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Etica e infanzia
Sommario: 1. Oblatività ideale e avidità reale. 2.
Dov'è sommersa la violenza? 3. Per un'etica della
comprensione. 4. Per un'etica del rispetto dell'emotività.
5. Per un'etica dell'autenticità
1. Quando s'imbatte nel cucciolo dell'uomo, l'etica mostra il
suo volto splendente e sicuro. Prendendo atto dell'estremo stato di
impotenza e di dipendenza che caratterizza la piccola creatura
umana, il discorso morale sembra non aver dubbi: «amate e proteggete
i bambini!».
Quando c'è da pronunciarsi sull'infanzia, l'etica tende non di rado,
più che a far riflettere, a sentenziare e a pontificare. Dal detto
di Giovenale «maxima debetur puero reverentia» («Al bambino è dovuto
il massimo rispetto») fino alle dichiarazioni solenni sui diritti
dei bambini nell'anno internazionale del fanciullo, la legge morale
concernente l'infanzia è a tal punto chiara e ferma da confondersi
con la legge di natura: «come si può far male ai bambini, così
inermi e bisognosi».
A proposito di soggetti in età evolutiva l'etica è pronta a fondersi
con l'economia e con la politica: «Non c'è, per nessuna comunità,
investimento migliore del mettere latte dentro ai bambini», diceva
Churchill nel suo discorso alla radio del 21 marzo 1943. E non è
certo difficile trovare in tutti gli schieramenti ideologici uomini
politici disposti a dichiarare, con maggiore o minore convincimento,
che i bambini, i ragazzi, i giovani rappresentano l'avvenire della
società e vanno pertanto tenuti in grande considerazione.
Di più: oggi l'etica tende a diventare, non solo retorica, ma anche
estetica: «Che carini! - direbbe una nota presentatrice televisiva -
questi bambini», questi «piccoli fans» di noi adulti...
In verità, solo se abbandoniamo il modello ideologico edificante del
«dover essere» nei confronti dell'infanzia - «dover essere»
assolutamente protettivi ed amorevoli nei confronti dei minori -
possiamo prendere atto dell'«essere» reale, cioè della violenza che
in passato e nel presente, nelle forme più varie, ha sempre ed
ovunque accompagnato ed accompagna i rapporti degli adulti con la
generazione emergente. Ed è solo dall'«essere» reale che un discorso
etico autentico può prendere
avvio.
Per secoli nell'Europa «civilizzata» l'infanticidio è sopravvissuto
a lungo. «Il bambino - scrive Ariès - spariva, vittima di un
incidente che non era stato possibile evitare: cadeva nel camino
acceso o dentro una bacinella e nessuno aveva potuto tirarlo fuori
in tempo. Moriva soffocato nel letto dove dormiva con i genitori
senza che questi nemmeno se ne rendessero conto».
La sollecitazione dei vescovi della Controriforma a che i bambini
non dormissero nel letto assieme ai genitori aveva uno «scopo prima
morale, poi igienico»
: meglio togliere ai genitori la tentazione di far fuori il
pargoletto... E l'obbligo della Chiesa di far battezzare
tempestivamente i bambini ha nei fatti la funzione non dichiarata di
sottrarre i neonati, prima ancora che al Demonio e al Limbo, alle
sopravvivenze dell'antica pratica dell'esposizione e alle soffocanti
cure dei loro genitori, soffocanti ovviamente in senso letterale...
L'etica popolare ha faticato alcuni millenni, sicuramente almeno
fino al XVI secolo, prima di arrivare a condannare come ingiusti
l'infanticidio e l'abbandono di figli indesiderati. Si è trattato di
milioni di assassinati, «esposti» o totalmente trascurati, non solo
figli della misera o dell'adulterio, ma anche bambini non voluti per
le più svariate ragioni, in tutti i ceti sociali.
Per millenni, in pratica fino al secolo scorso nell'Europa moderna,
si è stentato ad assumere come valori positivi la protezione e la
tutela dell'infanzia.
La scarsa percentuale di sopravvivenza dei bambini rendeva
oltretutto improduttivo l'investimento generalizzato di risorse
materiali ed emotive su tutta la prole. Pratica ricorrente e diffusa
era l'abbandono morale e materiale dei bambini; c'era sempre tempo
poi per prendersi eventualmente cura dei figli, per investire su di
loro, qualora avessero avuto la buona sorte di sopravvivere…
Del resto, come ha osservato Ida Magli, la mancanza di tracce
storiche dell'infanzia nell'archeologia, nell'arte, nella cultura «è
la prova della mancanza del valore-bambino»
.
È inoltre significativo il fatto che, nonostante l'altissima
morbilità e mortalità infantile nei secoli scorsi, la pediatria
risulti una specializzazione recente della medicina. Ed è
altrettanto significativo il fatto che bisogna aspettare gli anni
Sessanta del nostro secolo perché la scienza medica riesca a
prendere atto dell'evidenza, fino a quel momento rimossa, della
violenza nei confronti dell'infanzia, definendo il quadro
diagnostico della «sindrome del bambino battuto».
Oggi il discorso etico socialmente diffuso non corre più il rischio
- almeno sul piano ideologico - di negare l'esigenza del rispetto
dei bisogni infantili.
