|
La mente tra opacità e lucidità
Tratto da
“PREZIOSITA’ DELL’INFANZIA.
RIFLESSIONI PER UN’ETICA DALLA PARTE DEL BAMBINO”,
in Minorigiustizia, 3/2005, pp. 29-69.
(…)
Un contenuto fondamentale di un’etica dell’infanzia è il
riconoscimento delle potenzialità di consapevolezza, di
comunicatività e di compassione della mente umana, rintracciabili
facilmente nei bambini più fortunati, che hanno vissuto situazioni
relazionali ed ambientali favorevoli e che pertanto non risultano
invasi da logiche egoistiche ed aggressive. Il riconoscimento della
lucidità potenziale della mente umana e della preziosità
della mente infantile ha un valore straordinariamente
responsabilizzante per ogni individuo, per ogni famiglia e per
l’intera comunità sociale, perché sollecita ogni soggetto a compiere
scelte per salvaguardare, recuperare, sviluppare quella
preziosità. Va ricordata a questo riguardo la visione, molto
profonda e rigorosa, della mente umana che si ritrova nella
psicologia buddista,
come specchio lucido, capace potenzialmente di superare le pesanti
incrostazioni-illusioni che la possono condizionare e capace –
attraverso un adeguato cammino psicologico, etico e
spirituale - di coltivare la consapevolezza e la compassione,
contrastando le forme infinite di sofferenza che la circondano: una
sofferenza che, da un lato, l’individuo umano può incontrare
continuamente nell’esistenza e che, dall’altro, la mente stessa può
generare, coltivando i suoi tre inquinanti più nocivi, che sono
l’ignoranza, l’attaccamento, l’avversione.
Non si tratta, ovviamente, di negare le potenzialità distruttive e
patogene della mente umana, né i limiti consistenti che la mente
infantile stessa evidenzia. La psicologia buddista ha analizzato
con estrema accuratezza la varietà dei sentimenti che la mente umana
può esprimere:
da quelli più salutari e benefici a quelli più nocivi e fonte di
sofferenza per il soggetto e per gli altri. In base a questa
psicologia ogni individuo nasce con una coscienza-deposito,
nella quale sono presenti tutti i semi, tutte le potenzialità
mentali ed emotive, di cui l’essere umano è capace, semi che
potranno essere innaffiati in diversa misura a seconda delle
risposte dell’ambiente, a seconda delle esperienze relazionali e
delle stesse scelte del soggetto. In genere nel bambino –
soprattutto nei primissimi anni di vita - i semi della spontaneità,
della sincerità, della gioia, dell’attenzione, dell’entusiasmo sono
più facilmente visibili di quanto non siano nell’adulto, mentre i
semi del tradimento, dell’ipocrisia, della malizia, dell’odio,
della mancanza di attenzione non sono stati ancora potentemente
innaffiati. Ovviamente è possibile che si manifestino massicciamente
nel bambino - soprattutto se si prende in considerazione un arco
temporale dell’infanzia più ampio – i semi distruttivi e patogeni
della gelosia, della rabbia, dell’inganno, dell’arroganza, del
desiderio di nuocere, ma tutto ciò è il risultato delle abitudini
mentali che il bambino stesso acquisisce nel suo ambiente familiare
e sociale e pertanto non smentisce la presenza di uno stato psichico
alla sua nascita potenzialmente più vitale, creativo e benevolo.
Con categorie teoriche molto diverse una
corrente rilevante della psicologia occidentale perviene a
conclusioni analoghe. Nello stesso movimento psicoanalitico che s’è
arenato a lungo in una rappresentazione di un bambino edipico,
condizionato da pulsioni erotiche ed aggressive, la riflessione
teorica e clinica ha portato negli ultimi decenni a ridimensionare o
addirittura negare il ruolo dei conflitti pulsionali e ha
evidenziato il ruolo delle relazioni familiari nella
determinazione delle problematiche patologiche attinenti alla
sessualità infantile.
Già Karen Horney, aveva affermato che le
origini di questo complesso edipico non vanno cercate in una
fissazione pulsionale, dovuta all’irrefrenabile libido del
bambino o della bambina, bensì a disordini relazionali fra genitori
e figli.
