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MOVIMENTO PER
L’INFANZIA.
PER UN PROGETTO DI
TESI
Capitolo 1.
IL BAMBINO E I
SUOI BISOGNI
1. L’infanzia risorsa preziosa
L’infanzia è la
risorsa – sociale ed emotiva - più preziosa della comunità umana. I
bambini sono la continuità dell’esistenza della nostra specie,
un’esistenza esposta in quanto tale al cambiamento e alla morte. I
bambini rappresentano il futuro e la speranza di progresso e
miglioramento dei singoli individui e della comunità sociale.
L’infanzia è la possibilità di aprirsi alla scoperta della vita e
del mondo, alla ricchezza dei sentimenti e delle relazioni con gli
altri. L’infanzia per ogni essere umano è un tempo conservato nella
mente, carico di gioie o di sofferenze, di tenerezza e di
deprivazione, di armonia o di conflitto. E’ un tempo, che – per
quanto dimenticato o ricordato - continua a conservare una
fondamentale importanza nella vita adulta. L’infanzia – intesa come
esperienza nella mente dell’adulto o come nuova generazione di
bambini che si affaccia al mondo - non può essere soffocata o
cancellata pena l’inaridirsi delle radici vitali dei singoli adulti
e della comunità adulta del suo insieme. All’infanzia l’adulto deve
saper occorre ritornare - con la consapevolezza, con la sincerità
e anche con il coraggio di soffrire - per conoscersi, per cambiare,
per riprendere forza, chiarezza e capacità di amare. All’infanzia
una comunità deve sapere guardare con attenzione, con rispetto, con
la forza di chi sa proteggere e con la saggezza di chi sa investire
sul futuro.
2. Un cattivo rapporto con l’infanzia: una società con un futuro
a rischio.
L’atteggiamento di una cultura verso l’infanzia è indicativo dei
problemi e dei valori di quella cultura. Il comportamento di una
società verso i bambini fornisce tante informazioni sull’umanità,
sulla sanità e sulla qualità della vita di quella società e consente
di fare previsioni sull’avvenire di quella società. Una società che
non protegge, non fa crescere, e non valorizza le potenzialità dei
bambini non ha futuro o ha un futuro carico di incertezze e minacce.
Se è vero tutto questo, la nostra cultura – intesa come cultura che
ha una responsabilità globale nei confronti dei bambini del mondo –
è decisamente messa male e il nostro futuro sociale è molto a
rischio. Oggi la nostra società si comporta molto male nei confronti
dei bambini e gli impegni di prevenzione, di difesa e di sostegno
dei bambini, benché siano aumentati rispetto al passato, risultano
senza dubbio molto carenti e insufficienti rispetto alle esigenze
dei bambini.
Milioni di bambini nel mondo muoiono di fame
e di epidemie; vivono in condizioni di denutrizione, precarietà,
grave trascuratezza; non dispongono di sostegni fondamentali, di
cure mediche o di istruzione basilare; sono coinvolti direttamente o
indirettamente in guerre e conflitti etnici o sociali; sono oggetto
di varie forme di sfruttamento lavorativo; sono vittime di violenze,
abusi e abbandoni. Milioni di bambini, anche disponendo di
condizioni accettabili dal punto di vista alimentare e sanitario,
vivono in situazioni di grave disagio, per l’eccesso o la carenza di
stimoli, per l’irrequietezza o per la solitudine, di cui soffrono;
per le tensioni familiari, per la strumentalizzazione psicologica o
per la deprivazione che subiscono dal punto di vista delle relazioni
affettive, dell’educazione e degli stimoli allo sviluppo mentale e
culturale.
Oggi solo una piccola minoranza di bambini
nel mondo ha la fortuna di crescere nutrendosi adeguatamente di cibo
e di affetto, di sostegni all’apprendimento e alla crescita, ma
anche questa minoranza condivide con altri bambini meno fortunati
l’essere esposta a vari pericoli di inquinamento ambientale e
culturale (presenza di sostanze tossiche nell’ambiente che
minacciano la salute e la crescita dei bambini, diffusione di
messaggi che coinvolgono l’infanzia e che rischiano di educare alla
violenza, al consumismo, all’individualismo…). Evidentemente la
società dei “grandi” ha compiuto - nei paesi ricchi e sviluppati,
che detengono il controllo del “pianeta” - grandi progressi dal
punto di vista dello sviluppo delle tecnologie e dei strumenti di
comunicazione di massa, ma non ha compiuto altrettanti progressi dal
punto di vista morale e culturale, dal punto di vista delle
relazioni umane basate sul rispetto della natura, sulla giustizia,
sulla compassione verso i soggetti più deboli e sulla comprensione
delle differenze tra gli uomini.
3. Prendere coscienza dell’ambivalenza verso l’infanzia
La comunità adulta e gli individui che la
compongono tendono a mostrare in modo costante, in maggiore o minore
misura, un’ambivalenza verso l’infanzia e verso le sue esigenze,
cioè un atteggiamento positivo e contemporaneamente un atteggiamento
negativo. Da un lato i bambini sono al centro di atteggiamenti
entusiastici e festosi da parte della comunità sociale e da parte di
molti adulti. L’infanzia è fatta oggetto di dichiarazioni di
principio, di normative giuridiche, di finalità istituzionali, di
intenzioni etiche e religiose molto rispettose e favorevoli. Sulla
difesa dell’infanzia è facile ottenere un consenso generale, sul
piano dei principi. Dall’altro lato, sul piano della vita reale,
l’infanzia è un soggetto sociale debole, poco garantito, con scarsa
o nulla rappresentanza politica e istituzionale (i bambini non
votano!). In tutte le epoche in tutte le latitudini di fronte ad una
crisi politica ed economica della società, di fronte ad una
situazione di emergenza come una guerra o una carestia, i bambini
sono un soggetto destinato a pagarne le conseguenze più pesanti e a
pagarle per primi. I bambini per la propria fragilità e per la
propria bisognosità e dipendenza da essere più forti e capaci sono
tra i soggetti più deboli ed inermi della società, meno dotati di
capacità di contrattazione sociale e politica, più facilmente
oggetto delle decisioni e delle manipolazioni, delle violenze da
parte degli adulti, soggetti indubbiamente più esperti e potenti.
Tutti coloro che entrano in rapporto con
l’infanzia per motivi professionali tendono più spesso e più
facilmente a pensare di comportarsi bene piuttosto che male con i
bambini, ad avere di sé stessi l’idea di essere genitori, educatori,
professionisti validi, o in qualche caso perfetti, piuttosto che
inadeguati.
Il Movimento per l’infanzia propone a tutta
la comunità adulta di prendere coscienza dell’ambivalenza del mondo
adulto (e di tutti noi che lo componiamo) nei confronti del mondo
dell’infanzia. L’atteggiamento della generazione adulta verso i
bambini non è mai un atteggiamento coerente, mono-valente, ispirato
soltanto a sentimenti di benevolenza e protezione, bensì un
atteggiamento ambi-valente fatto di idealizzazione e di amore, ma
anche disattenzione e di rifiuto e non raramente di disprezzo e
strumentalizzazione. Il Movimento per l’infanzia propone
innanzitutto agli adulti più sensibili ed in prospettiva a tutte le
componenti della comunità sociale di riconoscere i propri limiti e
le proprie carenze personali, istituzionali, sociali e culturali nei
confronti dei bambini, superando l’illusione di diventare o, peggio
ancora, di essere già genitori, educatori, professionisti,
amministratori, cittadini perfettamente adeguati al compito di
prendersi cura dei più piccoli. Senza favorire sensi di colpa
autodistruttivi ed inconcludenti, dobbiamo sviluppare una cultura
della responsabilità per attivare sempre di più concretamente le
capacità degli adulti di impegno, di amore, di educazione, di tutela
dei bambini.