Il rischio semmai diventa un altro e cioè che venga proposto ed
idealizzato un modello di «oblatività obbligatoria» nei confronti
dell'infanzia, un modello da utilizzare in senso narcisistico e con
effetti mistificanti e colpevolizzanti: l'amore verso i bambini
tende in altri termini a diventare, non già una preziosa
potenzialità da sviluppare realisticamente nella tolleranza delle
nostre e delle altrui ambivalenze, bensì un atteggiamento da
esibire, un modello ideale, in base a cui giudicarsi e giudicare
senza autentico amore, in base a cui condannarsi e condannare senza
autentica comprensione.
Il valore della tutela del bambino rappresenta certamente una grande
conquista culturale e morale della storia umana, ma la tendenza ad
assolutizzare tale valore rischia d'accompagnarsi alla negazione
del nostro odio profondo verso «i più piccoli», odio che palesemente
ha albergato nel nostro passato e che continua ad albergare nel
nostro presente. L'illusione etica circa la nostra benevolenza nei
confronti dell'infanzia impedisce l'assunzione di consapevolezza e
di responsabilità circa gli impulsi, non facilmente eliminabili
nella mente dell'adulto, all'appropriazione aggressiva e
all'incorporazione avida della generazione emergente da parte della
generazione adulta.
«Un americano molto bene informato - scriveva Jonathan Swift - mi
assicura che un bambino di un anno, in buona salute e bene allevato,
è un cibo delizioso, nutriente e sano, sia cotto in stufato,
arrostito, cotto in forno o bollito; e non dubito che riuscirebbe
bene in fricassea o in ragù».
Qui Swift non ci propone solo una finzione letteraria, bensì una
profonda fantasia cannibalica, che può trovare varie modalità di
passaggio all'atto. Una ricerca sulla giurisprudenza inglese
dell'Ottocento, relativa al «cannibalismo di sopravvivenza», ha
dimostrato la sorprendente frequenza di pratiche antropofagiche tra
i marinai a seguito di naufragi.
La vittima preferita era sempre il più giovane, il bambino indifeso,
il mozzo, lo schiavo, lo straniero, quello dalla carne più tenera e
dai mezzi difensivi più scarsi (come ricorda la nota canzoncina
francese «Il était un petit navire», «la sorte cadde sul più
giovane/in salsa besciamella venne mangiato»).
Ma non c’è poi da stupirsi tanto: non molto tempo fa una casa
produttrice di yogurt ha impostato una campagna pubblicitaria sulla
base di un messaggio che accostando implicitamente la nascita del
prodotto alla nascita di un bambino, invitava a «mangiarlo vivo». Le
reazioni moralistiche e censorie lasciano il tempo che trovano; vale
la pena piuttosto mettere in discussione la nostra etica idealistica
e mentalizzare coerentemente le nostre tendenze emotive ed operative
a trasformare i bambini in oggetti da divorare, e da incorporare.
Anche se abbiamo smesso da tempo di mangiare i bambini in senso
letterale, è forse scomparsa la tendenza ad appropriarsi di minori
per sopravvivere o per «ingrassare»? Bastino alcuni esempi: per
quanti anni si sono lasciati decine di migliaia di bambini e ragazzi
a crescere nel vuoto affettivo di molti istituti ed orfanotrofi,
nascosti a qualsiasi rilevamento giudiziario, sottratti ad un
inserimento eterofamiliare in affidamento o in adozione, divorati
dall’istituzione spesso per fini di lucro o di potere? E la
situazione attuale è veramente cambiata in modo radicale ed ovunque
nel nostro Paese?
E cos’è, se non appropriazione distruttiva di bambini a fini
d’«ingrasso», quella dei racket che schiavizzano minori,
costringendoli, talvolta sotto i nostri occhi, all’elemosina o allo
sfruttamento del loro corpo? Non si tratta certo di fenomeni
riguardanti soltanto aree emarginate o sottosviluppate: la
prostituzione minorile raggiunge nel Nord Italia percentuali
elevatissime (il 40% dell’intero mercato con un 10% prostitute tra i
10 e i 15 anni);
inoltre in tutto l’Occidente sviluppato il fatturato annuo delle
riviste e dei film pornografici, che utilizzano «industrialmente»
immagini di bambini, evidentemente fa gola – a proposito di oralità
avida – a non pochi «magnaccia» e «papponi» mascherati da manager…
Significativamente l’impulso a divorare il bambino è stato talvolta
attribuito in esclusiva dalla comunità adulta a gruppi di minoranza
da demonizzare, proiettato in modo delirante su gruppi «scomodi» (a
seconda delle diverse epoche storiche, sui primi cristiani, sugli
ebrei, sui comunisti ecc.), accusati di sacrificare, distruggere,
«mangiare» i bambini. Tali tendenze, trasferite dall’immaginario
sociale più rozzo ad alcune micro-comunità, possono in realtà
attivarsi, in forme più o meno pericolose, in tutte le componenti
della comunità adulta, così come del resto le figure fiabesche della
strega e dell’orco simbolizzano a ben vedere la componente avida e
distruttrice presente, pur con modalità differenziate,
nell’inconscio di tutti noi.
Esistono per esempio infiniti modi per divorare i figli dal punto di
vista psicologico, per appropriarsi dell’amore, della sensibilità,
delle risorse, della vita dei bambini, per ridurli ad oggetti
passivi di cui approfittare.
