Claudio Foti   

 

La mente tra opacità e lucidità

Tratto da 

“PREZIOSITA’ DELL’INFANZIA.

RIFLESSIONI PER UN’ETICA DALLA PARTE DEL BAMBINO”,

in Minorigiustizia, 3/2005, pp. 29-69.

 

(…)

 

      Un contenuto fondamentale di un’etica dell’infanzia  è il riconoscimento delle potenzialità di consapevolezza, di comunicatività e di compassione della mente umana, rintracciabili facilmente nei bambini più fortunati, che hanno vissuto situazioni relazionali ed ambientali favorevoli e che pertanto non risultano invasi da logiche egoistiche ed aggressive.  Il riconoscimento della lucidità potenziale della mente umana e della preziosità della mente infantile ha un valore straordinariamente responsabilizzante per ogni individuo, per ogni famiglia e per  l’intera comunità sociale, perché sollecita ogni soggetto a compiere scelte per salvaguardare, recuperare, sviluppare quella preziosità.  Va ricordata  a questo riguardo la visione, molto profonda e rigorosa, della mente umana che si ritrova nella psicologia buddista[1], come specchio lucido, capace potenzialmente di superare le pesanti incrostazioni-illusioni che la possono condizionare e capace – attraverso un adeguato cammino psicologico, etico e spirituale - di coltivare la consapevolezza e la compassione, contrastando le forme infinite di sofferenza che la circondano: una sofferenza  che, da un lato, l’individuo umano può incontrare continuamente nell’esistenza e che, dall’altro, la mente  stessa può generare, coltivando i suoi tre inquinanti più nocivi, che sono l’ignoranza, l’attaccamento, l’avversione.  

   Non si tratta, ovviamente, di negare le potenzialità distruttive e patogene della mente umana, né i limiti consistenti che la mente infantile stessa evidenzia.  La psicologia buddista ha analizzato con estrema accuratezza la varietà dei sentimenti che la mente umana può esprimere[2]: da quelli più salutari e benefici a quelli più nocivi e fonte di sofferenza per il soggetto e per gli altri.  In base a  questa psicologia  ogni individuo nasce con una coscienza-deposito, nella quale sono presenti tutti i semi, tutte le potenzialità mentali ed emotive, di cui l’essere umano è capace, semi che potranno essere innaffiati in diversa misura a seconda delle risposte dell’ambiente, a seconda delle esperienze relazionali e delle stesse scelte del soggetto.   In genere nel bambino – soprattutto nei primissimi anni di vita - i semi della spontaneità, della sincerità, della gioia, dell’attenzione, dell’entusiasmo sono più facilmente visibili di quanto non siano nell’adulto, mentre i semi del tradimento, dell’ipocrisia,  della malizia, dell’odio, della mancanza di attenzione non sono stati ancora potentemente innaffiati. Ovviamente è possibile che si manifestino massicciamente nel bambino - soprattutto se si prende in considerazione un arco temporale dell’infanzia più ampio – i semi distruttivi e patogeni della gelosia, della rabbia, dell’inganno, dell’arroganza, del desiderio di nuocere, ma tutto ciò è il risultato delle abitudini mentali che il bambino stesso acquisisce nel suo ambiente familiare e sociale e pertanto non smentisce la presenza di uno stato psichico alla sua nascita potenzialmente più vitale, creativo e benevolo.

     Con categorie teoriche molto diverse una corrente rilevante della psicologia occidentale perviene a conclusioni analoghe. Nello stesso movimento psicoanalitico che s’è arenato a lungo in una rappresentazione di un bambino edipico, condizionato da pulsioni erotiche ed aggressive,  la riflessione teorica e clinica ha portato negli ultimi decenni a ridimensionare o addirittura negare il ruolo dei conflitti pulsionali e ha evidenziato il ruolo delle relazioni familiari nella determinazione delle problematiche patologiche attinenti alla sessualità infantile. [3]

      Già Karen Horney, aveva affermato che le origini di questo complesso edipico non vanno cercate in una fissazione pulsionale, dovuta all’irrefrenabile libido del bambino o della bambina, bensì a disordini relazionali fra genitori e figli.[4] Heinz Kohut, riconduce il complesso edipico ad atteggiamenti, latenti o manifesti,  di seduzione non agita, più o meno inconscia, del genitore dell'altro sesso e/o  a pesanti atteggiamenti di rivalità e di gelosia del genitore del medesimo sesso. 