4. I bambini come valore in sé
I bambini sono dunque una risorsa del mondo,
appartengono alla comunità sociale nel senso che l’intera comunità
sociale ne ha la responsabilità, ma non appartengono a nessun adulto
nel senso che nessuno adulto, nessun genitore, nessuna autorità ne
ha il possesso. Il bambino non è la proprietà di nessuno. Appartiene
a se stesso e alla vita che esiste dentro di lui. Il bambino è un
valore etico, sociale, economico, culturale.
Il bambino è un bene prezioso che va
fortemente tutelato da numerosi pericoli che si pongono su piani
diversi. La crescita del bambino tende ad essere minacciata e
distorta da politiche economiche che negano i diritti dei più deboli
e dei più poveri; dai bisogni di profitto di adulti che vogliono
arricchirsi, sfruttando manodopera a bassissimo costo; dai bisogni
della pubblicità e dello sviluppo dei consumi della società
industriale; dai bisogni di potere di autorità militari senza
scrupolo; dalle esigenze di organizzazioni criminali che utilizzano
i bambini come merci e come pedine; dalle esigenze di sfogo
psicologico, fisico o sessuale di adulti che, invece di mettersi al
servizio della crescita dei bambini, se ne servono approfittando
della loro disponibilità e della loro ricerca di amore…
Il bambino non
è un bene per qualcuno o di qualcuno. Il bambino è un bene in se
stesso e per se stesso. Ovviamente affinché questo bene possa essere
pienamente realizzato dal soggetto che possiede tale bene (ovvero
il bambino stesso e l’adulto potenziale che c’è in lui) deve essere
tenuto a mente, coltivato e curato dall’ambiente umano che circonda
il bambino ed in particolare da alcune figure più vicine e
disponibili.
Il bambino non è un bene senza le relazioni e
senza i legami che lo nutrono e lo sostengono. L’idea che il bambino
possa sopravvivere e svilupparsi fisicamente e mentalmente senza
almeno una relazione affettiva importante è assurda ed
insostenibile.
Il bambino è un bene che necessita di
relazioni e legami. Non necessariamente le relazioni con i genitori
biologici che l’hanno messo al mondo. Non necessariamente i legami
di sangue. Ciò che risulta decisivo per il bambino è la qualità
delle relazioni e dei legami: la capacità di queste relazioni di
garantire sufficientemente protezione, affetto, ascolto e
sostegno.
5. I bisogni irrinunciabili dei bambini
Il Movimento per l’infanzia s’impegna a
sviluppare una presa di coscienza sociale sui bisogni fondamentali
ed irrinunciabili dei bambini, che possono essere schematicamente
sintetizzati in sei bisogni.
- Il bisogno di protezione
- Il bisogno di sviluppare costanti
relazioni di accadimento
- Il bisogno di esperienze rispettose
delle differenze individuali e appropriate al grado di sviluppo
- Il bisogno di acquisire una struttura,
dei limiti e delle aspettative
- Il bisogno di comunità stabili e di
supporto
- Il bisogno di futuro.
La
comprensione e il rispetto di questi bisogni non solo può fornire
agli adulti sensibili risposte concrete per migliorare il proprio
comportamento sul piano personale, familiare e professionale
istituzionale, garantendo risposte più adeguate ai bisogni di
sostegno e di sviluppo dei singoli bambini, ma può anche permettere
di definire una proposta politica e sociale per la difesa degli
interessi collettivi dell’infanzia e per la trasformazione
dell’intera comunità in una direzione coerente con i valori
fondamentali potenzialmente connessi all’infanzia: il gusto per la
vita, la speranza di futuro, l’aspirazione alla pace, l’amore per la
natura, la ricerca di relazioni e comunicazioni affettive, il
desiderio di creatività, la valorizzazione dei sentimenti, ecc…
(…)
Capitolo 7.
L’UFFICIO DI
PUBBLICA TUTELA PER L’INFANZIA, IL MINISTERO DELL’INFANZIA E
DELL’ADOLESCENZA E L’ESTENSIONE DEL DIRITTO DI VOTO AI BAMBINI E
AGLI ADOLESCENTI
1. La scarsa rappresentanza dell’infanzia e dell’adolescenza
nelle istituzioni e nella società
Risulta
evidente che il mondo dei bambini e degli adolescenti non è
adeguatamente rappresentato e protetto a livello
politico-amministrativo, a livello sociale istituzionale, nei
servizi erogati dalla pubblica amministrazione e in generale nelle
relazioni con il mondo adulto. I bambini non votano, non hanno
partiti, né sindacati che li possono rappresentare, non possono
agire per difendere i loro diritti, spesso non possono neppure
sapere quali sono i loro diritti, non solo in considerazione della
loro età, ma anche a seguito degli atteggiamenti adulti di
svalutazione e di espropriazione d’informazioni.
Va aggiunto
che le istituzioni pubbliche e private, come le leggi, le procedure,
i regolamenti, anche quando riguardano l’infanzia o l’adolescenza,
sono stati pensati secondo i parametri, i punti di vista e gli
interessi del mondo adulto (adultocentrismo) così come sul piano del
funzionamento reale e quotidiano tendono inevitabilmente a
considerare e privilegiare innanzitutto i bisogni e i diritti degli
adulti a scapito dei bisogni e dei diritti dei soggetti bambini ed
adolescenti. Si tratta di istituzioni che tendono a operare,
esternamente ed internamente, secondo modelli adultocentrici, così
come le garanzie, le tutele ed i controlli del funzionamento di
queste istituzioni sono concepiti per cittadini adulti, in grado di
badare a se stessi e in grado di ricorrere alla legge nel caso
ritengano violati i propri diritti (gli antichi romani dicevano:
“Vigilantibus non dormientibus iura succurrunt” cioè “Il diritto
viene in aiuto a coloro che vigilano non a coloro che dormono, a
coloro cioè che sono in grado di badare a se stessi” ). Ma i
bambini, per ovvie ragioni, non sono in grado di esercitare
direttamente la difesa dei loro diritti violati e non sono in grado
di promuovere un’azione sociale, politica o legale per difendere i
propri interessi.
2. Le istituzioni minorili e la loro inadeguatezza a soddisfare
le esigenze di tutela e rappresentanza dei bambini e degli
adolescenti
Non si può pensare che le esigenze di
tutela e di rappresentanza dei bambini e degli adolescenti possano
essere garantire da quelle istituzioni sociali che sono socialmente
incaricate di funzioni di educazione, cura e protezione (come la
scuola, il tribunale per i minorenni, i servizi sociali e
psichiatrici con competenze minorili, le comunità etc.). Si tratta
di istituzioni che in effetti svolgono per molti aspetti un ruolo
importante di aiuto, sostegno e garanzia, ma che non hanno certo la
possibilità di svolgerlo a trecentosessanta gradi. Va considerato
inoltre che esiste una contraddizione strutturale in tali
istituzioni tra la loro autorappresentazione ideologica e la prassi
reale: esse hanno come finalità dichiarata che le costituisce quella
di promuovere e sostenere bisogni specifici dei bambini e degli
adolescenti, ma sul piano del funzionamento quotidiano tendono
spesso, inevitabilmente, a privilegiare logiche e interessi di
auto-sopravvivenza istituzionale piuttosto che il perseguimento
coerente dell’interesse specifico, individuale e collettivo, del
bambino.
