Claudio Foti   

 

PREZIOSITA’ DELL’INFANZIA.

RIFLESSIONI PER UN’ETICA DALLA PARTE DEL BAMBINO

 

                                                                                                                   Al mio ultimogenito Luca detto Siddi

 

 “Dici:

è faticoso frequentare i bambini.

Hai ragione.

Aggiungi:

perché bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, scendere, piegarsi, farsi piccoli.

Ti sbagli.

Non è questo l’aspetto più faticoso.

E’ piuttosto il fatto di essere costretti ad elevarsi

fino all’altezza dei loro sentimenti.

Di stiracchiarsi, allungarsi sollevarsi

sulle punte dei piedi.

Per non ferirli.”[1]

                                                Janusz Korczac

 

 

L’infanzia come valore

 

L’infanzia è la risorsa – soggettiva, sociale ed emotiva - più preziosa della comunità umana. L’infanzia contiene una grande ricchezza di significati e potenzialità e si pone come valore etico su quattro piani.

 

L’infanzia è rappresentata innanzitutto dai bambini in carne in ossa: individui vivi e reali con cui come adulti possiamo entrare in relazione intensa nella quotidianità, ammesso che superiamo la nostra tendenziale distrazione nei confronti della loro particolare ed irripetibile condizione di vita e nei confronti della loro specifica bisognosità.  Se ci apriamo senza rigidità – e  con sufficiente disponibilità mentale e di tempo -  alla relazione con il bambino e con la bambina, con cui personalmente possiamo interagire, riusciamo a scoprire nuove aperture di conoscenze, di orizzonti, di percorsi personali o professionali.  Se ci impegniamo a rispondere alle loro esigenze di crescita psicologica e fisica,  possiamo essere sollecitati ad una messa in discussione, magari immediatamente dolorosa o lacerante, ma comunque arricchente e fonte di una nostra maturazione soggettiva. Se ci disponiamo ad una donazione di tempo e di fatica nei loro confronti, possiamo a nostra volta ricevere donazioni di senso e di energia.  Per millenni i bambini sono stati valorizzati strumentalmente, in quanto adulti di domani, destinatari di travasi di credenze o trasmissione di proprietà, incaricati di realizzare le frustrate ambizioni genitoriali o i diversi progetti della famiglia, chiamati a sollevare le sorti della patria o dell’economia.   In realtà i bambini costituiscono un valore per il loro essere persone concrete ed originali e non per già le loro potenzialità, per ciò che sono nel presente e non già per il loro futuro.   

L’infanzia non è solo un’insieme di singoli bambini concreti, è anche una soggettività sociale portatrice di bisogni e interessi collettivi, spesso dimenticati o negati da una società e da una cultura segnate dall’adultocentrismo[2], cioè da quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti tendenti a privilegiare i bisogni e gli interessi degli adulti a scapito dei bisogni e degli interessi dei bambini. I bambini e i giovani – pensava Janusz Korczac – rappresentano non meno di un terzo dell’umanità, l’infanzia rappresenta un terzo della vita: ai bambini dunque spetterebbe un terzo di tutte le ricchezze del globo e ciò per diritto e non per carità. Il medico e pedagogista polacco,  ucciso nel lager di Treblinka assieme ai suoi duecento bambini ed educatori della Casa degli Orfani, di cui era direttore, si chiedeva:

 

 “Che cos’è questa metà dell’umanità che vive insieme ed accanto a noi in una tragica divisione? La carichiamo del fardello dei doveri dell’uomo di domani, senza riconoscerle alcuno dei diritti dell’uomo di oggi. Se si volesse dividere l’umanità in adulti e bambini e la vita in infanzia e maturità, ci si accorgerebbe di come il bambino occupi un posto enorme nel mondo e nella vita. Soltanto che, assorbiti dai nostri conflitti e dalle nostre preoccupazioni, non ce ne accorgiamo come in precedenza non ci accorgevamo delle donne, dei contadini, dei ceti e delle nazioni oppresse”[3]

 

    L’infanzia come soggettività sociale esprime dunque forti istanze di cambiamento nei confronti di tutte le istituzioni e dell’intera comunità adulta: se la famiglia, la scuola, il mondo del lavoro, l’organizzazione della singola abitazione e dell’intera città, l’ospedale e i tribunali ecc… tenessero realmente in considerazione le esigenze dei bambini si determinerebbero grandi  trasformazioni culturali, logistiche e normative,  capaci di rompere consolidate abitudini, ma anche di generare straordinari miglioramenti della qualità dell’esistenza - sociale, relazionale ed emotiva - non solo dei bambini, ma anche degli adulti.[4]

 