     Egli distingue con chiarezza lo stadio edipico dal complesso edipico. Lo stadio edipico è attraversato da ogni bambino come fase che può risultare espansiva e gioiosa per la sua crescita e per l’integrazione di componenti assertive e sessuali. Il complesso edipico implicherebbe invece una qualche complicazione conflittuale e patologica derivante da questo stadio evolutivo, a seguito non tanto di fissazioni pulsionali, quanto piuttosto da atteggiamenti relazionali all’interno dell’ambito familiare.[5]

    Bacal e Newman  affermano che quando compaiono nei racconti dei bambini contenuti sessuali marcati ed ansiogeni  possiamo affermare che ci troviamo di fronte non solo ad un normale stadio evolutivo edipico, ma ad un complesso edipico vero e proprio.  Il complesso edipico non è più dunque il destino patologico universale del bambino, ma l’esito di una distorsione delle potenzialità psichiche e relazionali della mente infantile.

 

    Senza dubbio la mente umana (e la stessa mente infantile) evidenzia i propri limiti.  A seguito di particolari cause e condizioni, può scivolare nel sadismo, nella perversione, nella follia o a seguito di determinate esperienze traumatiche può disorganizzarsi, producendo a valanga effetti di sofferenza:  tendenza alla fuga e all’evitamento della realtà, incapacità di vivere il presente, paura del futuro, sintomi di ripetizione dell’evento traumatico subito nel passato, aumento dell’eccitazione.  La mente umana è un contenitore che, nell’impatto con eventi e situazioni penose e sconvolgenti può essere invaso ed allagato da una debordante dimensione di sofferenza, impotenza, tensione e conflitto che finiscono per travalicare la pensabilità, cioè la capacità di contenimento (dal lat. cum-tenere, tenere insieme) e di elaborazione mentale.

Questo dato tuttavia non può portare ad affermare una visione pessimistica della mente umana: adeguatamente allenata all’impegno della consapevolezza e soprattutto adeguatamente sostenuta da una rete di ascolto, solidarietà e sostegno psicologico la mente umana ha le risorse per affrontare e metabolizzare i contenuti mentali più dolorosi  ed indigesti, per riciclare e smaltire le esperienze più traumatiche. Se questa potenzialità spesso non si traduce in atto non è per un deficit strutturale della mente umana, ma per le abitudini psichiche precedenti al trauma e soprattutto per le carenti risposte di sostegno cognitivo, pratico ed emotivo dell’ambiente che circonda la vittima del trauma (ovvero, in termini etici,  per le carenti risorse di ascolto e compassione attivate dall’ambiente nei confronti della vittima ). 

 Sintetizzando categorie della psicologia occidentale e della psicologia orientale (specie quella buddista) si può definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la mente umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare con effetti di frammentazione ed in relazione alla propria lucidità può elaborare, recuperando o addirittura rafforzando la propria integrità.

 Se un bambino non supera il proprio trauma e diventa un adulto segnato dal proprio passato, questo non dipende dalla fragilità costitutiva di quel bambino ma soprattutto dalla solitudine con cui ha dovuto affrontare quel trauma. Se un bambino non supera la propria desolazione e sofferenza infantile, e s’incammina su tracciati evolutivi di violenza e dissocialità, questo non dipende dalla presenza debordante nel suo cervello di geni di malvagità o da un istinto di morte particolarmente accentuato, bensì dal fatto che le esperienze ambientali e relazionali compiute e le abitudini mentali del soggetto stesso hanno innaffiato i semi della distruttività e dell’autodistruttività. Il pessimismo antropologico sulla mente umana non può che essere una copertura della mancanza di responsabilità della comunità sociale che tende a lasciare isolate le vittime dei traumi (soprattutto quelle più deboli e senza voce, tra cui i bambini), non garantendo risposte di supporto sociale e vicinanza emotiva,  favorendo al proprio interno comportamenti individualistici ed atteggiamenti di indifferenza nei confronti di chi soffre e, contestualmente, scoraggiando le risposte di sensibilità e solidarietà. 

 

(…)

 

 

Per un’etica della consapevolezza

 

La consapevolezza è una funzione psichica complessa, capace di attivare processi cerebrali salutari, non ancora pienamente indagati dalla ricerca scientifica e capace di determinare effetti di padroneggiamento della realtà, di aiutare a contenere sentimenti stressanti quali l’ansia, la tensione e la rabbia, di favorire processi di cambiamento realistici. La consapevolezza e la concentrazione sul presente sono funzioni psichiche straordinarie che, opportunamente coltivate,  possono determinare effetti di benessere, calma, controllo degli impulsi, ricarica energetica. La consapevolezza per essere benefica e trasformativa deve avere alcune qualificazioni[6]:

-                     consapevolezza soggettiva: deve cioè svilupparsi innanzitutto come consapevolezza del soggetto nei confronti di se stesso, nei confronti delle sensazioni, dei pensieri, delle emozioni, delle percezioni ed immagini mentali del soggetto stesso per estendersi successivamente alla consapevolezza dei fenomeni della realtà;

-                     consapevolezza attenta, serenamente vigile, centrata innanzitutto sul qui ed ora, sulla dimensione del presente senza che intrudano i pensieri del passato o le ansie del futuro: una consapevolezza rivolta pienamente ed intensamente all’esperienza che si sta vivendo senza concettualizzazioni ed intellettualizzazioni;

-                     consapevolezza compassionevole verso se stessi e verso gli altri, caratterizzata da comprensione, benevolenza e calore, produttiva di un atteggiamento di accettazione e di non giudizio nei confronti della realtà, di pazienza nei confronti degli ostacoli e delle difficoltà.

