|
La
“normalità” della negazione dell’ascolto
In un recente fatto di cronaca, dove un
genitore è stato imputato e condannato per l’assassinio del
figlio, un medico del pronto soccorso, esaminando il
cadavere del bambino subito dopo la scoperta del decesso ha
immediatamente escluso l’ipotesi di una violenza umana,
affermando: «Queste ferite le conosco. È il morso di un
cane!»
La mente umana si volta dall’altra parte di
fronte al riconoscimento della violenza tanto più questa
assume forme di efferatezza, distruttività e manipolazione
come avviene, in maggiore o minore misura, nel
maltrattamento e nell’abuso sessuale sui minori. In questi
casi la violenza viene designata spesso come disumana,
per negarne difensivamente l’indubbia e radicata
appartenenza alla nostra specie.
Non ascoltare la violenza è normale.
Negli interventi di sensibilizzazione con i genitori, nei
corsi di formazione e di aggiornamento con gli operatori e
con i professionisti abbiamo spesso incontrato persone che
hanno dichiarato onestamente di essersi accorti con molto
ritardo di situazioni di abuso in seguito divenute
eclatanti, di aver lasciato cadere, magari per molto tempo,
indicatori molto significativi, di non essere riusciti o di
non riuscire ad avvicinarsi ai bambini che segnalano
elementi che possono far ipotizzare un abuso sessuale, di
non essere stati capaci o di non sentirsi capaci a porre
quelle domande che sarebbero necessarie a farlo emergere.
Di fronte all’impatto percettivo e mentale
con l’abuso sessuale sui bambini la reazione più diffusa e
normale si traduce nel pensiero “Non è possibile!”.
La reazione fisiologica nelle madri delle piccole vittime di
abuso, anche di quelle più responsabili e disponibili
all’ascolto dei figli è una profonda risposta d’incredulità
e di sconcerto di fronte alla mentalizzazione dell’ipotesi
dell’abuso, una risposta che in molti casi finisce per
ritardare nella madre il riconoscimento della violenza ai
danni del figlio e la conseguente protezione.
Il mancato ascolto è un elemento
strutturalmente indispensabile alla consumazione dell’abuso
sessuale su un bambino (e non a caso dedichiamo al
mancato ascolto la prima sezione di questo libro). La
commissione di qualsiasi violenza di tipo sistematico e
prolungato, qual è, sul piano interetnico, la violenza di un
lager o, sul piano intergenerazionale, la violenza del
maltrattamento o dell’abuso richiede non solo il sadismo o
la perversione di pochi ma l’incredulità e l’indifferenza
dei molti. La violenza di una minoranza ha bisogno di
giocare di sponda sul rifiuto all’ascolto della maggioranza,
sull’indisponibilità socialmente diffusa a riconoscere la
realtà dell’orrore e a porvi rimedio.
Nessun miglioramento della capacità di
ascolto, nessuna crescita della capacità di rilevare il
fenomeno, nessuna formazione efficace sono ipotizzabili se,
paradossalmente, non si parte da questa consapevolezza:
l’abuso sessuale sui minori è tendenzialmente
inascoltabile perché associato a dimensioni di
perversione, di dominio, di atrocità, di confusione, che
tendono a travolgere la capacità di tolleranza e di
simbolizzazione della mente umana. Ovviamente ci riferiamo
ad un’inascoltabilità dell’abuso come dato difensivo
che appartiene all’opacità della mente che può e deve essere
superato e non già ad un’inascoltabilità/indimostrabilità
dell’abuso come dato ideologico, assunto da quegli
esperti che, per difendere gli imputati di reati sessuali,
tendono in molti casi ad asserire che l’abuso sessuale su un
bambino, anche qualora sia avvenuto, in ogni caso non è
stato ascoltato in modo corretto, né potrà essere dimostrato
attraverso procedure psicologiche e giudiziarie rigorose.
Tanto maggiore è la consapevolezza delle
inevitabili resistenze psicologiche, sociali e culturali
all’ascolto dell’abuso, tanto maggiore sarà la capacità di
contrastarle. Ogni operatore e professionista che lavora in
istituzioni o agenzie minorili nell’area sociale,
scolastica, educativa, giudiziaria ha incontrato situazioni
di abuso sessuale che non ha saputo riconoscere e che non ha
saputo ascoltare. Ammettere questo limite aiuta a ridurre,
non certo ad eliminare, il rischio sempre presente di fronte
a situazioni in atto di abuso sessuale sui bambini di essere
sordi, ciechi e stupidi nei confronti di rilevanti
indicatori, il rischio sempre presente di escludere in modo
aprioristico l’ipotesi della violenza.
Ascoltare bambini che hanno subito abusi,
registrare gli indicatori delle violenze da loro subite è
sconvolgente perché implica l’avvicinarsi a emozioni che
destrutturano i nostri più sicuri e rassicuranti pensieri, a
fatti che destano orrore e destabilizzano il nostro modo di
vedere la comunità adulta e, più in generale, l’intera
esistenza.
I costi emotivi nel raccogliere una
rivelazione di abuso sono mediamente molto alti e possono
spesso produrre forti resistenze: è molto più confortevole
soffermarsi sull’ipotesi che certe parole, certi disegni,
certi comportamenti sessualizzati, certi racconti sono
frutto di invenzioni, o di fantasie edipiche, o di induzione
di qualche adulto, o che il bambino non sa compiere un
adeguato esame di realtà.
L’abuso ricorda non solo alla vittima, ma
anche a chi si candida al suo ascolto, verità spiacevoli e
mentalmente indigeste: la possibilità sconfortante del
tradimento e dell’abbandono da parte di coloro ai quali ci
si affida, l’irriducibile precarietà della condizione umana
e l’incombente evenienza di eventi sovrastanti capaci
d’imporre una disarmante condizione di debolezza o di
impotenza, la ricorrente possibilità di relazioni umane
violente e strumentali molto più diffuse di quanto si
vorrebbe…
Ascoltare lo svelamento passivo od attivo di
un abuso, ascoltare i messaggi extraverbali o verbali che
invia un bambino traumatizzato costituisce un impegno
mentale che ci impone di andare contro corrente rispetto a
tendenze mentali abituali e consolidate, presenti nella
nostra mente, in base a cui eventi come l’abuso ai danni di
un bambino non dovrebbero verificarsi. Il trauma è
strutturalmente difficile da ascoltarsi, perché è difficile
da pensare, da metabolizzare mentalmente. Il trauma e
soprattutto il trauma sessuale tende a diventare per la
vittima una cisti, un corpo
estraneo
che la mente non assorbe, non riconosce come appartenente
all’esperienza già immagazzinata, perché il materiale di cui
è costituito è fatto di impotenza, eccitazione non
padroneggiabile, vergogna, dolore e odio che la mente fa di
tutto per respingere, per isolare, per allontanare. Un
processo analogo si riscontra nel soggetto chiamato ad
ascoltare.
(Per
una teoria dell’ascolto dell’abuso, Introduzione, par.
14, “L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto. Contesto
sociale, clinico, giudiziario”, Claudio Foti (a cura di),
Angeli, 2003)
|