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PREZIOSITA’ DELL’INFANZIA.
RIFLESSIONI PER UN’ETICA DALLA PARTE DEL BAMBINO
Al mio
ultimogenito Luca detto Siddi
“Dici:
è faticoso frequentare i bambini.
Hai ragione.
Aggiungi:
perché bisogna mettersi al loro
livello,
abbassarsi, scendere, piegarsi,
farsi piccoli.
Ti sbagli.
Non è questo l’aspetto più
faticoso.
E’ piuttosto il fatto di essere
costretti ad elevarsi
fino all’altezza dei loro
sentimenti.
Di stiracchiarsi, allungarsi
sollevarsi
sulle punte dei piedi.
Per non ferirli.”
Janusz Korczac
L’infanzia come valore
L’infanzia è la risorsa –
soggettiva, sociale ed emotiva - più preziosa della
comunità umana. L’infanzia contiene una grande ricchezza
di significati e potenzialità e si pone come valore
etico su quattro piani.
L’infanzia è rappresentata
innanzitutto dai bambini in carne in ossa: individui
vivi e reali con cui come adulti possiamo entrare in
relazione intensa nella quotidianità, ammesso che
superiamo la nostra tendenziale distrazione nei
confronti della loro particolare ed irripetibile
condizione di vita e nei confronti della loro specifica
bisognosità. Se ci apriamo senza rigidità – e con
sufficiente disponibilità mentale e di tempo - alla
relazione con il bambino e con la bambina, con cui
personalmente possiamo interagire, riusciamo a scoprire
nuove aperture di conoscenze, di orizzonti, di percorsi
personali o professionali. Se ci impegniamo a
rispondere alle loro esigenze di crescita psicologica e
fisica, possiamo essere sollecitati ad una messa in
discussione, magari immediatamente dolorosa o lacerante,
ma comunque arricchente e fonte di una nostra
maturazione soggettiva. Se ci disponiamo ad una
donazione di tempo e di fatica nei loro confronti,
possiamo a nostra volta ricevere donazioni di senso e di
energia. Per millenni i bambini sono stati valorizzati
strumentalmente, in quanto adulti di domani, destinatari
di travasi di credenze o trasmissione di proprietà,
incaricati di realizzare le frustrate ambizioni
genitoriali o i diversi progetti della famiglia,
chiamati a sollevare le sorti della patria o
dell’economia. In realtà i bambini costituiscono un
valore per il loro essere persone concrete ed originali
e non per già le loro potenzialità, per ciò che sono nel
presente e non già per il loro futuro.
L’infanzia non è solo un’insieme di
singoli bambini concreti, è anche una soggettività
sociale portatrice di bisogni e interessi collettivi,
spesso dimenticati o negati da una società e da una
cultura segnate dall’adultocentrismo,
cioè da quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti
tendenti a privilegiare i bisogni e gli interessi degli
adulti a scapito dei bisogni e degli interessi dei
bambini. I bambini e i giovani – pensava Janusz Korczac
– rappresentano non meno di un terzo dell’umanità,
l’infanzia rappresenta un terzo della vita: ai bambini
dunque spetterebbe un terzo di tutte le ricchezze del
globo e ciò per diritto e non per carità. Il medico e
pedagogista polacco, ucciso nel lager di Treblinka
assieme ai suoi duecento bambini ed educatori della Casa
degli Orfani, di cui era direttore, si chiedeva:
“Che
cos’è questa metà dell’umanità che vive insieme ed
accanto a noi in una tragica divisione? La carichiamo
del fardello dei doveri dell’uomo di domani, senza
riconoscerle alcuno dei diritti dell’uomo di oggi. Se si
volesse dividere l’umanità in adulti e bambini e la vita
in infanzia e maturità, ci si accorgerebbe di come il
bambino occupi un posto enorme nel mondo e nella vita.
Soltanto che, assorbiti dai nostri conflitti e dalle
nostre preoccupazioni, non ce ne accorgiamo come in
precedenza non ci accorgevamo delle donne, dei
contadini, dei ceti e delle nazioni oppresse”.
L’infanzia come soggettività
sociale esprime dunque forti istanze di cambiamento nei
confronti di tutte le istituzioni e dell’intera comunità
adulta: se la famiglia, la scuola, il mondo del lavoro,
l’organizzazione della singola abitazione e dell’intera
città, l’ospedale e i tribunali ecc… tenessero realmente
in considerazione le esigenze dei bambini si
determinerebbero grandi trasformazioni culturali,
logistiche e normative, capaci di rompere consolidate
abitudini, ma anche di generare straordinari
miglioramenti della qualità dell’esistenza - sociale,
relazionale ed emotiva - non solo dei bambini, ma anche
degli adulti.
c) L’infanzia è una dimensione
temporale che - per quanto rimossa o addirittura
evacuata dalla memoria - continua a conservare una
fondamentale importanza nella vita adulta. In questo
senso è una dimensione temporale insopprimibile:
l’infanzia non può essere espulsa dalla mente
dell’adulto nei suoi contenuti positivi, in quanto età,
nella quale abbiamo ricevuto amore e sperimentato gioia,
fonte vitale interiorizzata a cui per sempre attingere,
miniera d’oro, da recuperare, sotto il cumulo dei nostri
problemi, delle nostre angosce e tensioni di adulti;
l’infanzia non può essere eliminata nei suoi contenuti
negativi come tempo nel quale abbiamo sperimentato gravi
frustrazioni e ferite e strutturato difese disadattative:
età che può lasciare una traccia indelebile che facciamo
fatica a leggere perché è come se fosse stata impressa
sulla nostra schiena, esperienza che rischia di
ritornare con sofferenza costantemente nella nostra
mente e nella nostra vita, e che dobbiamo rielaborare,
per non essere condizionati dai meccanismi della
ripetizione. In ogni caso l’infanzia, segnata da gioia o
umiliazione, da tenerezza o privazione, da armonia o
conflitto, merita di essere ricordata e non già
trascurata, disprezzata o cancellata. Non può essere
soppressa perché è parte di noi e perché contiene le
nostre radici vitali. Non deve essere soppressa, perché
se queste radici sono cariche di linfa positiva sarebbe
assurdo sopprimere questa sorgente di nutrimento
benefico e se, invece, queste radici sono state
attaccate ed intaccate e costituiscono oggi una cattiva
fonte di alimentazione, a maggior ragione, non dobbiamo
sopprimere la nostra infanzia, bensì, al contrario,
contattarla mentalmente, ascoltarne il pianto e il
rancore, lasciar fluire ricordi e sentimenti nocivi,
prendercene cura amorevolmente.
L’infanzia è lo spirito
dell’infanzia: un atteggiamento mentale profondo e
positivo –che i bambini possono sperimentare con
maggiore facilità e frequenza di quanto non possano fare
gli adulti - nei confronti dell’esistenza. E’ un
atteggiamento che guarda al mondo con meraviglia, che
reagisce con attenzione e concentrazione al succedersi
degli stimoli dell’esistenza. Lo spirito dell’infanzia
è la capacità di vivere la dimensione del presente, di
stupirsi ad ogni istante. Dice una recente canzone di
Povia. “Così ogni cosa è nuova. E’ una sorpresa: è
proprio quando piove i bambini fanno : ‘Oh… guarda la
pioggia…! Quando i bambini fanno: ‘Ooh!’ Che
meraviglia!” E più oltre. “I bambini non hanno peli né
sulla faccia, né sulla lingua”.
Lo spirito dell’infanzia non ha nulla a che spartire con
l’infantilismo: è la capacità risanante di ridere, di
vivere e di esplicitare intensamente le emozioni
piacevoli o spiacevoli; è sorgente di gioia ed
entusiasmo, è apertura piena alla relazione
interpersonale. Lo spirito dell’infanzia rinvia alle
qualità intellettive ed emotive del bambino da sempre
disprezzate o negate da una millenaria cultura
adultocentrica, interessata a rappresentarlo come
incompetente, bugiardo e capriccioso, come contenitore
vuoto che gli adulti devono riempire delle conoscenze
giuste,
come soggetto incapace di avere uno sguardo originale e
critico sul mondo, come testimone a priori
inattendibile.
L’ambivalenza nei confronti dell’infanzia
Il valore rappresentato
dall’infanzia, intesa nelle quattro forme
sopradescritte, non è affatto apprezzato in modo
coerente e adeguato da parte della comunità adulta e dei
suoi componenti, bensì risulta costantemente oggetto di
una profonda ambivalenza, cioè di un atteggiamento
positivo che rispetta il suddetto valore e
contemporaneamente di un atteggiamento negativo che non
lo riconosce o addirittura lo disprezza.