 

    Generazioni e generazioni di meditanti, in vari contesti culturali e religiosi, hanno sviluppato per millenni tecniche e teorie di padroneggiamento della mente nel tentativo di favorire consapevolezza e concentrazione[7]. In tali contesti spesso l’illusione è stata vista come un fattore mentale particolarmente insano che interferisce con la capacità di registrazione, sensoriale (visiva, auditiva, ecc…) e mentale, della realtà, generando ignoranza e sofferenza.  Goleman, studiando la psicologia del buddismo classico afferma: «L’illusione è definita come un’opacità della mente che porta ad una falsa percezione dell’oggetto di consapevolezza. L’illusione è considerata come base dell’ignoranza, radice prima della sofferenza umana. Questa falsa percezione della natura delle cose - l’incapacità, semplicemente, di vedere con chiarezza, senza pregiudizi di alcun genere - è il nucleo di tutti gli stati mentali nocivi»[8].

L’illusione è nemica dell’infanzia, innanzitutto perché nemica dell’ascolto. L’illusione impedisce di riconoscere la realtà degli eventi e dei fenomeni per quello che sono e per come si manifestano, impedisce di registrare in modo corretto le informazioni provenienti dai fatti e dalle persone. Spesso i bambini non sono visti ed ascoltati per ciò che sono, ma giudicati in base a pregiudizi, proiezioni, aspettative e pretese, che producono distorsione percettiva e incomprensioni patogene.

Le tre principali illusioni più diffuse e rischiose, che la psicologia buddista prende in considerazione sono:

a)      l’illusione che la sofferenza non sia costitutiva dell’esistenza umana;

b)      l’illusione che i fenomeni siano stabili e permanenti;

c)      l’illusione di un Sé individuale del tutto indipendente dagli altri e dalla realtà che lo circonda.

 

La disamina critica e il superamento di queste tre illusioni produce delle ricadute molto importanti per un’etica dell’infanzia e dalla parte dell’infanzia.

 

 

a. La verità della sofferenza

 

Se la verità della sofferenza umana viene guardata ed esplorata al di là di ogni illusione, ne derivano due rilevanti prospettive operative riguardanti l’infanzia sul piano psicologico ed etico. In primo luogo, se la sofferenza viene riconosciuta come costitutiva dell’esistenza umana, non ci si può illudere di tenere sempre lontani i bambini dall’impatto con gli aspetti ineliminabili di tale sofferenza (la malattia, l’handicap, la morte…), attraverso interventi iperprotettivi o iperconsolatori o attraverso “menzogne a fin di bene” che  finiscono per espropriare i bambini della possibilità di imparare a confrontarsi con la dimensione negativa e problematica dell’esistenza e di imparare a trovare una vera consolazione attraverso la comunicazione autentica dei vissuti di pena, impotenza, paura, disperazione ecc. che inevitabilmente vengono  sperimentati di fronte a situazioni quali la malattia, l’handicap e il lutto.[9]

    In realtà siamo innanzitutto noi adulti a temere di guardare in faccia questi aspetti, a difendercene con l’evitamento, lo spostamento, la negazione, ecc., a scoraggiare le comunicazioni dei bambini sull’argomento.[10]  Tendiamo poi a giustificare razionalmente la nostra  incapacità di ascoltare e di dialogare su tali temi, affermando di non voler mettere a disagio i bambini e di non voler dare loro un’inutile sofferenza.   I bambini così finiscono per restare soli con le loro paure, le loro preoccupazioni, le loro confusioni di fronte alla malattia, all’handicap e alla morte e finiscono per subire una duplice svalutazione: da un lato viene ignorata la capacità del bambino di percepire dati ed informazioni relativi a questi aspetti (i bambini non sono scemi e non possono essere messi in una campana di vetro!), dall’altro viene svalutata la loro capacità di comunicazione e di elaborazione attorno a questi temi (i bambini, soprattutto dopo i 6/7 anni riescono in realtà ad esplicitare e condividere i sentimenti più penosi e riescono a ricevere e trasmettere vicinanza emotiva e solidarietà, ricavando da questa condivisione una riduzione dell’angoscia, della solitudine, del dolore)[11].

