non si può pensare che le esigenze di tutela e di rappresentanza dei bambini e degli adolescenti possano essere garantire da quelle istituzioni sociali che sono socialmente incaricate di funzioni di educazione, cura e protezione (come la scuola, il tribunale per i minorenni, i servizi sociali e psichiatrici con competenze minorili, le comunità etc.). Si tratta di istituzioni che in effetti svolgono per molti aspetti un ruolo importante di aiuto, sostegno e garanzia, ma che non hanno certo la possibilità di svolgerlo a trecentosessanta gradi. Va considerato inoltre che esiste una contraddizione strutturale in tali istituzioni tra la loro autorappresentazione ideologica e la prassi reale: esse hanno come finalità dichiarata che le costituisce quella di promuovere e sostenere bisogni specifici dei bambini e degli adolescenti, ma sul piano del funzionamento quotidiano tendono spesso, inevitabilmente, a privilegiare logiche e interessi di auto-sopravvivenza istituzionale piuttosto che il perseguimento coerente dell’interesse specifico, individuale e collettivo, del bambino.

     Le istituzioni minorili, dunque, non possono assolutamente esaurire le funzioni di tutela dei diritti e di sostegno degli interessi dei bambini. Non di rado occorre difendere i bambini da queste stesse istituzioni, quando assumono comportamenti di mancanza di rispetto, trascuratezza e addirittura di violenza istituzionale.   Questo vale anche per il Tribunale per i minorenni, le cui scelte  non sempre si rivelano tutelanti per i bambini e coerenti con la propria ambiziosa denominazione. C’è inoltre da ricordare che il Tribunale per i minorenni non ha alcun mandato istituzionale (e non lo avrebbero neppure le sezioni specializzate per i minorenni del Tribunale Ordinario)  per intervenire a tutela degli interessi collettivi dell’infanzia rispetto alle amministrazioni locali, rispetto a scelte istituzionali o politiche irriguardose nei confronti dei bisogni o dei diritti dei bambini, né a tutela degli interessi individuali eventualmente lesi da figure professionali e da istituzioni al di fuori dell’ambito familiare.

Anche l’attività del Tribunale per i minorenni deve essere dunque sottoposta al vaglio di un organo specializzato non già nelle problematiche minorili, quanto nel difendere lo specifico interesse minorile ed è evidente che questo organo di tutela e di garanzia non può essere la Corte d’Appello presso il Tribunale per i minorenni, istanza, peraltro, sollecitata spesso ad essere organo di tutela e garanzia per gli interessi degli adulti. 

     Occorre un organo pubblico, autonomo che non si sostituisca né si sovrapponga ai compiti delle singole istituzioni esistenti, ma le affianchi e le solleciti al rispetto dei diritti dei bambini e degli adolescenti.

 

3. Politiche sociali e tendenza alla chiusura e alla frammentazione delle istituzioni minorili

 

            Le politiche sociali e le scelte amministrative, insensibili alle esigenze dell'infanzia e la diminuzione delle risorse a disposizione delle istituzioni minorili,  sollecitano le istituzioni stesse a rinforzare la chiusura in se stesse in un'ottica di autotutela.  Si verifica in altri termini un richiamo burocratico alle funzioni specifiche di ciascuna istituzione, funzioni intese in modo molto riduttivo. Dietro ideologie di efficienza e serietà si nasconde la richiesta agli operatori di un "gioco al ribasso" per cui l'insegnante viene spinto nei fatti a demotivarsi rispetto all’impegno emotivo e relazionale con gli allievi, riducendo il proprio compito a quello di trasmettere conoscenze, l'educatore deve pensare in primo luogo all'efficienza della comunità, lo psicologo della N.P.I. deve muoversi in una logica sempre più sanitaria riducendo la propria disponibilità alle segnalazioni e alle terapie, il pediatra deve continuare a restare legato alla propria lettura organicista e medico-centrica dei problemi del bambino,  l'assistente sociale deve accettare di erogare assistenza senza pretendere di aiutare l'utente a formulare domande e a responsabilizzarsi, il giudice minorile deve aumentare, sotto il peso del sovraccarico di lavoro, le archiviazioni e le deleghe, marcare la propria funzione tecnica,  interpretata come distanza dalla realtà sociale ed emotiva dei casi su cui è chiamato a giudicare, etc.

     Agli operatori in altri termini viene chiesto di svolgere la loro funzione istituzionale con l'esclusiva o prevalente attenzione alle regole interne alle istituzione, limitando a fornire agli utenti risposte minime, senza portare avanti attività di promozione e prevenzione, senza sviluppare iniziative che potrebbero generare conflitti e potrebbero mettere in difficoltà gli equilibri istituzionali.

     Spesso gli operatori tendono così ad appiattirsi nello svolgimento conformistico e rassicurante del proprio ruolo, garantito dall'esecuzione di routine dei propri compiti, nella difesa corporativa dei propri privilegi reali o immaginari, nell'esaltazione difensiva della propria istituzione d'appartenenza, con relativo scaricabarile delle responsabilità, di volta in volta, sugli operatori dell'istituzione accanto.