Per quanto riguarda l’infanzia che
si manifesta nelle presenze soggettive dei bambini in
carne ed ossa con cui possiamo interagire nella
quotidianità va sottolineato come sia facile nutrire
sentimenti assolutamente positivi nei confronti della
nostra idea di bambino, nei confronti del bambino
in quanto rappresentazione ideologica o psichica,
prodotta e padroneggiata dall’adulto, mentre è proprio
nei confronti della realtà viva e sfuggente del
bambino concreto che corriamo, in quanto genitori,
insegnanti o professionisti dell’infanzia, i maggiori
rischi di scivolare nella presunzione di conoscenza e di
ascolto, nel misconoscimento dei bisogni, nella mancanza
di rispetto. Il comportamento degli adulti verso i
bambini concreti non è mai un atteggiamento
mono-valente in senso positivo, ispirato cioè
esclusivamente a sentimenti di benevolenza e protezione,
bensì un atteggiamento ambi-valente fatto di
idealizzazione e di amore, ma anche di disattenzione e
svalutazione e non raramente di violenza e
strumentalizzazione. I bambini sono spesso al centro di
attenzioni materiali, di investimenti valorizzanti
(spesso di matrice narcisistica), di atteggiamenti
entusiastici e festosi da parte della comunità sociale e
da parte di molti genitori. Ma d’altra parte nelle
famiglie e nelle istituzioni minorili di fronte ai
bisogni emotivi e relazionali dei bambini risultano
diffusamente carenti le risposte adulte di accettazione,
di ascolto, di sostegno, di vicinanza empatica.
Per quanto riguarda l’infanzia come
soggettività sociale risulta evidente come sia
facile ottenere un consenso quasi generale, sul piano
dei principi, sul tema della difesa dei bambini.
L’infanzia è fatta oggetto di dichiarazioni, normative
giuridiche, finalità istituzionali, intenzioni etiche e
religiose molto rispettose e favorevoli. Dall’altro
lato, sul piano della vita reale, l’infanzia è un
soggetto sociale debole, poco garantito, con scarsa o
nulla rappresentanza politica e istituzionale. In tutte
le epoche e in tutte le latitudini di fronte alle
situazioni di emergenza politica ed economica nella
società, i bambini sono un soggetto destinato a pagarne
le conseguenze più pesanti e a pagarle per primi. Nel
succedersi delle guerre in Iraq o in altre parti del
mondo, nel corso delle ricorrenti carestie in Africa
sono i bambini a morire con più facilità. A seguito di
una grave crisi sociale (come per es. la transizione dal
regime comunista a quello parlamentare nell’ex URSS) o
dell’intensificarsi dei conflitti interetnici (come
nella ex-Jugoslavia) aumentano gli indici del
maltrattamento all’infanzia. I bambini per la propria
fragilità fisica e per la propria dipendenza che li lega
ad altri essere più forti e capaci sono tra i soggetti
più inermi e deboli della società, meno dotati di
capacità di contrattazione sociale e politica, più
facilmente oggetto delle decisioni e delle
manipolazioni, delle violenze da parte degli adulti,
soggetti indubbiamente più esperti e potenti.
Anche nei confronti dell’infanzia
intesa come dimensione temporale interiorizzata
dall’adulto possiamo registrare un profondo
atteggiamento di ambivalenza: la memoria dell’infanzia
tende da un lato ad essere esaltata, dall’altro
respinta, da un lato idealizzata, dall’altro evacuata
dalla mente (spesso, in entrambi i casi, per difendersi
dal ricordo dei disagi e delle pene vissute).
L’infanzia viene frequentemente vista come un tempo
ininfluente, una stagione ormai trascorsa e superata,
come ricordo suggestivo o penoso, ma comunque da
accantonare. Il pensiero implicito o esplicito,
inconscio o conscio è quello che le sofferenze, le
trascuratezze o addirittura le violenze subite in quell’epoca
possano essere manipolate, edulcorate, minimizzate o
addirittura negate. Nel caso vengano in qualche misura
riconosciute, si tende spesso a ricorrere alla teoria
socialmente diffusa ed imperante che prescrive di
mettere una pietra sopra al passato, nell’illusione
che lo scorrere del tempo o l’impegno volontaristico a
non ricordare possano cancellare la coazione a
riproporsi di ferite e privazioni dell’età infantile.
Non è vero che il tempo sia un rimedio profondo ed
efficace di tutti i mali: lo è solo di quelli più lievi
e superficiali Certamente le sofferenze di lieve entità
possono essere curate con la dimenticanza e con la
distrazione, ma è assai raro che le sofferenze vissute
nella condizione di estrema fragilità e dipendenza
dell’infanzia possano essere risultate di lieve
entità. L’esigenza di riappropriarsi dell’infanzia
come dimensione presente ed attiva nella mente
dell’adulto continua ad essere oggetto di forti
resistenze ed incomprensioni. I percorsi
psicoterapeutici, più rigorosi, finalizzati
all’elaborazione dello psichismo profondo legato al
passato infantile, nonostante abbiano registrato negli
ultimi decenni una rilevante diffusione e una maggiore
legittimazione sociale e culturale, rimangono oggetto di
resistenze da parte di una cultura efficientistica e
medicocentrica. I percorsi meditativi più seri - che
possono favorire lo sviluppo della consapevolezza
mentale del qui e ora e del passato che
interferisce nel qui e ora – rappresentano
esperienze ancora isolate, che vanno del tutto contro
corrente rispetto ad una cultura dell’agire frenetico e
del sensazionalismo. Rispetto ai minori vittima di
maltrattamento prevalgono politiche sociali e
istituzionali che spesso esauriscono la risposta di
protezione nell’interruzione della violenza e non
garantiscono ai bambini la possibilità di
un’elaborazione terapeutica delle esperienze traumatiche
vissute. Rispetto ai minori che vengono adottati
risulta ricorrente nelle famiglia adottive e nelle
istituzioni l’idea illusoria che basterà l’amore dei
nuovi genitori a cancellare il passato che
precede l’adozione e che inevitabilmente i bambini si
portano dietro.
Analoga ambivalenza da parte del
mondo adulto può essere riscontrata nei confronti del
riconoscimento dello spirito dell’infanzia, inteso come
atteggiamento mentale ed affettivo - costitutivo del
bambino alla sua nascita - di tipo benevolo, creativo ed
aperto alla vita, atteggiamento che le risposte e le
esigenze adulto si incaricano, spesso ben presto, di
distorcere e guastare. La pedagogia nera
che si è trasmessa per millenni nella nostra civiltà
adultocentrica come insieme di principi e metodi per
gestire la crescita dei piccoli, ha imposto a
generazioni e generazioni di bambini le vie di un
inferno di violenza educativa e di sadismo morale,
lastricato di buone intenzioni. Se si analizzano i
principi costitutivi della pedagogia nera possiamo
rintracciare l’attribuzione all’infanzia di qualità
psichiche e morali costitutive di tipo fortemente
negativo, qualità che l’educazione, la morale, la
religione avrebbero il compito di piegare e correggere
con ogni mezzo. La proiezione adultocentrica di
intenzionalità e tendenze violente, pericolose e nocive
nella strutturazione costitutiva della mente del bambino
non s’è manifestata soltanto in correnti culturali ormai
obsolete o in periodi storici ormai superati, ma
continua a manifestarsi anche all’interno di correnti
culturali e scientifiche contemporanee: per es.
all’interno del pensiero psicoanalitico, che pure ha
dato un contribuito straordinario alla valorizzazione
della soggettività infantile. Si pensi alla teoria del
neonato carico di impulsi sadici di Melania Klein o alla
seguente affermazione dello psicoanalista freudiano
Glover:
“Il
bambino piccolo normale è, per tendenza innata, d’un
egocentrismo quasi assoluto; è avido, sporco, mosso da
istinti violenti e da abitudini distruttrici,
eccessivamente orientato sul sesso, brutale nel
comportamento, privo di ogni senso della realtà e d’una
anche solo primitiva sensibilità morale; inoltre è
opportunista, senza scrupoli, autoritario e sadico nei
suoi rapporti con la società (rappresentata dalla
famiglia). Se poi ci volgiamo alla personalità
criminale, a quella che noi definiamo una personalità
psicopatica, constatiamo che molte delle qualità appena
menzionate possono,in determinate circostanze,
continuare a sussistere anche nella vita adulta. Perché
è proprio così: valutato con il metro sociale
dell’adulto, il bambino piccolo normale è proprio un
delinquente nato.”
La dimenticanza della propria infanzia all’origine
dell’ambivalenza
Sàndor Ferenczi
ha individuato con chiarezza la causa dei disastri
pedagogici degli adulti nella loro carente capacità
d’identificazione con l’infanzia:
“Nelle sue interessanti lezioni sui compiti educativi -
egli afferma già nel 1908 - il pediatra breslavese
professor Czerny rimprovera ai genitori di non saper
educare i loro figli e ne riconosce la causa nel fatto
che essi ricordano male o non ricordano affatto la loro
infanzia. Noi siamo d'accordo con lui e potremmo
addirittura descrivergli, richiamandoci agli
insegnamenti di Freud, lo strano meccanismo psichico che
provoca questa amnesia infantile. In ogni caso questo
fatto basterebbe da solo a spiegare perché la pedagogia
da tempo immemorabile non abbia compiuto progressi degni
di nota. Si tratta appunto di un circolo vizioso:
l'inconscio, sottraendo alla coscienza degli adulti i
ricordi della propria infanzia, lascia che questi
educhino in modo sbagliato i bambini; la cattiva
pedagogia, a sua volta fa stratificare nella psiche
infantile una serie di complessi. In un punto o
nell’altro di questo circolo vizioso occorre
intervenire”.