Pensiamo alle innumerevoli gabbie invisibili, agli svariati ricatti
affettivi con cui i genitori possono imprigionare i figli per le
esigenze della propria sopravvivenza psicologica. Pensiamo alle
modalità decisamente inconsapevoli (tanto per chi le agisce che per
chi le subisce), con cui bambini e ragazzi finiscono per svolgere la
funzione di «nutrimento» per la fame affettiva e narcisistica dei
genitori.
Pensiamo alle madri «sempre impegnate a rincorrere i figli per
ricordare loro la maglia di lana, il rosso d'uovo, la buona
medicina, i mille rimedi, i mille prodotti della loro divorante
protezione».
La realtà emotiva profonda è dunque estremamente complessa:
nell'inconscio di una madre per esempio, una determinata tendenza
può accompagnarsi alla tendenza opposta: il «mangiare» il figlio può
andare di pari passo con il supernutrirlo, il divorare con il farsi
divorare.
2. Con una metafora ormai ricorrente, si afferma che nella
nostra società la violenza nei confronti dell'infanzia è un iceberg
sommerso; con questa immagine si vuole giustamente sottolineare come
la violenza denunciata e rilevata sia ben poca cosa a confronto di
quella che realmente e quotidianamente si consuma nella privacy
della famiglia e nella routine delle istituzioni.
Può risultare assai più impegnativo e coinvolgente affermare che gli
impulsi ostili nei confronti dei bambini hanno una dimensione
«sommersa» dentro ogni adulto. Per esempio il linguaggio, in quanto
depositario dell'inconscio sociale, è testimone della tendenza alla
sopraffazione e all'odio nei confronti dell'infanzia;
nell'etimologia delle parole possiamo verificare come la comunità
dei parlanti (adulti) simbolizza emotivamente gli oggetti a cui si
riferisce: bambino, infanzia, minori.
«Bambino» è un termine diminutivo di bambo, forma arcaica con
significato di «sciocco», appartenente alla stessa famiglia
onomatopeica di «babbeo».
L'infante (che deriva dal latino in-fans) è colui che non
parla. Una parte (l'incompetenza linguistica) designa il tutto:
l'infanzia, in quanto realtà ricca e caratterizzata non soltanto da
incompetenze, è definita in negativo, come mancanza e precisamente
come mancanza di parola. L’infans in effetti non può parlare
o meglio, se parla, se comunica, non è ascoltato, come accade spesso
nelle famiglie e nelle istituzioni. L’infans nell'antica Roma
poteva essere esposto sulla porta di casa, quando l'adulto non
sapeva che farsene, oppure riconosciuto attraverso il gesto
simbolico dell'elevatio, con cui veniva preso in
braccio e sollevato dal padre. In effetti il bambino può essere
«elevato»/allevato in diversi modi oppure lasciato a terra ed
esposto alla morte fisica o psichica. È totalmente nelle mani
dell'adulto. L’infans davvero non parla, perché è
«parlato» in senso forte dagli adulti e dalla cultura fra cui viene
a nascere e a collocarsi.
Quanto all'etimologia di «minore», il significato è trasparente e
coerente con la tendenza al dominio da parte dell'adulto: in effetti
i «minori», siano essi figli, allievi, educandi, oggetto di
assistenza o di giudizio, vivono una condizione di pesante minorità,
quanto a potere materiale e psicologico di cui possono disporre nel
confronto con i «maggiori» nella famiglia e nelle istituzioni.
Se ci trasferiamo dalla realtà linguistica alla realtà affettiva,
possiamo prendere atto di come in tutte le madri esista
un'ambivalenza nei confronti del figlio, una presenza contemporanea
di sentimenti d'amore e di odio. È veramente curioso che Freud, cosi
lucidamente critico nei confronti delle illusioni etiche prodotte
dall'uomo al fine di proteggere il proprio narcisismo, abbia poi
espresso l'ipotesi idealistica che l'amore materno verso il figlio
maschio possa essere esente dà impulsi ostili.
La pretesa, gravante sulla madre, di un'impossibile «bontà
assoluta», il mito dell'amore materno, privo di ambivalenza, sono
stati criticati in modo approfondito da Winnicott, il quale elenca
tra l'altro una serie di ragioni per cui una madre può odiare il
proprio piccolo, anche se maschio:
Il bambino non è quello del gioco
dell'infanzia, il bambino del padre, del fratello ecc... (...) Il
bambino è un pericolo per il suo corpo durante la gravidanza ed alla
nascita. Il bambino rappresenta un'interferenza nella sua vita
privata, una sfida alla sua precedente occupazione. (...) Il bambino
è spietato, la tratta come una feccia, una serva non pagata, una
schiava. (…)
All'inizio il bambino non sa
assolutamente ciò che la madre fa o sacrifica per lui. E,
soprattutto, non può concepire l'odio della madre.
Ciò che è auspicabile, dunque, nel rapporto di una madre con il
figlio non è l'assenza, peraltro impossibile, di impulsi ostili,
bensì la capacità di sentirsi offesa e di odiare senza farla pagare
troppo al bambino, senza restituirgli l'odio, ma al contrario
contenendo (dal latino cum-tenere), tenendo insieme le
pulsioni ostili e le pulsioni d'attaccamento del bambino, attraverso
l'accettazione, il contenimento, l'integrazione del proprio amore e
della propria rabbia, del proprio legame affettivo con il bambino e
del proprio bisogno reattivo di distruggere tale legame.