Le
istituzioni minorili, dunque, non possono assolutamente esaurire le
funzioni di tutela dei diritti e di sostegno degli interessi dei
bambini. Non di rado occorre difendere i bambini da queste stesse
istituzioni, quando assumono comportamenti di mancanza di rispetto,
trascuratezza e addirittura di violenza istituzionale. Questo vale
anche per il Tribunale per i minorenni, le cui scelte non sempre si
rivelano tutelanti per i bambini e coerenti con la propria ambiziosa
denominazione. C’è inoltre da ricordare che il Tribunale per i
minorenni non ha alcun mandato istituzionale (e non lo avrebbero
neppure le sezioni specializzate per i minorenni del Tribunale
Ordinario) per intervenire a tutela degli interessi collettivi
dell’infanzia rispetto alle amministrazioni locali, rispetto a
scelte istituzionali o politiche irriguardose nei confronti dei
bisogni o dei diritti dei bambini, né a tutela degli interessi
individuali eventualmente lesi da figure professionali e da
istituzioni al di fuori dell’ambito familiare.
Anche l’attività del Tribunale per i minorenni
deve essere dunque sottoposta al vaglio di un organo specializzato
non già nelle problematiche minorili, quanto nel difendere lo
specifico interesse minorile ed è evidente che questo organo di
tutela e di garanzia non può essere la Corte d’Appello presso il
Tribunale per i minorenni, istanza, peraltro, sollecitata spesso ad
essere organo di tutela e garanzia per gli interessi degli adulti.
Occorre un organo pubblico, autonomo che
non si sostituisca né si sovrapponga ai compiti delle singole
istituzioni esistenti, ma le affianchi e le solleciti al rispetto
dei diritti dei bambini e degli adolescenti.
3. Politiche sociali e tendenza alla chiusura e alla
frammentazione delle istituzioni minorili
Le
politiche sociali e le scelte amministrative, insensibili alle
esigenze dell'infanzia e la diminuzione delle risorse a disposizione
delle istituzioni minorili, sollecitano le istituzioni stesse a
rinforzare la chiusura in se stesse in un'ottica di autotutela. Si
verifica in altri termini un richiamo burocratico alle funzioni
specifiche di ciascuna istituzione, funzioni intese in modo molto
riduttivo. Dietro ideologie di efficienza e serietà si nasconde la
richiesta agli operatori di un "gioco al ribasso" per cui
l'insegnante viene spinto nei fatti a demotivarsi rispetto
all’impegno emotivo e relazionale con gli allievi, riducendo il
proprio compito a quello di trasmettere conoscenze, l'educatore deve
pensare in primo luogo all'efficienza della comunità, lo psicologo
della N.P.I. deve muoversi in una logica sempre più sanitaria
riducendo la propria disponibilità alle segnalazioni e alle terapie,
il pediatra deve continuare a restare legato alla propria lettura
organicista e medico-centrica dei problemi del bambino,
l'assistente sociale deve accettare di erogare assistenza senza
pretendere di aiutare l'utente a formulare domande e a
responsabilizzarsi, il giudice minorile deve aumentare, sotto il
peso del sovraccarico di lavoro, le archiviazioni e le deleghe,
marcare la propria funzione tecnica, interpretata come distanza
dalla realtà sociale ed emotiva dei casi su cui è chiamato a
giudicare, etc.
Agli operatori in altri termini viene
chiesto di svolgere la loro funzione istituzionale con l'esclusiva o
prevalente attenzione alle regole interne alle istituzione,
limitando a fornire agli utenti risposte minime, senza portare
avanti attività di promozione e prevenzione, senza sviluppare
iniziative che potrebbero generare conflitti e potrebbero mettere in
difficoltà gli equilibri istituzionali.
Spesso gli operatori tendono così ad
appiattirsi nello svolgimento conformistico e rassicurante del
proprio ruolo, garantito dall'esecuzione di routine dei propri
compiti, nella difesa corporativa dei propri privilegi reali o
immaginari, nell'esaltazione difensiva della propria istituzione
d'appartenenza, con relativo scaricabarile delle responsabilità, di
volta in volta, sugli operatori dell'istituzione accanto.
Non di rado
le istanze di trasformazione delle istituzioni, in termini di
adeguamento alle necessità emergenti dei minori e le richieste di
lavorare con maggiore professionalità ed efficacia, avanzate da
gruppi di operatori, vengono ignorate o contrastate. Tutto ciò
produce in questi ultimi un circolo vizioso che incrementa
frustrazione, demotivazione, impotenza che rischia di generalizzarsi
anche all'utenza
In questi anni si sono estese le
istituzioni per l'infanzia, le agenzie di socializzazione hanno
accresciuto la loro presa sui minori, la cui vita quotidiana tende
ad essere spesso segmentata nel passaggio tra istituzione ed
istituzione. Tutto ciò non sempre ha comportato un arricchimento
dell'esperienza e della creatività dei bambini, che al contrario
sono stati per alcuni versi impoveriti dal doversi relazionare a
figure professionali diverse, non sempre dotate di autentica
capacità di accettazione e disponibilità umana. Si è accresciuta
inoltre la produzione di linguaggi istituzionali diversi, la
sovrapposizione e il conflitto fra modi e campi d'intervento, la
difficoltà a realizzare in termini culturali e organizzativi la
tanto proclamata integrazione dei servizi.
Le
istituzioni sociali per l’infanzia e per l’adolescenza rappresentano
certamente un insostituibile patrimonio di strutture, di servizi e
di esperienze e senza dubbio ospitano risorse umane in gran parte
desiderose di rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti,
ma devono essere sollecitate al cambiamento e alla coerenza con le
finalità istituzionali dalla presenza di un organo di specifica
garanzia dei diritti e degli interessi dell’infanzia.
4. L’interesse del minore e la conflittualità potenziale tra
minori e adulti
Il principio giuridico che dovrebbe
costituire la finalità fondamentale di tutta l’attività, sia
giudiziaria che amministrativa in ambito minorile, è un principio
che può attivare grandi processi di cambiamento: si tratta del
principio dell’interesse del minore. La convenzione dell’ONU
del 1989 dichiara all’art. 3: “In tutte le azioni riguardanti
bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o
pubbliche, tribunali, autorità amministrative, corpi legislativi, i
prevalenti interessi del minore devono costituire oggetto di
primaria considerazione”.
La specificazione del concetto nel senso di un
“prevalente” interesse del minore risulta molto importante
sul piano teorico, alludendo all’esistenza di una conflittualità
potenziale tra soggetto minorenne e adulto all’interno della
quale viene affermata la priorità delle istanze e delle esigenze del
primo su quelle del secondo. Tuttavia chi ricorre al concetto di
“prevalente interesse del minore” non sempre è consapevole di
quanto la conflittualità potenziale tra le generazioni possa
risultare:
- profonda, per l’ampiezza delle
forme con cui gli adulti possono strumentalizzare e curvare le
potenzialità psichiche e fisiche dei bambini ai loro fini e
bisogni;
- diffusa, riguardando potenzialmente
tutte le relazioni tra adulti e minori, benché la suddetta
conflittualità non raggiunga, ovviamente, in tutte le relazioni
i medesimi livelli di intensità e di contrapposizione;
- conseguentemente estesa, più di quanto non
si immagini, alle situazioni vicine e non solo a quelle
lontane rispetto al soggetto che utilizza il concetto di
interesse del minore.