 

c) L’infanzia è una dimensione temporale che - per quanto rimossa o addirittura evacuata dalla memoria - continua a conservare una fondamentale importanza nella vita adulta. In questo senso è una dimensione temporale insopprimibile: l’infanzia non può essere espulsa dalla mente dell’adulto nei suoi contenuti positivi, in quanto età, nella quale abbiamo ricevuto amore e sperimentato gioia, fonte vitale interiorizzata a cui per sempre attingere,  miniera d’oro, da recuperare, sotto il cumulo dei nostri problemi, delle nostre angosce e tensioni di adulti; l’infanzia non può essere eliminata nei suoi contenuti negativi come tempo nel quale abbiamo sperimentato gravi frustrazioni e ferite e strutturato difese disadattative:  età che può lasciare una traccia indelebile che facciamo fatica a leggere perché è come se fosse stata impressa sulla nostra schiena, esperienza che rischia di ritornare con sofferenza costantemente nella nostra mente e nella nostra vita, e che dobbiamo rielaborare, per non essere condizionati dai meccanismi della ripetizione. In ogni caso l’infanzia, segnata da gioia o umiliazione, da tenerezza o privazione, da armonia o conflitto,   merita di essere ricordata e non già trascurata, disprezzata o cancellata.  Non può essere soppressa perché è parte di noi e perché contiene le nostre radici vitali. Non deve essere soppressa, perché se queste radici sono cariche di linfa positiva sarebbe assurdo sopprimere questa sorgente di nutrimento benefico e se, invece, queste radici sono state attaccate ed intaccate e costituiscono oggi una cattiva fonte di alimentazione, a maggior ragione, non dobbiamo sopprimere la nostra infanzia, bensì, al contrario, contattarla mentalmente, ascoltarne il pianto e il rancore, lasciar fluire ricordi e sentimenti nocivi, prendercene cura amorevolmente.

 

L’infanzia è lo spirito dell’infanzia: un atteggiamento mentale profondo e positivo –che i bambini possono sperimentare con maggiore facilità e frequenza di quanto non possano fare gli adulti - nei confronti dell’esistenza.  E’ un atteggiamento che guarda al mondo con meraviglia, che reagisce con attenzione e concentrazione al succedersi degli stimoli dell’esistenza.  Lo spirito dell’infanzia è la capacità di vivere la dimensione del presente, di stupirsi ad ogni istante. Dice una recente canzone di Povia. “Così ogni cosa è nuova. E’ una sorpresa: è proprio quando piove i bambini fanno : ‘Oh… guarda la pioggia…! Quando i bambini fanno: ‘Ooh!’ Che meraviglia!” E più oltre. “I bambini non hanno peli né sulla faccia, né sulla lingua”[5]. Lo spirito dell’infanzia non ha nulla a che spartire con l’infantilismo: è la capacità risanante di ridere, di vivere e di esplicitare intensamente le emozioni piacevoli o spiacevoli; è sorgente di gioia ed entusiasmo, è apertura piena alla relazione interpersonale. Lo spirito dell’infanzia rinvia alle qualità intellettive ed emotive del bambino da sempre disprezzate o negate da una millenaria cultura adultocentrica, interessata a rappresentarlo come incompetente, bugiardo e capriccioso, come contenitore vuoto che gli adulti devono riempire delle conoscenze giuste[6], come soggetto incapace di avere uno sguardo originale e critico sul mondo, come testimone a priori inattendibile.

 

           

L’ambivalenza nei confronti dell’infanzia

 

    Il valore rappresentato dall’infanzia, intesa nelle quattro forme sopradescritte, non è affatto apprezzato in modo coerente e adeguato da parte della comunità adulta e dei suoi componenti, bensì risulta costantemente oggetto di una profonda ambivalenza, cioè di un atteggiamento positivo che rispetta il suddetto valore  e contemporaneamente di un atteggiamento negativo che non lo riconosce o addirittura lo disprezza.

 

Per quanto riguarda l’infanzia  che si manifesta nelle presenze soggettive dei bambini in carne ed ossa con cui possiamo interagire nella quotidianità va sottolineato come sia facile nutrire sentimenti assolutamente positivi nei confronti della nostra idea di bambino, nei confronti del bambino in quanto rappresentazione ideologica o psichica, prodotta e padroneggiata dall’adulto, mentre è proprio nei confronti della realtà viva e sfuggente del bambino concreto che corriamo, in quanto genitori, insegnanti o professionisti dell’infanzia, i maggiori rischi di scivolare nella presunzione di conoscenza e di ascolto, nel misconoscimento dei bisogni, nella mancanza di rispetto.  Il comportamento degli adulti verso i bambini concreti non è mai un atteggiamento mono-valente in senso positivo, ispirato cioè esclusivamente a sentimenti di benevolenza e protezione, bensì un atteggiamento ambi-valente fatto di idealizzazione e di amore, ma anche di disattenzione e svalutazione e non raramente di violenza e strumentalizzazione.  I bambini sono spesso al centro di attenzioni materiali, di investimenti valorizzanti (spesso di matrice narcisistica),  di atteggiamenti entusiastici e festosi da parte della comunità sociale e da parte di molti genitori.  Ma d’altra parte nelle famiglie e nelle istituzioni minorili di fronte ai bisogni emotivi e relazionali dei bambini risultano diffusamente carenti le risposte adulte di accettazione, di ascolto, di sostegno, di vicinanza empatica. 