Heinz Kohut, riconduce il complesso edipico ad atteggiamenti,
latenti o manifesti, di seduzione non agita, più o meno inconscia,
del genitore dell'altro sesso e/o a pesanti atteggiamenti di
rivalità e di gelosia del genitore del medesimo sesso.
Egli distingue con chiarezza lo stadio
edipico dal complesso edipico. Lo stadio edipico è
attraversato da ogni bambino come fase che può risultare
espansiva e gioiosa per la sua crescita e per
l’integrazione di componenti assertive e sessuali. Il complesso
edipico implicherebbe invece una qualche complicazione
conflittuale e patologica derivante da questo stadio evolutivo, a
seguito non tanto di fissazioni pulsionali, quanto piuttosto da
atteggiamenti relazionali all’interno dell’ambito familiare.
Bacal e Newman affermano che quando compaiono nei racconti dei
bambini contenuti sessuali marcati ed ansiogeni possiamo affermare
che ci troviamo di fronte non solo ad un normale stadio
evolutivo edipico, ma ad un complesso edipico vero e
proprio. Il complesso edipico non è più dunque il destino
patologico universale del bambino, ma l’esito di una distorsione
delle potenzialità psichiche e relazionali della mente infantile.
Senza dubbio la mente umana (e la stessa mente infantile) evidenzia
i propri limiti. A seguito di particolari cause e condizioni, può
scivolare nel sadismo, nella perversione, nella follia o a seguito
di determinate esperienze traumatiche può disorganizzarsi,
producendo a valanga effetti di sofferenza: tendenza alla fuga e
all’evitamento della realtà, incapacità di vivere il presente, paura
del futuro, sintomi di ripetizione dell’evento traumatico subito nel
passato, aumento dell’eccitazione. La mente umana è un contenitore
che, nell’impatto con eventi e situazioni penose e sconvolgenti può
essere invaso ed allagato da una debordante dimensione di
sofferenza, impotenza, tensione e conflitto che finiscono per
travalicare la pensabilità, cioè la capacità di contenimento
(dal lat. cum-tenere, tenere insieme) e di elaborazione
mentale.
Questo dato tuttavia non può portare ad affermare una
visione pessimistica della mente umana: adeguatamente allenata
all’impegno della consapevolezza e soprattutto adeguatamente
sostenuta da una rete di ascolto, solidarietà e sostegno psicologico
la mente umana ha le risorse per affrontare e metabolizzare i
contenuti mentali più dolorosi ed indigesti, per riciclare e
smaltire le esperienze più traumatiche. Se questa potenzialità
spesso non si traduce in atto non è per un deficit strutturale della
mente umana, ma per le abitudini psichiche precedenti al trauma e
soprattutto per le carenti risposte di sostegno cognitivo, pratico
ed emotivo dell’ambiente che circonda la vittima del trauma (ovvero,
in termini etici, per le carenti risorse di ascolto e
compassione attivate dall’ambiente nei confronti della vittima ).
Sintetizzando categorie della psicologia occidentale
e della psicologia orientale (specie quella buddista) si può
definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la mente
umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare con
effetti di frammentazione ed in relazione alla propria
lucidità può elaborare, recuperando o addirittura rafforzando la
propria integrità.
Se un bambino non supera il proprio trauma e diventa
un adulto segnato dal proprio passato, questo non dipende dalla
fragilità costitutiva di quel bambino ma soprattutto dalla
solitudine con cui ha dovuto affrontare quel trauma. Se un bambino
non supera la propria desolazione e sofferenza infantile, e
s’incammina su tracciati evolutivi di violenza e dissocialità,
questo non dipende dalla presenza debordante nel suo cervello di
geni di malvagità o da un istinto di morte particolarmente
accentuato, bensì dal fatto che le esperienze ambientali e
relazionali compiute e le abitudini mentali del soggetto stesso
hanno innaffiato i semi della distruttività e dell’autodistruttività.
Il pessimismo antropologico sulla mente umana non può che essere una
copertura della mancanza di responsabilità della comunità sociale
che tende a lasciare isolate le vittime dei traumi (soprattutto
quelle più deboli e senza voce, tra cui i bambini), non garantendo
risposte di supporto sociale e vicinanza emotiva, favorendo al
proprio interno comportamenti individualistici ed atteggiamenti di
indifferenza nei confronti di chi soffre e, contestualmente,
scoraggiando le risposte di sensibilità e solidarietà.
