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L’ascolto
illusorio
L’ascolto
è un impegno mentale e relazionale tutt’altro che semplice e
scontato. Esiste certo un ascolto che può risultare stimolante o
rassicurante, e che non pone certo problemi o difficoltà. Si tratta
di un ascolto di comunicazioni piacevoli, rilassanti, capaci di
confermare le nostre previsioni, i nostri schemi, le nostre immagini
del mondo. Ma l’ascolto di cui maggiormente abbiamo bisogno come
individui e come comunità sociale è un ascolto che non si fermi
sulla soglia della dimensione dolorosa, conflittuale, imprevedibile
dell’esistenza. Abbiamo necessità di un ascolto dei contenuti di
sofferenza, di impotenza, di confusione: ascolto come disponibilità
a fare silenzio, sgombrando il campo mentale da sentimenti e
preoccupazioni che possono agire da barriera alla ricezione di
comunicazioni provenienti dall’esterno, come disponibilità di
attenzione-accoglimento dei messaggi provenienti dall’alterità
dell’altro, come disponibilità a dare spazio alla dimensione del non
previsto, del non conosciuto, del non desiderato, del non piacevole.
La competenza dell’ascolto in questo
senso rappresenta una risorsa preziosa e scarsa nella comunità
sociale, presupponendo nel soggetto in grado di ascoltare la
capacità di tenere a bada due tendenze molto radicate nella mente
umana: l’illusione e l’egocentrismo. In questo
paragrafo parleremo della prima tendenza, nel paragrafo successivo
affronteremo la seconda.
Nelle psicologie orientali
l’illusione è il fattore mentale maggiormente insano che
interferisce con la capacità di registrazione, sensoriale (visiva,
auditiva, ecc…) e mentale, della realtà. Goleman, studiando la
psicologia del buddismo classico afferma: «L’illusione è definita
come un’opacità della mente che porta ad una falsa percezione
dell’oggetto di consapevolezza. L’illusione è considerata come base
dell’ignoranza, radice prima della sofferenza umana. Questa falsa
percezione della natura delle cose - l’incapacità, semplicemente, di
vedere con chiarezza, senza pregiudizi di alcun genere - è il nucleo
di tutti gli stati mentali nocivi».
L’illusione impedisce di riconoscere
la realtà degli eventi e dei fenomeni per quello che sono e per come
si manifestano, impedisce di registrare in modo corretto le
informazioni provenienti dai fatti e dalle persone. L’illusione è
nemica dell’ascolto perché nemica della consapevolezza.
Ascoltare l’abuso sessuale sui minori
è veramente un impegno ostico. Occorre superare almeno sei forme di
illusione:
1.
l’illusione
relativa ad una comunità umana globalmente buona ed amorevole nei
confronti dei suoi cuccioli o comunque capace di proteggerli dalla
sessualizzazione perversa
(tale illusione va in frantumi prendendo atto delle estese dinamiche
sociali di strumentalizzazione sessuale e di “odio erotizzato”
sottese all’abuso);
2.
l’illusione relativa a una mente
umana capace, al di là di eccezioni psicopatologiche, di mantenersi
estranea a pratiche perverse e distruttive ai danni dell’infanzia
(tale illusione viene meno nel constatare che i comportamenti
abusanti sono per lo più agiti da soggetti socialmente adattati e
privi di patologie conclamate dal punto di vista psichiatrico);
3.
l’illusione che
esistano luoghi protetti dallo scatenarsi di azioni abusanti (la
famiglia, la Chiesa o altre istituzioni “buone”): in particolare
l’illusione relativa alla famiglia come luogo ottimale di protezione
dei bambini, “rifugio dai dolori e dai traumi della vita quotidiana…
microcosmo pieno di accudimento, nel quale i figli sono
educati da genitori attenti, allo scopo di diventare cittadini buoni
e responsabili”: tale illusione crolla nel constatare le dimensioni
spaventose della violenza domestica (cfr. F. De Zulueta, Cause
psicologiche della violenza familiare).
4.
l’illusione
relativa all’infanzia (e alla nostra stessa infanzia) come età
idealizzata e felice: se la comunità adulta, la famiglia e la stessa
mente umana sono tutt’altro che esenti dalla tentazione di
distorcere la relazione con il bambino a fini abusanti e
strumentali, l’infanzia degli esseri umani non può essere del tutto
al riparo da una qualche forma di impatto con mancanze di rispetto,
più o meno gravi, degli adulti nei confronti dei bisogni infantili
associati alla corporeità e alla sessualità;
5.
l’illusione
relativa all’idea che per aiutare il minore abusato possa essere
sufficiente una risposta capace di interrompere la violenza senza
necessariamente avviare un impegno successivo di ascolto e di cura
del suo trauma; l’illusione che il tempo sia il rimedio per tutti i
mali (e di conseguenza di tutti i traumi) e pertanto che non sia
indispensabile, per garantire un futuro al minore abusato,
dargli la possibilità di
riattraversare il passato, offrendogli la presenza empatica di un
ascoltatore disponibile a rielaborare con lui l’esperienza
traumatica: tali illusioni sono smentite dal fatto che a distanza di
mesi, anni o decenni dall’interruzione della violenza si possono
scatenare gravissimi disagi, sintomi e comportamenti post-traumatici
che possono peraltro scaricarsi nella generazione successiva (cfr.
E. Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una
generazione all’altra);
6.
l’illusione che la
soggettività di chi si accosta nei diversi ruoli all’abuso non
costituisca, a seconda dei casi, problema o risorsa decisiva
interagendo con la possibilità della vittima o presunta vittima di
esprimere la propria verità: in altri termini l’illusione che sia
possibile rilevare, valutare o curare il trauma sessuale di un
bambino senza che la soggettività dell’operatore incida in modo
rilevante, positivamente o negativamente, sulla comunicazione e
sull’attivazione del bambino, l’illusione che ci si possa occupare
di abuso senza dover incontrare sentimenti penosi e conflittuali,
senza dover elaborare l’ansia, l’incertezza e la tensione, senza
dover fare i conti con forti resistenze dentro di sé alla
possibilità di accogliere la sofferenza e la confusione
dell’interlocutore, senza dover tenere a bada le modalità difensive
dell’evitamento o dell’iper-identificazione, senza assumere pertanto
un doveroso impegno di formazione, confronto, supervisione (cfr. A.
Vassalli, Cosa succede a chi ascolta l’abuso?).
Non mancano
esempi di ascolto illusorio in questo volume:
nel caso di Linda, una giovane donna che ha passato la propria
infanzia e la propria adolescenza in un clima di costante violenza
fisica e sessuale, lo psichiatra infantile che aveva conosciuto la
bambina a scuola, il medico che aveva visitato spesso la ragazza per
le continue infezioni al tratto urinario, le assistenti sociali che
si erano occupate del caso non avevano mai percepito l’estrema
gravità della situazione, evidentemente vittime del pregiudizio
illusorio in base a cui si esclude a priori che la famiglia possa
essere un luogo di abuso sistematico e brutale (cfr. F. De Zulueta,
Cause psicologiche della violenza familiare); nel caso delle
madri con una storia di abusi e deprivazioni alle spalle, l’ascolto
illusorio è quello degli operatori che prendono per buoni i
propositi di cambiamento di queste donne in relazione al loro
impegno genitoriale senza neppure verificare in che misura nella
loro funzione di madri sono effettivamente in grado, al di là delle
loro intenzioni dichiarate, di evitare la ripetizione delle
dinamiche di violenza che hanno inciso nella loro vicenda infantile
(cfr. E. Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti
da una generazione all’altra); nel caso della bambina abusata di
quattro anni che amava cantare una canzoncina con contenuti sessuali
molto espliciti (quali per esempio “ciucciami il pisello, baciami i
capezzoli”), gli psicologi di un servizio pubblico, chiamati al
compito di effettuare la psicodiagnosi della bambina, registrano il
testo di tali canzoncine nella cartella clinica e altri dati
significativi, ma scartano con nettezza l’ipotesi dell’abuso
sessuale, non riuscendo evidentemente a formulare tale ipotesi
all’interno della loro illusoria rappresentazione della realtà (cfr.
C. Roccia e G. Guasto, Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che
tu taccia. La “suggestione negativa” nei casi di presunto abuso
sessuale); nel caso di numerosi minori oggetto di
valutazione in ambito giudiziario, l’ascolto illusorio è quello dei
periti e dei consulenti del Tribunale che con la loro osservazione
supposta come neutrale, distaccata ed obiettiva, ma in realtà
fredda e disumana, pretenderebbero di registrare comunicazioni
assolutamente non contaminate da parte dei bambini, non rendendosi
conto così di danneggiare e contaminare pesantemente la capacità
comunicativa dei soggetti esaminati, dato che qualsiasi bambino
presuntamente abusato, in ogni caso, gravemente sofferente e
disorientato, ha assoluta necessità per poter comunicare di
ripristinare legami di fiducia con le figure adulte in un clima di
accoglienza benevola ed empatica (cfr. C. Foti,
Intelligenza emotiva e suggestione
nella valutazione psicologica del bambino).
(Per una
teoria dell’ascolto dell’abuso, Introduzione, par. 6, “L’ascolto
dell’abuso e l’abuso nell’ascolto. Contesto sociale, clinico,
giudiziario”, Claudio Foti (a cura di), Angeli, 2003)
Cfr. C. Foti,
“Etica e infanzia”, Bambino incompiuto, n. 3,
1990, pp. 5-19.
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