Proprio l’anno precedente, nel
1907, anche Freud era intervenuto nel merito di una
questione pedagogica, nel suo saggio su “L’istruzione
sessuale dei bambini”
, ma con un taglio diverso: per favorire una riforma
educativa, Freud puntava in particolare all’obiettivo di
trasmettere ai bambini contenuti informativi riguardanti
la sessualità, interpretata alla luce della teoria
pulsionale. Ferenczi, con un atteggiamento ben più
moderno e sensibile, pensava invece di coinvolgere e di
mettere in discussione direttamente gli adulti, le loro
difese e le loro resistenze adultocentriche, con
un’iniziativa da realizzarsi non solo e non tanto in
termini illuministici e razionalistici, attraverso la
diffusione di conoscenze concernenti le pulsioni
sessuali, come pensava Freud, ma anche e soprattutto
con un progetto di formazione e trasformazione delle
coscienze adulte nella direzione di un maggiore
avvicinamento affettivo all’infanzia, nel senso di una
crescita sociale - diremmo oggi con Kohut
- della comprensione empatica dei bisogni dei bambini,
nel senso - diremmo oggi con Goleman - di uno sviluppo
dell’intelligenza emotiva degli adulti.
Scrive Ferenczi: “E’ dunque con una chiarificazione di
massa che un'umanità sofferente a causa di rimozioni
esagerate potrebbe essere guarita: una specie di
rivoluzione interiore che del resto ciascuno di noi, se
ha fatto propri gli insegnamenti di Freud, non può non
avere compiuto. La liberazione da un'inutile
costrizione interiore sarebbe anzi la prima rivoluzione
che potrebbe portare un reale sollievo alle sofferenze
dell'umanità, mentre la rivoluzione politica si limita
ad attuare un passaggio dei poteri, cioè dei mezzi
costrittivi, dalle mani degli uni a quelle degli altri e
a diminuire o aumentare il numero degli oppressi. Solo
uomini liberati sarebbero in grado di produrre un
radicale e irreversibile rovesciamento nella pedagogia”
.
Alice Miller più recentemente
ha ripreso e divulgato questa ed altre idee di Ferenczi.
Viene delineata la prospettiva di una rivoluzione non
solo culturale e pedagogica, ma anche etico-politica,
fondata su due direttrici: sollecitare gli adulti a
prendere contatto con la sofferenza rimossa della
propria infanzia e, grazie a ciò, promuovere una
sensibilità emotiva e una capacità di riconoscimento
nei confronti delle squalifiche, delle sofferenze e
delle crudeltà inferte dagli adulti ai bambini. In
quest’ottica gli adulti che risultano più vicini e
solidali nei confronti del bambino maltrattato sono
proprio coloro che non hanno congelato le proprie
emozioni risalenti all’infanzia. Ciò che è decisivo è
un percorso di trasformazione nei singoli adulti capace
di far prevalere l’identificazione con i propri
sentimenti e con i propri bisogni infantili sulla
rimozione e sulla negazione. Nessun manuale
psico-pedagogico può essere più efficace per un genitore
che vuole comprendere il figlio di quanto non sia la
capacità di contattare la propria infanzia. Nessuna
ricetta educativa può essere specifica per le
caratteristiche di quel bambino e per le risorse di quel
genitore. Se l’adulto riesce a comprendere le ragioni e
le emozioni del bambino che egli stesso è stato, può
avvicinarsi nel presente con maggiore rispetto ai
bambini reali.
D’altra parte è vero anche il processo inverso: la
capacità di osservazione attenta e di ascolto rispettoso
nei confronti del singolo bambino può aiutare l’adulto
non solo a comprendere meglio quel bambino, non solo a
conoscere meglio le qualità emotive ed espressive
dell’infanzia, ma anche a capire qualcosa di importante
del proprio passato, ad elaborare il lutto di ciò che da
bambino gli è mancato e a diventare sensibile nei
confronti dei sentimenti di impotenza e di debolezza
vissuti nella propria infanzia.
Il
bambino - afferma Alice Miller – “ha un enorme bisogno
di trovare nell'adulto un compagno sia sul piano
psichico che su quello fisico. Per consentire al
bambino di estrinsecare pienamente tutte le sue
potenzialità, tale accompagnamento deve avere le
seguenti caratteristiche:
1) attenzione nei confronti del bambino;
2) rispetto per i suoi diritti;
3) tolleranza per i suoi sentimenti;
4) disponibilità a imparare dal suo
comportamento alcune cose:
a)
sulla natura di quel singolo bambino;
b) sul proprio "essere bambini",
che rende i genitori da parte loro in grado di compiere
il lavoro del lutto;
c) sulla natura della vita affettiva che nel
bambino si può osservare molto più chiaramente che
nell'adulto, in quanto il bambino può vivere i propri
sentimenti in
modo molto più intenso e, nel caso
ottimale, in modo meno contraffatto che non l'adulto.”
E’ evidente in questo
passaggio il riferimento esplicito o implicito ai
quattro aspetti che abbiamo specificato del valore
dell’infanzia: il singolo bambino con il suo
comportamento, ricco di bisogni, di comunicazioni, di
informazioni; l’essere stati bambini come dimensione
temporale ancora viva e condizionante la vita attuale
dell’adulto; lo spirito dell’infanzia con la sua
specifica ed intensa vita affettiva e, sullo sfondo,
l’infanzia come soggettività sociale, non riconosciuta
nei propri diritti e nelle proprie espressioni emotive.
Tollerare e comprendere l’ambivalenza verso
l’infanzia
E’ un compito, culturale ed
etico, primario prendere coscienza dell’ambivalenza del
mondo adulto (e di tutti noi che lo componiamo) nei
confronti del mondo dell’infanzia. E’ necessario che
tutti i soggetti della comunità adulta – singoli
individui ed istituzioni – imparino a riconoscere i
propri limiti e le proprie carenze emotive, relazionali,
organizzative, professionali e culturali nei confronti
dei bambini, superando l’illusione di diventare o,
peggio ancora, di essere già genitori, educatori,
operatori sociali e sanitari, giudici, amministratori,
cittadini perfettamente adeguati al compito di prendersi
cura dei più piccoli. Senza favorire sensi di colpa
autodistruttivi ed inconcludenti, dobbiamo sviluppare
una cultura della responsabilità per attivare
sempre di più concretamente le risorse degli adulti di
cura, sostegno e tutela dei bambini.
Individuare ed ammettere i
propri errori e i propri insuccessi sul piano
relazionale, educativo e professionale nei confronti
dei più piccoli deve diventare un impegno abituale, da
affrontare con la massima lucidità e, per certi versi,
serenità (compatibilmente con gli aspetti
inevitabilmente depressivi che accompagnano qualsiasi
elaborazione dei propri limiti) nella consapevolezza
che i condizionamenti adultocentrici ed egoistici che ci
determinano e che ci derivano dalla nostra storia
personale, dal nostro ambiente di vita e dall’eredità
psichica e culturale, che ci è stata storicamente
consegnata dai nostri genitori e dai nostri progenitori
sono talmente complessi e pesanti che non possono essere
interamente superati nel corso di una singola esistenza.
Questo atteggiamento decolpevolizzante non ha nulla a
che vedere con un atteggiamento giustificazionista
e deresponsabilizzante. Al contrario prendere
le distanze dell’ideale narcisistico della illusoria
perfezione educativa ed etica nei confronti
dell’infanzia ed allenarsi a riconoscere carenze e
colpe nei confronti dei nostri bambini e dell’infanzia,
intesa come soggettività sociale, significa renderci
disponibile ad una continua messa in discussione che
consentirà un fattivo e progressivo miglioramento delle
nostre risposte ai bisogni dei più piccoli.