5. L’interesse sociale e i suoi principi, la disciplina
giuridica e l’autorità di controllo
Quando il mondo adulto ha un definito e
consistente interesse sociale (per es. garantire la sicura
circolazione e il godimento della ricchezza economica), esso tende a
definire principi giuridici e conseguenti diritti soggettivi per
difendere quell’interesse sociale sul piano della legge. Al fine di
tutelare quell’interesse non compare soltanto una consistente
legislazione con minuziose regole da rispettare: vengono anche
istituiti uffici pubblici che assicurano una attività di
sorveglianza, con vocazione preventiva e autorità repressiva, per il
rispetto delle norme. Dunque per affermare la tutela di un diritto
sono necessari (1) la presenza motivante di un interesse
che ne enunci i principi, (2) una disciplina giuridica
che ne detti le regole comportamentali e (3) un’autorità di
controllo che ne assicuri il rispetto.
Di fronte all’interesse del soggetto minorenne,
occorre notare che i principi che definiscono questo interesse sono
in genere ampiamente enunciati, la disciplina giuridica spesso è
generica e carente, il controllo è totalmente assente.
Se assumiamo come esempio la scuola, in
riferimento al punto (1) e cioè all’“interesse”,
si trovano, in alcune leggi che regolano la materia scolastica,
delle dichiarazioni di principio introduttive che effettivamente
riguardano il diritto all’apprendimento, alla protezione, al futuro
inserimento nella società degli alunni.
Però a queste dichiarazioni di principio non fa
seguito né il punto (2) “disciplina giuridica”
né il punto (3) “autorità di controllo”.
Infatti non c’è
una legge che disciplini e regoli le modalità di esercizio, ad
esempio, del diritto all’apprendimento, cosa significhi apprendere
da un punto di vista nozionistico piuttosto che imparare ad
apprendere, quali sono le condizioni organizzative e relazionali
ottimali per crescere nell’apprendimento, quali sono i diritti
dell’allievo, ecc…
Il punto (3) “autorità di controllo”
manca del tutto: infatti chi controlla che il diritto
all’apprendimento sia concretamente realizzato tutelando gli
interessi individuali del singolo o allievo o gli interessi
collettivi degli allievi di un’intera scuola o degli allievi che
frequentano un certo grado di scuola? Nessuno!
6. La necessità sociale di riforme per rispondere alle
esigenze di rappresentanza e di garanzia per l’infanzia.
Se è vero che l’adultocentrismo tende a
prevalere, in maggiore o minore misura, nella politica, nella
società, nelle istituzioni – anche in quelle specificatamente
costituite per promuovere e tutelare l’infanzia –, se è vero che il
mondo infantile non è rappresentato e protetto a livello
istituzionale neppure nei campi nei quali l’interesse dell’infanzia
dovrebbe essere il prevalente riferimento giuridico e culturale, se
è vero inoltre che vi sono ambiti di conflittualità a volte profonda
e lacerante, tra minori e adulti, diffusa e vicina, più di quanto
non appaia in superficie, se è vero ancora che la distribuzione
della spesa pubblica penalizza ampiamente i soggetti bambini ed
adolescenti e se è vero infine che nella tutela dell’interesse del
minore, le dichiarazioni formali di attenzione e disponibilità, le
buone intenzioni pubblicamente rese si moltiplicano, ma in verità
manca una tradizione e una cultura giuridica sull’infanzia che non
ha permesso di delineare ancora dei chiari principi giuridici, né
una conseguente disciplina legislativa efficace e concreta così come
non esistono autorità di controllo e di garanzia a favore dei
bambini, ne consegue che occorrono alcune indispensabili riforme;
un organo pubblico di difesa e promozione
culturale, di controllo e di garanzia degli specifici interessi
individuali e collettivi dell’infanzia in grado di operare
efficacemente sul territorio;
una rappresentanza degli interessi dei
fanciulli a livello ministeriale attraverso la costituzione di un
Ministero per l’infanzia e l’adolescenza ;
una riforma elettorale che dia a tutti i
bambini il diritto al voto che qualifica il loro essere cittadini
alla pari di tutti gli altri, che deleghi alla madre (o al genitore
affidatario in caso di separazione dei genitori) l’esercizio di
questo diritto e che abbassi al compimento dei 16 anni l’età minima
per votare.
7. Principi fondamentali sui quali costruire l’ipotesi di un
Ufficio di Pubblica Tutela a favore dell’Infanzia
L’Ufficio di Pubblica Tutela si basa sui
seguenti principi giuridici fondamentali relativi all’infanzia, già
richiamati al capitolo IV relativo alla Giustizia di questo
“Progetto di tesi”:
1. specificità
2. competenza e controllo
3. esercitabilità dei diritti dei
fanciulli
4. interesse prevalente del fanciullo
Tali principi rappresentano i punti di
riferimento ineludibili per orientare una disciplina giuridica e
un’attività concreta di reale tutela a favore dell’infanzia, in
particolare modo nella costruzione di un’ipotesi quale quella di un
organo pubblico destinato in via esclusiva a garantire il rispetto
dei diritti riconosciuti all’infanzia.
Non è pensabile infatti istituire un
Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia senza tenere conto
innanzitutto del principio della “specificità” che garantisce
un punto di osservazione calibrato sulle reali esigenze di un
bambino, garantendo così dal rischio di leggi, regolamenti e
istituzioni pensati per il bambino, ma realizzati secondo modelli
adultocentrici.
Il principio della “competenza” e
“controllo” pone in evidenza la necessità di una formazione
specifica in tema di infanzia, formazione che deve essere adeguata
sia per quanto riguarda la preparazione psicopedagogica sia in
riferimento alle competenze emotive e relazionali, alla
disponibilità all’ascolto empatico, alla capacità di comprendere e
decodificare il linguaggio dei bambini. Di somma importanza è anche
la fase del controllo che si applica sia agli stessi operatori
dell’U.P.T.I. (chiamati ad applicare l’impegno della responsabilità,
del confronto collegiale, dell’intelligenza emotiva, della messa in
discussione personale delle componenti soggettive della valutazione
e dell’intervento), sia alla funzione vera e propria di controllo
dell’U.P.T.I. in posizione di garante del fanciullo.
Il principio della “esercitabilità dei
diritti dei fanciulli” si pone fra i presupposti di maggiore
rilevanza nella proposizione di un organo pubblico destinato ad
agire proprio a tutela e difesa dei diritti dei fanciulli: questi
ultimi non avendo la capacità di esercitare in prima persona i loro
diritti finiscono per dipendere dagli adulti che ne hanno la
rappresentanza giuridica (genitori, tutori) o il generico dovere di
tutela (insegnanti, operatori socio sanitari) ma, come sappiamo,
nella maggioranza dei casi i diritti dei bambini vengono violati
proprio dalle persone alle quali sono affidati, da qui si genera un
conflitto, che si risolve ad esclusivo svantaggio del bambino, fra
l’interesse di quest’ultimo alla difesa dei suoi diritti e
l’interesse dell’adulto che si trova nella paradossale condizione di
essere nello stesso tempo l’artefice di una violazione e titolare
del dovere di tutela dei diritto che egli stesso ha violato. La
possibilità di esercitare correttamente i diritti dei bambini passa
dunque attraverso un impegno culturale, psicologico ed etico degli
operatori dell’U.P.T.I. a costruire una sintonia sul piano
culturale, relazionale ed emotivo all’infanzia e all’adolescenza: un
impegno che deve essere sollecitato, verificato e garantito
attraverso la rigorosa selezione del personale e dei dirigenti,
attraverso la costante attività di formazione, messa in discussione
e supervisione, attraverso l’attività di ricerca e di inchiesta a
contatto con i bambini e gli adolescenti.