    In secondo luogo occorre prendere in considerazione non già la sofferenza ineliminabile che fa parte della condizione umana, bensì la sofferenza dell’infanzia che deriva dalle relazioni interpersonali fra adulti e bambini. Soltanto se  si riesce a guardare in faccia senza illusioni a  questa specifica forma di sofferenza  in tutta la sua estensione e in tutte le sue dimensioni, si possono attivare efficaci misure di prevenzione e di risposta.  Se la verità della sofferenza dei bambini derivante dalla violenza e dalla strumentalizzazione degli adulti non viene riconosciuta pienamente, non possono essere affrontate e contrastate, nei limiti del possibile,  le cause e le condizioni che la determinano. Il fenomeno del maltrattamento all’infanzia rischia così di restare in gran parte sommerso, rischiando di riprodursi di generazione in generazione

     Una piena consapevolezza della sofferenza dell’infanzia, indotta dagli adulti, porta a prendere atto che i crimini nei confronti dei bambini in termini di violenza psicologica, fisica, sessuale e grave trascuratezza rimangono i crimini più deleteri, quelli dalle conseguenze psichiche e sociali più distruttive, i più diffusi socialmente, i più nascosti e nel contempo quelli penalmente meno perseguiti.

Diversi pregiudizi e schemi ideologici si frappongono come veli illusori al riconoscimento della violenza sui bambini all’infanzia. Possiamo per es. elencare almeno sei forme di illusione che contrastano una conoscenza realistica adeguata del fenomeno dell’abuso sessuale e interferiscono negativamente con un efficace intervento di contrasto:

1.                  l’illusione relativa ad una comunità umana globalmente buona ed amorevole nei confronti dei suoi cuccioli o comunque capace di proteggerli dalla sessualizzazione perversa (tale illusione va in frantumi prendendo atto delle estese dinamiche sociali di strumentalizzazione sessuale e di “odio erotizzato” sottese all’abuso);

2.                  l’illusione relativa a una mente umana capace, al di là di eccezioni psicopatologiche, di mantenersi estranea a pratiche perverse e distruttive ai danni dell’infanzia (tale illusione viene meno nel constatare che i comportamenti abusanti sono per lo più agiti da soggetti socialmente adattati e privi di patologie conclamate dal punto di vista psichiatrico);

3.                  l’illusione che esistano luoghi protetti dallo scatenarsi di azioni abusanti (la famiglia, la Chiesa o altre istituzioni “buone”): in particolare l’illusione relativa alla famiglia come luogo ottimale di protezione dei bambini, “rifugio dai dolori e dai traumi della vita quotidiana… microcosmo pieno di accudimento, nel quale i figli sono educati da genitori attenti, allo scopo di diventare cittadini buoni e responsabili”[12]: tale illusione crolla nel constatare le dimensioni spaventose della violenza domestica;

4.                  l’illusione relativa all’infanzia (e alla nostra stessa infanzia) come età idealizzata e felice: se la comunità adulta, la famiglia e la stessa mente umana sono tutt’altro che esenti dalla tentazione di distorcere la relazione con il bambino a fini abusanti e strumentali, l’infanzia degli esseri umani non può essere del tutto al riparo da una qualche forma di impatto con mancanze di rispetto, più o meno gravi, degli adulti nei confronti dei bisogni infantili associati alla corporeità e alla sessualità;

5.                  l’illusione in base alla quale, per aiutare il minore abusato potrebbe essere sufficiente una risposta capace di interrompere la violenza senza necessariamente avviare un impegno successivo di ascolto e di cura del suo trauma; l’illusione che il tempo sia il rimedio per tutti i mali e per tutti i traumi: tali illusioni sono smentite dal fatto che a distanza di mesi, anni o decenni dall’interruzione della violenza si possono scatenare gravissimi disagi, sintomi e comportamenti post-traumatici che possono peraltro scaricarsi nella generazione successiva;

6.                  l’illusione che la soggettività di chi si accosta nei diversi ruoli all’abuso non costituisca, a seconda dei casi, problema o risorsa decisiva: in altri termini l’illusione che sia possibile rilevare, valutare o curare il trauma sessuale di un bambino senza che la soggettività dell’operatore incida in modo rilevante, positivamente o negativamente, sulla comunicazione e sull’attivazione del bambino, l’illusione che ci si possa occupare di abuso senza dover incontrare sentimenti penosi e conflittuali, senza dover elaborare l’ansia, l’incertezza e la tensione, senza dover fare i conti con forti resistenze dentro di sé alla possibilità di accogliere la sofferenza e la confusione dell’interlocutore.