     Non di rado le istanze di trasformazione delle istituzioni, in termini di  adeguamento alle necessità emergenti dei minori e le richieste di lavorare con maggiore professionalità ed efficacia, avanzate da gruppi di operatori, vengono ignorate o contrastate. Tutto ciò produce in questi ultimi un circolo vizioso che incrementa frustrazione, demotivazione, impotenza che rischia di generalizzarsi anche all'utenza

      In questi anni si sono estese le istituzioni per l'infanzia, le agenzie di socializzazione hanno accresciuto la loro presa sui minori, la cui vita quotidiana tende ad essere spesso segmentata nel passaggio tra istituzione ed istituzione. Tutto ciò non sempre ha comportato un arricchimento dell'esperienza e della creatività dei bambini, che al contrario sono stati per alcuni versi impoveriti dal doversi relazionare a figure professionali diverse, non sempre dotate di autentica capacità di accettazione e disponibilità umana.  Si è accresciuta inoltre la produzione di linguaggi istituzionali diversi, la sovrapposizione e il conflitto fra modi e campi d'intervento, la difficoltà a realizzare in termini culturali e organizzativi la tanto proclamata integrazione dei servizi.

      Le istituzioni sociali per l’infanzia e per l’adolescenza rappresentano certamente un insostituibile patrimonio di strutture, di servizi e di esperienze e senza dubbio ospitano risorse umane in gran parte desiderose di rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti, ma devono essere sollecitate al cambiamento e alla coerenza con le finalità istituzionali dalla presenza di un organo di specifica garanzia dei diritti e degli interessi dell’infanzia.  

 

 

 

4. L’interesse del minore e la conflittualità potenziale tra minori e adulti

 

     Il principio giuridico che  dovrebbe costituire la finalità fondamentale di tutta l’attività, sia giudiziaria che amministrativa in ambito minorile, è un principio che può attivare grandi processi di cambiamento: si tratta del principio dell’interesse del minore.  La convenzione dell’ONU del 1989 dichiara all’art. 3: “In tutte  le azioni riguardanti bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative, corpi legislativi, i prevalenti interessi del minore devono costituire oggetto di primaria considerazione”.

La specificazione del concetto nel senso di un “prevalente” interesse del minore risulta molto importante sul piano teorico, alludendo all’esistenza di una conflittualità potenziale tra soggetto minorenne e adulto all’interno della quale viene affermata la priorità delle istanze e delle esigenze del primo su quelle del secondo. Tuttavia chi ricorre al concetto di “prevalente interesse del minore” non sempre  è consapevole di quanto la conflittualità potenziale tra le generazioni possa risultare:

  1. profonda, per l’ampiezza delle forme con cui gli adulti possono  strumentalizzare e curvare le potenzialità psichiche e fisiche dei bambini ai loro fini e bisogni;
  2. diffusa, riguardando potenzialmente tutte le relazioni tra adulti e minori, benché la suddetta conflittualità  non raggiunga, ovviamente, in tutte le relazioni i medesimi livelli di intensità e di contrapposizione;
  3. conseguentemente estesa, più di quanto non si immagini, alle situazioni vicine e non solo a quelle lontane rispetto al soggetto che utilizza il concetto di interesse del minore.

 

5. L’interesse sociale e i suoi principi, la disciplina giuridica e l’autorità di controllo

 

     Quando il mondo adulto ha un definito e consistente interesse sociale (per es. garantire la sicura circolazione e il godimento della ricchezza economica), esso tende a definire principi giuridici e conseguenti diritti soggettivi per difendere quell’interesse sociale sul piano della legge.  Al fine di tutelare quell’interesse non compare soltanto una consistente legislazione con minuziose regole da rispettare: vengono anche istituiti uffici pubblici che assicurano una attività di  sorveglianza, con vocazione preventiva e autorità repressiva, per il rispetto delle norme.  Dunque per affermare la tutela di un diritto sono necessari (1) la presenza motivante di un interesse che ne enunci i principi, (2) una disciplina giuridica che ne detti le regole comportamentali e  (3) un’autorità di controllo che ne assicuri il rispetto.

Di fronte all’interesse del soggetto minorenne, occorre notare che i principi che definiscono questo interesse sono in genere ampiamente enunciati, la disciplina giuridica spesso è generica e carente, il controllo è totalmente assente.

Se assumiamo come esempio la scuola, in riferimento al punto (1) e cioè all’“interesse”, si trovano, in alcune leggi che regolano la materia scolastica, delle dichiarazioni di principio introduttive che effettivamente riguardano il diritto all’apprendimento, alla protezione, al futuro inserimento nella società degli alunni.

Però a queste dichiarazioni di principio non fa seguito né il punto (2) “disciplina giuridica” né il punto (3) “autorità di controllo”.

Infatti non c’è una legge che disciplini e regoli le modalità di esercizio, ad esempio, del diritto all’apprendimento, cosa significhi apprendere da un punto di vista nozionistico piuttosto che imparare ad apprendere, quali sono le condizioni organizzative e relazionali ottimali per crescere nell’apprendimento, quali sono i diritti dell’allievo, ecc…

Il punto (3) “autorità di controllo” manca del tutto: infatti chi controlla che il diritto all’apprendimento sia concretamente realizzato tutelando gli interessi individuali del singolo o allievo o gli interessi collettivi degli allievi di un’intera scuola o degli allievi che frequentano un certo grado di scuola? Nessuno!