Il principio infine dello “interesse
prevalente del fanciullo” richiede che ci sia la sensibilità
necessaria a percepire la consistenza e la frequenza del conflitto
tra l’adulto e il bambino e che le decisioni, le norme, i
comportamenti da assumere, quando si tratta di risolvere un
conflitto fra contrapposti interessi adulto-bambino siano
considerati facendo prevalere, in riferimento alla maggiore
vulnerabilità e dei maggiori bisogni di protezione, l’interesse
innanzitutto del fanciullo.
8. I compiti e le funzioni
dell’Ufficio di Pubblica Tutela per l’Infanzia
Un organo di tutela e garanzia dei bambini
e degli adolescenti deve avere innanzitutto una natura pubblica. La
natura pubblica di un servizio risponde alle esigenze di massima
tutela che si realizza da una posizione di indipendenza e
imparzialità quale deve essere quella della pubblica amministrazione
(art. 97 cost.); solamente quindi una funzione pubblica può
garantire l’alto ufficio di vigilanza e difesa dei diritti del
bambino.
I compiti dell’U.P.T.I. non possono che
avere una natura poliedrica con competenze multidisciplinari socio
sanitarie, psicopedagogiche, legali e amministrative e i poteri che
devono essere riconosciuti all’U.P.T.I. non possono che riguardare
vari e diversi aspetti della potestà pubblica.
L’U.P.T.I.
si pone infatti come istituzione di garanzia, di tutela, ma anche di
promozione culturale e di controllo a favore del fanciullo in
riferimento a tutti gli aspetti che possono riferirsi al mondo
dell’infanzia, specialmente nelle relazioni con gli adulti. Va
sottolineata l’importanza di riassumere nello stesso ufficio
pubblico più funzioni e quindi più competenze e professionalità,
perché la tutela del fanciullo è un tema che presenta aspetti di
grande delicatezza e complessità che vanno trattati facendo
convergere diversi punti di vista e apporti tecnici, conoscitivi ed
operativi.
Tutela e Rappresentanza legale
Controllo e pressione sulle istituzioni e sulla
comunità sociale
Promozione culturale
Propositiva e consultiva
8a) La funzione di tutela
e rappresentanza legale dell’Ufficio di Pubblica Tutela
dell’Infanzia
L’U.P.T.I.
ha il potere di promuovere l’azione legale in nome dei cittadini
bambini ed adolescenti e pertanto può rivolgersi direttamente al
Tribunale per i Minorenni affinché avvii un procedimento di
volontaria giurisdizione per la protezione, l’affidamento, la
regolamentazione delle visite concernenti minori, dove svolge i
compiti e le attribuzioni di una parte attraverso un Curatore o
rappresentante legale del bambino. Altrettanto può avvenire in sede
penale, dove il Curatore si costituisce sempre, quando sia
possibile, parte civile e può sostenere la Pubblica Accusa nei
processi nei quali siano stati violati i diritti dei fanciulli.
L’U.P.T.I. può opporsi con fondati motivi
all’archiviazione di un procedimento penale nel quale un bambino sia
stato presuntamene vittima di violenza o può chiedere la riapertura
del procedimento. Il Curatore o rappresentante legale del bambino
risponde del proprio operato all’U.P.T.I., assume la difesa del
bambino durante il processo in quanto avvocato e segue la posizione
del fanciullo anche dopo la conclusione del processo per quelli che
sono i residui interessi relazionali, sociali e patrimoniali di
liquidazione di eventuali danni e a garanzia della loro effettiva
utilizzazione a favore del minore.
L’U.P.T.I. nomina e cura la formazione di
avvocati che, nel ruolo di Curatori degli interessi del minore,
rappresentano in giudizio i soggetti minorenni, portando la voce di
questi ultimi nel processo e nel dibattimento con competenza tecnica
ed attenzione agli specifici bisogni e diritti del bambino. Il
Curatore o rappresentante legale degli interessi del minore può
essere attivato nel procedimento per iniziativa diretta
dell’U.P.T.I. o su richiesta di una parte (pubblico ministero,
genitori o dello stesso minore). La presenza del ruolo del Curatore
o rappresentante legale del minore, come parte del processo, in
tutti i procedimenti dove è in gioco l’interesse di un bambino o di
un adolescente, deve pertanto diventare un diffuso strumento che
rafforza la tutela autonoma del fanciullo in sede processuale tale
affermazione si fonda sulla constatazione che ci può essere o si può
sempre sviluppare una conflittualità tra l’interesse del minore e
quello del genitore o dell’adulto che esercita la potestà, anche
quando non risulta palese un’incompatibilità tra i due interessi.
Anche se non è già attiva o evidente, l’incompatibilità potrebbe in
effetti manifestarsi nel corso del procedimento o restare nascosta,
ma ciò nonostante essere presente.
8b. La funzione di
controllo dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia
L’attività di controllo dell’U.P.T.I. è uno
dei compiti più importanti e decisivi per la realizzazione
complessiva della generale funzione di garanzia in considerazione
del fatto che l’infanzia non può attivare autonomamente meccanismi
di autotutela ed esercizio dei propri diritti. L’U.P.T.I.
innanzitutto esercita la funzione di controllo dell’operato della
pubblica amministrazione che svolge attività direttamente o
indirettamente connessa con il mondo dei bambini: controllo
dell’ente istituzionale nel suo insieme, delle strutture, dei metodi
di accudimento, di assistenza, di cura, di istruzione, di attività
giurisdizionale, dell’adeguamento alle leggi e ai regolamenti
relativi all’infanzia e di ogni aspetto che può considerarsi utile
nel “prevalente interesse del fanciullo”.
Il sistema dei controlli deve poter
riguardare anche le istituzioni private, i singoli operatori e
professionisti che si occupano di bambini, i controlli inoltre si
effettuano anche con un’attività di sorveglianza e osservazione
diretta sul benessere degli stessi bambini.
Vi possono essere comportamenti di singoli
operatori, insegnanti, educatori, professionisti che possono ledere
i diritti dei fanciulli, ovviamente la casistica può spaziare da un
atteggiamento penalizzante o denigratorio a vere e proprie violenze,
dalla omissione di atti di ufficio a decisioni aberranti e punitive
nei confronti dei bambini, in ogni caso la protezione dell’infanzia
va garantita dalla funzione di controllo dell’U.P.T.I., il quale,
nel caso di mancanze rilevanti, ma non gravissime, deve innanzitutto
proporre all’interessato un percorso di collaborazione di crescita
professionale e umana mentre nei casi più gravi potrà intervenire
con gli strumenti propri di censura e sanzionatori, fino alla
denuncia alle autorità competenti.