 

 

b. La verità dell’impermanenza

 

    Se  viene meno l’illusione circa la stabilità e la permanenza dei fenomeni, delle cose, delle persone e, dunque, di noi stessi, ci possiamo predisporre a vivere senza aspettative di controllo rigido, le continue modificazioni dell’esistenza e possiamo imparare a cogliere, a comprendere, a favorire con elasticità e rispetto i bisogni continuamente in evoluzione del bambino.  D’altra parte il bambino, in quanto soggetto impegnato in rapidi processi di trasformazione mentale e fisica ci ricorda l’impermanenza di ogni cosa e di ogni essere vivente, ci invita a riflettere sulla realtà del cambiamento come costitutiva di ogni fenomeno dell’esistenza. In particolare il processo di crescita del bambino prima e dell’adolescente dopo traduce in atto e rappresenta il ciclo biologico, ricordando all’adulto il tempo che passa e le trasformazioni che lo coinvolgono nel presente e lo coinvolgeranno nel futuro.  In quanto soggetto per antonomasia in età evolutiva può rinviare al genitore l’opportunità di evolvere a sua volta, verso compiti di sviluppo differenti a seconda della propria età e a seconda della crescita del figlio, elaborando peraltro, con effetti psicologicamente assai utili, la verità penosa, ma ineludibile del processo di invecchiamento e della morte.   L’infanzia ha un rapporto inscindibile con la dimensione del cambiamento: il bambino è conseguenza e nel contempo causa di nuovi eventi, quelli che hanno portato un uomo ed una donna ad incontrarsi e a generare un figlio, quelli che si determineranno con l’arrivo al mondo di un nuovo essere umano, con la sua emergente bisognosità, con la sua impòlicita richiesta di modificare la distribuzione delle risorse esistenti e di ristrutturare gli equilibri, familiari e sociali.

 che contribuirà inevitabilmente a determinare.

    Il bambino potenzialmente non s’oppone al cambiamento, lo asseconda e lo sperimenta. Non pretende di fermare il tempo,  tende piuttosto a viverlo.  E’ l’adulto che è maggiormente portato a controllare il tempo, le situazioni, le cose, le persone, a non vivere il presente, preso dalla propria illusione di essere eterno e stabile, dalle proprie esigenze di potere, dal proprio affanno per il futuro.

 

“Quando ero monaco a Shigatse – dice Dugpa Rimpoce - ho visto giocare i bambini della valle di Tsangpo. Poi ho conosciuto i bambini delle grandi città, di Delhi, Londra, o Dharamsala. I loro giochi, le loro costruzioni non guardano né al passato, né al futuro. Hanno un solo scopo, un solo obiettivo: raggiungere il puro diamante dell’istante.   /  Come il bambino, il saggio e colui che si stupisce di tutto.   /  Il bambino sta a riva e guarda il tempo che scorre. Quello che è successo o quello che gli succederà, poco importa. Non ha che un desiderio: realizzare i suoi sogni, qui e ora”[13].

 

     La capacità di vivere la dimensione del qui e ora con lo spirito meravigliato del bambino che si accosta  alla vita, la saggezza adulta – a cui peraltro ci sollecita l’esigenza di rapportarci correttamente all’infanzia - di sviluppare le funzioni psichiche della consapevolezza e della concentrazione sul presente, liberi dal dolore del passato e dall’ansia per il futuro non possono essere confuse con logica e con l’atteggiamento di chi esalta il presente per inseguire il piacere immediato, facendosi  trasportare dalle sensazioni e delle emozioni.    Anzi la logica in base a cui gli stimoli immediati trascinano la mente rappresenta l’esatto contrario dell’atteggiamento attraverso cui la mente può imparare a vivere con piena coscienza, con consapevolezza attenta il presente.

   E’ interessante notare come le tecniche meditative mirino a favorire l’atteggiamento che la filosofia zen definisce la mente del principiante, un atteggiamento non così distante dall’attenzione del bambino, desta e meravigliata, al succedersi del qui e ora. La mente del principiante mantiene fresca, aperta ed attiva la consapevolezza. Questo tipo di consapevolezza ha un fondamento neurologico accertabile.