 

Per quanto riguarda l’infanzia come soggettività sociale risulta evidente come sia facile ottenere un consenso quasi generale, sul piano dei principi, sul tema della difesa dei bambini. L’infanzia è fatta oggetto di dichiarazioni, normative giuridiche, finalità istituzionali, intenzioni etiche e religiose  molto rispettose e favorevoli. Dall’altro lato, sul piano della vita reale, l’infanzia è un soggetto sociale debole, poco garantito, con scarsa o nulla rappresentanza politica e istituzionale. In tutte le epoche e in tutte le latitudini di fronte alle  situazioni di emergenza politica ed economica nella società,  i bambini sono un soggetto destinato a pagarne le conseguenze più pesanti e a pagarle per primi.    Nel succedersi delle guerre in Iraq o in altre parti del mondo, nel corso delle ricorrenti carestie in Africa sono i bambini a morire con più facilità. A seguito di una grave crisi sociale (come per es. la transizione dal regime comunista a quello parlamentare nell’ex URSS) o dell’intensificarsi dei conflitti interetnici (come nella ex-Jugoslavia)  aumentano gli indici del maltrattamento all’infanzia.   I bambini per la propria fragilità fisica e per la propria dipendenza che li lega ad altri essere più forti e capaci sono tra i soggetti più inermi e deboli della società, meno dotati di capacità di contrattazione sociale e politica, più facilmente oggetto delle decisioni e delle manipolazioni, delle violenze da parte degli adulti, soggetti indubbiamente più esperti e potenti.

 

 Anche nei confronti dell’infanzia intesa come dimensione temporale interiorizzata dall’adulto possiamo registrare un profondo atteggiamento di ambivalenza: la memoria dell’infanzia tende da un lato ad essere esaltata, dall’altro respinta, da un lato idealizzata, dall’altro evacuata dalla mente (spesso, in entrambi i casi, per difendersi dal ricordo dei disagi e delle pene vissute).  L’infanzia viene frequentemente vista come un tempo ininfluente, una stagione ormai trascorsa e superata, come ricordo suggestivo o penoso, ma comunque da accantonare. Il pensiero implicito o esplicito, inconscio o conscio  è quello che le sofferenze, le trascuratezze o addirittura le violenze subite in quell’epoca possano essere manipolate, edulcorate, minimizzate o addirittura negate.   Nel caso vengano in qualche misura riconosciute,  si tende spesso a ricorrere alla teoria socialmente diffusa ed imperante che prescrive di mettere una pietra sopra al passato, nell’illusione che lo scorrere del tempo o l’impegno  volontaristico a non ricordare possano cancellare la coazione a riproporsi di ferite e privazioni dell’età infantile.   Non è vero che il tempo sia un rimedio profondo ed efficace di tutti i mali: lo è solo di quelli più lievi e superficiali  Certamente le sofferenze di lieve entità possono essere curate con la dimenticanza e con la distrazione, ma è assai raro che le sofferenze vissute nella condizione di estrema fragilità e dipendenza dell’infanzia possano essere risultate di lieve entità.   L’esigenza di riappropriarsi dell’infanzia come dimensione presente ed attiva nella mente dell’adulto continua ad essere oggetto di forti resistenze ed incomprensioni.  I percorsi psicoterapeutici, più rigorosi, finalizzati all’elaborazione dello psichismo profondo legato al passato infantile, nonostante abbiano registrato negli ultimi decenni una rilevante diffusione e una maggiore legittimazione sociale e culturale, rimangono oggetto di resistenze da parte di una cultura efficientistica e medicocentrica. I percorsi meditativi più seri - che possono favorire lo sviluppo della consapevolezza mentale del qui e ora e del passato che interferisce nel qui e ora – rappresentano  esperienze ancora isolate, che vanno del tutto contro corrente rispetto ad una cultura dell’agire frenetico e del sensazionalismo.   Rispetto ai minori vittima di maltrattamento prevalgono politiche sociali e istituzionali che spesso esauriscono la risposta di protezione nell’interruzione della violenza e non garantiscono ai bambini la possibilità di un’elaborazione terapeutica delle esperienze traumatiche vissute.  Rispetto ai minori che vengono adottati risulta ricorrente nelle famiglia adottive e nelle istituzioni l’idea illusoria  che basterà l’amore dei nuovi genitori a cancellare il passato che precede l’adozione e che inevitabilmente i bambini si portano dietro.      