 

 

6.  La  necessità sociale di riforme  per rispondere alle esigenze di rappresentanza e di garanzia per l’infanzia.

 

    Se è vero che l’adultocentrismo tende a prevalere, in maggiore o minore misura, nella politica, nella società, nelle istituzioni – anche in quelle specificatamente costituite per promuovere e tutelare l’infanzia –, se è vero che il mondo infantile non è rappresentato e protetto a livello istituzionale neppure nei campi nei quali l’interesse dell’infanzia dovrebbe essere il prevalente riferimento giuridico e culturale,  se è vero inoltre che vi sono ambiti di conflittualità a volte profonda e lacerante, tra minori e adulti, diffusa e vicina, più di quanto non appaia in superficie, se è vero ancora che la distribuzione della spesa pubblica penalizza ampiamente i soggetti bambini ed adolescenti e se è vero infine che nella tutela dell’interesse del minore, le dichiarazioni formali di attenzione e disponibilità, le buone intenzioni pubblicamente rese si moltiplicano, ma in verità manca una tradizione e una cultura giuridica sull’infanzia che non ha permesso di delineare ancora dei chiari principi giuridici, né una conseguente disciplina legislativa efficace e concreta così come non esistono autorità di controllo e di garanzia a favore dei bambini, ne consegue che occorrono alcune indispensabili riforme;

un organo pubblico di difesa e promozione culturale, di controllo e di garanzia  degli specifici interessi individuali e collettivi dell’infanzia in grado di operare efficacemente sul territorio;

una rappresentanza degli interessi dei fanciulli a livello ministeriale attraverso la costituzione di un Ministero per l’infanzia e l’adolescenza ;

una riforma elettorale che dia a tutti i bambini il diritto al voto che qualifica il loro essere cittadini alla pari di tutti gli altri, che deleghi alla madre (o al genitore affidatario in caso di separazione dei genitori) l’esercizio di questo diritto e che abbassi al compimento dei 16 anni l’età minima per votare.

 

 

7. Principi fondamentali sui quali costruire l’ipotesi di un Ufficio di Pubblica Tutela a favore dell’Infanzia

 

    L’Ufficio di Pubblica Tutela si basa sui seguenti principi giuridici fondamentali relativi all’infanzia, già richiamati al capitolo IV relativo alla Giustizia di questo “Progetto di tesi”:

 

1.  specificità

2.  competenza e  controllo 

3.  esercitabilità dei diritti dei fanciulli 

4. interesse prevalente del fanciullo

 

     Tali principi rappresentano i punti di riferimento ineludibili per orientare una disciplina giuridica e un’attività concreta di reale tutela a favore dell’infanzia, in particolare modo nella costruzione di un’ipotesi quale quella di un organo pubblico destinato in via esclusiva a garantire il rispetto dei diritti riconosciuti all’infanzia.

     Non è pensabile infatti istituire un Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia senza tenere conto innanzitutto del principio della “specificità” che garantisce un punto di osservazione calibrato sulle reali esigenze di un bambino, garantendo così dal rischio di leggi, regolamenti e istituzioni pensati per il bambino, ma realizzati secondo modelli adultocentrici.

     Il principio della “competenza” e “controllo” pone in evidenza la necessità di una formazione specifica in tema di infanzia, formazione che deve essere adeguata sia per quanto riguarda la preparazione psicopedagogica sia in riferimento alle competenze emotive e relazionali, alla disponibilità all’ascolto empatico, alla capacità di comprendere e decodificare il linguaggio dei bambini. Di somma importanza è anche la fase del controllo che si applica sia agli stessi operatori dell’U.P.T.I. (chiamati ad applicare l’impegno della responsabilità, del confronto collegiale, dell’intelligenza emotiva, della messa in discussione personale delle componenti soggettive della valutazione e dell’intervento), sia alla funzione vera e propria di controllo dell’U.P.T.I. in posizione di garante del fanciullo.

    Il principio della “esercitabilità dei diritti dei fanciulli” si pone fra i presupposti di maggiore rilevanza nella proposizione di un organo pubblico destinato ad agire proprio a tutela e difesa dei diritti dei fanciulli: questi ultimi non avendo la capacità di esercitare in prima persona i loro diritti finiscono per dipendere dagli adulti che ne hanno la rappresentanza giuridica (genitori, tutori) o il generico dovere di tutela (insegnanti, operatori socio sanitari) ma, come sappiamo, nella maggioranza dei casi i diritti dei bambini vengono violati proprio dalle persone alle quali sono affidati, da qui si genera un conflitto, che si risolve ad esclusivo svantaggio del bambino, fra l’interesse di quest’ultimo alla difesa dei suoi diritti e l’interesse dell’adulto che si trova nella paradossale condizione di essere nello stesso tempo l’artefice di una violazione e titolare del dovere di tutela dei diritto che egli stesso ha violato. La possibilità di esercitare correttamente i diritti dei bambini passa dunque attraverso un impegno culturale, psicologico ed etico degli operatori dell’U.P.T.I. a costruire una sintonia sul piano culturale, relazionale ed emotivo all’infanzia e all’adolescenza: un impegno che deve essere sollecitato, verificato e garantito attraverso la rigorosa selezione del personale e dei dirigenti, attraverso la costante attività di formazione, messa in discussione e supervisione, attraverso l’attività di ricerca e di inchiesta a contatto con i bambini e gli adolescenti.

    Il principio infine dello “interesse prevalente del fanciullo” richiede che ci sia la sensibilità necessaria a percepire la consistenza e la frequenza del conflitto tra l’adulto e il bambino e che le decisioni, le norme,  i comportamenti da assumere, quando si tratta di risolvere un conflitto fra contrapposti interessi adulto-bambino siano considerati facendo prevalere, in riferimento alla maggiore vulnerabilità e dei maggiori bisogni di protezione, l’interesse innanzitutto del fanciullo.