«Ninna nanna, ninna ooo, il bambino a chi lo do? Lo daremo alla
befana che lo tenga una settimana. Ninna nanna, ninna ooo , il
bambino a chi lo do? Lo daremo all'uomo nero che lo tenga un anno
intero». Non sono certo «mostruose» le generazioni di madri che son
venute producendo e cantando questa ninna nanna nel tentativo di
tenere insieme ed integrare il proprio amore con la propria
comprensibile esigenza di liberarsi, di prendere le distanze dai
loro figli: anzi, l'odio simbolizzato e «contenuto» nella ninna
nanna può non essere agito.
Non si può dunque pretendere di cancellare l'impulso ostile nei
confronti dei bambini, considerandolo un dato emotivo «mostruoso»,
innaturale, altro–da-noi. Il contributo che la psicologia ed in
particolare la psicoanalisi possono fornire alla riflessione etica
consiste nella sottolineatura della distinzione tra realtà psichica
e realtà comportamentale, tra odio fantasticato e odio agito,
nell'ipotesi che la mentalizzazione, la simbolizzazione e
l'elaborazione dell'odio, avvertito nel mondo interno, contribuisca
ad impedire il passaggio all'atto distruttivo nel mondo esterno.
3. Lo sviluppo della consapevolezza circa la dimensione
sommersa - sul piano interpersonale ed intrapsichico - dell'ostilità
nei confronti dei bambini è un contenuto fondamentale di un'etica
trasformativa concernente l'infanzia e l'adolescenza. Non si tratta
certo di cadere in una logica «autoflagellatoria», né di perdere in
una «notte» in cui tutti si dichiarano ostili ai bambini la capacità
di percepire le differenti responsabilità di ciascuno sul piano
familiare, sociale, istituzionale. Occorre piuttosto contrastare e
non già assecondare la tendenza psicologica e culturale attualmente
dominante circa le problematiche dell'età evolutiva: la tendenza
alla rimozione delle componenti di odio, delle parti problematiche e
sofferenti, presenti - pur in modo differenziato - in
ciascun genitore ed operatore, la tendenza alla proiezione di
tali parti ostili, problematiche e sofferenti sul bambino
«disturbato», sul ragazzo «deviante», sul genitore «mostro» ,
sull'operatore «cattivo».
La cultura dell'infanzia e dell'adolescenza deve saper prendere
coerentemente le distanze da quegli atteggiamenti difensivi che
accompagnano e coprono la violenza del genitore abusante: scissione
e trasferimento sugli altri delle parti carenti del Sé, negazione
dell'odio e della responsabilità del soggetto adulto. Come ha
affermato Daniela Nobili,
l'indignazione e la condanna nei
confronti dei colpevoli e la sollecitudine esagerata verso le
vittime possono rappresentare la proiezione e la compensazione in
eccesso di analoghi desideri di tipo aggressivo, che ci affanniamo a
negare in noi stessi dandoci per di più l'illusione, con
quell'attivismo, di essere al contrario molto buoni e disponibili.
Particolarmente importante è la capacità di riconoscere da parte
degli operatori a contatto con un'utenza familiare e minorile,
quanto ci sia di benefico e costruttivo nella loro scelta
professionale e quanto risulti invece legato a profonde tendenze
narcisistiche, aggressive, manipolatorie. A quest'ultimo aspetto è
collegato il rischio di usare il ruolo di tecnici e di esperti del
settore minorile per dimostrare una presunta superiorità, esportando
negli altri la cattiveria, la colpa, l'importanza, la malattia.
Una proposta etica e culturale di responsabilizzazione sulle
problematiche dell'infanzia e dell'adolescenza non deve
accompagnarsi a messaggi di condanna (vuoi in chiave morale, vuoi in
chiave psicologica), non deve rafforzare vissuti controproducenti di
colpa e di inadeguatezza. Tale proposta, al contrario, deve essere
piena di sollecitudine e di valorizzazione nei confronti delle
possibilità di cambiamento, nei confronti delle risorse emotive,
affettive, intellettive, sempre presenti potenzialmente in ogni
individuo; piena di comprensione anche rispetto alle componenti
aggressive dell'adulto nei confronti dell’ infanzia e
dell'adolescenza. Laddove poi tali componenti minacciano di
distruggere l'integrità di bambini e ragazzi, il ricorso giudiziario
ai mezzi traumatici dell'adozione e della condanna penale e la
conseguente somministrazione di violenza legale andranno valutati
come strumenti di fatto necessari, ma anche come espressione di un
drammatico ritardo nella realizzazione sociale di una cultura
dell'infanzia.
Gli scritti di Alice Miller
danno un contributo rilevante all'elaborazione di un'etica
dell'infanzia, basata non già su una logica punitiva, bensì sulla
comprensione e nel contempo sulla percezione dell'odio e dell'abuso
di potere dell'adulto: gli stessi atteggiamenti di quest'ultimo
tendenti a strumentalizzare i bambini con ogni mezzo e pretesto
pedagogico, si sottraggono ad una valutazione colpevolizzante, ad
una condanna moralistica, pur essendo ovviamente descritti con un
profondo rigore critico ed analitico. Le stesse violenze dei
genitori nei confronti dei figli, nelle loro varianti più o meno
sadiche, più o meno manifeste, non risultano altro che una «messa in
scena» inconsciamente difensiva e coattivamente ripetitiva di drammi
vissuti da questi genitori nella loro infanzia.