(…)
Per un’etica della
consapevolezza
La consapevolezza è una funzione psichica complessa,
capace di attivare processi cerebrali salutari, non ancora
pienamente indagati dalla ricerca scientifica e capace di
determinare effetti di padroneggiamento della realtà, di aiutare a
contenere sentimenti stressanti quali l’ansia, la tensione e la
rabbia, di favorire processi di cambiamento realistici. La
consapevolezza e la concentrazione sul presente sono funzioni
psichiche straordinarie che, opportunamente coltivate, possono
determinare effetti di benessere, calma, controllo degli impulsi,
ricarica energetica. La consapevolezza per essere benefica e
trasformativa deve avere alcune qualificazioni:
-
consapevolezza soggettiva:
deve cioè svilupparsi innanzitutto come consapevolezza del soggetto
nei confronti di se stesso, nei confronti delle sensazioni, dei
pensieri, delle emozioni, delle percezioni ed immagini mentali del
soggetto stesso per estendersi successivamente alla consapevolezza
dei fenomeni della realtà;
-
consapevolezza attenta,
serenamente vigile, centrata innanzitutto sul qui ed ora,
sulla dimensione del presente senza che intrudano i pensieri del
passato o le ansie del futuro: una consapevolezza rivolta pienamente
ed intensamente all’esperienza che si sta vivendo senza
concettualizzazioni ed intellettualizzazioni;
-
consapevolezza compassionevole
verso se stessi e verso gli altri, caratterizzata da comprensione,
benevolenza e calore, produttiva di un atteggiamento di accettazione
e di non giudizio nei confronti della realtà, di pazienza nei
confronti degli ostacoli e delle difficoltà.
Generazioni e generazioni di meditanti, in vari
contesti culturali e religiosi, hanno sviluppato per millenni
tecniche e teorie di padroneggiamento della mente nel tentativo di
favorire consapevolezza e concentrazione.
In tali contesti spesso l’illusione è stata vista come un fattore
mentale particolarmente insano che interferisce con la capacità di
registrazione, sensoriale (visiva, auditiva, ecc…) e mentale, della
realtà, generando ignoranza e sofferenza. Goleman, studiando la
psicologia del buddismo classico afferma: «L’illusione è definita
come un’opacità della mente che porta ad una falsa percezione
dell’oggetto di consapevolezza. L’illusione è considerata come base
dell’ignoranza, radice prima della sofferenza umana. Questa falsa
percezione della natura delle cose - l’incapacità, semplicemente, di
vedere con chiarezza, senza pregiudizi di alcun genere - è il nucleo
di tutti gli stati mentali nocivi».
L’illusione è nemica dell’infanzia, innanzitutto
perché nemica dell’ascolto. L’illusione impedisce di riconoscere la
realtà degli eventi e dei fenomeni per quello che sono e per come si
manifestano, impedisce di registrare in modo corretto le
informazioni provenienti dai fatti e dalle persone. Spesso i bambini
non sono visti ed ascoltati per ciò che sono, ma giudicati in base a
pregiudizi, proiezioni, aspettative e pretese, che producono
distorsione percettiva e incomprensioni patogene.
Le tre principali illusioni più diffuse e rischiose,
che la psicologia buddista prende in considerazione sono:
a)
l’illusione che la sofferenza non sia costitutiva dell’esistenza
umana;
b)
l’illusione che i fenomeni siano stabili e permanenti;
c)
l’illusione di un Sé individuale del tutto indipendente dagli altri
e dalla realtà che lo circonda.
La disamina critica e il superamento di queste tre
illusioni produce delle ricadute molto importanti per un’etica
dell’infanzia e dalla parte dell’infanzia.
a. La verità della sofferenza
Se la verità della sofferenza umana viene guardata ed
esplorata al di là di ogni illusione, ne derivano due rilevanti
prospettive operative riguardanti l’infanzia sul piano
psicologico ed etico. In primo luogo, se la sofferenza viene
riconosciuta come costitutiva dell’esistenza umana, non ci si può
illudere di tenere sempre lontani i bambini dall’impatto con gli
aspetti ineliminabili di tale sofferenza (la malattia, l’handicap,
la morte…), attraverso interventi iperprotettivi o iperconsolatori o
attraverso “menzogne a fin di bene” che finiscono per
espropriare i bambini della possibilità di imparare a
confrontarsi con la dimensione negativa e problematica
dell’esistenza e di imparare a trovare una vera consolazione
attraverso la comunicazione autentica dei vissuti di pena,
impotenza, paura, disperazione ecc. che inevitabilmente vengono
sperimentati di fronte a situazioni quali la malattia, l’handicap e
il lutto.
