Claudio Foti   

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Gli ostacoli intrapsichici all’ascolto dell’abuso

 

La mente umana tende a scappare via dalla sofferenza e a scappare a gambe levate dalla sofferenza traumatica. Le psicologie orientali più profonde e le psicologie occidentali più analitiche concordano nel sottolineare come la mente umana sia tentata abitualmente di seguire le strade dell’illusione piuttosto che quelle dell’ascolto e dell’elaborazione della verità, di seguire le strade dell’autoinganno piuttosto che quelle della consapevolezza e del principio di realtà. Il riconoscimento della sofferenza in generale ed il riconoscimento della sofferenza, prodotta dalla violenza sessuale all’infanzia, in particolare sono operazioni mentali intensamente sofferte e conflittuali in quanto si oppongono al bisogno di illusione della mente umana. Il trauma in quanto esperienza di fragilità mette a dura prova la tendenza illusoria del soggetto umano a controllare in modo onnipotente la realtà, a negare la sofferenza e il cambiamento che invece sono elementi costitutivi dell’esistenza.  Si potrebbe anche affermare che la comunità sociale fugge illusoriamente dall’ascolto e dall’elaborazione della verità in quanto la stessa vita umana si gioca, in maggiore o minore misura, in un registro traumatico, avendo comunque sempre qualcosa a che vedere con la violenza e con la morte.

Il trauma comporta sempre per la vittima un danno cognitivo, un’alterazione della capacità di registrare adeguatamente le informazioni sia quelle relative all’evento traumatico, sia, in maggiore o minore misura,  quelle relative a tutte le situazioni successive associabili all’evento traumatico. Il trauma incentiva sempre la difficoltà mentale del soggetto umano a porsi in posizione di ascolto di sé stesso, della propria storia e della propria realtà, a maggior ragione il trauma sessuale ai danni di un bambino. Le reazioni difensive al trauma quali il distacco emotivo, l’estraniazione da sé, l’amnesia, la dissociazione, proteggendo il soggetto dal contatto con un’esperienza troppo penosa per essere integralmente pensata, frammentano il flusso di consapevolezza che normalmente consente di associare nella mente i pensieri, i sentimenti, i ricordi, il comportamento.

La difficoltà della piccola vittima di abuso a mantenere il contatto con la propria esperienza e con la propria memoria rinforza le difficoltà di ascolto, di registrazione e di ricostruzione di quanto successo da parte di un ascoltatore adulto: «Ci sono importanti differenze tra un abuso sessuale dell’infanzia e il coinvolgimento in un disastro: anzitutto quest’ultimo avviene in un contesto di normalità; la minaccia si realizza improvvisamente e in un contesto pubblico. Quindi, il terapeuta o il ricercatore possono velocemente acquisire uno scenario, ragionevolmente chiaro di ciò che ogni superstite ha passato durante l’evento, aiutandolo a ricordare ciò che è accaduto. Al contrario, l’abuso sessuale avviene in un contesto di segretezza e di vergogna, spesso accompagnato da minacce di violenza nel caso in cui il bambino si confidi con qualcuno; dettagli fondamentali riguardanti gli abusi sono privati e pertanto difficilmente accessibili da parte del ricercatore»[1].

L’impreparazione nella fase precedente all’evento traumatico; l’impetuosità dei sentimenti di “paura intensa” “impotenza” ed “orrore”[2] vissuti dalla vittima nel contesto dell’evento traumatico, l’impossibilità in questo contesto di utilizzare adattivamente tali sentimenti con una reazione efficace di lotta o di fuga; l’enorme difficoltà ad esprimere e ad elaborare i vissuti emotivi traumatici, nella situazione successiva all’evento, per la solitudine e l’incomprensione a cui la vittima va incontro e soprattutto per la negazione attraverso cui l’autore della violenza e l’ambiente circostante cercano di cancellare o rimuovere le tracce della violenza stessa: questi elementi fanno sì che il trauma contrasti inevitabilmente la capacità del soggetto di registrare in modo adeguato l’esperienza, di immagazzinarla, di simbolizzarla correttamente, di poterla ascoltare dentro di sé e di poterla recuperare e comunicare in modo integro.