L’attività di controllo deve potersi
attivare sia su segnalazione, debitamente vagliata, di responsabili
istituzionali e singoli cittadini, sia su iniziativa dello stesso
Ufficio. Al potere di controllo quindi deve necessariamente essere
collegato un corrispondente e congruo potere ispettivo
(acquisizione di notizie, accesso agli atti e alle cartelle
sociali o cliniche, alle strutture, sviluppo di indagini
conoscitive).
Deve essere prevista anche una funzione
sanzionatoria dell’U.P.T.I. con una capacità d’intervento ben
delineata nel caso di comportamenti lesivi del benessere, della
dignità, della qualità della vita dei bambini, con una gamma di
provvedimenti graduati che può andare dal richiamo propositivo che
mira costruttivamente a correggere un comportamento istituzionale o
professionale, alla censura, fino ad arrivare alla sanzione
pecuniaria o al provvedimento disciplinare e, nei casi più gravi,
alla denuncia innanzi alla Procura della Repubblica.
L’U.P.T.I.
può dunque procedere – per fare degli esempi - nei confronti di
un’Amministrazione che si dimentica delle esigenze completamente dei
cittadini minorenni, nei confronti di un ospedale che ignora il
bisogno dei pazienti bambini di mantenere una continuità relazionale
con i loro genitori, nei confronti di un’industria che inquina
l’ambiente con una tossicità dannosa per gli standard di
tollerabilità infantili, nei confronti di un Ministero della
Pubblica Istruzione che sviluppa una politica scolastica che non
tiene conto dei bisogni irrinunciabili dei bambini, nei confronti di
comunità ed istituti dove si verificano maltrattamenti nei
confronti dei piccoli ospiti ospiti, ma anche nei confronti
dell’insegnante che segue abitualmente uno stile educativo
costantemente lesivo e mortificante verso i fanciulli, nei
confronti dello psicologo che per anni non ha preso sul serio una
rivelazione di un abuso rivelatasi poi fondata, nei confronti del
magistrato che ha lasciato marcire in istituto un bambino per
concedere all’infinito continue possibilità di recupero ai genitori,
nei confronti dell’avvocato o del magistrato, che ha gravemente
violato i diritti del testimone minorenne, ecc…
8c. La funzione di
promozione culturale dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia
L’U.P.T.I. s’impegna a promuovere con tutte
le istituzioni e le forze sociali disponibili una nuova cultura di
attenzione, rispetto ed ascolto dei bisogni dei bambini.
L’U.P.T.I. appoggia in particolare la
sensibilizzazione e la messa in discussione dei genitori rispetto ai
compiti relazionali, emotivi ed educativi con i figli, sostenendo in
particolare il Programma di Preparazione all’Impegno Genitoriale,
gestito dal Servizio di Accoglienza alla Vita e il
Programma d’Impegno Relazionale ed Educativo, gestito dal
Servizio di Sostegno per genitori, servizi entrambi facenti capo
al sistema socio-sanitario.
La metodologia dei corsi dovrà essere
capace di attivare il coinvolgimento emotivo ed esperienziale dei
genitori, valorizzandone le competenze e le vocazioni specifiche.
Si deve partire dall’idea che non esiste
l’ideale del genitore perfetto e che innanzi alla responsabilità di
educare e crescere un bambino nessuno può pensare di imporre dei
modelli comportamentali, delle soluzioni ricetta, delle modalità
relazionali validi per ogni famiglia, ogni figlio, ogni situazione:
da qui l’esigenza di impostare i corsi secondo modelli
collaborativi, di interazione e scambio di conoscenza e esperienze,
considerando la formazione come un cammino da compiere con altri
genitori e con l’aiuto di esperti.
Compito
degli esperti dell’U.PT.I. in collaborazione con gli operatori
socio-sanitari coinvolti nella concreta realizzazione dei suddetti
programmi è fornire ai genitori coinvolti attestati di
partecipazione, che possano documentare lo sforzo compiuto nella
direzione di una preparazione e di una responsabilizzazione rispetto
alla funzione genitoriale.
Al termine del Programma di Preparazione
all’Impegno Genitoriale, i genitori che otterranno una
valutazione positiva in base alla frequenza e all’attivazione
all’interno dei Corsi, riceveranno un attestato che sul piano
pratico consentirà loro di usufruire della somma associata al Baby
Bond, immediatamente percepibile dalla famiglia.
Un tale attestato o “patentino” non va
inteso evidentemente come una condizione indispensabile dal punto di
vista legale a svolgere la funzione genitoriale: una tale funzione
appartiene alla sfera naturale e non può essere vincolata per legge,
bensì come una documentazione di un impegno avviato che dovrà
ulteriormente svilupparsi. Il patentino non va inteso neppure come
un riconoscimento di una competenza genitoriale definitivamente
valida o acquisita. Si tratta invece di un messaggio sociale e
culturale circa la necessità di una preparazione dei genitori al
loro compito, una preparazione che non può essere raggiunta una
volta per tutte, perché al Programma di Preparazione all’Impegno
Genitoriale seguiranno i corsi del Programma d’Impegno
Relazionale ed Educativo per genitori.
Si può ipotizzare che al termine del
Programma d’Impegno Relazionale ed Educativo, le cui verifiche
saranno triennali all’età dei 3, 6, 9, 12, 15 e 18 anni del figlio,
i genitori che otterranno una valutazione positiva in base alla
frequenza e all’attivazione all’interno dei Corsi, riceveranno un
attestato che sul piano pratico consentirà loro di usufruire della
somma associata al Baby Bond, immediatamente percepibile dalla
famiglia.
Anche gli attestati, consegnati al termine
delle suddette verifiche, vanno intesi come documentazione di uno
sforzo compiuto e non certo come garanzia di una maturità educativa
e relazionale acquisita o come dimostrazione di una capacità
raggiunta di esercitare una funzione genitoriale valida.
Gli attestati
rilasciati dall’U.P.T.I. vanno intesi dunque come una sollecitazione
sociale a contrastare la sottovalutazione del compito genitoriale,
come un incentivo a prendere sul serio un tale compito e a
confrontarsi con altri genitori e con esperti per poter verificare
direttamente il vantaggio della riflessione, della messa in
discussione e della richiesta di aiuto rispetto al ruolo di
genitori.
Gli attestati
rilasciati dall’U.P.T.I. vanno intesi come una provocazione
responsabilizzante. In una società industriale e tecnologica è
acquisito in maniera ormai consolidata che per gestire una macchina
occorre una preparazione tanto maggiore quanto più complessa è la
macchina stessa e che per guidare una vettura è socialmente
indispensabile una patente. Ora è assurdo che per gestire la
crescita di una “macchina” assai più complessa e delicata quale
l’organismo psico-fisico di un bambino non venga richiesto a coloro
che saranno responsabili di quella crescita e non venga considerato
se non indispensabile (la qual cosa risulterebbe giuridicamente
improponibile) almeno opportuno un serio percorso di preparazione
con un conclusivo momento di verifica.
Altrettanto
acquisito nella nostra cultura il concetto di aggiornamento e
verifica costante all’interno dell’organizzazione del lavoro delle
capacità professionali dei lavoratori. L’idea che la verifica sia
peraltro indispensabile per le macchine stesse è da sempre un’idea
che nessuno oserebbe mettere in dubbio e che è oggetto di precise
normative (vedi per es. la revisione delle automobili).