In realtà siamo innanzitutto noi adulti a temere
di guardare in faccia questi aspetti, a difendercene con l’evitamento,
lo spostamento, la negazione, ecc., a scoraggiare le comunicazioni
dei bambini sull’argomento.
Tendiamo poi a giustificare razionalmente la nostra incapacità di
ascoltare e di dialogare su tali temi, affermando di non voler
mettere a disagio i bambini e di non voler dare loro un’inutile
sofferenza. I bambini così finiscono per restare soli con le loro
paure, le loro preoccupazioni, le loro confusioni di fronte alla
malattia, all’handicap e alla morte e finiscono per subire una
duplice svalutazione: da un lato viene ignorata la capacità del
bambino di percepire dati ed informazioni relativi a questi aspetti
(i bambini non sono scemi e non possono essere messi in una campana
di vetro!), dall’altro viene svalutata la loro capacità di
comunicazione e di elaborazione attorno a questi temi (i bambini,
soprattutto dopo i 6/7 anni riescono in realtà ad esplicitare e
condividere i sentimenti più penosi e riescono a ricevere e
trasmettere vicinanza emotiva e solidarietà, ricavando da questa
condivisione una riduzione dell’angoscia, della solitudine, del
dolore).
In secondo luogo occorre prendere in
considerazione non già la sofferenza ineliminabile che fa parte
della condizione umana, bensì la sofferenza dell’infanzia che deriva
dalle relazioni interpersonali fra adulti e bambini. Soltanto se si
riesce a guardare in faccia senza illusioni a questa specifica
forma di sofferenza in tutta la sua estensione e in tutte le sue
dimensioni, si possono attivare efficaci misure di prevenzione e di
risposta. Se la verità della sofferenza dei bambini derivante dalla
violenza e dalla strumentalizzazione degli adulti non viene
riconosciuta pienamente, non possono essere affrontate e
contrastate, nei limiti del possibile, le cause e le condizioni che
la determinano. Il fenomeno del maltrattamento all’infanzia rischia
così di restare in gran parte sommerso, rischiando di riprodursi di
generazione in generazione
Una piena consapevolezza della sofferenza dell’infanzia, indotta
dagli adulti, porta a prendere atto che i crimini nei confronti dei
bambini in termini di violenza psicologica, fisica, sessuale e grave
trascuratezza rimangono i crimini più deleteri, quelli dalle
conseguenze psichiche e sociali più distruttive, i più diffusi
socialmente, i più nascosti e nel contempo quelli
penalmente meno perseguiti.
Diversi pregiudizi e schemi ideologici si frappongono
come veli illusori al riconoscimento della violenza sui bambini
all’infanzia. Possiamo per es. elencare almeno sei forme di
illusione che contrastano una conoscenza realistica adeguata del
fenomeno dell’abuso sessuale e interferiscono negativamente con un
efficace intervento di contrasto:
1.
l’illusione relativa ad una
comunità umana globalmente buona ed amorevole nei confronti dei suoi
cuccioli o comunque capace di proteggerli dalla
sessualizzazione perversa (tale illusione va in frantumi prendendo
atto delle estese dinamiche sociali di strumentalizzazione sessuale
e di “odio erotizzato” sottese all’abuso);
2.
l’illusione relativa a una
mente umana capace, al di là di eccezioni psicopatologiche, di
mantenersi estranea a pratiche perverse e distruttive ai danni
dell’infanzia (tale illusione viene meno nel constatare che i
comportamenti abusanti sono per lo più agiti da soggetti socialmente
adattati e privi di patologie conclamate dal punto di vista
psichiatrico);
3.