Ho avuto modo per es. di
constatare ripetutamente quanto sia efficace
nell’attività di sensibilizzazione dei genitori sulle
tematiche educative, nell’attività di formazione
all’ascolto degli assistenti sociali, degli psicologi,
dei professionisti dell’infanzia, nell’attività
psicoterapeutica con pazienti che portano problematiche
relative ai figli, riuscire a porsi come formatori,
come conduttori di gruppo, come psicoterapeuti,
portatori certamente di un’esperienza personale e
professionale – nel rapporto coi figli e coi bambini -
positiva e trasformatrice, ma altresì di un’esperienza,
problematica e conflittuale, tutt’altro che esente da
limiti e debolezze. Un atteggiamento di questo genere,
quando viene espresso in modo autentico e concreto, con
riferimenti esemplificativi ad insuccessi ed errori
compiuti, favorisce negli interlocutori
l’identificazione con colui che si pone come esperto e
con i contenuti che gli esprime, stimola la capacità di
apprendere la tolleranza dei propri limiti e delle
proprie carenze nella relazione educativa e sociale con
i bambini, trasmette fiducia nella possibilità di
reagire alle situazioni di difficoltà e di elaborare
costruttivamente le colpe nei confronti dei bambini. In
questa ottica mi piace spesso enunciare il mio sincero
desiderio di avere un giorno la possibilità di scrivere
un libro dal titolo “I miei insuccessi come genitore”
come sollecitazione nei confronti degli altri e di me
stesso a familiarizzarci con l’esperienza
dell’insuccesso in campo educativo come maestra di vita
e come indispensabile tramite di cambiamento, di
crescita e, paradossalmente, di una prospettiva futura
di successo arricchente, per quanto sempre parziale e
relativo. L’individuazione, la comprensione e la
tolleranza nei confronti della nostra soggettiva
ambivalenza verso l’infanzia favorisce certamente la
possibilità di tollerare l’ambivalenza altrui,
comprendendo ed aiutando i genitori e gli operatori che
incontriamo nella nostra attività professionale e che
manifestano incertezze e carenze nei loro rapporto con i
bambini. Tutto ciò può svolgersi in una prospettiva di
massima assunzione di responsabilità verso l’infanzia,
che non è affatto quella di farsi lo sconto in quanto
adulti circa gli impegni verso i bambini e di chiudere
reciprocamente un occhio sulle colpe di ciascuno.
Solo l’accettazione e la
parallela elaborazione dell’ambivalenza – nostra
ed altrui - verso i bambini può realisticamente fare
evolvere questa ambivalenza in una direzione che
consenta la riduzione delle componenti ostili e negative
nei confronti dell’infanzia ed una crescita delle
componenti benevole e positive. Del resto l’adulto può
apprendere ad accettare coerentemente l’infanzia,
solo se impara ad accettare gli aspetti negativi
e problematici della propria mente e del proprio
comportamento verso i bambini, senza per questo cedere
alla sfiducia e all’ambivalenza e senza per questo
rinunciare all’impegno per migliorarsi.
Negli interventi di
sensibilizzazione e di formazione dei genitori, degli
educatori, dei professionisti dell’infanzia e
dell’adolescenza – interventi finalizzati a sviluppare
sia le competenze cognitive, sia le competenze emotive e
relazionali di questi soggetti – ci troviamo
abitualmente di fronte a varie forme di fraintendimento
e di rifiuto nei confronti del valore dell’infanzia.
Molti adulti per es. non riescono a capire l’importanza
determinante dei sentimenti per avvicinarsi ai bambini,
per decodificare il loro disagio, per imparare a
comunicare con loro. Si può constatare in altri
termini che l’ambivalenza nei confronti dell’infanzia di
molti genitori ed operatori non casualmente coincide con
l’ambivalenza nei confronti della vita emotiva, perché
il mondo dell’infanzia e il mondo dei sentimenti sono
tra loro strettamente associati. Non si tratta allora
di piegarsi da parte del formatore e del conduttore di
gruppo alle varie forme di incomprensione e di
resistenza degli adulti nei confronti dei bisogni e
delle espressioni dei bambini. Si tratta piuttosto di
tollerare e interpretare – con l’opportuno
atteggiamento emotivo e tecnico - queste forme di
incomprensione e rifiuto, riconducendole alla difficoltà
(o all’impossibilità) di molti adulti a mantenere il
contatto con la propria infanzia, alla loro tendenza a
rimuovere le emozioni penose vissute da bambini e,
conseguentemente, a disimparare il linguaggio dei
sentimenti.
Va tollerata.anche
l’ambivalenza nei confronti del valore dell’infanzia,
intesa come dimensione temporale interiorizzata
dall’adulto. La dimenticanza o la negazione del valore
dell’infanzia, vista come presenza intrapsichica, ancora
attiva nella mente dell’adulto, risulta massicciamente
estesa, in quanto prima di essere una posizione
culturale, è una necessità psichica, un
meccanismo difensivo per proteggere la mente. Quando i
vissuti di pena e impotenza sperimentati dall’infanzia
hanno ecceduto la pensabilità, la svalutazione e la
rimozione della memoria dell’antico dolore risultano
meccanismi di sopravvivenza. Il soggetto è spinto a
negare la verità della propria vicenda, ad offuscare le
potenzialità lucide della propria mente, a
scivolare in una rappresentazione opaca della
propria storia e della realtà. Se poi il bambino per la
gravità e l’intollerabilità delle esperienze traumatiche
subite non ha potuto comunicare e condividere in alcun
modo i propri sentimenti di sofferenza ed impotenza,
perché è mancata la presenza di un ascoltatore empatico
e non ha potuto vivere alcuna forma di solidarietà verso
se stesso, l’esito difensivo estremo a cui è obbligato a
ricorrere è la scissione, ovvero l’espulsione del
ricordo dalla mente consapevole.
Anche le resistenze a cogliere
il valore dell’infanzia, intesa come spirito
dell’infanzia, vanno comprese e tollerate. Per chi
ha precocemente perso per ragioni ambientali e
familiari la possibilità di vivere la spontaneità,
l’espressività, l’autenticità della propria esperienza
di bambino e non ha potuto riconoscere tale perdita,
elaborandone il lutto, è impossibile riconoscere sul
piano concettuale l’esistenza di uno spirito
dell’infanzia vitale e creativo. L’insoddisfazione e
l’invidia non elaborate non possono non condizionare la
rappresentazione culturale dell’infanzia.
(…)
6. Spirito dell’infanzia e sensibilità emotiva
Occorre un grande impegno
teorico e culturale per dimostrare le risorse mentali
d’intelligenza, di creatività, di sensibilità emotiva,
di amore della mente del bambino e per descrivere gli
ostacoli e i danni a cui queste risorse rischiano di
andare incontro. Lo spirito dell’infanzia non è
un’illusione romantica, né una categoria
poetico-letteraria, ma è una realtà ricca e complessa
che ha un fondamento nell’esperienza sociale,
nell’osservazione psicologica e nella ricerca
scientifica.
Si prenda per es. la capacità
della mente infantile di esprimere le emozioni e di
vivere l’esperienza in modo pieno e non concettuale.
Attraverso un diario immaginario attribuito al piccolo
Joey, Daniel Stern tenta di ricostruire le conquiste
mentali, lo sguardo emergente sul mondo, le esperienze,
le sensazioni e le emozioni che animano la vita
soggettiva di un bambino in continua evoluzione dall’età
di sei settimane ai quattro anni. In questa descrizione
narrativo-scientifica Stern cerca di utilizzare i
contributi della ricerca e dell’osservazione sul
bambino, liberati, per quanto possibile, dai pregiudizi
dell’adultocentrismo. La crescita del bambino porta alla
scoperta straordinariamente eccitante del linguaggio,
scoperta che lo indirizza tendenzialmente verso la
logica e la competenza mentale adulta.
“Il
linguaggio - scrive Stern - spalanca a Joey nuovi
orizzonti. La coscienza di poter scoprire e utilizzare
le parole deve assomigliare al senso di trionfo che si
prova nell'istante in cui si riesce ad andare in
bicicletta da soli per la prima volta, o si impara a
camminare o a guidare la macchina o a nuotare (più
probabilmente si tratta della somma di tutte queste
emozioni). (...) Il linguaggio non costituisce per Joey
solo una conquista di indipendenza, ma gli offre anche
lo strumento più potente che esista per unirsi agli
altri esseri umani e alla cultura comune. Ed è sempre il
linguaggio che, permettendogli di catalogare le
esperienze non verbali in categorie più numerose e
distinte, cambia il suo mondo e lo ristruttura:
determina chiaramente la sequenza degli avvenimenti nel
passato, nel presente o nel futuro”.
Stern d’altra parte si sofferma
sui limiti oltre sui vantaggi dell’acquisizione
evolutiva del linguaggio:
“Esiste però anche un lato negativo di questo nuovo
strumento verbale che presenta in fondo enormi
svantaggi, se paragonato ai sistemi non verbali che
reggevano armoniosamente il mondo di Joey. Le parole
infatti non riescono ad esprimere perfettamente le
esperienze nella loro globalità e il linguaggio, pur
essendo il mezzo ideale per stabilire delle distinzioni
precise tra le cose e dividerle in categorie (per
esempio: grande, piccolo), si dimostra estremamente
impacciato nel definire le gradazioni che distinguono
queste categorie.(...) Il linguaggio rischia inoltre
di scindere il pensiero dall’emozione e frantuma delle
complesse esperienze globali nelle loro varie
componenti, impoverendole. In particolare alcune delle
esperienze non verbali (come ricambiare lo sguardo di
chi ti fissa negli occhi) non sono esprimibili a parole:
al massimo possono venire evocate per mezzo di esse.