E’ pertanto
assurdo che non venga in qualche modo almeno proposto socialmente
con forza e con convinzione (dal momento che non può essere reso
obbligatorio per legge) un percorso di aggiornamento e di verifica
delle capacità genitoriali, che miri ad attivare la partecipazione
il più possibile consensuale ed attiva dei genitori con la finalità
di sostenerli nella loro impegnativa e difficile responsabilità
educativa e relazionale.
8d. La funzione di
sollecitazione ad una cultura della solidarietà dell’Ufficio di
Pubblica Tutela dell’Infanzia
La tutela
dell’infanzia non può essere soltanto un impegno istituzionale e
giuridico, assunto da un Ufficio pubblico, deve essere un impegno
culturale ed etico assunto dall’intera società civile. Pertanto
compito dell’U.P.T.I. è quello non solo di sensibilizzare la
comunità sociale ai valori e ai bisogni dell’infanzia, ma anche
quello di fare emergere concretamente una diffusa assunzione di
impegni e di responsabilità per far fronte alle esigenze di
sostegno, di educazione e di assistenza di tanti bambini in
difficoltà.
In collaborazione con i servizi
socio-sanitari vengono sviluppate campagne per la crescita della
disponibilità all’affidamento familiare, vengono sollecitate ed
individuate persone e famiglie in grado di assumere impegni di
tutela anche parziali, in appoggio alle famiglie d’origine dei
bambini in difficoltà (impegni di assistenza scolastica, di aiuto
per le cure mediche, di accompagnamento del bambino ad attività
sportive o di fisioterapia ecc…).
8e. La funzione propositiva
e consultiva dell’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia
Dovrebbe essere riconosciuta all’U.P.T.I.
un’ampia funzione propositiva che potrebbe concretizzarsi non
solo nella possibilità di fornire indicazioni per la soluzioni di
conflitti, ma dovrebbe potersi esercitare, nei confronti degli enti
territoriali ed enti pubblici in genere, con il riconoscimento del
potere di proporre, agli organi deliberativi competenti, atti di
natura regolamentare o legislativa che diano impulso ad una nuova
sensibilità delle istituzioni nei confronti dell’infanzia.
Infine dovrebbe prevedersi una funzione
consultiva, secondo la quale l’U.P.T.I. sarebbe chiamato a
fornire un parere, obbligatorio e vincolante, su tutti gli atti
della pubblica amministrazione che direttamente riguardano il mondo
infantile.
9. Caratteristiche istituzionali e organizzative dell’Ufficio di
Pubblica Tutela dell’Infanzia
Per poter assolvere tutte queste funzioni
l’Ufficio di Pubblica Tutela dell’infanzia dovrebbe disporre di
risorse, mezzi e personale adeguatamente consistente e qualificato e
pertanto differenziarsi radicalmente dalla maggior parte dei modelli
proposti da varie parti, modelli che rischiano di dar vita a
strutture operanti puramente sulla carta o a nuovi carrozzoni
burocratici, privi di una linea culturale coerente e rigorosa a
difesa dell’interesse specifico e particolare dei soggetti bambini
ed adolescenti, sul piano del controllo e della pressione sulle
istituzioni, sul piano della rappresentanza legale, sul piano della
promozione di una cultura della responsabilità e dell’accoglienza
nei confronti dei bambini. I suddetti modelli rischiano di
delineare istituzioni di facciata, a copertura ideologica
dell’assenza di una politica coerente ed efficace per l’infanzia e
per l’adolescenza.
Nel modello da noi proposto, L’U.P.T.I.
dovrà avere una strutturazione regionale, con articolazioni
territoriali decentrate coincidenti con il territorio dell’Unità
sanitaria locale. I pubblici tutori regionali e di territorio sono
nominati per concorso. I candidati devono dimostrare non solo una
consistente competenza culturale nelle tematiche concernenti i
minori, ma anche una consolidata esperienza e un impegno
professionale ed umano di rilievo nella difesa dell’interesse
specifico del minore e nella comprensione della conflittualità
esistente tra interesse del minore e interesse dell’adulto.
I Pubblici Tutori a livello regionale e
territoriale restano in carica per cinque anni e sono rieleggibili
per due mandati anche consecutivi. Gli uffici di Pubblica Tutela
costituiscono un coordinamento nazionale.
Gli Uffici di Pubblica Tutela regionale e
territoriale sono dotati di poteri sul piano giuridico e normativo
per realizzare le funzioni sopra descritti e dispongono ciascuno di
uno staff di esperti legali e di uno staff di professionisti in
ambito psicologico, pedagogico, sociologico, medico e ambientale.
(…)
10. Il Ministero per l’Infanzia
Vi sono delle ragioni specifiche che
sostengono la proposta dell’istituzione di un Ministero per
l’Infanzia:
colmare un ritardo culturale e politico
rispondere ad una carenza rappresentativa
garantire il massimo di autonomia dell’Ufficio
di Pubblica Tutela
Colmare un ritardo culturale e politico
La “questione infantile” comincia con
fatica a porsi alla coscienza civile soltanto negli ultimi anni. Il
ritardo culturale riguarda quasi tutti gli aspetti che si
riferiscono al mondo dei bambini, dalla genitorialità (che è un
compito di straordinaria responsabilità e difficoltà, ma che rimane
scarsamente sostenuto dal punto relazionale, formativo ed economico)
al sistema scolastico (dove le riforme che si succedono continuano
sostanzialmente a sottovalutare o addirittura ignorare i bisogni più
specifici, profondi e motivanti degli allievi: i bisogni emotivi).
Sul piano del rispetto dei diritti dei
bambini, pesa la mancanza di una tradizione giuridica come quella
che invece esiste, ad esempio, per gli istituti civilistici che
regolano gli scambi economici per i quali possiamo vantare una
cultura giuridica bimillenaria: è evidente l’assenza di previsioni
normative di garanzia a livello costituzionale a favore dei bambini,
così come l’inadeguatezza delle istituzioni giurisdizionali.
Prima degli anni ’80 in Italia il problema
del maltrattamento all’infanzia era pressoché ignorato dai
professionisti e dai media, ed ancora oggi tende ad essere
affrontato in termini sensazionalistici e superficiali con scarso
impegno di risorse sul terreno della prevenzione e del contrasto al
fenomeno.
La violenza all’infanzia rimane ancora
avvolta in gran parte da un cordone di silenzio, omertà e incapacità
di ascolto che ne garantiscono la perpetuazione in una dimensione di
segretezza e di indifferenza sociale. Si consideri la differenza
abissale che esiste nel nostro paese, come in tutti i paesi
occidentali, fra il numero delle denunce annuali per violenza
sessuale a danno dei bambini registrate ogni anno, circa 700/800, e
le proiezioni del numero di violenze sessuali effettivamente
consumatesi a danno di bambini secondo alcune ricerche scientifiche,
50.000/70.000 ogni anno.
Manca tuttora un’adeguata sensibilità e
attenzione politica e sociale: basti pensare all’enorme disagio dei
bambini che vivono in uno stato di povertà anche nel nostro paese,
che vengono emarginati dalla scuola e privati del diritto allo
studio, ai bambini stranieri che vivono spesso in condizioni
pesantissime e con una scarsissima assenza di protezione.
Deve considerarsi necessaria l’istituzione
di un Ministero per l’Infanzia proprio nella consapevolezza della
esigenza di una profonda trasformazione legislativa e istituzionale
in merito alla “questione infantile” per recuperare in tempi
ragionevoli quel profondo ritardo culturale e che si traduce in un
ritardo istituzionale, legislativo, sociale e relazionale.