l’illusione che esistano luoghi
protetti dallo scatenarsi di azioni abusanti (la famiglia, la Chiesa
o altre istituzioni “buone”): in particolare l’illusione relativa
alla famiglia come luogo ottimale di protezione dei bambini,
“rifugio dai dolori e dai traumi della vita quotidiana… microcosmo
pieno di accudimento, nel quale i figli sono educati da genitori
attenti, allo scopo di diventare cittadini buoni e responsabili”:
tale illusione crolla nel constatare le dimensioni spaventose della
violenza domestica;
4.
l’illusione relativa all’infanzia
(e alla nostra stessa infanzia) come età idealizzata e felice: se la
comunità adulta, la famiglia e la stessa mente umana sono tutt’altro
che esenti dalla tentazione di distorcere la relazione con il
bambino a fini abusanti e strumentali, l’infanzia degli esseri umani
non può essere del tutto al riparo da una qualche forma di impatto
con mancanze di rispetto, più o meno gravi, degli adulti nei
confronti dei bisogni infantili associati alla corporeità e alla
sessualità;
5.
l’illusione in base alla quale, per
aiutare il minore abusato potrebbe essere sufficiente una risposta
capace di interrompere la violenza senza necessariamente avviare un
impegno successivo di ascolto e di cura del suo trauma; l’illusione
che il tempo sia il rimedio per tutti i mali e per tutti i traumi:
tali illusioni sono smentite dal fatto che a distanza di mesi, anni
o decenni dall’interruzione della violenza si possono scatenare
gravissimi disagi, sintomi e comportamenti post-traumatici che
possono peraltro scaricarsi nella generazione successiva;
6.
l’illusione che la soggettività di
chi si accosta nei diversi ruoli all’abuso non costituisca, a
seconda dei casi, problema o risorsa decisiva: in altri termini
l’illusione che sia possibile rilevare, valutare o curare il trauma
sessuale di un bambino senza che la soggettività dell’operatore
incida in modo rilevante, positivamente o negativamente, sulla
comunicazione e sull’attivazione del bambino, l’illusione che ci si
possa occupare di abuso senza dover incontrare sentimenti penosi e
conflittuali, senza dover elaborare l’ansia, l’incertezza e la
tensione, senza dover fare i conti con forti resistenze dentro di sé
alla possibilità di accogliere la sofferenza e la confusione
dell’interlocutore.
b. La
verità dell’impermanenza
Se viene meno l’illusione circa la stabilità e la permanenza dei
fenomeni, delle cose, delle persone e, dunque, di noi stessi, ci
possiamo predisporre a vivere senza aspettative di controllo rigido,
le continue modificazioni dell’esistenza e possiamo imparare a
cogliere, a comprendere, a favorire con elasticità e rispetto i
bisogni continuamente in evoluzione del bambino. D’altra parte il
bambino, in quanto soggetto impegnato in rapidi processi di
trasformazione mentale e fisica ci ricorda l’impermanenza di
ogni cosa e di ogni essere vivente, ci invita a riflettere sulla
realtà del cambiamento come costitutiva di ogni fenomeno
dell’esistenza. In particolare il processo di crescita del bambino
prima e dell’adolescente dopo traduce in atto e rappresenta il
ciclo biologico, ricordando all’adulto il tempo che passa e le
trasformazioni che lo coinvolgono nel presente e lo coinvolgeranno
nel futuro. In quanto soggetto per antonomasia in età evolutiva
può rinviare al genitore l’opportunità di evolvere a sua volta,
verso compiti di sviluppo differenti a seconda della propria età e a
seconda della crescita del figlio, elaborando peraltro, con effetti
psicologicamente assai utili, la verità penosa, ma ineludibile del
processo di invecchiamento e della morte. L’infanzia ha un
rapporto inscindibile con la dimensione del cambiamento: il bambino
è conseguenza e nel contempo causa di nuovi eventi, quelli che hanno
portato un uomo ed una donna ad incontrarsi e a generare un figlio,
quelli che si determineranno con l’arrivo al mondo di un nuovo
essere umano, con la sua emergente bisognosità, con la sua
impòlicita richiesta di modificare la distribuzione delle risorse
esistenti e di ristrutturare gli equilibri, familiari e sociali.
che
contribuirà inevitabilmente a determinare.