Ecco perché quando il linguaggio entra a far parte della
vita di Joey, crea una netta separazione tra il
familiare mondo non verbale dell’esperienza e il nuovo
mondo delle parole. Questa separazione è origine di
confusione e può rivelarsi persino dolorosa: per la
prima volta nella sua breve esistenza, Joey è costretto
a contemplare due diverse versioni di uno stesso
avvenimento. D'ora in avanti la sua vita sarà vissuta
in parallelo e l’integrità lineare dell'esperienza è
andata persa per sempre. Da questo momento in poi per
lui le interpretazioni verbali e non verbali
dell'esperienza convivranno fianco a fianco”.
L’adultocentrismo, che è la
negazione più radicale dello spirito dell’infanzia,
porta all’estremo i limiti di cui parla Stern, legati
all’acquisizione del linguaggio, ampliando in modo
dirompente fino alla scissione il conflitto tra il
mondo dei simboli e il mondo vivo e pulsante
dell’esperienza, tra il pensiero e la vita emotiva.
Gli atteggiamenti adultocentrici si accompagnano spesso
ad un’esaltazione della dimensione della logica
razionale astratta dai sentimenti. Nella personalità
dell’adulto maltrattante compare sempre un ottundimento
della sensibilità emotiva e della capacità empatica e,
molto spesso, un massiccio ricorso alla
razionalizzazione per tentare di giustificare e negare
la violenza. Esiste un rapporto molto profondo fra il
dominio dell’adulto sul bambino e le altre forme di
dominio politico e sociale. La violenza vuoi sulla
natura “interna” (cioè sulla corporeità e sull’emotività
del soggetto umano), vuoi sulla natura “esterna”
all’individuo (sull’ambiente, sull’altro uomo, etc...)
presuppone sempre una razionalità scissa
dall’emotività e dalla capacità di provare empatia e
rispetto nei confronti dell’altro essere.
Secondo Eagle “il massacro su larga scala, reso
possibile dalla tecnologia moderna, richiede e comporta
caratteristiche come l’anaffettività, l’indifferenza e
un certo tipo e grado di razionalità talmente scisso e
avulso da considerazioni rispetto all’altro che finisce
per girare in tondo e diventare una forma di pazzia”.
La “banalità del male”, di cui
parla Hanna Arendt, che può anche portare allo
sterminio di altri esseri umani, non è compiuta da
soggetti impulsivi o sadici, ma da soggetti normali che
fanno cose normali, che seguono il proprio dovere in
armonia con le regole sociali, nell’indifferenza nei
confronti della propria vita emotiva e
nell’insensibilità nei confronti dell’esistenza altrui.
“Se non sarete come bambini
non entrerete nel Regno dei cieli”, dice Gesù nel
Vangelo. Se non recuperiamo ed assimiliamo come adulti
la sensibilità emotiva dell’infanzia, non possiamo
accedere ad una dimensione psicologica e sociale di
profondo cambiamento, bensì rischiamo – come individui
e come comunità – di precipitare in abissi di
sofferenza. L’adultocentrismo rappresenta un
disvalore sociale, culturale ed etico, in quanto
approfondisce irrimediabilmente la spaccatura tra
linguaggio adulto ed esperienza sensoriale, tra
razionalità ed emotività, privilegiando la prima a
scapito della seconda, sulla spinta di un bisogno
difensivo di controllare e rimuovere la dimensione
affettiva, nella quale si sono accumulati a partire
dall’infanzia vissuti di sofferenza, di impotenza, di
frustrazione. Ne consegue che un impegno contro l’adultocentrismo
sul piano della prevenzione, della formazione e della
sensibilizzazione culturale non può che comportare la
realizzazione di modalità d’intervento capaci di
rivalutare il mondo degli affetti e delle emozioni, a
fronte del disprezzo e della rimozione di matrice
adultocentrica che colpiscono tale mondo. Se si intende,
in qualsiasi ambito favorire un cambiamento nella
direzione di un maggiore equilibrio tra le esigenze e le
competenze adulte da un lato e quelle infantili
dall’altro, occorre attivare iniziative e metodologie
capaci di coinvolgere la dimensione sia razionale che
emotiva dell’interlocutore.
Dalla sensibilità all’indignazione
Abbiamo parlato della
necessità di tollerare l’ambivalenza verso l’infanzia.
Non bisogna tuttavia confondere questa tolleranza con
l’assuefazione o la rassegnazione. C’è una realtà che
deve essere riconosciuta nella sua consistenza e
drammaticità (in questo senso accettata) e deve
nel contempo suscitare vissuti d’intolleranza e
d’indignazione. Se la collera e l’odio possono risultare
sentimenti nocivi, l’indignazione per
l’ingiustizia – sgombra da vissuti di onnipotenza e di
rancore ed esente da ossessività e da sequestri emotivi
– può essere risultare un sentimento salutare e
trasformativo di grande valore etico e psicologico.
Milioni di bambini nel mondo muoiono di fame, di sete e
di epidemie; vivono in condizioni di denutrizione,
precarietà, grave trascuratezza; non dispongono di
sostegni fondamentali, di cure mediche o di istruzione
basilare; sono coinvolti direttamente o indirettamente
in guerre e conflitti etnici o sociali; sono oggetto di
varie forme di sfruttamento lavorativo; sono vittime di
violenze, abusi e abbandoni. Milioni di bambini, anche
disponendo di condizioni accettabili dal punto di vista
alimentare e sanitario, vivono in situazioni di grave
disagio, per l’eccesso o la carenza di stimoli, per
l’irrequietezza o per la solitudine, di cui soffrono;
per le tensioni familiari, per la strumentalizzazione
psicologica o per la deprivazione che subiscono dal
punto di vista delle relazioni affettive,
dell’educazione e degli stimoli allo sviluppo mentale e
culturale.
Senza andare molto lontano e
osservando cosa succede ai bambini di casa nostra,
risultano sconvolgenti i risultati delle più rigorose
ricerche retrospettive (basate sulla compilazioni di
questionari anonimi da parte di ragazzi e ragazze di 18
anni) dimostrano che il 10-30% della popolazione ha
vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza situazioni
definibili come violenza (fisica, sessuale o
psicologica).
La stragrande parte di queste situazioni non è stata
denunciata ed è stata vissuta nel silenzio, circondata
dall’indifferenza e dall’incapacità di molti adulti.
Oggi solo una piccola minoranza
di bambini nel mondo ha la fortuna di crescere
nutrendosi adeguatamente di cibo e di affetto, di
sostegni all’apprendimento e alla crescita, ma anche
questa minoranza condivide con altri bambini meno
fortunati l’essere esposta a vari pericoli di
inquinamento ambientale e culturale (presenza di
sostanze tossiche nell’ambiente che minacciano la salute
e la crescita dei bambini, diffusione di messaggi che
coinvolgono l’infanzia e che rischiano di educare alla
violenza, al consumismo, all’individualismo…).
Evidentemente la società dei grandi ha compiuto -
nei paesi ricchi e sviluppati, che detengono il
controllo del pianeta - grandi progressi dal punto di
vista dello sviluppo delle tecnologie e dei strumenti di
comunicazione di massa, ma non ha compiuto altrettanti
progressi dal punto di vista morale e culturale, dal
punto di vista delle relazioni umane basate sul rispetto
della natura, sulla giustizia, sulla compassione verso i
soggetti più deboli e sulla comprensione delle
differenze tra gli uomini.
L’atteggiamento di una cultura
verso l’infanzia è indicativo dei problemi e dei valori
di quella cultura. Il comportamento di una società verso
i bambini fornisce tante informazioni sull’umanità,
sulla sanità e sulla qualità della vita di quella
società e consente di fare previsioni sull’avvenire di
quella società. Una società che non protegge, non fa
crescere, e non valorizza le potenzialità dei bambini
non ha futuro o ha un futuro carico di incertezze e
minacce. Se è vero tutto questo, la nostra cultura –
intesa come cultura che ha una responsabilità globale
nei confronti dei bambini del mondo – è decisamente
messa male e il nostro futuro sociale è molto a rischio.
Oggi la nostra società si comporta globalmente in modo
assai irriguardoso nei confronti dei bambini e gli
impegni di prevenzione, di difesa e di sostegno dei
bambini, benché siano aumentati rispetto al passato,
risultano senza dubbio fortemente carenti e
insufficienti rispetto alle esigenze dei bambini. Una
nuova sensibilità emotiva nella comunità adulta
dovrà generare le necessarie spinte di indignazione, di
responsabilità e di attivazione.
Ascolto e accettazione
E’ noto che l’ascolto è
un impegno psicologico e relazionale che costituisce un
nutrimento fondamentale della relazione educativa e
della relazione d’aiuto nei confronti di un bambino.
Se analizziamo con attenzione gli elementi costitutivi
dell’ascolto ci accorgiamo che l’accettazione è
una delle prime operazioni mentali attivate dal soggetto
disponibile all’ascolto. Ascoltare significa
rinunciare ad agire per il fatto che dobbiamo in
quel momento accogliere le parole, le informazioni,
le emozioni dell’altro. La preoccupazione o l’urgenza
per il fare interferisce con l’atteggiamento di
recettività, necessario all’ascolto. Ci sono tante
situazioni in cui sul piano operativo si può fare poco o
nulla, ma sul piano relazionale si può fare molto,
assumendo quella posizione mentale e relazionale che si
chiama ascolto, che è disponibilità, condivisione e
vicinanza emotiva.