 

Analoga ambivalenza da parte del mondo adulto può essere riscontrata nei confronti del riconoscimento dello spirito dell’infanzia, inteso come atteggiamento mentale ed affettivo - costitutivo del bambino alla sua nascita - di tipo benevolo, creativo ed aperto alla vita, atteggiamento che le risposte e le esigenze adulto si incaricano, spesso  ben presto, di distorcere e guastare. La pedagogia nera[7] che si è trasmessa per millenni nella nostra civiltà adultocentrica come insieme di principi e metodi per gestire la crescita dei piccoli,  ha imposto a generazioni e generazioni di bambini le vie di un inferno di violenza educativa e di sadismo morale, lastricato di buone intenzioni. Se si analizzano i principi costitutivi della pedagogia nera possiamo rintracciare l’attribuzione all’infanzia di qualità psichiche e morali costitutive di tipo fortemente negativo, qualità che l’educazione, la morale, la religione avrebbero il compito di piegare e correggere con ogni mezzo.   La proiezione adultocentrica di intenzionalità e tendenze violente, pericolose e nocive nella strutturazione costitutiva della mente del bambino non s’è manifestata soltanto in correnti culturali ormai obsolete o in periodi storici ormai superati, ma continua a manifestarsi anche all’interno di correnti culturali e scientifiche contemporanee: per es. all’interno del pensiero psicoanalitico, che pure ha dato un contribuito straordinario alla valorizzazione della soggettività infantile. Si pensi alla teoria del neonato carico di impulsi sadici di Melania Klein o alla seguente affermazione dello psicoanalista freudiano Glover:

 

“Il bambino piccolo normale è, per tendenza innata, d’un egocentrismo quasi assoluto; è avido, sporco, mosso da istinti violenti e da abitudini distruttrici, eccessivamente orientato sul sesso, brutale nel comportamento, privo di ogni senso della realtà e d’una anche solo primitiva sensibilità morale; inoltre è opportunista, senza scrupoli, autoritario e sadico nei suoi rapporti con la società (rappresentata dalla famiglia). Se poi ci volgiamo alla personalità criminale, a quella che noi definiamo una personalità psicopatica, constatiamo che molte delle qualità appena menzionate possono,in determinate circostanze, continuare a sussistere anche nella vita adulta. Perché  è proprio così: valutato con il metro sociale dell’adulto, il bambino piccolo normale è proprio un delinquente nato.”[8] 

 

 

La dimenticanza della propria infanzia all’origine dell’ambivalenza

 

    Sàndor Ferenczi[9] ha individuato con chiarezza la causa dei disastri pedagogici degli adulti nella loro carente capacità d’identificazione con l’infanzia:

 

“Nelle sue interessanti lezioni sui compiti educativi - egli afferma già nel 1908 - il pediatra breslavese professor Czerny rimprovera ai genitori di non saper educare i loro figli e ne riconosce la causa nel fatto che essi  ricordano male o non ricordano affatto la loro infanzia.  Noi siamo d'accordo con lui e potremmo addirittura descrivergli, richiamandoci agli insegnamenti di Freud, lo strano meccanismo psichico che provoca questa amnesia infantile. In ogni caso questo fatto basterebbe da solo a spiegare perché la pedagogia da tempo immemorabile non abbia compiuto progressi degni di nota.  Si tratta appunto di un circolo vizioso: l'inconscio, sottraendo alla coscienza degli adulti i ricordi della propria infanzia, lascia che questi educhino in modo sbagliato i bambini; la cattiva pedagogia, a sua volta fa stratificare nella psiche infantile una serie di complessi.  In un punto o nell’altro di questo circolo vizioso occorre intervenire”.[10]

 

     Proprio l’anno precedente, nel 1907, anche Freud era intervenuto nel merito di una questione pedagogica, nel suo saggio  su “L’istruzione sessuale dei bambini”[11] , ma con un taglio diverso:  per favorire una riforma educativa, Freud puntava in particolare all’obiettivo di trasmettere ai bambini contenuti informativi riguardanti la sessualità, interpretata alla luce della teoria pulsionale.  Ferenczi, con un atteggiamento ben più moderno e sensibile, pensava invece di coinvolgere e di mettere in discussione direttamente gli adulti, le loro difese e le loro resistenze adultocentriche,  con un’iniziativa da realizzarsi non solo e non tanto in termini illuministici e razionalistici, attraverso la diffusione di conoscenze concernenti le pulsioni sessuali,  come pensava Freud,  ma anche e soprattutto con un progetto di  formazione e trasformazione delle coscienze adulte nella direzione  di un maggiore avvicinamento affettivo all’infanzia, nel senso  di una crescita sociale - diremmo oggi con Kohut[12] - della comprensione empatica dei bisogni dei bambini, nel senso - diremmo oggi con Goleman -  di uno sviluppo dell’intelligenza emotiva degli adulti[13].

