Claudio Foti   

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L’ascolto illusorio

 

L’ascolto è un impegno mentale e relazionale tutt’altro che semplice e scontato. Esiste certo un ascolto che può risultare stimolante o rassicurante, e che non pone certo problemi o difficoltà. Si tratta di un ascolto di comunicazioni piacevoli, rilassanti, capaci di confermare le nostre previsioni, i nostri schemi, le nostre immagini del mondo. Ma l’ascolto di cui maggiormente abbiamo bisogno come individui e come comunità sociale è un ascolto che non si fermi sulla soglia della dimensione dolorosa, conflittuale, imprevedibile dell’esistenza. Abbiamo necessità di un ascolto dei contenuti di sofferenza, di impotenza, di confusione: ascolto come disponibilità a fare silenzio, sgombrando il campo mentale da sentimenti e preoccupazioni che possono agire da barriera alla ricezione di comunicazioni provenienti dall’esterno, come disponibilità di attenzione-accoglimento dei messaggi provenienti dall’alterità dell’altro, come disponibilità a dare spazio alla dimensione del non previsto, del non conosciuto, del non desiderato, del non piacevole.

La competenza dell’ascolto in questo senso rappresenta una risorsa preziosa e scarsa nella comunità sociale, presupponendo nel soggetto in grado di ascoltare la capacità di tenere a bada due tendenze molto radicate nella mente umana: l’illusione e l’egocentrismo. In questo paragrafo parleremo della prima tendenza, nel paragrafo successivo affronteremo la seconda.

Nelle psicologie orientali l’illusione è il fattore mentale maggiormente insano che interferisce con la capacità di registrazione, sensoriale (visiva, auditiva, ecc…) e mentale, della realtà. Goleman, studiando la psicologia del buddismo classico afferma: «L’illusione è definita come un’opacità della mente che porta ad una falsa percezione dell’oggetto di consapevolezza. L’illusione è considerata come base dell’ignoranza, radice prima della sofferenza umana. Questa falsa percezione della natura delle cose - l’incapacità, semplicemente, di vedere con chiarezza, senza pregiudizi di alcun genere - è il nucleo di tutti gli stati mentali nocivi»[1].

L’illusione impedisce di riconoscere la realtà degli eventi e dei fenomeni per quello che sono e per come si manifestano, impedisce di registrare in modo corretto le informazioni provenienti dai fatti e dalle persone. L’illusione è nemica dell’ascolto perché nemica della consapevolezza.

Ascoltare l’abuso sessuale sui minori è veramente un impegno ostico. Occorre superare almeno sei forme di illusione:

1.        l’illusione relativa ad una comunità umana globalmente buona ed amorevole nei confronti dei suoi cuccioli o comunque capace di proteggerli dalla sessualizzazione perversa[2] (tale illusione va in frantumi prendendo atto delle estese dinamiche sociali di strumentalizzazione sessuale e di “odio erotizzato” sottese all’abuso);

2.          l’illusione relativa a una mente umana capace, al di là di eccezioni psicopatologiche, di mantenersi estranea a pratiche perverse e distruttive ai danni dell’infanzia (tale illusione viene meno nel constatare che i comportamenti abusanti sono per lo più agiti da soggetti socialmente adattati e privi di patologie conclamate dal punto di vista psichiatrico);

3.        l’illusione che esistano luoghi protetti dallo scatenarsi di azioni abusanti (la famiglia, la Chiesa o altre istituzioni “buone”): in particolare l’illusione relativa alla famiglia come luogo ottimale di protezione dei bambini, “rifugio dai dolori e dai traumi della vita quotidiana… microcosmo pieno di accudimento, nel quale i figli sono educati da genitori attenti, allo scopo di diventare cittadini buoni e responsabili”: tale illusione crolla nel constatare le dimensioni spaventose della violenza domestica (cfr. F. De Zulueta, Cause psicologiche della violenza familiare).

4.        l’illusione relativa all’infanzia (e alla nostra stessa infanzia) come età idealizzata e felice: se la comunità adulta, la famiglia e la stessa mente umana sono tutt’altro che esenti dalla tentazione di distorcere la relazione con il bambino a fini abusanti e strumentali, l’infanzia degli esseri umani non può essere del tutto al riparo da una qualche forma di impatto con mancanze di rispetto, più o meno gravi, degli adulti nei confronti dei bisogni infantili associati alla corporeità e alla sessualità;