Il bambino potenzialmente non s’oppone al cambiamento, lo asseconda
e lo sperimenta. Non pretende di fermare il tempo, tende piuttosto
a viverlo. E’ l’adulto che è maggiormente portato a controllare il
tempo, le situazioni, le cose, le persone, a non vivere il presente,
preso dalla propria illusione di essere eterno e stabile, dalle
proprie esigenze di potere, dal proprio affanno per il futuro.
“Quando ero monaco a Shigatse – dice Dugpa Rimpoce - ho visto
giocare i bambini della valle di Tsangpo. Poi ho conosciuto i
bambini delle grandi città, di Delhi, Londra, o Dharamsala. I loro
giochi, le loro costruzioni non guardano né al passato, né al
futuro. Hanno un solo scopo, un solo obiettivo: raggiungere il puro
diamante dell’istante. / Come il bambino, il saggio e colui che
si stupisce di tutto. / Il bambino sta a riva e guarda il tempo
che scorre. Quello che è successo o quello che gli succederà, poco
importa. Non ha che un desiderio: realizzare i suoi sogni, qui e
ora”.
La capacità di vivere la dimensione del qui e ora con lo
spirito meravigliato del bambino che si accosta alla vita, la
saggezza adulta – a cui peraltro ci sollecita l’esigenza di
rapportarci correttamente all’infanzia - di sviluppare le funzioni
psichiche della consapevolezza e della concentrazione sul presente,
liberi dal dolore del passato e dall’ansia per il futuro non possono
essere confuse con logica e con l’atteggiamento di chi esalta il
presente per inseguire il piacere immediato, facendosi trasportare
dalle sensazioni e delle emozioni. Anzi la logica in base a cui
gli stimoli immediati trascinano la mente rappresenta l’esatto
contrario dell’atteggiamento attraverso cui la mente può imparare a
vivere con piena coscienza, con consapevolezza attenta
il presente.
E’ interessante notare come le tecniche meditative mirino a favorire
l’atteggiamento che la filosofia zen definisce la mente del
principiante, un atteggiamento non così distante dall’attenzione
del bambino, desta e meravigliata, al succedersi del qui e
ora. La mente del principiante mantiene fresca, aperta ed
attiva la consapevolezza. Questo tipo di consapevolezza ha un
fondamento neurologico accertabile.
Scrive Tara Bennett-Goleman: “Di solito quando vediamo, oppure
sentiamo qualcosa di familiare – come il ticchettio dell’orologio
nella camera da letto (…) – il cervello registra questi dati per
pochi istanti, e poi li esclude non rispondendo più alle loro
sollecitazioni. Per il cervello non vale la pena di sprecare energia
sulle solite cose. Ma si risveglia se capita qualcosa di nuovo ed
insolito, diventando più attivo e dinamico, e innalzando di nuovo il
livello di attenzione, come se fosse un bambino di un anno un po’
annoiato che improvvisamente vede qualcosa di eccitante, magari un
altro bambino o un cagnolino. Questo risveglio dell’attività
cerebrale avviene quando registriamo qualcosa per la prima volta ,
ed è chiamato risposta orientante, l’equivalente neurale
della mente del principiante. Questo risveglio di
interesse dura finché il cervello non familiarizza con la novità. A
quel punto, quando l’oggetto viene sistemato in qualche categoria,
il cervello torna a distogliere l’attenzione. La noia è sintomo di
un basso livello di attenzione. Quando siamo annoiati il nostro
interesse si affievolisce, l’attività cerebrale si riduce di
conseguenza. Al contrario uno dei piaceri del cambiamento e della
novità viene dall’aumento dell’attenzione e dell’attività cerebrale
che apportano. Da questa stimolazione neurale ha origine il nostro
piacere per la novità (…). Non è necessario cambiare l’ambiente
esterno per risvegliare il nostro cervello; possiamo farlo anche
semplicemente concentrando l’attenzione su ciò che ci circonda. La
completa attenzione è l’antidoto alla noia. La piena coscienza
risveglia il cervello, dando una forte sollecitazione alla
risposta orientante.”
Studi sperimentali hanno dimostrato che meditatori esperti possono
mantenere l’attenzione al battito ripetitivo di uno strumento simile
ad un metronomo per un periodo prolungato, registrando il
quarantesimo battito con la medesima intensità del primo, quando in
genere la corteccia uditiva delle persone non meditanti tende a non
reagire allo stimolo oltre al decimo battito.