 

 

8. I compiti e le funzioni dell’Ufficio di Pubblica Tutela per l’Infanzia

 

    Un organo di tutela e garanzia dei bambini e degli adolescenti deve avere innanzitutto una natura pubblica. La natura pubblica di un servizio risponde alle esigenze di massima tutela che si realizza da una posizione di indipendenza e imparzialità quale deve essere quella della pubblica amministrazione (art. 97 cost.); solamente quindi una funzione pubblica può garantire l’alto ufficio di vigilanza e difesa dei diritti del bambino.

     I compiti dell’U.P.T.I. non possono che avere una natura poliedrica con competenze multidisciplinari socio sanitarie, psicopedagogiche, legali e amministrative e i poteri che devono essere riconosciuti all’U.P.T.I. non possono che riguardare vari e diversi aspetti della potestà pubblica.

     L’U.P.T.I. si pone infatti come istituzione di garanzia, di tutela, ma anche di promozione culturale e di controllo a favore del fanciullo in riferimento a tutti gli aspetti che possono riferirsi al mondo dell’infanzia, specialmente nelle relazioni con gli adulti.  Va sottolineata l’importanza di riassumere nello stesso ufficio pubblico più funzioni e quindi più competenze e professionalità, perché la tutela del fanciullo è un tema che presenta aspetti di grande delicatezza e complessità che vanno trattati facendo convergere diversi punti di vista e apporti tecnici, conoscitivi ed operativi.

 

Tutela e Rappresentanza legale

Controllo e pressione sulle istituzioni e sulla comunità sociale

Promozione culturale

Propositiva e consultiva

 

 

8a)  La funzione di tutela e rappresentanza legale dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia

 

    L’U.P.T.I. ha il potere di promuovere l’azione legale in nome dei cittadini bambini ed adolescenti e pertanto può rivolgersi direttamente al Tribunale per i Minorenni affinché avvii un procedimento di volontaria giurisdizione per la protezione, l’affidamento, la regolamentazione delle visite concernenti minori, dove svolge i compiti e le attribuzioni di una parte attraverso un Curatore o rappresentante legale del bambino. Altrettanto può avvenire in sede penale, dove il Curatore si costituisce sempre, quando sia possibile, parte civile e può sostenere la Pubblica Accusa nei processi nei quali siano stati violati i diritti dei fanciulli.

     L’U.P.T.I. può opporsi con fondati motivi all’archiviazione di un procedimento penale nel quale un bambino sia stato presuntamene vittima di violenza o può chiedere la riapertura del procedimento.  Il Curatore o rappresentante legale del bambino risponde del proprio operato all’U.P.T.I., assume la difesa del bambino durante il processo in quanto avvocato e segue la posizione del fanciullo anche dopo la conclusione del processo per quelli che sono i residui interessi relazionali, sociali e patrimoniali di liquidazione di eventuali danni e a garanzia della loro effettiva utilizzazione a favore del minore.

     L’U.P.T.I. nomina e cura la formazione di avvocati che, nel ruolo di Curatori degli interessi del minore, rappresentano in giudizio i soggetti minorenni, portando la voce di questi ultimi nel processo e nel dibattimento con competenza tecnica ed attenzione agli specifici bisogni e diritti del bambino.    Il Curatore o rappresentante legale degli interessi del minore può essere attivato nel procedimento per iniziativa diretta dell’U.P.T.I. o su richiesta di una parte (pubblico ministero, genitori o dello stesso minore). La presenza del ruolo del Curatore o rappresentante legale del minore, come parte del processo, in tutti i procedimenti dove è in gioco l’interesse di un bambino o di un adolescente, deve pertanto diventare un diffuso strumento che rafforza la tutela autonoma del fanciullo in sede processuale tale affermazione si fonda sulla constatazione che ci può essere o si può sempre sviluppare una conflittualità tra l’interesse del minore e quello del genitore o dell’adulto che esercita la potestà, anche quando non risulta palese un’incompatibilità tra i due interessi. Anche se non è già attiva o evidente, l’incompatibilità potrebbe in effetti manifestarsi nel corso del procedimento o restare nascosta, ma ciò nonostante essere presente.

 

           

8b. La funzione di controllo dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia

 

    L’attività di controllo dell’U.P.T.I. è uno dei compiti più importanti e decisivi per la realizzazione complessiva della generale funzione di garanzia in considerazione del fatto che l’infanzia non può attivare autonomamente meccanismi di autotutela ed esercizio dei propri diritti.    L’U.P.T.I. innanzitutto esercita la funzione di controllo dell’operato della pubblica amministrazione che svolge attività direttamente o indirettamente connessa con il mondo dei bambini: controllo dell’ente istituzionale nel suo insieme, delle strutture, dei metodi di accudimento, di assistenza, di cura, di istruzione, di attività giurisdizionale,   dell’adeguamento alle leggi e ai regolamenti relativi all’infanzia e di ogni aspetto che può considerarsi utile nel “prevalente interesse del fanciullo”.

    Il sistema dei controlli deve poter riguardare anche le istituzioni private, i singoli operatori e professionisti che si occupano di bambini, i controlli inoltre si effettuano anche con un’attività di sorveglianza e osservazione diretta sul benessere degli stessi bambini.

   Vi possono essere comportamenti di singoli operatori, insegnanti, educatori, professionisti che possono ledere i diritti dei fanciulli, ovviamente la casistica può spaziare da un atteggiamento penalizzante o denigratorio a vere e proprie violenze, dalla omissione di atti di ufficio a decisioni aberranti e punitive  nei confronti dei bambini, in ogni caso la protezione dell’infanzia va garantita dalla funzione di controllo dell’U.P.T.I., il quale, nel caso di mancanze rilevanti, ma non gravissime, deve innanzitutto proporre all’interessato un percorso di collaborazione di crescita professionale e umana mentre nei casi più gravi potrà intervenire con gli strumenti propri di censura e sanzionatori, fino alla denuncia alle autorità competenti.