Cosa si può fare per esempio
davanti ad un lutto che ha subito un bambino? In un
certo senso assolutamente nulla. Però si può creare una
condizione di comprensione e di partecipazione emotiva
nei confronti del bambino per contrastarne l’isolamento,
l’abbandono e il ristagno nella depressione. Tutto
questo potrà avere ripercussioni in qualche modo
trasformative, consentendo in prospettiva al bambino che
ha subito il lutto un rilancio di speranza e di energie
vitali, ma l’ascolto in quanto tale deve rinunciare
all’idea immediata di modificare l’esistente. Non si
possono eliminare le cause che producono un disagio
esistenziale: il fratellino è nato; il padre deve
trasferirsi; la famiglia ha un problema economico; la
madre s’è ammalata; il nonno è morto. Possiamo ascoltare
il disagio, non certo eliminarne le fonti. Non è
possibile certo impedire che questi eventi si
determinino. Ma l’ascolto, come creazione di uno spazio
mentale di accettazione e di accoglienza dell’altro e
del suo problema, non è certo inutile. Quel che
possiamo fare è mettere i bambini nelle condizioni di
esprimere i sentimenti, i problemi e le difficoltà che
questi avvenimenti e queste situazioni suscitano in
loro.
Non possiamo evitare ai bambini
tutte le sofferenze, ma tutte le sofferenze possono
essere ascoltate. I bambini possono riuscire a
mettere in parola tutti i disagi conseguenti ad
accadimenti problematici, a situazioni difficili qualora
l’atteggiamento degli adulti non faccia barriera
all’ascolto di tali disagi. Gli adulti possono fare
molto per lo specifico disagio esistenziale di ciascun
bambino, ma non nel senso di pretendere di eliminare in
modo onnipotente le cause che lo generano. Ascoltare non
significa modificare immediatamente e magicamente le
condizioni reali in cui vive il bambino, bensì creare le
condizioni emotive e relazionali per consentire ai
bambini di esprimersi e di trovare negli adulti stessi
comprensione e vicinanza emotiva.
Esiste certo un ascolto che non pone problemi o
difficoltà: per es. quando un bambino effettua
comunicazioni piacevoli, gratificanti, capaci di
confermare le nostre previsioni, i nostri schemi, le
nostre immagini del mondo. Ma l’ascolto di cui
maggiormente abbiamo bisogno come individui e come
comunità sociale è un ascolto che non si fermi sulla
soglia della dimensione dolorosa, conflittuale,
imprevedibile dell’esistenza. Abbiamo necessità di un
ascolto dei contenuti di sofferenza, di impotenza, di
confusione: ascolto come disponibilità a fare
silenzio, sgombrando il campo mentale da
preoccupazioni e pretese che possono agire da barriera
alla ricezione di comunicazioni autentiche da parte dei
bambini; come disponibilità di
attenzione-accoglimento non solo delle parole,
ma anche della persona che ci sta di fronte;
disponibilità a dare spazio alla dimensione del non
atteso, del non conosciuto, del non desiderato, del non
piacevole.
L’ascolto del bambino più
vero, più impegnativo e fruttuoso è l’ascolto che
richiede la nostra capacità di accettare, fermando
quell’immediata reazione che ci verrebbe automatica e ci
porterebbe a dire con forte ansia o rabbia: “Non è
possibile!” Accettare vuol dire poter pensare che
ciò che di sgradevole stiamo ascoltando è in realtà
pienamente possibile: tanto è vero che è accaduto e ora
ci viene comunicato! Il banco di prova dell’ascolto di
un bambino è la notizia di un evento o di un problema
che non prevedevamo affatto o che pensavamo non dovesse
più ripresentarsi, è l’espressione di un sentimento di
dolore, di paura, di tristezza che ci risulta
nell’immediato incomprensibile, è la comunicazione di
un’incertezza o di una confusione che davamo già per
superata, è la richiesta di avvicinarci ad una
situazione, per noi intollerabile, di malattia, di
violenza o di abbandono. L’ascolto mette alla prova
innanzitutto la nostra capacità di accettare l’alterità
del nostro interlocutore rispetto a noi e alle nostre
aspettative, la datità emotiva ed esistenziale
della situazione che egli vive.
Solo con l’accettazione
possiamo cercare di condividere con l’altro il suo
problema, sottraendolo così all’isolamento e alla
solitudine. Solo con l’accettazione possiamo
comprendere la situazione in cui si trova il nostro
interlocutore e fornirgli quel riconoscimento e quella
vicinanza emotiva, che potranno attivare in lui le
energie per far fronte alla sua difficoltà. Dunque
l’accettazione nell’ascolto non è passività impotente,
perché s’accompagna ad attive ed efficaci operazioni
mentali di esplorazione della mente dell’altro, è
accoglienza dell’altro, è capacità recettiva e
percettiva nei confronti della situazione data. L’ascolto
accettante è l’atteggiamento mentale più adeguato ad
elaborare nel modo ottimale le informazioni che il
nostro interlocutore ci fornisce e, parallelamente, (in
quanto ascolto accettante di se stessi) ad elaborare le
informazioni che provengono dalla nostra mente quando
siamo nella posizione di ascoltatore: sensazioni,
pensieri, reazioni emotive al discorso dell’altro.
9. Per un’etica dell’accettazione dell’altro e
dell’accettazione della realtà
L’accettazione dell’altro,
l’accettazione della realtà è un perno fondamentale
dell’etica dell’infanzia, che trova le sue radici in
tutte le grandi tradizioni spirituali. Il concetto di
accettazione suscita spesso profonde ed immediate
reazione di incomprensione e rifiuto, evocando idee di
passività, inerzia, fatalismo nei confronti di
situazioni che invece potrebbero e dovrebbero essere
contestate e cambiate. Il termine accettazione
produce comprensibilmente diffidenza essendo stato
ampiamente utilizzato da sempre dalle gerarchie di
dominanza per invitare alla subordinazione e
all’acquiescenza passiva al potere. Governanti di tutte
le epoche e i loro lacché, genitori di tutti i ceti,
sacerdoti di tutti i culti hanno in qualche modo da
sempre invitato all’accettazione, intesa come
rassegnazione allo statu quo. Non è semplice
dunque chiarire come l’accettazione, correttamente
intesa, possa rappresentare l’atteggiamento mentale più
efficace nel soggetto per generare benessere e
processi positivi di trasformazione. Una
preghiera cristiana molto bella e suggestiva chiede al
Signore il coraggio di cambiare le cose che possono
essere cambiate, la forza di accettare le cose che non
possono essere cambiate ed, infine, la saggezza per
distinguere le prime dalle seconde. Ma, a ben vedere,
l’accettazione è un’operazione mentale molto complessa
che è indispensabile attivare, non solo dopo aver
constatato l’impossibilità di cambiare un determinato
fenomeno, ma anche - preliminarmente - nei confronti
delle situazioni che possono e devono cambiare. Ricorda
Jung: “Non si può mutare nulla che non si sia accettato”.
Dunque l’accettazione è un’operazione necessariamente
preliminare al cambiamento. Infatti, tanto più riusciamo
a prendere atto mentalmente con chiarezza di una
situazione data per quella che è, per quanto possa
risultare spiacevole o insoddisfacente, tanto più
riusciamo ad evitare di farci allagare da sentimenti di
avversione o tristezza nell’affrontare la realtà che ci
sta di fronte, tanto più saremo nelle condizioni
migliori per tentare di agire, nella misura del
possibile, per modificare quella situazione.
Le vie dell’inferno educativo
sono lastricate di ottime intenzioni di cambiamento, di
grandi aspirazioni morali, psicologiche e pedagogiche
nei confronti dei bambini. Molti genitori vogliono
cambiare i figli, molti psicologi vogliono
guarire i loro piccoli pazienti, molti educatori,
operatori sociali, medici, giudici vogliono intervenire
per trasformare alcuni aspetti della vita dei
minori di cui hanno responsabilità, ma spesso fanno
fatica ad accettare per quelli che sono i bambini
che hanno di fronte e a comprendere che l’accettazione è
la più straordinaria risorsa per il cambiamento.
L’accettazione inoltre è l’atteggiamento che ci evita di
buttarci a capofitto in un progetto di cambiamento prima
ancora di avere ben riflettuto su cosa cambiare e su
come cambiarlo senza rischiare di peggiorare la
situazione. Sempre Jung ha affermato: “Se c'è un
qualche cosa che vogliamo cambiare nel bambino, prima
dovremmo esaminarlo bene e vedere se non è un qualche
cosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi”
L’accettazione è un
atteggiamento efficace che richiede un’estensione
coerente a trecentosessanta gradi: accettazione della
realtà così com’è e accettazione della mente così com’è,
accettazione dell’altro e accettazione di se stessi,
accettazione delle risorse e accettazione dei limiti,
accettazione del positivo e accettazione del negativo,
accettazione quando si riesce ad accettare e
accettazione quando non si riesce ad accettare
(ovvero accettazione della non accettazione).
