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Gli ostacoli
intrapsichici all’ascolto dell’abuso
La mente umana tende a scappare via dalla sofferenza e a scappare a
gambe levate dalla sofferenza traumatica. Le psicologie orientali
più profonde e le psicologie occidentali più analitiche concordano
nel sottolineare come la mente umana sia tentata abitualmente di
seguire le strade dell’illusione piuttosto che quelle dell’ascolto e
dell’elaborazione della verità, di seguire le strade dell’autoinganno
piuttosto che quelle della consapevolezza e del principio di
realtà. Il riconoscimento della sofferenza in generale ed il
riconoscimento della sofferenza, prodotta dalla violenza sessuale
all’infanzia, in particolare sono operazioni mentali intensamente
sofferte e conflittuali in quanto si oppongono al bisogno di
illusione della mente umana. Il trauma in quanto esperienza di
fragilità mette a dura prova la tendenza illusoria del soggetto
umano a controllare in modo onnipotente la realtà, a negare la
sofferenza e il cambiamento che invece sono elementi costitutivi
dell’esistenza. Si potrebbe anche affermare che la comunità sociale
fugge illusoriamente dall’ascolto e dall’elaborazione della verità
in quanto la stessa vita umana si gioca, in maggiore o minore
misura, in un registro traumatico, avendo comunque sempre qualcosa a
che vedere con la violenza e con la morte.
Il trauma comporta sempre per la
vittima un danno cognitivo, un’alterazione della capacità di
registrare adeguatamente le informazioni sia quelle relative
all’evento traumatico, sia, in maggiore o minore misura, quelle
relative a tutte le situazioni successive associabili all’evento
traumatico. Il trauma incentiva sempre la difficoltà mentale del
soggetto umano a porsi in posizione di ascolto di sé stesso,
della propria storia e della propria realtà, a maggior ragione il
trauma sessuale ai danni di un bambino. Le reazioni difensive al
trauma quali il distacco emotivo, l’estraniazione da sé, l’amnesia,
la dissociazione, proteggendo il soggetto dal contatto con
un’esperienza troppo penosa per essere integralmente pensata,
frammentano il flusso di consapevolezza che normalmente
consente di associare nella mente i pensieri, i sentimenti, i
ricordi, il comportamento.
La difficoltà della piccola vittima di abuso a mantenere il contatto
con la propria esperienza e con la propria memoria rinforza le
difficoltà di ascolto, di registrazione e di ricostruzione di quanto
successo da parte di un ascoltatore adulto:
«Ci sono importanti differenze tra un abuso sessuale dell’infanzia e il
coinvolgimento in un disastro: anzitutto quest’ultimo avviene in un
contesto di normalità; la minaccia si realizza improvvisamente e in
un contesto pubblico. Quindi, il terapeuta o il ricercatore possono
velocemente acquisire uno scenario, ragionevolmente chiaro di ciò
che ogni superstite ha passato durante l’evento, aiutandolo a
ricordare ciò che è accaduto. Al contrario, l’abuso sessuale avviene
in un contesto di segretezza e di vergogna, spesso accompagnato da
minacce di violenza nel caso in cui il bambino si confidi con
qualcuno; dettagli fondamentali riguardanti gli abusi sono privati e
pertanto difficilmente accessibili da parte del ricercatore».
L’impreparazione nella fase
precedente all’evento traumatico; l’impetuosità dei
sentimenti di “paura intensa” “impotenza” ed “orrore”
vissuti dalla vittima nel contesto dell’evento traumatico,
l’impossibilità in questo contesto di utilizzare adattivamente tali
sentimenti con una reazione efficace di lotta o di fuga; l’enorme
difficoltà ad esprimere e ad elaborare i vissuti emotivi traumatici,
nella situazione successiva all’evento, per la solitudine e
l’incomprensione a cui la vittima va incontro e soprattutto per la
negazione attraverso cui l’autore della violenza e l’ambiente
circostante cercano di cancellare o rimuovere le tracce della
violenza stessa: questi elementi fanno sì che il trauma contrasti
inevitabilmente la capacità del soggetto di registrare in modo
adeguato l’esperienza, di immagazzinarla, di simbolizzarla
correttamente, di poterla ascoltare dentro di sé e di poterla
recuperare e comunicare in modo integro.