    L’attività di controllo deve potersi attivare sia su segnalazione, debitamente vagliata, di responsabili istituzionali e singoli cittadini, sia su iniziativa dello stesso Ufficio. Al potere di controllo quindi deve necessariamente essere collegato un corrispondente e congruo potere ispettivo (acquisizione di notizie, accesso agli atti e alle cartelle sociali o cliniche, alle strutture, sviluppo di indagini conoscitive).

    Deve essere prevista anche una funzione sanzionatoria dell’U.P.T.I. con una capacità  d’intervento ben delineata nel caso di comportamenti lesivi del benessere, della dignità, della qualità della vita dei bambini, con una gamma di provvedimenti graduati che può andare dal richiamo propositivo che mira costruttivamente a correggere un comportamento istituzionale o professionale, alla censura, fino ad arrivare alla sanzione pecuniaria o al provvedimento disciplinare e, nei casi più gravi, alla denuncia innanzi alla Procura della Repubblica.

    L’U.P.T.I. può dunque procedere – per fare degli esempi - nei confronti di un’Amministrazione che si dimentica delle esigenze completamente dei cittadini minorenni, nei confronti di un ospedale che ignora il bisogno dei pazienti bambini di mantenere una continuità relazionale con i loro genitori, nei confronti di un’industria che inquina l’ambiente con una tossicità dannosa per gli standard di tollerabilità infantili, nei confronti di un Ministero della Pubblica Istruzione che sviluppa una politica scolastica che non tiene conto dei bisogni irrinunciabili dei bambini, nei confronti di comunità ed istituti dove si verificano maltrattamenti  nei confronti dei piccoli ospiti ospiti, ma anche nei confronti dell’insegnante che segue abitualmente uno stile educativo costantemente  lesivo e mortificante verso i fanciulli, nei confronti dello psicologo che per anni non ha preso sul serio una rivelazione di un abuso rivelatasi poi fondata, nei confronti del magistrato che ha lasciato marcire in istituto un bambino per concedere all’infinito continue possibilità di recupero ai genitori, nei confronti dell’avvocato o del magistrato,  che ha gravemente violato i diritti del testimone minorenne, ecc…

 

 

 

8c. La funzione di promozione culturale dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia

 

 

   L’U.P.T.I. s’impegna a promuovere con tutte le istituzioni e le forze sociali disponibili una nuova cultura di attenzione, rispetto ed ascolto dei bisogni dei bambini.  

   L’U.P.T.I. appoggia in particolare la sensibilizzazione e la messa in discussione dei genitori rispetto ai compiti relazionali, emotivi ed educativi con i figli, sostenendo in particolare il Programma di Preparazione all’Impegno Genitoriale, gestito dal Servizio di Accoglienza alla Vita  e il Programma d’Impegno Relazionale ed Educativo, gestito dal Servizio di Sostegno per genitori, servizi entrambi facenti capo al sistema socio-sanitario.

    La metodologia dei corsi dovrà essere capace di attivare il coinvolgimento emotivo ed esperienziale dei  genitori, valorizzandone le competenze e le vocazioni specifiche.

Si deve partire dall’idea che non esiste l’ideale del genitore perfetto e che innanzi alla responsabilità di educare e crescere un bambino nessuno può pensare di  imporre dei modelli comportamentali, delle soluzioni ricetta, delle modalità relazionali validi per ogni famiglia, ogni figlio, ogni situazione: da qui l’esigenza di impostare i corsi secondo modelli collaborativi, di interazione e scambio di conoscenza e esperienze, considerando la formazione come un cammino da compiere con altri genitori e con l’aiuto di esperti.

 

    Compito degli esperti dell’U.PT.I. in collaborazione con gli operatori socio-sanitari coinvolti nella concreta realizzazione dei suddetti programmi è fornire ai genitori coinvolti attestati di partecipazione, che possano documentare lo sforzo compiuto nella direzione di una preparazione e di una responsabilizzazione rispetto alla funzione genitoriale.

   Al termine del Programma di Preparazione all’Impegno Genitoriale, i genitori che otterranno una valutazione positiva in base alla frequenza e all’attivazione all’interno dei Corsi, riceveranno un attestato che sul piano pratico consentirà loro di usufruire della somma associata al Baby Bond, immediatamente percepibile dalla famiglia. 

   Un tale attestato o “patentino” non va inteso evidentemente come una condizione indispensabile dal punto di vista legale a svolgere la funzione genitoriale: una tale funzione appartiene alla sfera naturale e non può essere vincolata per legge, bensì come una documentazione di un impegno avviato che dovrà ulteriormente svilupparsi.  Il patentino non va inteso neppure come un riconoscimento di una competenza genitoriale definitivamente valida o acquisita.  Si tratta invece di un messaggio sociale e culturale circa la necessità di una preparazione dei genitori al loro compito, una preparazione che non può essere raggiunta una volta per tutte, perché al Programma di Preparazione all’Impegno Genitoriale seguiranno i corsi del Programma d’Impegno Relazionale ed Educativo per genitori.

    Si può ipotizzare che al termine del Programma d’Impegno Relazionale ed Educativo, le cui verifiche saranno triennali all’età dei 3, 6, 9, 12, 15 e 18 anni del figlio, i genitori che otterranno una valutazione positiva in base alla frequenza e all’attivazione all’interno dei Corsi, riceveranno un attestato che sul piano pratico consentirà loro di usufruire della somma associata al Baby Bond, immediatamente percepibile dalla famiglia. 