Corrado Pensa sottolinea “la contemplazione della non
accettazione come via diretta per generare
un’accettazione autentica. Va benissimo invocare ed
evocare l’accettazione, tessere giustamente le sue lodi;
ma se vogliamo che l’accettazione cominci a crescere,
come l’acqua comincia a salire nella buca che scaviamo
nella sabbia, è indispensabile la contemplazione della
non accettazione e della sofferenza che essa porta con
sé. Lo slancio verso l’accettazione è un’ottima cosa, ma
la constatazione di quello che provoca la non
accettazione è in grado di darci una spinta definitiva
verso la pratica dell’accettazione. Abbiamo un
laboratorio sempre con noi, sempre a portata di mano, in
cui possiamo imparare molte cose su questo argomento:la
non accettazione di noi stessi”.
Dunque, soltanto attraverso
l’accettazione benevola e responsabilizzante di noi
stessi, della nostra infanzia, della nostra vita
emotiva, possiamo maturare come adulti la capacità di
un’accettazione empatica e responsabilizzante del
bambino. D’altra parte, accettando i momenti in cui non
riusciamo ad accettare, accettando i nostri errori, la
nostra perdita di controllo delle emozioni, possiamo
tentare di analizzare le sequenze mentali che hanno
caratterizzato questi momenti, le cause immediate e
remote che li hanno provocati e cercare di uscirne.
Soltanto imparando a riconoscere con consapevolezza e
fiducia le nostre mancanze e la nostra non
accettazione, possiamo aiutare il bambino ad
assumere il medesimo atteggiamento realistico e
costruttivo verso i propri errori, le proprie
inevitabili difficoltà relazionali. L’accettazione
peraltro è ciò che distingue l’etica dal
moralismo: quest’ultimo è caratterizzato da un
atteggiamento avversivo-giudicante nei confronti delle
mancanze, dall’illusione di controllare la verità e da
una visione dualistica statica che contrappone
rigidamente il giusto allo sbagliato e soprattutto i
giusti agli sbagliati. Al contrario l’etica
dell’infanzia, pur sapendo individuare con chiarezza la
pericolosità e la distruttività delle strategie dei
violenti e sottolineare la raffinata manipolazione e
negazione di cui sono capaci, ricorda pur sempre che i
violenti di oggi sono stati i bambini dimenticati di
ieri. E’ vero dunque che colui che fa del male ai
bambini deve essere innanzitutto fermato e contrastato e
non bisogna cadere nelle mistificazioni illusorie di cui
è grande esperto, ma è anche vero che, una volta messo
realmente e concretamente nelle condizioni di non
nuocere, merita di essere coinvolto in una proposta
di recupero e cambiamento.
D’altra parte, ad evitare il
dualismo moralistico, vale la pena tenere bene a mente
che nessuno per quanto sensibile ed esperto sulle
tematiche infantili, può dichiararsi una volta per tutte
dalla parte dei bambini, nessuno può evitare di
interrogarsi costantemente sulle proprie azioni e sui
propri atteggiamenti nei confronti dei bambini,
mettendosi in discussione.
Dunque i giusti non sono mai assolutamente
giusti, né gli sbagliati assolutamente sbagliati.
10. Per un’etica del conflitto
L’etica dell’infanzia implica
necessariamente una forte identificazione con
l’originalità e la specificità dei bisogni, delle
ragioni, delle istanze del bambino, che spesso non
coincidono affatto con i bisogni, le ragioni, le istanze
dell’adulto. L’etica dell’infanzia in altri termini
chiede di sintonizzarsi primariamente con l’interesse
del minore, che peraltro costituisce il principio
che dovrebbe orientare tutta l’attività, sia
giudiziaria che amministrativa in ambito minorile, è
l’interesse del minore. La convenzione dell’ONU del
1989 dichiara all’art. 3: “In tutte le azioni
riguardanti bambini, se avviate da istituzioni di
assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali,
autorità amministrative, corpi legislativi, i prevalenti
interessi del minore devono costituire oggetto di
primaria considerazione”.
La specificazione del concetto nel
senso di un “prevalente” interesse del minore
risulta molto importante sul piano teorico, alludendo
all’esistenza di una conflittualità potenziale tra
bambino e adulto all’interno della quale viene affermata
la priorità delle istanze e delle esigenze del primo su
quelle del secondo. Tuttavia chi ricorre al concetto di
“prevalente interesse del minore” non sempre è
consapevole di quanto la conflittualità potenziale tra
le generazioni possa risultare:
profonda, per l’ampiezza
delle forme con cui gli adulti possono strumentalizzare
e curvare le risorse mentali, relazionali e fisiche dei
bambini ai loro fini e a alle loro esigenze;
diffusa, riguardando
potenzialmente tutte le relazioni tra adulti e minori,
benché la suddetta conflittualità non raggiunga,
ovviamente, in tutte le relazioni i medesimi livelli di
intensità e di contrapposizione;
conseguentemente riguardante le
situazioni vicine e non solo a quelle lontane
rispetto al soggetto che utilizza quel concetto.
Nella norma, nella
giurisprudenza, nella riflessione tra operatori minorili
e nella stessa discussione sociale, la preminenza
dell’interesse del minore su qualsiasi altro interesse
viene ampiamente ribadita, ma il concetto di “interesse
del minore”, conquistato il consenso universale, sembra
perdere il suo potenziale significato sofferto e
critico. Cosa succede quando un’espressione verbale o un
concetto nel linguaggio corrente sono ripetuti
all’infinito? Si può verificare - dicono i linguisti -
una progressiva perdita di significato e di forza
espressiva, una degenerazione retorica di quell’espressione
verbale e di quel concetto. Così è successo al concetto
di “interesse del minore”, destinato sempre più a
diventare un concetto generico e logoro, nonostante il
suo valore culturale, a meno che non venga rivitalizzato
attraverso due operazioni: a) attraverso il contatto
emotivo che ciascun adulto, operante nell'area sociale e
giudiziaria con minori, può riprendere e in qualche modo
mantenere con la propria infanzia e con la propria
adolescenza; b) attraverso il riferimento ad una
riflessione scientifica e l’ancoraggio ad una teoria
adeguata dei bisogni del sé del bambino.
Altrove mi sono occupato del
secondo aspetto.
Mi soffermo ora sul primo. Il Vangelo ci invita ad
essere “come bambini”. In effetti se non riusciamo ad
identificarci con la nostra infanzia e se non riusciamo
a riattraversare in qualche modo il nostro essere stati
bambini, non capiremo nulla del concetto di interesse
del minore, né del significato drammatico,
conflittuale e trasformativo di questo concetto.
Talvolta possiamo riuscire da
soli ad avvertire il contatto emotivo con il nostro
passato, talvolta - soprattutto per i nodi più
problematici e le esperienze più sofferte - abbiamo
necessità di ricorrere al sostegno di qualcun altro. Se
siamo fortunati possiamo trovare qualcuno che abbia
innanzitutto la disponibilità emotiva ed anche la
competenza per aiutarci a sopportare il ricordo della
nostra sofferenza infantile senza commiserarci troppo,
ma, soprattutto, senza commiserarci troppo poco e senza
troppo difendere gli adulti che ci hanno cresciuto e che
abbiamo idealizzato, nonostante questi adulti non
avessero, o meglio, non potessero avere sempre ben
chiaro qual era di fronte a loro il concreto interesse
del minore.
Ora, se non abbiamo totalmente
congelato i legami caldi e vivi con la nostra infanzia e
con la nostra adolescenza, possiamo ricordarci che
l’interesse di quel minore, che ciascuno di noi è stato
ha avuto, almeno in qualche modo, un carattere
drammatico, s’è accompagnato cioè ad una qualche
umiliazione e sofferenza, quando quel nostro interesse è
stato frainteso o calpestato da qualche adulto
significativo attorno a noi. Se non abbiamo totalmente
ucciso - attraverso la rimozione, il diniego e la
razionalizzazione - la consapevolezza e la sensibilità
del nostro essere stati bambini, possiamo ricordarci che
l’interesse di quel minore, che ciascuno di noi è
stato, ha avuto, almeno in qualche momento, un carattere
conflittuale, nella misura in cui quel nostro
interesse ci ha messo in seria contrapposizione con
qualche adulto di riferimento che non ha ascoltato o
compreso nulla dei nostri bisogni.
Tutti noi possiamo d’altra parte
cogliere il valore trasformativo del concetto di
interesse del minore, se ci possiamo ricordare del
sollievo, del cambiamento, della trasformazione che si
sono prodotti e hanno lasciato traccia dentro di noi,
quando qualche adulto è riuscito ad assumere il ruolo di
avvocato difensore del nostro interesse di
bambino, quando qualche adulto è stato in grado di porsi
come testimone soccorrevole, capace di
rispecchiare una parte significativa della nostra vita
emotiva, precedentemente violata, capace di schierarsi
dalla parte dei nostri bisogni, precedentemente
ignorati, fraintesi o calpestati.