 

    Scrive Ferenczi: “E’ dunque con una chiarificazione di massa che un'umanità sofferente a causa di rimozioni esagerate potrebbe essere guarita: una specie di rivoluzione interiore che del resto ciascuno di noi, se ha fatto propri gli insegnamenti di Freud, non può non avere compiuto.  La liberazione da un'inutile costrizione interiore sarebbe anzi la prima rivoluzione che potrebbe portare un reale sollievo alle sofferenze dell'umanità, mentre la rivoluzione politica si limita ad attuare un passaggio dei poteri, cioè dei mezzi costrittivi, dalle mani degli uni a quelle degli altri e a diminuire o aumentare il numero degli oppressi.  Solo uomini liberati sarebbero in grado di produrre un radicale e irreversibile rovesciamento nella pedagogia” [14].

 

    Alice Miller più recentemente ha ripreso e divulgato questa ed altre idee di Ferenczi. Viene delineata la prospettiva di una rivoluzione non solo culturale e pedagogica, ma anche etico-politica, fondata su due direttrici: sollecitare gli adulti a prendere contatto con la sofferenza rimossa della propria infanzia e, grazie a ciò, promuovere una sensibilità emotiva e una capacità di riconoscimento  nei confronti delle squalifiche, delle sofferenze e delle crudeltà inferte dagli adulti ai bambini.  In quest’ottica gli adulti che risultano più vicini e solidali nei confronti del bambino maltrattato sono proprio coloro che non hanno congelato le proprie emozioni risalenti all’infanzia.  Ciò che è decisivo è un percorso di trasformazione nei singoli adulti capace di far prevalere l’identificazione con i propri sentimenti e con i propri bisogni infantili  sulla rimozione e sulla negazione. Nessun manuale psico-pedagogico può essere più efficace per un genitore che vuole comprendere il figlio di quanto non sia la capacità di contattare la propria infanzia. Nessuna ricetta educativa può essere specifica per le caratteristiche di quel bambino e per le risorse di quel genitore.  Se l’adulto riesce a comprendere le ragioni e le emozioni del bambino che egli stesso è stato, può avvicinarsi nel presente con maggiore rispetto ai bambini reali.[15] D’altra parte è vero anche il processo inverso: la capacità di osservazione attenta e di ascolto rispettoso nei confronti del singolo bambino può aiutare l’adulto non solo a comprendere meglio quel bambino, non solo a conoscere meglio le qualità emotive ed espressive dell’infanzia, ma anche a capire qualcosa di importante del proprio passato, ad elaborare il lutto di ciò che da bambino gli è mancato e a diventare sensibile nei confronti  dei  sentimenti di impotenza e di debolezza vissuti nella propria infanzia.

 

    Il bambino - afferma Alice Miller – “ha un enorme bisogno di trovare nell'adulto un compagno sia sul piano psichico che su quello fisico.  Per consentire al bambino di estrinsecare pienamente tutte le sue potenzialità, tale accompagnamento deve avere le seguenti caratteristiche:

1)         attenzione nei confronti del bambino;

2)         rispetto per i suoi diritti;

3)         tolleranza per i suoi sentimenti;

4)         disponibilità a imparare dal suo comportamento alcune cose:

             a)  sulla natura di quel singolo bambino;

             b) sul proprio "essere bambini", che rende i genitori da parte loro in grado di compiere il lavoro del lutto;

             c) sulla natura della vita affettiva che nel bambino si può osservare molto più chiaramente che nell'adulto, in quanto il bambino può vivere i propri sentimenti in
                 modo molto più intenso e, nel caso ottimale, in modo meno contraffatto che non l'adulto.”[16]

 

     E’ evidente in questo passaggio il riferimento esplicito o implicito ai quattro aspetti che abbiamo specificato del valore dell’infanzia: il singolo bambino con il suo comportamento, ricco di bisogni, di comunicazioni, di informazioni; l’essere stati bambini come dimensione temporale ancora viva e condizionante la vita attuale dell’adulto; lo spirito dell’infanzia con la sua specifica ed intensa vita affettiva e, sullo sfondo, l’infanzia come soggettività sociale, non riconosciuta nei propri diritti e nelle  proprie espressioni emotive.

 

 

Tollerare e comprendere l’ambivalenza verso l’infanzia

 

    E’ un compito, culturale ed etico, primario prendere coscienza dell’ambivalenza del mondo adulto (e di tutti noi che lo componiamo) nei confronti del mondo dell’infanzia. E’ necessario che tutti i soggetti della comunità adulta – singoli individui ed istituzioni – imparino a riconoscere i propri limiti e le proprie carenze emotive, relazionali, organizzative, professionali e culturali nei confronti dei bambini, superando l’illusione di diventare o, peggio ancora, di essere già genitori, educatori, operatori sociali e sanitari, giudici, amministratori, cittadini perfettamente adeguati al compito di prendersi cura dei più piccoli.   Senza favorire sensi di colpa autodistruttivi ed inconcludenti, dobbiamo sviluppare una cultura della responsabilità per attivare sempre di più concretamente le risorse degli adulti di cura, sostegno e tutela dei bambini.  