    Anche gli attestati, consegnati al termine delle suddette verifiche, vanno intesi come documentazione di uno sforzo compiuto e non certo come garanzia di una maturità educativa e relazionale acquisita o come dimostrazione di una capacità raggiunta di esercitare una funzione genitoriale valida.

   Gli attestati rilasciati dall’U.P.T.I. vanno intesi dunque come una sollecitazione sociale a contrastare la sottovalutazione del compito genitoriale, come un incentivo a prendere sul serio un tale compito e a confrontarsi con altri genitori e con esperti per poter verificare direttamente il vantaggio della riflessione, della messa in discussione e della richiesta di aiuto rispetto al ruolo di genitori. 

   Gli attestati rilasciati dall’U.P.T.I. vanno intesi come una provocazione responsabilizzante.  In una società industriale e tecnologica è acquisito in maniera ormai consolidata che  per gestire una macchina occorre una preparazione tanto maggiore quanto più complessa è la macchina stessa e che per guidare una vettura è socialmente indispensabile una patente.  Ora è assurdo che per gestire la crescita di una “macchina” assai più complessa e delicata quale l’organismo psico-fisico di un bambino non venga richiesto a coloro che saranno responsabili di quella crescita e non venga considerato se non indispensabile (la qual cosa risulterebbe giuridicamente improponibile) almeno opportuno un serio percorso di preparazione con un conclusivo momento di verifica.

    Altrettanto acquisito nella nostra cultura il concetto di aggiornamento e verifica costante all’interno dell’organizzazione del lavoro delle capacità professionali dei lavoratori. L’idea che la verifica sia peraltro indispensabile per le macchine stesse è da sempre un’idea che nessuno oserebbe mettere in dubbio e che è oggetto di precise normative (vedi per es. la revisione delle automobili).

    E’ pertanto assurdo che non venga in qualche modo almeno proposto socialmente con forza e con convinzione  (dal momento che non può essere reso obbligatorio per legge) un percorso di aggiornamento e di verifica delle capacità genitoriali, che miri ad attivare la partecipazione il più possibile consensuale ed attiva dei genitori con la finalità di sostenerli nella loro impegnativa e difficile responsabilità educativa e relazionale.

 

 

8d. La funzione di sollecitazione ad una cultura della solidarietà dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia

 

   La tutela dell’infanzia non può essere soltanto un impegno istituzionale e giuridico, assunto da un Ufficio pubblico, deve essere un impegno culturale ed etico assunto dall’intera società civile. Pertanto compito dell’U.P.T.I. è quello non solo di sensibilizzare la comunità sociale ai valori e ai bisogni dell’infanzia, ma anche quello di fare emergere concretamente una diffusa assunzione di impegni e di responsabilità per far fronte alle esigenze di sostegno, di educazione e  di assistenza di tanti bambini in difficoltà.

    In collaborazione con i servizi socio-sanitari vengono sviluppate campagne per la crescita della disponibilità all’affidamento familiare, vengono sollecitate ed individuate persone e famiglie  in grado di assumere impegni di tutela anche parziali, in appoggio alle famiglie d’origine dei bambini in difficoltà (impegni di assistenza scolastica, di aiuto per le cure mediche, di accompagnamento del bambino ad attività sportive o di fisioterapia ecc…). 

  

 

8e. La funzione propositiva e consultiva dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia

 

   Dovrebbe essere riconosciuta all’U.P.T.I. un’ampia funzione propositiva che potrebbe concretizzarsi non solo nella possibilità di fornire indicazioni per la soluzioni di conflitti, ma dovrebbe potersi esercitare, nei confronti degli enti territoriali ed enti pubblici in genere, con il riconoscimento del potere di proporre, agli organi deliberativi competenti, atti di natura regolamentare o legislativa che diano impulso ad una nuova sensibilità delle istituzioni nei confronti dell’infanzia.

    Infine dovrebbe prevedersi una funzione consultiva,  secondo la quale l’U.P.T.I. sarebbe chiamato a fornire un parere, obbligatorio e vincolante, su tutti gli atti della pubblica amministrazione che direttamente riguardano il mondo infantile.

 

 

9. Caratteristiche istituzionali e organizzative dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia

 

   Per poter assolvere tutte queste funzioni l’Ufficio di Pubblica Tutela dell’infanzia dovrebbe disporre di risorse, mezzi e personale adeguatamente consistente e qualificato e pertanto differenziarsi radicalmente dalla maggior parte dei modelli proposti da varie  parti, modelli che rischiano di dar vita a strutture operanti puramente sulla carta o a nuovi carrozzoni burocratici, privi di una linea culturale coerente e rigorosa a difesa dell’interesse specifico e particolare dei soggetti bambini ed adolescenti, sul piano del controllo e della pressione sulle istituzioni, sul piano della rappresentanza legale, sul piano della promozione di una cultura della responsabilità e dell’accoglienza nei confronti dei bambini.  I suddetti modelli rischiano di delineare istituzioni di facciata, a copertura ideologica dell’assenza di una politica coerente ed efficace per l’infanzia e per l’adolescenza.

    Nel modello da noi proposto, L’U.P.T.I. dovrà avere una strutturazione  regionale, con articolazioni territoriali decentrate coincidenti con il territorio dell’Unità sanitaria locale. I pubblici tutori regionali e di territorio sono nominati per concorso.  I candidati devono dimostrare non solo una consistente competenza culturale nelle tematiche concernenti i minori, ma anche una consolidata esperienza e un impegno professionale ed umano di rilievo nella difesa dell’interesse specifico del minore e nella comprensione della conflittualità esistente tra interesse del minore e interesse dell’adulto.