 

     Scrive Tara Bennett-Goleman: “Di solito quando vediamo, oppure sentiamo qualcosa di familiare – come il ticchettio dell’orologio nella camera da letto (…) – il cervello registra questi dati per pochi istanti, e poi li esclude non rispondendo più alle loro sollecitazioni. Per il cervello non vale la pena di sprecare energia sulle solite cose. Ma si risveglia se capita qualcosa di nuovo ed insolito, diventando più attivo e dinamico, e innalzando di nuovo il livello di attenzione, come se fosse un bambino di un anno un po’ annoiato che improvvisamente vede qualcosa di eccitante, magari un altro bambino o un cagnolino. Questo risveglio dell’attività cerebrale avviene quando registriamo qualcosa per la prima volta , ed è chiamato risposta orientante, l’equivalente neurale della mente del principiante.  Questo risveglio di interesse dura finché il cervello non familiarizza con la novità. A quel punto, quando l’oggetto viene sistemato in qualche categoria, il cervello torna a distogliere l’attenzione. La noia è sintomo di un basso livello di attenzione. Quando siamo annoiati il nostro interesse si affievolisce, l’attività cerebrale si riduce di conseguenza. Al contrario uno dei piaceri del cambiamento e della novità viene dall’aumento dell’attenzione e dell’attività cerebrale che apportano. Da questa stimolazione neurale ha origine il nostro piacere per la novità (…).  Non è necessario cambiare l’ambiente esterno per risvegliare il nostro cervello; possiamo farlo anche semplicemente concentrando l’attenzione su ciò che ci circonda. La completa  attenzione è l’antidoto alla noia. La piena coscienza risveglia il cervello, dando una forte sollecitazione alla risposta orientante.” [14] 

 

     Studi sperimentali hanno dimostrato che meditatori esperti possono mantenere l’attenzione al battito ripetitivo di uno strumento simile ad un metronomo per un periodo prolungato, registrando il quarantesimo battito con la medesima intensità del primo, quando in genere la corteccia uditiva delle persone non meditanti tende a non reagire allo stimolo oltre al decimo battito.

     Spesso tendiamo nella quotidianità a perdere rapidamente interesse e attrazione per le situazioni, le persone, i divertimenti. Siamo poco abituati a gustare ciò che abbiamo e a valorizzare le piccole cose di tutti i giorni: i sentimenti i dialoghi, gli incontri, i paesaggi, le esperienze e i cambiamenti più semplici. Finiamo poi per trasmettere questo stile ai nostri bambini, condizionati peraltro da una cultura che incoraggia grandi e piccoli, per combattere la noia e la disistima di Sé, ad inseguire cambiamenti sempre più visibili, sensazioni sempre più forti, spettacoli sempre più eccitanti, giochi sempre più originali, prodotti di consumo che passano di moda sempre più in fretta…  

 

Gli effetti positivi della consapevolezza attenta sono sempre stati descritti da varie tradizioni spirituali, non esclusa quella cristiana. Basilio di Cesarea, Padre della Chiesa del IV sec. sosteneva: “L’attenta osservazione di te stesso basterà a guidarti, quasi per mano  anche alla conoscenza di Dio”.  E Niceforo, monaco del Monte Athos del XIII sec. precisava:  “L’attenzione è la serenità della mente, l’attenzione è la purificazione della mente”[15].    Oggi le ricadute dell’attività meditativa, finalizzata allo sviluppo della consapevolezza attenta, sull’attività cerebrale e gli effetti di tale attività in termini di aumento della tranquillità, della capacità riflessiva, dell’autocontrollo,  della riduzione dello stress sono al centro di importanti indagini scientifiche[16].  Possiamo comunque affermare che lo sviluppo della consapevolezza attenta può migliorare la nostra capacità di vivere, di accettare e di apprezzare l’evolversi continuo del presente e di mantenere qualcosa dello spirito stupito e meravigliato dell’infanzia.

 

 

c.    La verità del legame profondo tra l’individuo e la realtà sociale, naturale, storica

 

   Il superamento dell’illusione che esista un Sé individuale autosufficiente e separato porta innanzitutto a sottolineare il legame esistente tra il bambino e la comunità sociale. I bambini sono una risorsa del mondo, appartengono alla comunità sociale nel senso che l’intera comunità sociale ne ha la responsabilità, ma non appartengono a nessun adulto nel senso che nessuno adulto, nessun genitore, nessuna autorità ne ha il possesso. Il bambino non è la proprietà di nessuno. Appartiene a se stesso e alla vita che esiste dentro di lui.  Il bambino è un valore prezioso, etico, sociale, economico, culturale,  che va fortemente tutelato da numerosi pericoli che si pongono su piani diversi.  Il bambino non è un bene per qualcuno o di qualcuno. Il bambino è un valore in se stesso e per se stesso. Ovviamente affinché questo bene possa essere pienamente realizzato dal soggetto che  possiede tale valore, deve essere tenuto a mente, coltivato e curato dall’ambiente umano che circonda il bambino ed in particolare da alcune figure più vicine e disponibili.

