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(…)
Il
maltrattamento invisibile, il maltrattamento impensabile
«Certe schegge erano grandi press’a poco come grani
di sabbia e,
volando attorno al vasto mondo andarono a finire
negli occhi degli uomini;
lì si posarono, e allora gli uomini videro tutto a
rovescio. (...)
A certi uomini un pezzetto di specchio arrivò
addirittura in cuore; e allora,
cosa spaventosa, il cuore diventò come un grumo di
ghiaccio!» (Hans Christian Andersen)
Il maltrattamento all’infanzia risulta invisibile,
in quanto è impensabile. Noi possiamo percepire solo le forme
che in qualche misura abbiamo già in mente. Il maltrattamento
all’infanzia è un fenomeno che tende ad essere evacuato dalla mente
per diverse ragioni. Essendo troppo doloroso da pensare, il fenomeno
risulta troppo difficile da percepire.
Se il maltrattamento non può essere neppure
mentalizzato in via ipotetica, non può ovviamente essere riscontrato
nella realtà. L’ipotesi del maltrattamento si espone ovviamente alla
sua verifica oppure alla sua falsificazione. L’impossibilità invece
di formulare una tale ipotesi comporterà inevitabilmente una
negazione aprioristica del maltrattamento.
Per es. fin tanto che mancava alla scienza e alla
pratica medica la categoria clinica della sindrome del bambino
battuto il maltrattamento fisico non poteva essere diagnosticato. La
medicina e la pediatria hanno dovuto attendere le analisi di Kempe
del 1962 per poter pervenire alla pensabilità dell’ipotesi
dolorosa e sconcertante, in base alla quale gli stessi genitori
possono diventare capaci di violentare fisicamente i loro figli
anche neonati. Negli Stati Uniti era stata perfino individuata una
sindrome di ipersensibilità alle contusioni su ossa ancora immature,
per spiegare i gravi traumatismi fisici presentati da bambini molto
piccoli, che arrivavano in Pronto Soccorso, senza dover ipotizzare
la violenza dei genitori.
Di fronte all’intensità dei sentimenti negativi e
spiacevoli connessi alle situazioni di maltrattamento e di abuso, si
può attivare massicciamente negli operatori psico-sociali, negli
educatori, nei medici e nei giudici il ricorso a meccanismi
difensivi che proteggono la mente dall’impatto con la sofferenza:
meccanismi di rimozione, negazione, scissione, distacco emotivo,
razionalizzazione e idealizzazione.
Ciò che porta la comunità adulta e la stessa comunità
scientifica a sottrarsi alla responsabilità di percepire in modo
pieno e responsabile il fenomeno del maltrattamento e dell’abuso
all’infanzia è in particolare la difficoltà a mentalizzare la penosa
ed intollerabile situazione di impotenza delle piccole
vittime, la loro radicale perdita di controllo sulla violenza che si
è abbattuta su di loro, la loro drastica perdita di capacità di
comprensione e di significazione delle ragioni del trauma subìto.
Altrove
uno di noi curatori ha analizzato i quattro ordini di ragioni
per cui la violenza all’infanzia può risultare tendenzialmente
impensabile da parte degli operatori e dei professionisti che
lavorano nelle istituzioni minorili: a) l’esigenza di difendersi dal
dolore e dall’impotenza vissute dalle vittime; b) l’evitamento della
confusione connaturata al maltrattamento e all’abuso; c) il bisogno
di mantenere il ricorso all’idealizzazione della famiglia e dei
genitori; d) l’ansia associata all’inevitabità del conflitto che
segue ad una responsabile rilevazione del maltrattamento.
Se prendiamo in considerazione quelle situazioni
nelle quali il bambino maltrattato ha continuato, magari per anni,
ad andare a scuola e a mostrare pesanti indicatori di malessere
senza che nessuno fosse in grado di prestargli attenzione e di
avviare conseguentemente un intervento di ascolto e di aiuto, ci
rendiamo conto come il maltrattamento sia risultato invisibile
per i suoi insegnanti in quanto si poneva come impensabile.