    I Pubblici Tutori  a  livello regionale e territoriale restano in carica per cinque anni e sono rieleggibili per due mandati anche consecutivi. Gli uffici di Pubblica Tutela costituiscono  un coordinamento nazionale.

    Gli Uffici di Pubblica Tutela regionale e territoriale sono dotati di poteri sul piano giuridico e normativo per realizzare le funzioni sopra descritti e dispongono ciascuno di uno staff di esperti legali e di uno staff di professionisti in ambito psicologico, pedagogico, sociologico, medico  e ambientale.

 

(…)

 

10. Il Ministero per l’Infanzia

 

    Vi sono delle ragioni specifiche che sostengono la proposta dell’istituzione di un  Ministero per l’Infanzia:

colmare un ritardo culturale e politico

rispondere ad una carenza rappresentativa

garantire il massimo di autonomia dell’Ufficio di Pubblica Tutela

 

Colmare un ritardo culturale e politico

 

    La “questione infantile” comincia con fatica a porsi alla coscienza civile soltanto negli ultimi anni. Il ritardo culturale riguarda quasi tutti gli aspetti che si riferiscono al mondo dei bambini, dalla genitorialità (che è un compito di straordinaria responsabilità e difficoltà, ma che rimane scarsamente sostenuto dal punto relazionale, formativo ed economico) al sistema scolastico (dove le riforme che si succedono continuano sostanzialmente a sottovalutare o addirittura ignorare i bisogni più specifici, profondi e motivanti degli allievi: i bisogni emotivi).

   Sul piano del rispetto dei diritti dei bambini, pesa la mancanza di una tradizione giuridica come quella che invece esiste, ad esempio, per gli istituti civilistici che regolano gli scambi economici per i quali possiamo vantare una cultura giuridica bimillenaria: è evidente l’assenza di previsioni normative di garanzia a livello costituzionale a favore dei bambini, così come l’inadeguatezza delle istituzioni giurisdizionali.

    Prima degli anni ’80 in Italia il problema del maltrattamento all’infanzia era pressoché ignorato dai professionisti  e dai media, ed ancora oggi tende ad essere affrontato in termini sensazionalistici e superficiali con scarso impegno di risorse sul terreno della prevenzione e del contrasto al fenomeno.

    La violenza all’infanzia rimane ancora avvolta in gran parte da un cordone di silenzio, omertà e incapacità di ascolto che ne garantiscono la perpetuazione in una dimensione di segretezza e di indifferenza sociale.  Si consideri la differenza abissale che esiste nel nostro paese, come in tutti i paesi occidentali,  fra il numero delle denunce annuali per violenza sessuale a danno dei bambini registrate ogni anno, circa 700/800, e le proiezioni del numero di violenze sessuali effettivamente consumatesi a danno di bambini secondo alcune ricerche scientifiche, 50.000/70.000 ogni anno.

    Manca tuttora un’adeguata sensibilità e attenzione politica e sociale: basti pensare all’enorme disagio dei bambini che vivono in uno stato di povertà anche nel nostro paese, che vengono emarginati dalla scuola e privati del diritto allo studio, ai bambini stranieri che vivono spesso in condizioni  pesantissime e con una scarsissima assenza di protezione.  

    Deve considerarsi necessaria l’istituzione di un Ministero per l’Infanzia proprio nella consapevolezza della esigenza di una profonda trasformazione legislativa e istituzionale in merito alla “questione infantile”  per recuperare in tempi ragionevoli quel profondo ritardo culturale e che si traduce in un ritardo istituzionale, legislativo, sociale e relazionale.

 

 

Rispondere ad una carenza rappresentativa

 

    Abbiamo già sottolineato come i bambini non hanno nessun tipo di rappresentatività, hanno uno scarso peso sociale, nessuna possibilità di vedere espressi e tutelati i loro specifici interessi, nessuna visibilità, nessuna istituzione che ne raccolga stabilmente le esigenze per tradurle in iniziative di tutela e cambiamento.

   A differenza degli adulti, i bambini, per ragioni obiettive, non hanno comunque gli strumenti, le categorie per sapersi e potersi organizzare, per comunicare alle istituzioni i loro bisogni con la speranza di vederli un giorno soddisfatti, i bambini,  in tenera età, non hanno neppure consapevolezza dei loro diritti, non hanno parole per esprimere il loro disagio o le loro esigenze.  In verità non c’è categoria sociale che più dei bambini necessità di un riferimento istituzionale posto al vertice del potere esecutivo dedicato e specifico quale dovrebbe essere il Ministero per l’Infanzia.

I vantaggi che conseguirebbero alla istituzione di un tale Ministero sarebbero innumerevoli, anche perché il migliore fra gli investimenti possibili per una comunità sociale e politiche è quello che scommettere sul proprio futuro.

Il Ministero per l’Infanzia dovrebbe coordinare e promuovere le politiche sociali destinate all’infanzia, secondo i processi di cambiamento culturale cui abbiamo accennato, ma il primo evidente risultato sarebbe quello di riconoscere fattivamente che milioni di cittadini bambini ed adolescenti meritano di essere tenuti attentamente presente dall’azione dell’Esecutivo.

