Claudio Foti   

 

La “normalità” della negazione dell’ascolto

 

In un recente fatto di cronaca, dove un genitore è stato imputato e condannato per l’assassinio del figlio, un medico del pronto soccorso, esaminando il cadavere del bambino subito dopo la scoperta del decesso ha immediatamente escluso l’ipotesi di una violenza umana, affermando: «Queste ferite le conosco. È il morso di un cane!»

La mente umana si volta dall’altra parte di fronte al riconoscimento della violenza tanto più questa assume forme di efferatezza, distruttività e manipolazione come avviene, in maggiore o minore misura, nel maltrattamento e nell’abuso sessuale sui minori. In questi casi la violenza viene designata spesso come disumana, per negarne difensivamente l’indubbia e radicata appartenenza alla nostra specie.

Non ascoltare la violenza è normale. Negli interventi di sensibilizzazione con i genitori, nei corsi di formazione e di aggiornamento con gli operatori e con i professionisti abbiamo spesso incontrato persone che hanno dichiarato onestamente di essersi accorti con molto ritardo di situazioni di abuso in seguito divenute eclatanti, di aver lasciato cadere, magari per molto tempo, indicatori molto significativi, di non essere riusciti o di non riuscire ad avvicinarsi ai bambini che segnalano elementi che possono far ipotizzare un abuso sessuale, di non essere stati capaci o di non sentirsi capaci a porre quelle domande che sarebbero necessarie a farlo emergere.

Di fronte all’impatto percettivo e mentale con l’abuso sessuale sui bambini la reazione più diffusa e normale si traduce nel pensiero “Non è possibile!”. La reazione fisiologica nelle madri delle piccole vittime di abuso, anche di quelle più responsabili e disponibili all’ascolto dei figli è una profonda risposta d’incredulità e di sconcerto di fronte alla mentalizzazione dell’ipotesi dell’abuso, una risposta che in molti casi finisce per ritardare nella madre il riconoscimento della violenza ai danni del figlio e la conseguente protezione.

Il mancato ascolto è un elemento strutturalmente indispensabile alla consumazione dell’abuso sessuale su un bambino (e non a caso dedichiamo al mancato ascolto la prima sezione di questo libro). La commissione di qualsiasi violenza di tipo sistematico e prolungato, qual è, sul piano interetnico, la violenza di un lager o, sul piano intergenerazionale, la violenza del maltrattamento o dell’abuso richiede non solo il sadismo o la perversione di pochi ma l’incredulità e l’indifferenza dei molti. La violenza di una minoranza ha bisogno di giocare di sponda sul rifiuto all’ascolto della maggioranza, sull’indisponibilità socialmente diffusa a riconoscere la realtà dell’orrore e a porvi rimedio.

Nessun miglioramento della capacità di ascolto, nessuna crescita della capacità di rilevare il fenomeno, nessuna formazione efficace sono ipotizzabili se, paradossalmente, non si parte da questa consapevolezza: l’abuso sessuale sui minori è tendenzialmente inascoltabile perché associato a dimensioni di perversione, di dominio, di atrocità, di confusione, che tendono a travolgere la capacità di tolleranza e di simbolizzazione della mente umana. Ovviamente ci riferiamo ad un’inascoltabilità dell’abuso come dato difensivo che appartiene all’opacità della mente che può e deve essere superato e non già ad un’inascoltabilità/indimostrabilità dell’abuso come dato ideologico, assunto da quegli esperti che, per difendere gli imputati di reati sessuali, tendono in molti casi ad asserire che l’abuso sessuale su un bambino, anche qualora sia avvenuto, in ogni caso non è stato ascoltato in modo corretto, né potrà essere dimostrato attraverso procedure psicologiche e giudiziarie rigorose.

Tanto maggiore è la consapevolezza delle inevitabili resistenze psicologiche, sociali e culturali all’ascolto dell’abuso, tanto maggiore sarà la capacità di contrastarle. Ogni operatore e professionista che lavora in istituzioni o agenzie minorili nell’area sociale, scolastica, educativa, giudiziaria ha incontrato situazioni di abuso sessuale che non ha saputo riconoscere e che non ha saputo ascoltare. Ammettere questo limite aiuta a ridurre, non certo ad eliminare, il rischio sempre presente di fronte a situazioni in atto di abuso sessuale sui bambini di essere sordi, ciechi e stupidi nei confronti di rilevanti indicatori, il rischio sempre presente di escludere in modo aprioristico l’ipotesi della violenza.

Ascoltare bambini che hanno subito abusi, registrare gli indicatori delle violenze da loro subite è sconvolgente perché implica l’avvicinarsi a emozioni che destrutturano i nostri più sicuri e rassicuranti pensieri, a fatti che destano orrore e destabilizzano il nostro modo di vedere la comunità adulta e, più in generale, l’intera esistenza.

I costi emotivi nel raccogliere una rivelazione di abuso sono mediamente molto alti e possono spesso produrre forti resistenze: è molto più confortevole soffermarsi sull’ipotesi che certe parole, certi disegni, certi comportamenti sessualizzati, certi racconti sono frutto di invenzioni, o di fantasie edipiche, o di induzione di qualche adulto, o che il bambino non sa compiere un adeguato esame di realtà.

 L’abuso ricorda non solo alla vittima, ma anche a chi si candida al suo ascolto, verità spiacevoli e mentalmente indigeste: la possibilità sconfortante del tradimento e dell’abbandono da parte di coloro ai quali ci si affida, l’irriducibile precarietà della condizione umana e l’incombente evenienza di eventi sovrastanti capaci d’imporre una disarmante condizione di debolezza o di impotenza, la ricorrente possibilità di relazioni umane violente e strumentali molto più diffuse di quanto si vorrebbe…

Ascoltare lo svelamento passivo od attivo di un abuso, ascoltare i messaggi extraverbali o verbali che invia un bambino traumatizzato costituisce un impegno mentale che ci impone di andare contro corrente rispetto a tendenze mentali abituali e consolidate, presenti nella nostra mente, in base a cui eventi come l’abuso ai danni di un bambino non dovrebbero verificarsi. Il trauma è strutturalmente difficile da ascoltarsi, perché è difficile da pensare, da metabolizzare mentalmente. Il trauma e soprattutto il trauma sessuale tende a diventare per la vittima una cisti, un corpo estraneo[1] che la mente non assorbe, non riconosce come appartenente all’esperienza già immagazzinata, perché il materiale di cui è costituito è fatto di impotenza, eccitazione non padroneggiabile, vergogna, dolore e odio che la mente fa di tutto per respingere, per isolare, per allontanare. Un processo analogo si riscontra nel soggetto chiamato ad ascoltare.

 

 

(Per una teoria dell’ascolto dell’abuso, Introduzione, par. 14, “L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto. Contesto sociale, clinico, giudiziario”, Claudio Foti (a cura di), Angeli, 2003)