Pensiamo al caso di Silvestro Delle Cave, di cui si sono occupati i
mass media nel 1997:
prima di essere assassinato da un gruppo di pedofili, il bambino per
mesi aveva evidenziato a scuola vari segnali di disagio, tra cui
marcati comportamenti adultizzati e una frequenza scolastica più che
discontinua. Pensiamo ad alcuni altri casi che abbiamo seguito
direttamente, nei quali la scoperta delle violenze ai danni dei
bambini è avvenuta a seguito di varie circostanze verificatesi al di
fuori del contesto scolastico: con il “senno di poi” s’è scoperto
che le piccole vittime avevano lanciato varie e reiterate richieste
di Sos ai loro insegnanti senza che i loro messaggi venissero
raccolti.
In questi casi ciò che ha impedito sul piano emotivo
agli insegnanti di percepire ed elaborare i segnali del malessere
dei bambini, registrandoli con congruo allarme e con il necessario
coinvolgimento, sono stati appunto i quattro ostacoli sopra
descritti alla pensabilità del maltrattamento. Riconoscere
quei segnali come meritevoli di attenzione e preoccupazione avrebbe
significato: a) coinvolgersi in sentimenti di dolore e di impotenza
nell’identificazione con il bambino, in quanto possibile vittima di
violenza; b) affrontare la confusione e il disorientamento nel dover
pensare alla realtà dell’allievo con schemi così lontani da quelli
abitualmente usati per inquadrare le situazioni personali e
familiari dei bambini; c) mettere in discussione l’idealizzazione
delle figure genitoriali degli allievi, conosciute magari come
rassicuranti e perbene; d) esporsi alla prospettiva ansiogena dei
conflitti che si aprono nel momento in cui l’insegnante non fa più
finta di non vedere e sceglie di segnalare il caso al servizio
sociale o all’autorità giudiziaria.
I bambini maltrattati sono bambini trattati
male innanzitutto dai processi mentali con cui gli adulti
pensano a loro. I bambini maltrattati in famiglia sono bambini
rappresentati in modo distorto dalle figure che dovrebbero avere la
responsabilità del loro accudimento. I bambini maltrattati in
famiglia diventano bambini invisibili, nella misura in cui la
loro condizione di difficoltà e di malessere non è percepita o è
percepita in modo inadeguato o distorto dagli insegnanti. I
bambini invisibili sono i bambini oggetto di violenze, di
trascuratezze, di strumentalizzazioni, la cui situazione personale
non è talvolta neppure ipotizzata, neppure pensabile dagli operatori
della scuola.
Ciò che risulta invisibile e impensabile
in questi allievi è dunque la radice del loro disagio che sta, nel
caso del maltrattamento intrafamiliare, nelle relazioni con le
figure genitoriali. Nel caso invece del maltrattamento
intrascolastico l’origine del malessere che interferisce con
l’equilibrio psico-fisico del bambino e costituisce oltretutto
problema per l’apprendi-mento, sta nelle stesse modalità di tipo
violento e manipolatorio con cui l’insegnante imposta la sua
attività e regola la vita scolastica. Ciò che spesso risulta
invisibile e impensabile anche da parte degli adulti più
sensibili che operano nella scuola sono le cause ambientali e
relazionali della sofferenza degli alunni, cause che rinviano alle
responsabilità di altri adulti fuori o dentro la scuola.
Lo stesso tema scuola e maltrattamento è
anch’esso invisibile e impensabile. Non a caso nel
nostro paese, dove si sprecano iniziative culturali dedicate al
mondo della scuola, l’unico convegno nazionale che ci risulti si sia
svolto in Italia è stato quello intitolato “Bambini invisibili.
Maltrattamento all’infanzia e scuola”, organizzato a Torino nel
novembre 1996 dal Centro Studi Hänsel e Gretel (da cui provengono
alcuni interventi di questo libro). Nonostante la realtà del
maltrattamento pesi massicciamente e quotidianamente sulla
disponibilità umana e sul carico professionale degli insegnanti, il
problema significativamente risulta ampiamente trascurato dalla
riflessione culturale e pedagogica dell’istituzione scuola.
(…)
(tratto da Il maltrattamento invisibile. Scuola,
famiglia, istituzioni, C. Foti, C. Bosetto., A Maltese (a
cura di) Angeli, 2000, pp. 19-22)
H.C. Andersen,
La regina delle nevi, cit. in F. Borgogno,
L’illusione di osservare, Giappicchelli, Torino, 1978,
XX.
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