La mente umana è un contenitore che, nell’impatto con il sadismo, con la perversione, con la follia, tende ad essere invaso ed allagato da una debordante dimensione di sofferenza, impotenza, tensione e conflitto che finiscono per travalicare la pensabilità, cioè la capacità di contenimento (dal lat. cum-tenere, tenere insieme) e di elaborazione mentale.

Questo dato non può portare ad affermare una visione pessimistica della mente umana: adeguatamente allenata all’impegno della consapevolezza e soprattutto adeguatamente sostenuta da una rete di ascolto, solidarietà e sostegno psicologico la mente umana ha le risorse per affrontare e metabolizzare i contenuti mentali più penosi ed indigesti, per riciclare e smaltire le esperienze più negative e rifiutabili.

Se questa potenzialità spesso non si traduce in atto non è per un deficit strutturale della mente. L’abuso sessuale infantile potrà incontrare risposte di ascolto, di riparazione e di cura sempre più efficaci con lo sviluppo della conoscenze scientifiche sul trauma e dell’intelligenza emotiva sociale.

Sintetizzando categorie della psicologia occidentale e della psicologia orientale (specie quella buddista)[3] si può definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la mente umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare ed in relazione alla propria lucidità può elaborare. La lucidità è conseguenza dell’impegno di consapevolezza del soggetto precedente e successivo al trauma e del sostegno chiarificatore dell’ambiente, di cui la vittima può disporre. L’opacità d’altro canto è conseguenza dell’assenza di consapevolezza del soggetto, favorita dalle carenze psicologiche e personologiche precedenti al trauma e nel contempo è funzione degli atteggiamenti di diniego e di espropriazione della verità che hanno preceduto, accompagnato e seguito il trauma.

Il pessimismo antropologico sulla mente umana non può che essere una copertura della mancanza di responsabilità della comunità sociale che tende a lasciare isolate le vittime dei traumi (soprattutto quelle più deboli e senza voce, tra cui i bambini), non garantendo risposte di supporto sociale e vicinanza emotiva: una comunità che, peraltro, scoraggia negli individui le risposte di sensibilità e solidarietà nei confronti della sofferenza, favorendo invece comportamenti ed atteggiamenti mentali di indifferenza e di fuga dalla consapevolezza.

Analogamente il pessimismo antropologico per cui viene affermata nella mente umana l’esistenza di un istinto di morte, come espressione di un impulso autodistruttivo innato[4] non è nient’altro che una straordinaria mistificazione ideologica per evitare di prendere atto dei nessi storici e psicologici tra l’azione traumatica, la mancata protezione e la mancata assistenza delle vittime da parte dell’ambiente e gli impulsi autodistruttivi reattivi ed interiorizzati nelle vittime stesse[5] (impulsi particolarmente presenti nelle vittime di abuso sessuale, in misura direttamente proporzionale alle carenze di ascolto incontrate, sotto forma di tendenza alla rivittimizzazione, sotto forma di comportamenti autolesionisti e anticonservativi, di agiti sessuali rischiosi, di disturbi alimentari compulsivi, ecc.).

 

 

(Per una teoria dell’ascolto dell’abuso, Introduzione, Par. 9, “L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto. Contesto sociale, clinico, giudiziario”, Claudio Foti (a cura di), Angeli, 2003)

 

[1] In W. Yull, S. Perrin, P. Smith, Il disturbo post-traumatico da stress nei bambini e negli adolescenti, in W. Yull, Disturbo post-traumatico da stress, McGraw-Hill, Milano, p.31.

[2] Cfr. American psychiatric association, DSM IV, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Masson, Milano, 1994, p. 468 e ss.

[3] Cfr. T. Bennett-Goleman, Alchimia emotiva, Rizzoli, Milano, 2001.

[4] E. Welldon nello scritto pubblicato in questo libro difende la teoria freudiana dell’istinto di morte non tanto per sostenere la concezione biologistica ed innatista implicata nel concetto stesso, quanto per avvalersi di uno strumento descrittivo dei comportamenti masochistici delle vittime.

[5] Cfr. F. De Zulueta, Dal dolore alla violenza, Cortina, Milano, 1999.