   Il bambino non è un bene senza le relazioni e senza i legami che lo nutrono e lo sostengono. L’idea che il bambino possa sopravvivere e svilupparsi fisicamente e mentalmente senza almeno una relazione affettiva importante è assurda ed insostenibile. Il bambino è un bene che necessita di relazioni e legami. Non necessariamente le relazioni con i genitori biologici che l’hanno messo al mondo. Non necessariamente i legami di sangue. Ciò che risulta decisivo per il bambino è la qualità delle relazioni e dei legami: la capacità di queste relazioni di garantire sufficientemente  protezione, affetto e sostegno.    

 

   Tich Nhat Hanh[17] parla di un inter-essere” degli individui e delle cose: ogni parte dell’universo è legata ad ogni altra parte e al tutto e nessun  individuo potrebbe nascere, esistere e sostenersi in quanto tale, se non fosse in stretta interazione con gli altri, con gli esseri che l’hanno preceduto nel passato e con la natura che lo circonda[18]. Dunque, bambino ed adulto inter-sono, individuo e comunità, individuo e ambiente  inter-sono, corpo e mente inter-sono. Ne consegue un’etica caratterizzata da una identificazione partecipe con l’alterità degli esseri e della natura stessa, da un impegno costante sui valori della consapevolezza, dell’ascolto, del rispetto della vita, dall’assunzione di un atteggiamento di responsabilità e cura nei confronti di sé e degli altri.  

 

“Quando guardiamo con profondità i nostri figli possiamo vedere tutti gli elementi che hanno concorso a generarli. Essi sono come sono perché la nostra cultura, la nostra economia, la nostra società sono come sono, perché noi stessi siamo come siamo. Non possiamo limitarci a biasimare i nostri figli quando le cose vanno male: sono molte le cause e le condizioni che hanno contribuito a questo stato di cose. Se sappiamo come trasformare noi stessi e la nostra società, anche i nostri figli si trasformeranno. I nostri figli a scuola imparano a leggere e a scrivere, la matematica, le scienze e altre materie (…), ma sono pochissimi i programmi scolastici che insegnino ai giovani a come vivere, a come gestire la rabbia, come riconciliare i conflitti, come respirare, sorridere e trasformare le emozioni interne”.[19]

 

    Occorre aiutare il bambino a comprendere e rispettare la propria vita emotiva come fondamento dell’empatia, occorre insegnargli ad amare sé stesso non come entità isolata e contrapposta agli altri e alla natura, bensì  come espressione della vita che c’è dentro di lui e della vita che, nel contempo, lo trascende.  Per trasmettere al bambino un’accettazione e valorizzazione di sé in questi termini è necessario che in qualche modo sia posseduta dall’adulto.  Ma l’accettazione e valorizzazione di  sé una qualità mentale difficile da riscontrare  e da coltivare.   Qualsiasi approfondito percorso di consapevolezza porta quasi sempre il soggetto a scoprire nella propria mente una. più o meno grave, mancanza di amore di sé e di autoaccettazione.  L’amore di sé come fondamento e criterio per l’amore degli altri è un contenuto evangelico molto conosciuto ed importante (“Ama il prossimo tuo come te stesso”), ma spesso è stato travisato e dimenticato: si è ritenuto per es. che all’amore e l’oblatività verso gli altri dovessero necessariamente accompagnarsi la dimenticanza e il disprezzo del sé.  Inoltre l’amore di sé è stato visto come inevitabilmente egocentrico e narcisistico

 

    In realtà, come scrive Pensa,  “l’autoaccettazione o amore maturo di sé  non ha niente a che vedere con il narcisismo.. Il voler essere sempre speciali e il costante soffrire e odiare per non essere mai abbastanza speciali sono cose che abitano al polo opposto dell’accettazione-amore di sé. (…) I propri difetti o patimenti mentali sono una ragione in più per amare se stessi, una ragione in più per non abbandonare noi stessi e pèr starci più vicini.”[20]

 

    L’autoaccettazione-amore di sé ha bisogno di prolungarsi nell’amore per gli altri e per la vita e, parallelamente, l’amore per gli altri e per la vita ha bisogno di concretizzarsi nell’autoaccettazione–amore di sé.     Si delinea la possibilità di un incontro e di una sintesi tra la Psicologia del Sé[21] e la psicologia del non-sé, tra la realizzazione del sé individuale che richiede una sana e realistica regolazione dell’autostima e la tensione liberante verso il superamento della proprio orizzonte individualistico, tra l’etica dell’assertività soggettiva e del rispetto di sé e l’etica della compassione. Questo incontro e questa sintesi sono sicuramente favoriti dall’interazione viva con i bambini intesi come individui e come soggettività sociale, dal contatto emotivo e dalla rielaborazione dei ricordi infantili, dal recupero dello spirito dell’infanzia. 