Ne consegue che, piuttosto di limitarsi a rispondere a queste
violenze restando simmetricamente sul piano della «coazione a
ripetere» nei confronti degli autori delle violenze stesse (ripetere
la condanna etica, ripetere la punizione giudiziaria, ripetere il
linciaggio giornalistico nei confronti dei genitori abusanti ecc.)
occorre approfondire il piano della comprensione teorica circa la
complessa riproduzione delle conseguenze dei traumi infantili di
generazione in generazione e, pertanto, approfondire, sul piano
operativo, il valore della prevenzione.
È noto dalla letteratura che s'è occupata del maltrattamento
all'infanzia, che i cosiddetti «genitori abusanti» non hanno potuto
realizzare un sano amore di sé nel loro passato infantile, non hanno
potuto interiorizzare validamente esperienze di amore e di
attenzione da restituire successivamente ai figli, bensì sono stati
indotti in molti casi a trascurare i loro stessi bisogni e a pensare
in modo prioritario ai bisogni di quegli adulti inadeguati che erano
attorno a loro.
L'originalità dell'elaborazione di Alice Miller consiste nel
generalizzare l'analisi del cosiddetto «ciclo dell'abuso»,
spostandola da un ristretto gruppo di famiglie multiproblematiche,
devianti o socialmente deprivate alla realtà sociale complessiva,
alla famiglia «normale» e ben adattata dove si svolge
silenziosamente «il dramma del bambino dotato», dove si consuma -
nelle forme della «buona educazione», in quelle della pedagogia
repressiva o all'opposto, permissivista - una sistematica mancanza
di ascolto, una «persecuzione legalizzata» nei confronti
dell'infanzia, tanto più nefasta, quanto più ignota sia all'autore
che alla vittima della violenza (quest'ultima inevitabilmente
condizionata dalla necessità difensiva di idealizzare i genitori e
dall'impossibilità di rendersi conto di ciò che sta subendo). Per
Alice Miller il mondo interno dell'adulto, di ogni adulto, è una
miniera ricca di minerali grezzi, ma preziosi, risultato di
sconvolgimenti del passato. Magari c'è tanta fatica da affrontare
per portare alla luce questi elementi sepolti, c'è tanta pena da
elaborare per passare dall’«agire» al pensare, per riprendere
contatto con la propria storia senza più mettere in atto nel
presente la manipolazione e la violenza subita, scaricandola sui
soggetti più deboli. Tuttavia l'elaborazione di questi filoni
sotterranei inesplorati, di queste radici antiche, di questa
miniera, che è la nostra infanzia, carica di sofferenze, di
sentimenti inespressi, di emozioni dolorose e nel contempo vitali,
consente di ottenere trasformazioni profonde.
Nessun adulto è dunque «spacciato», nessun adulto può essere
negativizzato in toto, perché i suoi comportamenti, per quanto
dissociali e distruttivi, per quanto da contrastare ed eventualmente
da punire da parte della comunità, contengono un senso, conservando
le tracce di una violenza subita, di una tutela mancata, di una
responsabilità che la comunità non è riuscita ad assumersi a tempo
debito. La teoria della Miller è talmente impregnata di
atteggiamento etico coerentemente psicoanalitico, è talmente
estranea a schemi colpevolizzanti, a categorie basate sul giudizio e
sulla condanna, da riuscire a dare un senso perfino alla vita di
Adolf Hitler, personificazione culturalmente diffusa del male, della
violenza, della colpa. In un capitolo degno di nota dedicato alla
storia personale del capo della Germania nazista,
la Miller riesce a stabilire collegamenti significativi tra la
drammatica infanzia di Adolf Hitler e la storia della sua tragica
azione politica, senza per questo scivolare in posizioni
«psicologiste» o «giustificazioniste» e senza abbassare, anzi
elevando, il livello politico e morale dell'analisi critica del
nazismo.
4. «1) L'amore può nascere per senso del dovere; 2) l'odio
può essere eliminato a forza di divieti»:
sono le due prime opinioni della millenaria e distruttiva «pedagogia
nera», così com'è sintetizzata criticamente da Alice Miller.
Innanzitutto va chiarito che in queste tesi della cultura
genitoriale autoritaria «amore» e «odio» sono concetti ideologici e
relativi: è la generazione adulta che tende spesso a definire come
«amore» o come «altruismo» la sottomissione della generazione
emergente alle proprie esigenze, e a designare come «odio» o come
«egoismo» l’espressione viale, autonoma, dell’aggressività espansiva
e adattativi del soggetto bambino. In secondo luogo, nell’ideologia
e nell’etica che hanno accompagnato e accompagnano la «pedagogia
nera» c’è un’esaltazione dell’istanza volontaristica del soggetto ed
un parallelo disprezzo per la sua componente affettiva ed emotiva.