La mente umana è un contenitore che, nell’impatto con il sadismo,
con la perversione, con la follia, tende ad essere invaso ed
allagato da una debordante dimensione di sofferenza, impotenza,
tensione e conflitto che finiscono per travalicare la pensabilità,
cioè la capacità di contenimento (dal lat. cum-tenere, tenere
insieme) e di elaborazione mentale.
Questo dato non può portare ad affermare una visione pessimistica
della mente umana: adeguatamente allenata all’impegno della
consapevolezza e soprattutto adeguatamente sostenuta da una rete di
ascolto, solidarietà e sostegno psicologico la mente umana ha le
risorse per affrontare e metabolizzare i contenuti mentali più
penosi ed indigesti, per riciclare e smaltire le esperienze più
negative e rifiutabili.
Se questa potenzialità spesso non si traduce in atto non è per un
deficit strutturale della mente. L’abuso sessuale infantile potrà
incontrare risposte di ascolto, di riparazione e di cura sempre più
efficaci con lo sviluppo della conoscenze scientifiche sul trauma e
dell’intelligenza emotiva sociale.
Sintetizzando categorie della psicologia occidentale e della
psicologia orientale (specie quella buddista)
si può definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la
mente umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare ed
in relazione alla propria lucidità può elaborare. La lucidità è
conseguenza dell’impegno di consapevolezza del soggetto precedente e
successivo al trauma e del sostegno chiarificatore dell’ambiente, di
cui la vittima può disporre. L’opacità d’altro canto è conseguenza
dell’assenza di consapevolezza del soggetto, favorita dalle carenze
psicologiche e personologiche precedenti al trauma e nel contempo è
funzione degli atteggiamenti di diniego e di espropriazione della
verità che hanno preceduto, accompagnato e seguito il trauma.
Il pessimismo antropologico sulla mente umana non può che essere una
copertura della mancanza di responsabilità della comunità sociale
che tende a lasciare isolate le vittime dei traumi (soprattutto
quelle più deboli e senza voce, tra cui i bambini), non garantendo
risposte di supporto sociale e vicinanza emotiva: una comunità che,
peraltro, scoraggia negli individui le risposte di sensibilità e
solidarietà nei confronti della sofferenza, favorendo invece
comportamenti ed atteggiamenti mentali di indifferenza e di fuga
dalla consapevolezza.
Analogamente il pessimismo antropologico per cui viene affermata
nella mente umana l’esistenza di un istinto di morte, come
espressione di un impulso autodistruttivo innato
non è nient’altro che una straordinaria mistificazione ideologica
per evitare di prendere atto dei nessi storici e
psicologici tra l’azione traumatica, la mancata protezione e la
mancata assistenza delle vittime da parte dell’ambiente e gli
impulsi autodistruttivi reattivi ed interiorizzati nelle vittime
stesse
(impulsi particolarmente presenti nelle vittime di abuso sessuale,
in misura direttamente proporzionale alle carenze di ascolto
incontrate, sotto forma di tendenza alla rivittimizzazione, sotto
forma di comportamenti autolesionisti e anticonservativi, di agiti
sessuali rischiosi, di disturbi alimentari compulsivi, ecc.).
(Per una teoria dell’ascolto
dell’abuso, Introduzione, Par. 9, “L’ascolto dell’abuso e
l’abuso nell’ascolto. Contesto sociale, clinico, giudiziario”,
Claudio Foti (a cura di), Angeli, 2003)
Cfr. American
psychiatric association, DSM IV, Manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali, Masson, Milano, 1994,
p. 468 e ss.
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