 

     “Lo spirito dell’infanzia – afferma Dugpa Rimpoce - ci avvicina agli altri liberamente, senza timori. Anche loro appartengono alla stessa luce splendente. Vengono dall’infanzia e, come noi, soffrono per l’esilio e la separazione”[22]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

[1] Il confronto tra scienza occidentale e cultura buddista sui temi del funzionamento della mente è stato promosso dal 1987 dai seminari “Mind and Life” (www.mindandlife.org) , ai quali hanno partecipato autorevoli studiosi di psicologia, filosofia,  neuroscienze e monaci tibetani attorno al Dalai Lama. Di questi seminari sono stati pubblicati in italiano: D. Goleman (a cura di), Le  emozioni che fanno guarire, Mondatori, 1998; Il sonno, il sogno, la morte, Neri Pozza, Vicenza, 2000  e  Ponti sottili, Neri Pozza, Vicenza, 2003 e D. Goleman, Dalai Lama, Le emozioni distruttive, Mondadori, 2003. Cfr. inoltre D. Goleman, R. Thurman, La scienza della mente. Un dialogo tra oriente e occidente, Chiara Luce, Pomaia (Pisa).  1993. 

[2] L’Abbidharma, scritto in India quindici secoli fa, elabora una psicologia estremamente articolata e approfondita  sviluppando le intuizioni originali del Buddha sulla mente umana, descrivendo tra l’altro ben 53 fattori mentali,  vuoi con effetti benefici vuoi con effetti nocivi e delineando con accuratezza un modello positivo di salute mentale.

[3] Cfr. S. Mitchell, Orientamenti relazionali in psicoanalisi, Boringhieri, 1993

[4] Cfr. Hall, Lindzey (1976), Teorie della personalità, Boringhieri

[5] Cfr. H. Kohut La guarigione del Sè, Boringhieri, 1980, pp. 197-219.

[6] Cfr. C. Pensa, L’intelligenza spirituale, Ubaldini, Roma, 2002.

[7] D. Goleman (1988), La forza della meditazione, Rizzoli, 1997.

[8] D. Goleman (1988), ivi, p. 146.

[9] Cfr. P. Murdocca, R. Napolitano,  “Di fronte alla morte: non seppelliamo le emozioni” e C. Foti, E. Ramonda, “Famiglia e negazione della malattia”, in C. Foti (a cura di), Come aiutare i bambini e gli adolescenti con l’intelligenza emotiva, Ed. SIE, 2004.

[10] Cfr. N. Bolognini, C. Foti, “Rimozione non fa rima con prevenzione, né con protezione”, in C. Foti (a cura di), op. cit., Angeli, 2003.

[11] All’interno del Convegno “Sofferenza del bambino e intelligenza emotiva” (Torino, 24-25-26-27 febbraio) alcune classi di scuole elementari e medie hanno presentato lavori compiuti nel corso dell’anno con il metodo dell’intelligenza emotiva nel corso dell’anno sui temi difficili della malattia e della morte. Cfr. gli interventi di R. Napolitano, di E. Ramonda, di C. Giannetti negli atti in corso di pubblicazione presso Angeli.

[12] F. De Zulueta, “Cause psicologiche della violenza familiare”, in C. Foti (a cura di), op. cit., Angeli, 2003.

[13] Dugpa Rimpoce, 500 precetti per una vita felice, Mondadori, 1997, p. 54.

[14] T. Bennett-Goleman, Alchimia emotiva, Rizzoli, 2001,  pp.47-48.

[15] Cit. in P. Miquel, Lessico del Deserto, Magnano (Biella), 1998, p. 323 e p. 326.

[16] Cfr.D. Goleman, op. cit., Rizzoli, 1997, pp. 194 - 208 ; D. Goleman, Dalai Lama, op. cit., Mondadori 2003, pp. 19-65. 

[17] Monaco buddista vietnamita, già impegnato nel movimento per la pace contro l’intervento statunitense in Vietnam, è attualmente uno dei più interessanti pensatori e maestri buddisti dell’Occidente.

[18] Cfr. Tich Nath Hanh, Respira! Sei vivo, Ubaldini, Roma, 1994, pp. 135-189 e La via della trasformazione, Oscar Mondatori, 2004, pp.252-254.

[19] Tich Nath Hanh, Il cuore dell’insegnamento del Buddha, Neri Pozza, Vicenza, 1998, p. 158.

[20] C. Pensa, op. cit., Ubaldini, Roma, 2002, p.25.

[21] Psicologia del Sé è la denominazione della corrente psicoanalitica che si fonda sul pensiero di Kohut che propone un modello della mente fondato sulla centralità dei bisogni di valorizzazione e di integrazione del Sé.

[22] Dugpa Rimpoce, op. cit., p. 53.