5.        l’illusione relativa all’idea che per aiutare il minore abusato possa essere sufficiente una risposta capace di interrompere la violenza senza necessariamente avviare un impegno successivo di ascolto e di cura del suo trauma; l’illusione che il tempo sia il rimedio per tutti i mali (e di conseguenza di tutti i traumi) e pertanto che non sia indispensabile, per garantire un futuro al minore abusato, dargli la possibilità di riattraversare il passato, offrendogli la presenza empatica di un ascoltatore disponibile a rielaborare con lui l’esperienza traumatica: tali illusioni sono smentite dal fatto che a distanza di mesi, anni o decenni dall’interruzione della violenza si possono scatenare gravissimi disagi, sintomi e comportamenti post-traumatici che possono peraltro scaricarsi nella generazione successiva (cfr. E. Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una generazione all’altra);

6.        l’illusione che la soggettività di chi si accosta nei diversi ruoli all’abuso non costituisca, a seconda dei casi, problema o risorsa decisiva interagendo con la possibilità della vittima o presunta vittima di esprimere la propria verità: in altri termini l’illusione che sia possibile rilevare, valutare o curare il trauma sessuale di un bambino senza che la soggettività dell’operatore incida in modo rilevante, positivamente o negativamente, sulla comunicazione e sull’attivazione del bambino, l’illusione che ci si possa occupare di abuso senza dover incontrare sentimenti penosi e conflittuali, senza dover elaborare l’ansia, l’incertezza e la tensione, senza dover fare i conti con forti resistenze dentro di sé alla possibilità di accogliere la sofferenza e la confusione dell’interlocutore, senza dover tenere a bada le modalità difensive dell’evitamento o dell’iper-identificazione, senza assumere pertanto un doveroso impegno di formazione, confronto, supervisione (cfr. A. Vassalli, Cosa succede a chi ascolta l’abuso?).

Non mancano esempi di ascolto illusorio in questo volume: nel caso di Linda, una giovane donna che ha passato la propria infanzia e la propria adolescenza in un clima di costante violenza fisica e sessuale, lo psichiatra infantile che aveva conosciuto la bambina a scuola, il medico che aveva visitato spesso la ragazza per le continue infezioni al tratto urinario, le assistenti sociali che si erano occupate del caso non avevano mai percepito l’estrema gravità della situazione, evidentemente vittime del pregiudizio illusorio in base a cui si esclude a priori che la famiglia possa essere un luogo di abuso sistematico e brutale (cfr. F. De Zulueta, Cause psicologiche della violenza familiare); nel caso delle madri con una storia di abusi e deprivazioni alle spalle, l’ascolto illusorio è quello degli operatori che prendono per buoni i propositi di cambiamento di queste donne in relazione al loro impegno genitoriale senza neppure verificare in che misura nella loro funzione di madri sono effettivamente in grado, al di là delle loro intenzioni dichiarate, di evitare la ripetizione delle dinamiche di violenza che hanno inciso nella loro vicenda infantile (cfr. E. Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una generazione all’altra); nel caso della bambina abusata di quattro anni che amava cantare una canzoncina con contenuti sessuali molto espliciti (quali per esempio “ciucciami il pisello, baciami i capezzoli”), gli psicologi di un servizio pubblico, chiamati al compito di effettuare la psicodiagnosi della bambina, registrano il testo di tali canzoncine nella cartella clinica e altri dati significativi, ma scartano con nettezza l’ipotesi dell’abuso sessuale, non riuscendo evidentemente a formulare tale ipotesi all’interno della loro illusoria rappresentazione della realtà (cfr. C. Roccia e G. Guasto, Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu taccia. La “suggestione negativa” nei casi di presunto abuso sessuale); nel caso di numerosi minori oggetto di valutazione in ambito giudiziario, l’ascolto illusorio è quello dei periti e dei consulenti del Tribunale che con la loro osservazione supposta come neutrale, distaccata ed obiettiva, ma in realtà fredda e disumana, pretenderebbero di registrare comunicazioni assolutamente non contaminate da parte dei bambini, non rendendosi conto così di danneggiare e contaminare pesantemente la capacità comunicativa dei soggetti esaminati, dato che qualsiasi bambino presuntamente abusato, in ogni caso, gravemente sofferente e disorientato, ha assoluta necessità per poter comunicare di ripristinare legami di fiducia con le figure adulte in un clima di accoglienza benevola ed empatica (cfr. C. Foti, Intelligenza emotiva e suggestione nella valutazione psicologica del bambino).

  

(Per una teoria dell’ascolto dell’abuso, Introduzione, par. 6, “L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto. Contesto sociale, clinico, giudiziario”, Claudio Foti (a cura di), Angeli, 2003)

 

[1] D. Goleman (1988), La forza della meditazione, Rizzoli, Milano, 1997, p. 146.

[2] Cfr. C. Foti, “Etica e infanzia”, Bambino incompiuto, n. 3, 1990, pp. 5-19.