 

Autonomia dell’Ufficio di Pubblica Tutela  dell’Infanzia

 

   L’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia a motivo dei complessi e delicati compiti di tutela giuridica, di controllo, di promozione di una cultura e di una solidarietà attorno ai bisogni infantili, non potrà che svolgere la propria attività di garante per l’infanzia in condizioni di autonomia dalle altre amministrazioni dello Stato; gli impiegati, i professionisti che animeranno le attività dell’U.P.T.I. dovranno essere iscritti nei ruoli del Ministero dell’Infanzia. In assenza di questa prospettiva, in mancanza di un vertice esecutivo, gli operatori impegnati nell’U.P.T.I. si troverebbero ad essere dei dipendenti delle stesse amministrazioni sulle quali potrebbero disporre dei controlli.

 

 

 

11. Estensione a tutti i bambini e a tutti gli adolescenti del diritto di voto

 

    Riprendiamo e rilanciamo la proposta del presidente delle ACLI Luigi Bobba e del prorettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Luigi Campiglio (Corriere della Sera, 30 marzo 2004) di chiedere alle forze politiche di avviare una modifica della legge elettorale che realizzi fino in fondo il principio “una testa, un voto”, consentendo ad ogni bambino di esprimersi politicamente ed elettoralmente attraverso una delega alla madre e al genitore affidatario, nel caso di separazione tra i genitori.

 

     Il progetto di riforma non parte da un interesse miope ed elettoralistico di favorire questo o quel gruppo politico, maggiormente capace di influenzare le madri a cui verrebbe data la delega del voto dei fogli. Indipendentemente da quella che potrà essere nell’immediato  la ricaduta in termini di spostamento di preferenze elettorali, la riforma stabilirà con forza il principio che ogni bambino e ogni adolescente è un cittadino del nostro paese come qualsiasi adulto, obbligando le forze politiche a sviluppare un’attenzione non più marginale alle questioni minorili e  a moltiplicare le proposte, oggi gravemente carenti dal punto di vista quantitativo e qualitativo  per l’infanzia e per la famiglia.   Gli uomini politici verranno necessariamente spinti a rivolgere le loro preoccupazioni, i loro pensieri e i loro programmi alle giovani generazioni e al futuro sociale.  Gli interessi elettorali portano oggi a a difendere gli interessi immediati dei gruppi più forti e più presenti socialmente. Almeno parzialmente la situazione dovrà modificarsi.  Il politico che saprà interpretare le esigenze minorili e saprà comunicare meglio con l’elettorato, in particolare con le donne nel ruolo di madri, con gli adolescenti  e con una grande fascia dei più piccoli, sarà evidentemente premiato dal punto di vista elettorale.

 

    Proponiamo inoltre di abbassare al compimento dei sedici anni l’età minima per votare. Il sedicenne nella nostra cultura è già un cittadino del mondo, merita di essere responsabilizzato anche sul piano civile e di essere portato come individuo e come soggetto sociale alla partecipazione alla vita pubblica. Gli adolescenti dunque tra i 16 e i 18 anni potranno esprimersi elettoralmente in prima persona.   Bambini, preadolescenti ed adolescenti che non hanno ancora compiuto i 16 anni saranno rappresentati dalla madre (o dal padre nell’eventualità in cui risulti l’affidatario), ma, stante la sensibilità mediatica delle nuove generazioni e la forte comunicazione intragenerazionale, saranno in ogni caso informati dell’intermediazione elettorale esercitata dal genitore.

 

    La riforma solleciterà i genitori e gli stessi bambini e ragazzi  a confrontarsi all’interno e all’esterno della famiglia sui temi della politica, della società e della campagna elettorale. Non si potrà infatti far finta di niente di fronte ad un diritto di voto che sarà in effetti esercitato dalla madre, ma a nome dei figli, i quali – almeno nelle famiglie dove circola un minimo di comunicazione - dopo i 6/7 anni e a maggior ragione negli anni successivi saranno in grado di partecipare, almeno in qualche misura e in qualche occasione, con crescenti informazioni alla discussione sul significato e sui criteri del voto.  La riforma darà dunque un impulso ad un salutare dialogo intrafamiliare e costituirà uno stimolo a far crescere la soggettività dei bambini nel confronto con la realtà, contrastando gli atteggiamenti che svalorizzano l’intelligenza e le competenze sociali dei bambini o addirittura pretendono di mantenere i bambini sotto una campana di vetro.

 

       Circa 10 milioni di giovani e di bambini in Italia sono esclusi oggi da qualsiasi rappresentanza dei loro interessi. Le indagini statistiche segnalano che in Italia, come in altri paesi, la popolazione dei minorenni rappresenta il gruppo sociale che maggiormente soffre la mancanza di beni di consumo privati e collettivi. Le democrazie occidentali attraverso il meccanismo parlamentare tendono a privilegiare nella  distribuzione della spesa pubblica (circa il 30% in USA e Giappone, circa il 45-50% nell’Unione Europea) in particolare a quei gruppi sociali che possono garantire la maggioranza elettorale. Questo spiega perché le politiche sociali ed amministrative finiscono per trascurare gravemente gli interessi collettivi dei bambini e degli adolescenti, che attualmente risultano completamente privi di qualsiasi capacità di negoziazione elettorale e politica. La resistenza nei confronti di questa riforma potrà risultare consistente e trasversale a tutte le forze politiche: le componenti, nei fatti conservatrici ed adultocentriche, della società politica tenderanno a difendere la sopravvivenza dell’attuale distribuzione delle risorse e degli interessi di potere legati a questa distribuzione  e si opporranno nettamente ad un riequilibrio del welfare a favore delle giovani generazioni.