Spesso tendiamo nella quotidianità a perdere rapidamente interesse e
attrazione per le situazioni, le persone, i divertimenti. Siamo poco
abituati a gustare ciò che abbiamo e a valorizzare le piccole cose
di tutti i giorni: i sentimenti i dialoghi, gli incontri, i
paesaggi, le esperienze e i cambiamenti più semplici. Finiamo poi
per trasmettere questo stile ai nostri bambini, condizionati
peraltro da una cultura che incoraggia grandi e piccoli, per
combattere la noia e la disistima di Sé, ad inseguire cambiamenti
sempre più visibili, sensazioni sempre più forti, spettacoli sempre
più eccitanti, giochi sempre più originali, prodotti di consumo che
passano di moda sempre più in fretta…
Gli
effetti positivi della consapevolezza attenta sono sempre stati
descritti da varie tradizioni spirituali, non esclusa quella
cristiana. Basilio di Cesarea, Padre della Chiesa del IV sec.
sosteneva: “L’attenta osservazione di te stesso basterà a guidarti,
quasi per mano anche alla conoscenza di Dio”. E Niceforo, monaco
del Monte Athos del XIII sec. precisava: “L’attenzione è la
serenità della mente, l’attenzione è la purificazione della mente”.
Oggi le ricadute dell’attività meditativa, finalizzata allo sviluppo
della consapevolezza attenta, sull’attività cerebrale e gli effetti
di tale attività in termini di aumento della tranquillità, della
capacità riflessiva, dell’autocontrollo, della riduzione dello
stress sono al centro di importanti indagini scientifiche.
Possiamo comunque affermare che lo sviluppo della consapevolezza
attenta può migliorare la nostra capacità di vivere, di accettare e
di apprezzare l’evolversi continuo del presente e di mantenere
qualcosa dello spirito stupito e meravigliato dell’infanzia.
c.
La verità del legame profondo tra l’individuo e la realtà sociale,
naturale, storica
Il superamento dell’illusione che esista un Sé individuale
autosufficiente e separato porta innanzitutto a sottolineare il
legame esistente tra il bambino e la comunità sociale. I bambini
sono una risorsa del mondo, appartengono alla comunità sociale nel
senso che l’intera comunità sociale ne ha la responsabilità, ma non
appartengono a nessun adulto nel senso che nessuno adulto, nessun
genitore, nessuna autorità ne ha il possesso. Il bambino non è la
proprietà di nessuno. Appartiene a se stesso e alla vita che esiste
dentro di lui. Il bambino è un valore prezioso, etico,
sociale, economico, culturale, che va fortemente tutelato da
numerosi pericoli che si pongono su piani diversi. Il bambino non è
un bene per qualcuno o di qualcuno. Il bambino è un valore in se
stesso e per se stesso. Ovviamente affinché questo bene possa essere
pienamente realizzato dal soggetto che possiede tale valore, deve
essere tenuto a mente, coltivato e curato dall’ambiente umano che
circonda il bambino ed in particolare da alcune figure più vicine e
disponibili.
Il bambino non è un bene senza le relazioni e
senza i legami che lo nutrono e lo sostengono. L’idea che il bambino
possa sopravvivere e svilupparsi fisicamente e mentalmente senza
almeno una relazione affettiva importante è assurda ed
insostenibile. Il bambino è un bene che necessita di relazioni e
legami. Non necessariamente le relazioni con i genitori biologici
che l’hanno messo al mondo. Non necessariamente i legami di sangue.
Ciò che risulta decisivo per il bambino è la qualità delle relazioni
e dei legami: la capacità di queste relazioni di garantire
sufficientemente protezione, affetto e sostegno.
Tich Nhat Hanh
parla di un inter-essere” degli individui e delle cose: ogni
parte dell’universo è legata ad ogni altra parte e al tutto e
nessun individuo potrebbe nascere, esistere e sostenersi in quanto
tale, se non fosse in stretta interazione con gli altri, con gli
esseri che l’hanno preceduto nel passato e con la natura che lo
circonda.
Dunque, bambino ed adulto inter-sono, individuo e comunità,
individuo e ambiente inter-sono, corpo e mente
inter-sono. Ne consegue un’etica caratterizzata da una
identificazione partecipe con l’alterità degli esseri e della natura
stessa, da un impegno costante sui valori della consapevolezza,
dell’ascolto, del rispetto della vita, dall’assunzione di un
atteggiamento di responsabilità e cura nei confronti di sé e degli
altri.