Rispondere ad una carenza rappresentativa
Abbiamo già sottolineato come i bambini non
hanno nessun tipo di rappresentatività, hanno uno scarso peso
sociale, nessuna possibilità di vedere espressi e tutelati i loro
specifici interessi, nessuna visibilità, nessuna istituzione che ne
raccolga stabilmente le esigenze per tradurle in iniziative di
tutela e cambiamento.
A differenza degli adulti, i bambini, per
ragioni obiettive, non hanno comunque gli strumenti, le categorie
per sapersi e potersi organizzare, per comunicare alle istituzioni i
loro bisogni con la speranza di vederli un giorno soddisfatti, i
bambini, in tenera età, non hanno neppure consapevolezza dei loro
diritti, non hanno parole per esprimere il loro disagio o le loro
esigenze. In verità non c’è categoria sociale che più dei bambini
necessità di un riferimento istituzionale posto al vertice del
potere esecutivo dedicato e specifico quale dovrebbe essere il
Ministero per l’Infanzia.
I vantaggi che conseguirebbero alla istituzione
di un tale Ministero sarebbero innumerevoli, anche perché il
migliore fra gli investimenti possibili per una comunità sociale e
politiche è quello che scommettere sul proprio futuro.
Il Ministero per l’Infanzia dovrebbe coordinare
e promuovere le politiche sociali destinate all’infanzia, secondo i
processi di cambiamento culturale cui abbiamo accennato, ma il primo
evidente risultato sarebbe quello di riconoscere fattivamente che
milioni di cittadini bambini ed adolescenti meritano di essere
tenuti attentamente presente dall’azione dell’Esecutivo.
Autonomia dell’Ufficio di Pubblica Tutela
dell’Infanzia
L’Ufficio di Pubblica Tutela dell’Infanzia a
motivo dei complessi e delicati compiti di tutela giuridica, di
controllo, di promozione di una cultura e di una solidarietà attorno
ai bisogni infantili, non potrà che svolgere la propria attività di
garante per l’infanzia in condizioni di autonomia dalle altre
amministrazioni dello Stato; gli impiegati, i professionisti che
animeranno le attività dell’U.P.T.I. dovranno essere iscritti nei
ruoli del Ministero dell’Infanzia. In assenza di questa prospettiva,
in mancanza di un vertice esecutivo, gli operatori impegnati
nell’U.P.T.I. si troverebbero ad essere dei dipendenti delle stesse
amministrazioni sulle quali potrebbero disporre dei controlli.
11. Estensione a tutti i bambini e a tutti gli adolescenti del
diritto di voto
Riprendiamo e rilanciamo la proposta del
presidente delle ACLI Luigi Bobba e del prorettore dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore Luigi Campiglio (Corriere della Sera,
30 marzo 2004) di chiedere alle forze politiche di avviare una
modifica della legge elettorale che realizzi fino in fondo il
principio “una testa, un voto”, consentendo ad ogni bambino di
esprimersi politicamente ed elettoralmente attraverso una delega
alla madre e al genitore affidatario, nel caso di separazione tra i
genitori.
Il progetto di riforma non parte da un
interesse miope ed elettoralistico di favorire questo o quel gruppo
politico, maggiormente capace di influenzare le madri a cui verrebbe
data la delega del voto dei fogli. Indipendentemente da quella che
potrà essere nell’immediato la ricaduta in termini di spostamento
di preferenze elettorali, la riforma stabilirà con forza il
principio che ogni bambino e ogni adolescente è un cittadino del
nostro paese come qualsiasi adulto, obbligando le forze politiche a
sviluppare un’attenzione non più marginale alle questioni minorili
e a moltiplicare le proposte, oggi gravemente carenti dal punto di
vista quantitativo e qualitativo per l’infanzia e per la
famiglia. Gli uomini politici verranno necessariamente spinti a
rivolgere le loro preoccupazioni, i loro pensieri e i loro programmi
alle giovani generazioni e al futuro sociale. Gli interessi
elettorali portano oggi a a difendere gli interessi immediati dei
gruppi più forti e più presenti socialmente. Almeno parzialmente la
situazione dovrà modificarsi. Il politico che saprà interpretare le
esigenze minorili e saprà comunicare meglio con l’elettorato, in
particolare con le donne nel ruolo di madri, con gli adolescenti e
con una grande fascia dei più piccoli, sarà evidentemente premiato
dal punto di vista elettorale.
Proponiamo inoltre di abbassare al
compimento dei sedici anni l’età minima per votare. Il sedicenne
nella nostra cultura è già un cittadino del mondo, merita di essere
responsabilizzato anche sul piano civile e di essere portato come
individuo e come soggetto sociale alla partecipazione alla vita
pubblica. Gli adolescenti dunque tra i 16 e i 18 anni potranno
esprimersi elettoralmente in prima persona. Bambini,
preadolescenti ed adolescenti che non hanno ancora compiuto i 16
anni saranno rappresentati dalla madre (o dal padre nell’eventualità
in cui risulti l’affidatario), ma, stante la sensibilità mediatica
delle nuove generazioni e la forte comunicazione intragenerazionale,
saranno in ogni caso informati dell’intermediazione elettorale
esercitata dal genitore.
La riforma solleciterà i genitori e gli
stessi bambini e ragazzi a confrontarsi all’interno e all’esterno
della famiglia sui temi della politica, della società e della
campagna elettorale. Non si potrà infatti far finta di niente di
fronte ad un diritto di voto che sarà in effetti esercitato dalla
madre, ma a nome dei figli, i quali – almeno nelle famiglie dove
circola un minimo di comunicazione - dopo i 6/7 anni e a maggior
ragione negli anni successivi saranno in grado di partecipare,
almeno in qualche misura e in qualche occasione, con crescenti
informazioni alla discussione sul significato e sui criteri del
voto. La riforma darà dunque un impulso ad un salutare dialogo
intrafamiliare e costituirà uno stimolo a far crescere la
soggettività dei bambini nel confronto con la realtà, contrastando
gli atteggiamenti che svalorizzano l’intelligenza e le competenze
sociali dei bambini o addirittura pretendono di mantenere i bambini
sotto una campana di vetro.
Circa 10 milioni di giovani e di bambini
in Italia sono esclusi oggi da qualsiasi rappresentanza dei loro
interessi. Le indagini statistiche segnalano che in Italia, come in
altri paesi, la popolazione dei minorenni rappresenta il gruppo
sociale che maggiormente soffre la mancanza di beni di consumo
privati e collettivi. Le democrazie occidentali attraverso il
meccanismo parlamentare tendono a privilegiare nella distribuzione
della spesa pubblica (circa il 30% in USA e Giappone, circa il
45-50% nell’Unione Europea) in particolare a quei gruppi sociali che
possono garantire la maggioranza elettorale. Questo spiega perché le
politiche sociali ed amministrative finiscono per trascurare
gravemente gli interessi collettivi dei bambini e degli adolescenti,
che attualmente risultano completamente privi di qualsiasi capacità
di negoziazione elettorale e politica. La resistenza nei confronti
di questa riforma potrà risultare consistente e trasversale a tutte
le forze politiche: le componenti, nei fatti conservatrici ed
adultocentriche, della società politica tenderanno a difendere la
sopravvivenza dell’attuale distribuzione delle risorse e degli
interessi di potere legati a questa distribuzione e si opporranno
nettamente ad un riequilibrio del welfare a favore delle giovani
generazioni.
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