Ora, per quanto riguarda il primo aspetto, imporre all’infanzia una
morale dell’altruismo, intesa come autosacrificio del bambino,
appare chiaramente un’operazione, oltre che ipocrita sul piano
etico, nevrotica e necrotizzante sul piano soggettivo. Per quanto
riguarda il secondo aspetto va rilevato che in base ad una
tradizione culturale millenaria, l’egoismo (inteso concettualmente
come difficoltà od incapacità ad amare e rispettare gli altri) viene
concepito non già come il risultato di una carente evoluzione
psico-emotiva ed esistenziale dell’individuo, bensì come conseguenza
di una distorsione della volontà, di una colpevole mancanza di senso
del dovere. In realtà l’egoismo non deriva da una scelta sbagliata,
da un funzionamento deficitario (e quindi colpevole) dell’istanza
volontaristica del soggetto, bensì da uno stato di povertà
interiore, da uno squilibrio, da una debolezza affettiva di base.
Il contributo che la psicologia psicanalitica può dare ala
riflessione morale in genere ed in particolare alla riflessione
morale relativa all’infanzia è notevole; l’etica stessa può essere
interpretata non più come una conquista essenzialmente intellettuale
o volitiva, bensì come una conquista affettiva ed un’elaborazione
mentale che ha le sue promesse nella prima infanzia. Nelle complesse
vicissitudini pulsionali, relazionali e psichiche dei primi anni di
vita del bambino
si costruisce un mondo interno dove il buono è buono, il cattivo è
cattivo, in cui si pone il fondamento della morale, di un primitivo
senso del bene e del male. (…) Se (il bambino) ha sperimentato cure
premurose e amore, e se i cuoi impulsi d’amore sono sufficientemente
forti e il suo odio di proporzioni controllabili, questi processi
sociali primitivi non saranno troppo difficili. Se invece l’odio è
intenso e le frustrazioni gravi, allora il mondo interno e quello
esterno vengono profondamente scissi in oggetti da una parte molto
idealizzati e fortemente esigenti, dall’altro in terrifici
persecutori. Ne consegue una situazione interna ossessionante,
premessa per dei rapporti sociali vissuti in modo crudele e
persecutorio.
L’amore per il prossimo, il senso del buono e del cattivo, del
giusto e del colpevole, prima ancora di essere insegnati attraverso
messaggi espliciti, prima ancora di essere oggetto di ammaestramento
od educazione, sono appresi spontaneamente nel rapporto con
l'oggetto primario, quando tale rapporto non risulti gravemente
disturbato.
Dunque se la madre è, secondo l'espressione di Winnicott,
«sufficientemente disponibile» a contenere sia le sensazioni di
appagamento e di benessere, sia quelle di frustrazione e di rabbia
(che formano le une e le altre il primitivo fondamento dei concetti
di bene e di male), il bambino può integrare costruttivamente i
propri sentimenti di odio e di amore, può sviluppare la propria vita
mentale, può costruire i primi rudimenti di una vita etica; più
precisamente il bambino può elaborare la «posizione depressiva»,
apprendere cioè che l'oggetto frustrante, bersaglio della propria
invidia e della propria avidità distruttiva, è lo stesso oggetto
che consente la sopravvivenza.
Se c'è una madre in grado di amare (anche se in modo non certo
assoluto e privo di ambivalenza), il bambino può imparare l'amore e
la riconoscenza (quest'ultima intesa sia come
riconoscenza/riconoscimento, fatto cognitivo che consente il
superamento dei più massicci meccanismi di scissione, sia come
riconoscenza/gratitudine, fatto affettivo e psichico che consente la
bonificazione della relazione con la madre e conseguentemente del
mondo interno); attraverso l'elaborazione della «posizione
depressiva» il bambino può imparare la preoccupazione per l'altro,
fondamento del senso di responsabilità e della vita morale, e può
incominciare a tenere a bada la spirale «schizoparanoide», in base
alla quale bene e male vengono violentemente scissi, il male viene
totalmente proiettato al di fuori del soggetto e l'oggetto esterno
diventa esclusivamente il destinatario di impulsi di odio e di
disinteresse.
L'importanza del superamento di questi meccanismi di scissione e di
proiezione sta nel fatto che viene contrastata una posizione
mentale, al cui interno si possono collocare alcune delle radici
psichiche dell'intolleranza, del razzismo, della violenza ai danni
dei bambini e dei soggetti più deboli. Se la vita morale ha il suo
fondamento non già nella volontà, bensì nell'emotività
dell'individuo e più precisamente nelle vicende profonde dello
sviluppo affettivo sin dagli albori della costituzione del soggetto
umano, appaiono da un lato illusorie, dall'altro violente, sia
l'idea di fare emergere in un bambino sentimenti «buoni» o ritenuti
tali con il ricorso a metodi doveristici o correttivi della sua
cosciente intenzionalità, sia l'idea analoga di contrastare con
simili mezzi sentimenti «cattivi» o ritenuti tali.
Ora, va tenuto presente che la «pedagogia nera» può essere
utilizzata non soltanto nel rapporto genitori-figli, adulti-minori,
ma anche all'interno della cultura dell'infanzia o nella prassi
delle istituzioni nel rapporto che possiamo assumere in quanto
«esperti» nei confronti di altri genitori o di altri operatori. In
questo caso le tesi prese in considerazione all'inizio di questo
paragrafo possono diventare: «1) l'amore dei genitori per i figli (o
la dedizione degli operatori minorili per gli utenti) può nascere
dal senso del dovere; 2) l'odio dei genitori (o degli operatori
minorili) per i bambini e per i ragazzi può essere eliminato a forza
di divieti».