    Individuare ed ammettere i propri errori e i propri insuccessi sul piano relazionale, educativo e professionale  nei confronti dei più piccoli deve diventare un impegno abituale, da affrontare con la massima lucidità e, per certi versi,  serenità (compatibilmente con gli aspetti inevitabilmente depressivi che accompagnano qualsiasi elaborazione dei propri limiti)  nella consapevolezza che i condizionamenti adultocentrici ed egoistici che ci determinano e che ci derivano dalla nostra storia personale, dal nostro ambiente di vita  e dall’eredità psichica e culturale, che ci è stata storicamente consegnata dai nostri genitori e dai nostri progenitori sono talmente complessi e pesanti che non possono essere interamente superati nel corso di una singola esistenza. Questo atteggiamento decolpevolizzante non ha nulla a che vedere con un atteggiamento giustificazionista e deresponsabilizzante. Al contrario prendere le distanze dell’ideale narcisistico della illusoria perfezione educativa ed etica nei confronti dell’infanzia ed allenarsi a riconoscere carenze  e colpe nei confronti dei nostri bambini e dell’infanzia, intesa come soggettività sociale, significa renderci disponibile ad una continua messa in discussione che consentirà un fattivo e progressivo  miglioramento delle nostre  risposte ai bisogni dei più piccoli.

 

      Ho avuto modo per es. di constatare ripetutamente quanto sia efficace nell’attività di sensibilizzazione dei genitori sulle tematiche educative, nell’attività di formazione all’ascolto degli assistenti sociali, degli psicologi, dei professionisti dell’infanzia, nell’attività psicoterapeutica con pazienti che portano problematiche relative ai figli, riuscire a porsi come  formatori, come conduttori di gruppo, come psicoterapeuti, portatori certamente di un’esperienza personale e professionale – nel rapporto coi figli e coi bambini - positiva e trasformatrice, ma altresì di un’esperienza, problematica e conflittuale, tutt’altro che esente da limiti e debolezze. Un atteggiamento di questo genere, quando viene espresso in modo autentico e concreto, con riferimenti esemplificativi ad insuccessi ed errori compiuti, favorisce negli interlocutori l’identificazione con colui che si pone come esperto e con i contenuti che gli esprime, stimola la capacità di apprendere la tolleranza dei propri limiti e delle proprie carenze nella relazione educativa e sociale con i bambini, trasmette fiducia nella possibilità di reagire alle situazioni di difficoltà e di elaborare costruttivamente le colpe nei confronti dei bambini. In questa ottica mi piace spesso enunciare il mio sincero desiderio di avere un giorno la possibilità di scrivere un libro dal titolo “I miei insuccessi come genitore” come sollecitazione nei confronti degli altri e di me stesso a familiarizzarci con l’esperienza dell’insuccesso in campo educativo come maestra di vita e come indispensabile tramite di cambiamento, di crescita e, paradossalmente,  di una prospettiva futura di successo arricchente, per quanto sempre parziale e relativo.  L’individuazione, la comprensione e la tolleranza nei confronti della nostra soggettiva ambivalenza verso l’infanzia favorisce certamente la possibilità di tollerare l’ambivalenza altrui, comprendendo ed aiutando  i genitori e gli operatori che incontriamo nella nostra attività professionale e che manifestano incertezze e carenze nei loro rapporto con i bambini.  Tutto ciò può svolgersi in una prospettiva di massima assunzione di responsabilità verso l’infanzia, che non è affatto quella di farsi lo sconto in quanto adulti circa gli impegni verso i bambini e di chiudere reciprocamente un occhio sulle colpe di ciascuno.

    Solo l’accettazione e la parallela elaborazione dell’ambivalenza – nostra ed altrui - verso i bambini  può realisticamente fare evolvere questa ambivalenza in una direzione che consenta la riduzione delle componenti ostili e negative nei confronti dell’infanzia ed una crescita delle componenti benevole e positive.  Del resto l’adulto può apprendere ad accettare coerentemente l’infanzia, solo se impara ad accettare gli aspetti negativi e problematici della propria mente e del proprio comportamento verso i bambini,  senza per questo cedere alla sfiducia e all’ambivalenza e senza per questo rinunciare all’impegno per migliorarsi.

