Claudio Foti   

(…)
 

Il maltrattamento invisibile, il maltrattamento impensabile

 

 

«Certe schegge erano grandi press’a poco come grani di sabbia e,

volando attorno al vasto mondo andarono a finire negli occhi degli uomini;

lì si posarono, e allora gli uomini videro tutto a rovescio. (...)

A certi uomini un pezzetto di specchio arrivò addirittura in cuore; e allora,

cosa spaventosa, il cuore diventò come un grumo di ghiaccio!» (Hans Christian Andersen) [1]

 

 

Il maltrattamento all’infanzia risulta invisibile, in quanto è impensabile. Noi possiamo percepire solo le forme che in qualche misura abbiamo già in mente. Il maltrattamento all’infanzia è un fenomeno che tende ad essere evacuato dalla mente per diverse ragioni. Essendo troppo doloroso da pensare, il fenomeno risulta troppo difficile da percepire.

Se il maltrattamento non può essere neppure mentalizzato in via ipotetica, non può ovviamente essere riscontrato nella realtà. L’ipotesi del maltrattamento si espone ovviamente alla sua verifica oppure alla sua falsificazione. L’impossibilità invece di formulare una tale ipotesi comporterà inevitabilmente una negazione aprioristica del maltrattamento.

Per es. fin tanto che mancava alla scienza e alla pratica medica la categoria clinica della sindrome del bambino battuto il maltrattamento fisico non poteva essere diagnosticato. La medicina e la pediatria hanno dovuto attendere le analisi di Kempe del 1962 per poter pervenire alla pensabilità dell’ipotesi dolorosa e sconcertante, in base alla quale gli stessi genitori possono diventare capaci di violentare fisicamente i loro figli anche neonati. Negli Stati Uniti era stata perfino individuata una sindrome di ipersensibilità alle contusioni su ossa ancora immature, per spiegare i gravi traumatismi fisici presentati da bambini molto piccoli, che arrivavano in Pronto Soccorso, senza dover ipotizzare la violenza dei genitori.

Di fronte all’intensità dei sentimenti negativi e spiacevoli connessi alle situazioni di maltrattamento e di abuso, si può attivare massicciamente negli operatori psico-sociali, negli educatori, nei medici e nei giudici il ricorso a meccanismi difensivi che proteggono la mente dall’impatto con la sofferenza: meccanismi di rimozione, negazione, scissione, distacco emotivo, razionalizzazione e idealizzazione.[2]

Ciò che porta la comunità adulta e la stessa comunità scientifica a sottrarsi alla responsabilità di percepire in modo pieno e responsabile il fenomeno del maltrattamento e dell’abuso all’infanzia è in particolare la difficoltà a mentalizzare la penosa ed intollerabile situazione di impotenza delle piccole vittime, la loro radicale perdita di controllo sulla violenza che si è abbattuta su di loro, la loro drastica perdita di capacità di comprensione e di significazione delle ragioni del trauma subìto.[3]

Altrove[4] uno di noi curatori ha analizzato i quattro ordini di ragioni per cui la violenza all’infanzia può risultare tendenzialmente impensabile da parte degli operatori e dei professionisti che lavorano nelle istituzioni minorili: a) l’esigenza di difendersi dal dolore e dall’impotenza vissute dalle vittime; b) l’evitamento della confusione connaturata al maltrattamento e all’abuso; c) il bisogno di mantenere il ricorso all’idealizzazione della famiglia e dei genitori; d) l’ansia associata all’inevitabità del conflitto che segue ad una responsabile rilevazione del maltrattamento.

Se prendiamo in considerazione quelle situazioni nelle quali il bambino maltrattato ha continuato, magari per anni, ad andare a scuola e a mostrare pesanti indicatori di malessere senza che nessuno fosse in grado di prestargli attenzione e di avviare conseguentemente un intervento di ascolto e di aiuto, ci rendiamo conto come il maltrattamento sia risultato invisibile per i suoi insegnanti in quanto si poneva come impensabile. Pensiamo al caso di Silvestro Delle Cave, di cui si sono occupati i mass media nel 1997[5]: prima di essere assassinato da un gruppo di pedofili, il bambino per mesi aveva evidenziato a scuola vari segnali di disagio, tra cui marcati comportamenti adultizzati e una frequenza scolastica più che discontinua. Pensiamo ad alcuni altri casi che abbiamo seguito direttamente, nei quali la scoperta delle violenze ai danni dei bambini è avvenuta a seguito di varie circostanze verificatesi al di fuori del contesto scolastico: con il “senno di poi” s’è scoperto che le piccole vittime avevano lanciato varie e reiterate richieste di Sos ai loro insegnanti senza che i loro messaggi venissero raccolti.