Seguendo queste tesi ci s'illude di poter operare negli adulti
trasformazioni favorevoli ai soggetti in età evolutiva appellandosi
all'istanza volontaristica del soggetto, alla pressione unilaterale
del Super-io, alla minaccia di punizione.
In realtà risulta evidente come la violenza nei confronti
dell'infanzia e dell'adolescenza si accompagna molto spesso alla
sopravvalutazione dell'intenzionalità nei comportamenti infantili,
all'ignoranza e alla negazione delle esigenze emotive dei bambini,
alla mancanza di rispetto per le loro capacità e per le loro
possibilità reali, al ricorso a pericolosi rinforzi di premio e di
castigo per ottenere prestazioni ideali. Pensiamo per esempio al
circolo vizioso «paranoide», sotteso a molta violenza nei confronti
della prima infanzia: in base a tale circolo vizioso il pianto o
un'altra manifestazione infantile di protesta o di richiesta
d'attenzione può essere vissuta persecutoriamente dal genitore, in
quanto espressione di un'intenzionalità cattiva «Allora lo fai
apposta», «Sei nato per farmi dannare»…).
Atteggiamenti mentali analoghi, anche se meno appariscenti, possono
riprodursi nell'ambito stesso dell'iniziativa istituzionale e
culturale a favore dell'infanzia: quanti messaggi colpevolizzanti e
controproducenti vengono lanciati a seguito della sopravvalutazione
dell'intenzionalità e della volontarietà di certi comportamenti
genitoriali che vorremo trasformare; quante facili ed improduttive
ricette vengono somministrate per l'incomprensione delle reali
difficoltà emotive ed esistenziali di molti genitori, per la nostra
indisponibilità a prendere atto dei determinismi sociali, culturali
e psichici che, pur senza eliminare libertà e responsabilità,
condizionano comunque pesantemente il soggetto... Come ha
lucidamente affermato Laborit, «è probabile che la causa
dell'intolleranza, in ogni campo, sia proprio credere l'altro libero
di agire come agisce».
5. Se l'etica del rispetto dell'emotività è in antitesi con
l'etica del volontarismo, l'etica dell'autenticità e
dell'accettazione del reale si colloca agli antipodi dell’ etica
della grandiosità. «Non si cambia nulla - dice Jung - che prima non
si sia accettato». Come si è visto, la realtà che va preliminarmente
accettata in una prospettiva di cambiamento a favore dell'infanzia è
paradossalmente proprio la nostra ostilità nei confronti dei
bambini. Dentro ciascun adulto rimane attivo un «bambino», che è
ancora portatore non solo di un bisogno d'amore e di essere amato,
ma anche di esigenze emotive insoddisfatte, di collera, di vissuti
di onnipotenza e di frustrazione. A questo «bambino» si collega
dentro ciascun adulto un cattivo genitore potenziale, capace di
scaricare su altri bambini i sentimenti inespressi dell'infanzia.
Soltanto entrando in contatto con queste dimensioni soggettive
profonde e problematiche ed abbandonando pertanto le immagini
idealizzate di noi stessi, possiamo veramente comprendere attraverso
l'identificazione i genitori in difficoltà, possiamo attivare
processi di accettazione, conoscenza, trasformazione e riparazione,
e non soltanto processi di colpevolizzazione.
L'etica è stata storicamente catturata dalle componenti grandiose,
narcisistiche, illusorie del soggetto umano: non solo fare il bene,
ma anche farlo splendidamente, perfettamente, assolutamente. Il
discorso etico ha teso a porsi come assoluto, ab-solutus,
sciolto dai vincoli delle possibilità realistiche del soggetto
umano. Ma, come ricordava Pascal, «l'uomo non è angelo, né bestia, e
sventura vuole che chi vuol fare l'angelo faccia la bestia».
Un'etica realistica della autenticità capace di contrapporsi ad
un'etica della grandiosità, riveste per diverse ragioni
un'importanza particolare nell'elaborazione di una cultura
dell'infanzia. Innanzitutto la violenza psicologica nei confronti
dei minori - l'aspetto meno illuminato, ma più rilevante di tale
violenza - al di là delle infinite forme che può assumere,
s'accompagna inevitabilmente alla soppressione della genuina
soggettività del bambino.
Il trauma più profondo nell'evoluzione di molti bambini non consiste
tanto nel dover subire circostanze esterne frustranti, quanto nel
non poter esprimere di fronte a tali circostanze le proprie domande,
il proprio dolore, i propri sentimenti, per l'assenza di adulti
capaci di comprensione e di empatia.
Afferma Maslow: «se il solo modo per conservare il proprio Sé è
quello di perdere gli altri, allora il bambino normalmente
abbandonerà il proprio Sé».
Se il bambino, come spesso capita, è costretto a scegliere tra
l'espressione dei propri bisogni emotivi e la conservazione
dell'amore e della sicurezza, garantite dal genitore, egli non ha
dubbi: rinuncia alla verità di se stesso, costruisce
inconsapevolmente un «falso Sé», finendo di fatto per adeguarsi,
anche sul piano del proprio carattere, alle esigenze e agli schemi
mentali dell'adulto e inseguendo magari modelli ideali
perfezionistici di matrice genitoriale.