    Negli interventi di sensibilizzazione e di formazione dei genitori, degli educatori, dei professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza – interventi finalizzati a sviluppare sia le competenze cognitive, sia le competenze emotive e relazionali di questi soggetti – ci troviamo abitualmente di fronte a varie forme di fraintendimento e di rifiuto nei confronti del valore dell’infanzia.   Molti adulti per es. non riescono a capire l’importanza determinante dei sentimenti per avvicinarsi ai bambini, per decodificare il loro disagio, per imparare a comunicare con loro.   Si può constatare in altri termini che l’ambivalenza nei confronti dell’infanzia di molti genitori ed operatori non casualmente coincide con l’ambivalenza nei confronti della vita emotiva, perché il mondo dell’infanzia e il mondo dei sentimenti sono tra loro strettamente associati.   Non si tratta allora di piegarsi da parte del formatore e del conduttore di gruppo alle varie forme di incomprensione e di resistenza degli adulti nei confronti dei bisogni e delle espressioni dei bambini. Si tratta piuttosto di tollerare e interpretare – con l’opportuno atteggiamento emotivo e tecnico - queste forme di incomprensione e rifiuto, riconducendole alla difficoltà (o all’impossibilità) di molti adulti a mantenere il contatto con la propria infanzia, alla loro tendenza a rimuovere le emozioni penose  vissute da bambini e, conseguentemente,  a disimparare il linguaggio dei sentimenti.

     Va tollerata.anche l’ambivalenza nei confronti del valore dell’infanzia, intesa come dimensione temporale interiorizzata dall’adulto.   La dimenticanza o la negazione del valore dell’infanzia, vista come presenza intrapsichica, ancora attiva nella mente dell’adulto, risulta massicciamente estesa, in quanto prima di essere una posizione culturale, è una necessità psichica, un meccanismo difensivo per proteggere la mente.  Quando i vissuti di pena e impotenza sperimentati dall’infanzia hanno ecceduto la pensabilità,  la svalutazione e la rimozione della memoria dell’antico dolore risultano meccanismi di sopravvivenza.  Il soggetto è spinto a negare la verità della propria vicenda, ad offuscare le potenzialità lucide della propria mente, a scivolare in una rappresentazione opaca della propria storia e della realtà.  Se poi il bambino per la gravità e l’intollerabilità delle esperienze traumatiche subite non ha potuto comunicare e condividere in alcun modo i propri sentimenti di sofferenza ed impotenza, perché è mancata la presenza di un ascoltatore empatico e non ha potuto vivere alcuna forma di solidarietà verso se stesso, l’esito difensivo estremo a cui è obbligato a ricorrere è la scissione, ovvero l’espulsione del ricordo dalla mente consapevole. 

     Anche le resistenze a cogliere il valore dell’infanzia, intesa come spirito dell’infanzia, vanno comprese e tollerate. Per chi ha precocemente perso per ragioni ambientali  e familiari la possibilità di vivere la spontaneità, l’espressività, l’autenticità della propria esperienza di bambino e non ha potuto riconoscere tale perdita, elaborandone il lutto, è impossibile riconoscere sul piano concettuale l’esistenza di uno spirito dell’infanzia vitale e creativo. L’insoddisfazione e l’invidia non elaborate non possono non condizionare la rappresentazione culturale dell’infanzia.

 

(…)

6. Spirito dell’infanzia e sensibilità emotiva

 

    Occorre un grande impegno teorico e culturale per dimostrare le risorse mentali d’intelligenza, di creatività, di sensibilità emotiva, di amore della mente del bambino e per descrivere gli ostacoli e i danni a cui queste risorse rischiano di andare incontro.  Lo spirito dell’infanzia non è un’illusione romantica, né una categoria poetico-letteraria, ma è una realtà ricca e complessa che ha un fondamento nell’esperienza sociale, nell’osservazione psicologica e nella ricerca scientifica.

   Si prenda per es. la capacità della mente infantile di esprimere le emozioni e di vivere l’esperienza in modo pieno e non concettuale.  Attraverso un diario immaginario attribuito al piccolo Joey, Daniel Stern tenta di ricostruire le conquiste mentali, lo sguardo emergente sul mondo, le esperienze,  le sensazioni e le emozioni che animano la vita soggettiva di un bambino in continua evoluzione dall’età di sei settimane ai quattro anni. In questa descrizione narrativo-scientifica Stern cerca di utilizzare i contributi della ricerca e dell’osservazione sul bambino, liberati, per quanto possibile, dai pregiudizi dell’adultocentrismo. La crescita del bambino porta alla scoperta straordinariamente eccitante del linguaggio, scoperta che lo indirizza tendenzialmente verso la logica e la competenza mentale adulta.