11. Per un’etica dell’interazione e dello scambio
L’etica dell’infanzia ci chiede
di comprendere, di vivere e percorrere il conflitto tra
il mondo infantile e quello adulto in tutte le sue
valenze difensive ed aggressive, in tutte le sue
potenzialità espressive e costruttive (sì,
costruttive, perché non si deve mai dimenticare che
il conflitto fa parte della natura e dell’esistenza e
può avere una gestione e un esito trasformativi e non
necessariamente distruttivi!)
Ovviamente il conflitto tra
mondo infantile e mondo adulto non può essere concepito
come strategia, bensì come mezzo: il bambino ha
bisogno dell’adulto, dall’adulto deve essere sostenuto e
nutrito. Non c’è alternativa possibile dal punto di
vista finalistico all’incontro, alla mediazione, allo
scambio tra le due polarità dell’esistenza. Ma, d’altra
parte, occorre individuare e contrastare una diffusa
tendenza adultocentrica ad affrettare e a estendere la
mediazione senza avere ancora attraversato adeguatamente
il conflitto. Si pensi alle scelte politiche ed
istituzionali sulle adozioni che tendono a mediare
eccessivamente il conflitto tra il bisogno del bambino
in stato di abbandono di avere la migliore famiglia
possibile e l’esigenza delle coppie che fanno domanda di
adozione di ottenere comunque un bambino. Si pensi alla
tendenza istituzionale diffusa, e addirittura in
crescita, a fare - sulla pelle del bambino -
compromessi, che vengono incontro alle esigenze di
famiglie biologiche, carenti o addirittura maltrattanti,
di riprendere con sé il figlio senza che queste stesse
famiglie siano state sottoposte a valutazioni adeguate
delle loro capacità genitoriali, né accompagnate in
percorsi sufficientemente sofferti e verificati di
cambiamento sociale e relazionale.
Si pensi alla linea seguita da
molti psicoterapeuti e scuole di psicoterapia a
sollecitare in maniera moto affrettata i pazienti al
perdono nei confronti delle figure genitoriali
esterne e al compromesso nei confronti delle
figure genitoriali interne, prima di aver aiutato questi
pazienti a contattare e ad elaborare fino in fondo i
sentimenti e i bisogni soggettivi conflittualizzati
dalle figure genitoriali stesse.
Riaprire una prospettiva di
contatto e di scambio fra adulto maltrattante e bambino
maltrattato può essere possibile in maniera non
mistificante, soltanto se si riesce, dopo
l’indispensabile intervento giudiziario di sanzione e di
protezione, ad attivare un percorso di riflessione –
complesso, doloroso e lacerante - che permetta
all’adulto violento di riappropriarsi delle ragioni
della propria infanzia negata. Una delle esperienze
più significative che ho compiuto negli ultimi anni è
l’attività di supervisore di interventi psicoterapici in
carcere nei confronti di autori di reati sessuali ai
danni di minori. Ho potuto verificare quanto sia
possibile, opportuno ed anche arricchente (sia per gli
operatori che i destinatari di questi interventi) ridare
una prospettiva di recupero della dignità e
dell’autostima anche a persone che si sono macchiate di
crimini orrendi. Porsi dalla parte dell’infanzia
può diventare una linea culturale e terapeutica
coerente: dalla parte del bambino oggi violentato,
dalla parte del bambino un tempo maltrattato e diventato
in seguito un adulto maltrattante. Si possono scoprire
con questi autori di reato storie sconvolgenti di
sofferenza infantile ed adolescenziale non ascoltata e
si possono costruire percorsi per il recupero della
verità del passato e per l’assunzione di una piena
responsabilità nel presente.
Più in generale la
prospettiva e l’etica del conflitto appare
indispensabile preliminarmente perché la forza
dell’adulto rischia di risultare schiacciante e la
logica dell’adultocentrismo rischia di risultare
imperante. E’ significativo che nel Vangelo stesso
l’avvicinamento fisico o mentale all’infanzia non sia
visto come prospettiva facile, immediata, aconflittuale,
bensì come incontro che deve affrontare ostacoli ed
impedimenti (“Lasciate che i bambini vengano a me”),
dall’esito non scontato (“Se non sarete come bambini,
non entrerete nel Regno dei cieli”). Solo dopo aver
ridimensionato il potere sovrastante e soffocante della
soggettività e della visione adulta, è possibile aprire
in modo fecondo la prospettiva dell’interazione e
dell’incontro tra le due soggettività, tra i due punti
di vista, tra l’esperienza adulta e le radici vitali
dell’infanzia. I bambini con cui possiamo costruire
una relazione interpersonale significativa,
coinvolgente e durevole (i figli in particolare, ma non
solo) consentono agli adulti di vivere un’esperienza
difficilmente sostituibile di interscambio
affettivo, cognitivo e comunicativo tra l’esperienza
adulta e la vitalità infantile, tra la competenza adulta
e la bisognosità infantile. Un interscambio, che fa
crescere entrambi i poli della relazione, orientando il
Sé adulto in modo specifico e straordinario ad una
responsabilità e ad un’oblatività che possono arricchire
e non già impoverire. L’interazione possibile tra
l’adulto e il bambino può inoltre diventare oscillazione
e sintesi tra due punti di vista:
“L'adultocentrismo è il movimento di un occhio che ha
perso elasticicità, che guarda alla realtà soltanto più
dal punto di vista dell'adulto, perché ha dimenticato
la capacità - attraverso l'immedesimazione -
d'inquadrare il mondo
anche
dal punto di vista dell'infanzia, perché quest'ultima
appare come una dimensione cancellata o mai
vissuta. Si tratta dunque di conquistare un punto di
vista oscillante tra la percezione della realtà in
quanto adulto, consapevole dei valori, delle finalità,
delle leggi e delle necessità del mondo adulto e la
percezione, attraverso l'identificazione, della
realtà in quanto bambino, una percezione non
dimentica dei bisogni, delle difficoltà e delle
potenzialità dell'infanzia, bisogni spesso
frustrati, difficoltà spesso ignorate,
potenzialità spesso negate dall'adulto.
Non bisogna dunque contrapporre all'adultocentrismo una
sorta di puerocentrismo velleitario, con cui si
pretenderebbe di guardare il mondo esclusivamente
dal punto di vista del bambino, abbandonando il
proprio consolidato patrimonio mentale di adulto.
Questo patrimonio contiene in un soggetto adulto
compiuto esperienze, acquisizioni, modelli di
funzionamento, molto importanti e significativi:
pertanto non può e non deve essere liquidato.
Tuttavia le conquiste mentali dell'adulto devono
essere vivificate da una capacità
d'immedesimazione con l'infanzia intesa come
dimensione interna ed esterna al soggetto: altrimenti
tali conquiste tendono ad irrigidirsi attorno ad un
illusorio senso di padroneggiamento della realtà che
tuttavia non è più in grado di percepire la vita
emotiva, attorno ad un’esaltazione del linguaggio,
delle espressioni simboliche e culturali, della logica
di controllo razionale, insensibili alla dimensione
affettiva dell'esistenza”.
(…)
Tratto da “PREZIOSITA’
DELL’INFANZIA.
RIFLESSIONI PER UN’ETICA DALLA
PARTE DEL BAMBINO”, in Minorigiustizia, 3/2005, pp.
29-69.
S. Ferenczi, “Psicoanalisi e pedagogia”, in
Opere, Cortina, vol. I, 1908, p.36.
cfr. S. Freud, “L’istruzione sessuale dei
bambini”, in Opere, vol. V, pp.355 e sgg.
Cfr. H. Kohut, La ricerca del Sé,
Boringhieri, 1982 e La cura psicoanalitica,
Boringhieri, 1986, p.113 e sgg.
A. Miller, La persecuzione del bambino,
Boringheri, pp.97-98.
D. Stern, Diario di un bambino, Mondadori,
1991, pp.125-126.
D. Stern, ivi, pp. 126-127.
M. Eagle, La psicoanalisi contemporanea,
Laterza, 1988, p.230.
Cfr. C. Foti, “La formazione degli operatori per
lo sviluppo delle competenze empatiche”. in C.
Foti (a cura di),
L’ascolto dell’abuso e l’abuso
nell’ascolto, Angeli, 2003 e C. Foti C.
Bosetto, Giochiamo ad ascoltare,
Angeli, 2000.
Cfr. C.
Foti, “Etica e infanzia”, Bambino
incompiuto, n. 3, 1990, pp. 5-19.
cfr. “Rompere il silenzio: associazione
culturale dalla parte dei bambini per l’ascolto
e la prevenzione del disagio dei minori.
Programma”, in Rompere il silenzio, n. 2,
1997, pp. 68-69.
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