“Quando guardiamo con profondità i nostri figli
possiamo vedere tutti gli elementi che hanno concorso a generarli.
Essi sono come sono perché la nostra cultura, la nostra economia, la
nostra società sono come sono, perché noi stessi siamo come siamo.
Non possiamo limitarci a biasimare i nostri figli quando le cose
vanno male: sono molte le cause e le condizioni che hanno
contribuito a questo stato di cose. Se sappiamo come trasformare noi
stessi e la nostra società, anche i nostri figli si trasformeranno.
I nostri figli a scuola imparano a leggere e a scrivere, la
matematica, le scienze e altre materie (…), ma sono pochissimi i
programmi scolastici che insegnino ai giovani a come vivere, a come
gestire la rabbia, come riconciliare i conflitti, come respirare,
sorridere e trasformare le emozioni interne”.
Occorre aiutare il bambino a comprendere e rispettare la propria
vita emotiva come fondamento dell’empatia, occorre insegnargli ad
amare sé stesso non come entità isolata e contrapposta agli altri e
alla natura, bensì come espressione della vita che c’è dentro di
lui e della vita che, nel contempo, lo trascende. Per trasmettere
al bambino un’accettazione e valorizzazione di sé in questi termini
è necessario che in qualche modo sia posseduta dall’adulto. Ma
l’accettazione e valorizzazione di sé una qualità mentale difficile
da riscontrare e da coltivare. Qualsiasi approfondito percorso di
consapevolezza porta quasi sempre il soggetto a scoprire nella
propria mente una. più o meno grave, mancanza di amore di sé e di
autoaccettazione. L’amore di sé come fondamento e criterio per
l’amore degli altri è un contenuto evangelico molto conosciuto ed
importante (“Ama il prossimo tuo come te stesso”), ma spesso è stato
travisato e dimenticato: si è ritenuto per es. che all’amore e
l’oblatività verso gli altri dovessero necessariamente accompagnarsi
la dimenticanza e il disprezzo del sé. Inoltre l’amore di sé è
stato visto come inevitabilmente egocentrico e narcisistico
In realtà, come scrive Pensa,
“l’autoaccettazione o amore maturo di sé non ha niente a che vedere
con il narcisismo.. Il voler essere sempre speciali e il costante
soffrire e odiare per non essere mai abbastanza speciali sono cose
che abitano al polo opposto dell’accettazione-amore di sé. (…) I
propri difetti o patimenti mentali sono una ragione in più per amare
se stessi, una ragione in più per non abbandonare noi stessi e pèr
starci più vicini.”
L’autoaccettazione-amore di sé ha bisogno
di prolungarsi nell’amore per gli altri e per la vita e,
parallelamente, l’amore per gli altri e per la vita ha
bisogno di concretizzarsi nell’autoaccettazione–amore di sé.
Si delinea la possibilità di un incontro e di una sintesi tra la
Psicologia del Sé
e la psicologia del non-sé, tra la realizzazione del sé individuale
che richiede una sana e realistica regolazione dell’autostima e la
tensione liberante verso il superamento della proprio orizzonte
individualistico, tra l’etica dell’assertività soggettiva e del
rispetto di sé e l’etica della compassione. Questo incontro e questa
sintesi sono sicuramente favoriti dall’interazione viva con i
bambini intesi come individui e come soggettività sociale, dal
contatto emotivo e dalla rielaborazione dei ricordi infantili, dal
recupero dello spirito dell’infanzia.
“Lo spirito dell’infanzia – afferma Dugpa
Rimpoce - ci avvicina agli altri liberamente, senza timori. Anche
loro appartengono alla stessa luce splendente. Vengono dall’infanzia
e, come noi, soffrono per l’esilio e la separazione”.
Cfr. P. Murdocca, R. Napolitano, “Di fronte alla morte: non
seppelliamo le emozioni” e C. Foti, E. Ramonda, “Famiglia e
negazione della malattia”, in C. Foti (a cura di), Come
aiutare i bambini e gli adolescenti con l’intelligenza
emotiva, Ed. SIE, 2004.
|