L'etica dell'autenticità, che tende a prendere radicalmente le
distanze dall’edificazione di un falso Sé ideale e grandioso, si
contrappone frontalmente alla violenza nei confronti dell'infanzia:
non a caso il genitore che maltratta anche fisicamente i figli tende
a dare un'immagine perfetta, ottimale di sé, in quanto padre e
madre. Ci tiene a teatralizzare sulla scena sociale il proprio amore
e la propria cura dei figli, per nascondere a sé e agli altri la
violenza quotidiana che, al di là delle apparenze, si consuma tra le
pareti domestiche. Il compito di superare la costruzione e la
presentazione grandiosa di Sé spetta a tutti coloro che si pongono
compiti educativi nei confronti dell'età evolutiva e certamente non
soltanto ad una minoranza di genitori abusanti. La valorizzazione da
parte dell'adulto della propria soggettività autentica e delimitata,
il superamento sul piano personale di pericolosi vissuti
d'inadeguatezza o di eccessive pretese narcisistiche, possono in
effetti garantire processi educativi rispettosi del Sé genuino del
bambino. Solo un adulto privo di un Sé grandioso o di carenze
narcisistiche può evitare atteggiamenti di strumentalizzazione tesi
a compensare le suddette carenze.
Pressato inoltre da modelli ideali perfezionistici, talvolta
persecutori, l'adulto tende a discostarsi da un'etica della verità e
della responsabilità: sia nei confronti del minore, sia nei
confronti di altri adulti tende a nascondere limiti, difetti, ansie,
difficoltà, errori, problemi che gli appartengono, per presentare
un'immagine inautentica, vissuta come inattaccabile. È di
capitale importanza pertanto che la cultura dell'infanzia non
alimenti modelli irraggiungibili e colpevolizzanti di comportamento
genitoriale ed educativo. Si pensi a certe linee programmatiche
dell'ideologia istituzionale scolastica, in base alle quali vengono
per esempio richieste all'insegnante di scuola materna le seguenti
abilità:
Una elevata cultura generale... una sicura cultura specifica (...)
tenute costantemente aggiornate (...) evitando disarmonie con
l'ambiente familiare e rimediando alle eventuali carenze di questo
(...) capacità di amare i bambini e di coltivare in genere buoni
rapporti umani. (...) L'educatrice deve portare così nella propria
attività un costante equilibrio emotivo che, arricchito da una
tendenza all'ottimismo, all'umorismo, allo spirito lieto, escluda
atteggiamenti di ansietà, iperaffettività, malumore, intolleranza,
sfiducia. Un profondo senso del dovere, manifestazione di una vivace
sensibilità morale, uno spirito di ordine e di coerenza devono
assicurare alla vita della sua scuola un'atmosfera di stabilità e
sicurezza consentendole di influire beneficamente, specie mediante
l'esempio, sui bambini e sulle loro famiglie.
È di particolare importanza che la cultura dell'infanzia non
privilegi aspetti spettacolari ed esteriori d'impegno per la tutela
dei bambini, quanto piuttosto l'accettazione della problematicità
reale della relazione adulto - minore, l'attenzione agli effettivi
sentimenti presenti in tale relazione. Sarebbe in effetti assurdo
consentire la costruzione di un «falso Sé», di un Sé ideale e
grandioso proprio all'interno della mobilitazione a favore
dell'infanzia: si tratta dunque di contrastare il tendenziale
diffondersi di un'immagine ideale ed inautentica di cittadino «con
la coscienza a posto», di un cittadino che s'informa quotidianamente
sui maltrattamenti ai minori, che magari finanzia le organizzazioni
di soccorso all'infanzia, che è pronto a scandalizzarsi e ad
indignarsi in nome dei bambini abusati, che in altri termini è
pronto a tutto, fuorché a mettersi in discussione, a riflettere sui
propri comportamenti, sulle proprie reazioni emotive in relazione ai
bambini e ai ragazzi che gli sono vicini.
Parallelamente, su un altro piano va prestata attenzione
all'estensione di un modello di operatore «con la coscienza a
posto», impegnato coscienziosamente nei convegni sulle problematiche
minorili, pronto magari a criticare dall'alto di una presunta
superiorità tecnica le ondate di commozione dell'opinione pubblica
circa i maltrattamenti all'infanzia, un operatore anche lui pronto a
tutto, fuorché a mettersi in discussione, a compiere una costante
verifica razionale ed emotiva della propria prassi lavorativa con i
vari Giovanni, Maria, Carletto ed Anna. L'etica dell'infanzia a ben
vedere non può essere che un'etica della persona in carne ed ossa,
nella sua irripetibile individualità, non può essere che un'etica
della valorizzazione, autentica e non grandiosa, della soggettività
vuoi del bambino, vuoi dell'adulto che lo ha in cura
Cfr. J. GILLIS,
I giovani e la storia, Mondadori, Milano, 1981.
A.
W. BRIAN SIMPSON, Cannibalism and the common law,
University of Chicago Press, Chicago, 1984.
A. MILLER, Il
dramma del bambino dotato, La persecuzione del bambino, Il
bambino inascoltato,
Cfr. C. FOTI (a cura
di): Dov’è andata la strega the mangia i bambini?,
Centro Studi Hänsel
M. KLEJN,
Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino, 1978.
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