In questi casi ciò che ha impedito sul piano emotivo agli insegnanti di percepire ed elaborare i segnali del malessere dei bambini, registrandoli con congruo allarme e con il necessario coinvolgimento, sono stati appunto i quattro ostacoli sopra descritti alla pensabilità del maltrattamento. Riconoscere quei segnali come meritevoli di attenzione e preoccupazione avrebbe significato: a) coinvolgersi in sentimenti di dolore e di impotenza nell’identificazione con il bambino, in quanto possibile vittima di violenza; b) affrontare la confusione e il disorientamento nel dover pensare alla realtà dell’allievo con schemi così lontani da quelli abitualmente usati per inquadrare le situazioni personali e familiari dei bambini; c) mettere in discussione l’idealizzazione delle figure genitoriali degli allievi, conosciute magari come rassicuranti e perbene; d) esporsi alla prospettiva ansiogena dei conflitti che si aprono nel momento in cui l’insegnante non fa più finta di non vedere e sceglie di segnalare il caso al servizio sociale o all’autorità giudiziaria.

I bambini maltrattati sono bambini trattati male innanzitutto dai processi mentali con cui gli adulti pensano a loro. I bambini maltrattati in famiglia sono bambini rappresentati in modo distorto dalle figure che dovrebbero avere la responsabilità del loro accudimento. I bambini maltrattati in famiglia diventano bambini invisibili, nella misura in cui la loro condizione di difficoltà e di malessere non è percepita o è percepita in modo inadeguato o distorto dagli insegnanti. I bambini invisibili sono i bambini oggetto di violenze, di trascuratezze, di strumentalizzazioni, la cui situazione personale non è talvolta neppure ipotizzata, neppure pensabile dagli operatori della scuola.

Ciò che risulta invisibile e impensabile in questi allievi è dunque la radice del loro disagio che sta, nel caso del maltrattamento intrafamiliare, nelle relazioni con le figure genitoriali. Nel caso invece del maltrattamento intrascolastico l’origine del malessere che interferisce con l’equilibrio psico-fisico del bambino e costituisce oltretutto problema per l’apprendi-mento, sta nelle stesse modalità di tipo violento e manipolatorio con cui l’insegnante imposta la sua attività e regola la vita scolastica. Ciò che spesso risulta invisibile e impensabile anche da parte degli adulti più sensibili che operano nella scuola sono le cause ambientali e relazionali della sofferenza degli alunni, cause che rinviano alle responsabilità di altri adulti fuori o dentro la scuola.

Lo stesso tema scuola e maltrattamento è anch’esso invisibile e impensabile. Non a caso nel nostro paese, dove si sprecano iniziative culturali dedicate al mondo della scuola, l’unico convegno nazionale che ci risulti si sia svolto in Italia è stato quello intitolato “Bambini invisibili. Maltrattamento all’infanzia e scuola”, organizzato a Torino nel novembre 1996 dal Centro Studi Hänsel e Gretel (da cui provengono alcuni interventi di questo libro). Nonostante la realtà del maltrattamento pesi massicciamente e quotidianamente sulla disponibilità umana e sul carico professionale degli insegnanti, il problema significativamente risulta ampiamente trascurato dalla riflessione culturale e pedagogica dell’istituzione scuola.

 

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(tratto da Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni, C. Foti, C. Bosetto., A Maltese (a cura di) Angeli, 2000, pp. 19-22)

 

[1] H.C. Andersen, La regina delle nevi, cit. in F. Borgogno, L’illusione di osservare, Giappicchelli, Torino, 1978, XX.

[2] Cfr. C. Roccia, C. Foti, “‘Occhio non vede, cuore non duole’. Operatori minorili e meccanismi di difesa nella gestione dei casi di abuso sessuale”, in C. Roccia, C. Foti (a cura di), L’abuso sessuale sui minori. Educazione sessuale, prevenzione e trattamento, Unicopli, Milano, 1994.

[3] Cfr. F. de Zulueta, Dal dolore alla violenza, Cortina, Milano, 1999.

[4] Cfr. C. Foti, “Pregiudizio e valutazione dell’abuso sessuale in danno dei minori”, in Minorigiustizia, in corso di pubblicazione).

[5] Cfr. C. Foti, “L’impatto di un assassinio dalla rimozione della sofferenza infantile alla proiezione della colpa (e ritorno)”, in Minori giustizia, n. 2, 1997.