 

“Il linguaggio - scrive Stern - spalanca a Joey nuovi orizzonti.  La coscienza di poter scoprire e utilizzare le parole deve assomigliare al senso di trionfo che si prova nell'istante in cui si riesce ad andare in bicicletta da soli per la prima volta, o si impara a camminare o a guidare la macchina o a nuotare (più probabilmente si tratta della somma di tutte queste emozioni). (...) Il linguaggio  non costituisce per Joey solo una conquista di indipendenza, ma gli offre anche lo strumento più potente che esista per unirsi agli altri esseri umani e alla cultura comune. Ed è sempre il linguaggio che, permettendogli di catalogare le esperienze non verbali in categorie più numerose e distinte, cambia il suo mondo e lo ristruttura: determina chiaramente la sequenza degli avvenimenti nel passato, nel presente o nel futuro”[17].

 

    Stern d’altra parte si sofferma sui limiti oltre sui vantaggi dell’acquisizione evolutiva del linguaggio:

 

“Esiste però anche un lato negativo di questo nuovo strumento verbale che presenta in fondo enormi svantaggi, se paragonato ai sistemi non verbali che reggevano armoniosamente il mondo di Joey.  Le parole infatti non riescono ad esprimere perfettamente le esperienze nella loro globalità e il linguaggio, pur essendo il mezzo ideale per stabilire delle distinzioni precise tra le cose e dividerle in categorie (per esempio: grande, piccolo), si dimostra estremamente impacciato nel definire le gradazioni che distinguono queste categorie.(...)   Il linguaggio rischia inoltre di scindere il pensiero dall’emozione e frantuma delle complesse esperienze globali nelle loro varie componenti, impoverendole.  In particolare alcune delle esperienze non verbali (come ricambiare lo sguardo di chi ti fissa negli occhi) non sono esprimibili a parole: al massimo possono venire evocate per mezzo di esse. Ecco perché quando il linguaggio entra a far parte della vita di Joey, crea una netta separazione tra il familiare mondo non verbale dell’esperienza e il nuovo mondo delle parole.  Questa separazione è origine di confusione e può rivelarsi persino dolorosa: per la prima volta nella sua breve esistenza, Joey è costretto a contemplare due diverse versioni di uno stesso avvenimento.  D'ora in avanti la sua vita sarà vissuta in parallelo e l’integrità lineare dell'esperienza è andata persa per sempre. Da questo momento in poi per lui le interpretazioni verbali e non verbali dell'esperienza convivranno fianco a fianco”.[18]

 

    L’adultocentrismo, che è la negazione più radicale dello spirito dell’infanzia, porta all’estremo i limiti di cui parla Stern, legati all’acquisizione del linguaggio, ampliando in modo dirompente fino alla scissione il conflitto tra il mondo dei simboli e il mondo vivo e pulsante dell’esperienza, tra il pensiero e la vita emotiva. Gli atteggiamenti adultocentrici si accompagnano spesso ad un’esaltazione della dimensione della logica razionale astratta dai sentimenti.  Nella personalità dell’adulto maltrattante compare sempre un ottundimento della  sensibilità emotiva e della capacità empatica e, molto spesso, un massiccio  ricorso alla razionalizzazione per tentare di giustificare e negare la violenza.  Esiste un rapporto molto profondo fra il dominio dell’adulto sul bambino e le altre forme di dominio politico e sociale.  La violenza vuoi sulla natura “interna” (cioè sulla corporeità e sull’emotività del soggetto umano), vuoi sulla natura “esterna” all’individuo (sull’ambiente, sull’altro uomo, etc...) presuppone sempre una razionalità scissa dall’emotività e dalla capacità di provare empatia e rispetto nei confronti dell’altro essere.

 

Secondo Eagle “il massacro su larga scala, reso possibile dalla tecnologia moderna, richiede e comporta caratteristiche come l’anaffettività, l’indifferenza e un certo tipo e grado di razionalità talmente scisso e avulso da considerazioni rispetto all’altro che finisce per girare in tondo e diventare una forma di pazzia”.[19]

 

    La “banalità del male”, di cui parla Hanna Arendt,  che può anche portare allo sterminio di altri esseri umani, non è compiuta da soggetti impulsivi o sadici, ma da soggetti normali che fanno cose normali, che seguono il proprio dovere in armonia con le regole sociali, nell’indifferenza nei confronti della propria vita emotiva e nell’insensibilità nei confronti dell’esistenza altrui.

 

     “Se non sarete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli”, dice Gesù nel Vangelo. Se non recuperiamo ed assimiliamo come adulti la sensibilità emotiva dell’infanzia, non possiamo accedere ad una dimensione psicologica e sociale di profondo cambiamento,  bensì rischiamo – come individui e come comunità – di precipitare in abissi di sofferenza.    L’adultocentrismo rappresenta un disvalore sociale, culturale ed etico, in quanto approfondisce irrimediabilmente  la spaccatura  tra linguaggio adulto ed esperienza  sensoriale,  tra razionalità ed emotività, privilegiando la prima a scapito della seconda, sulla spinta di un bisogno difensivo di controllare e rimuovere  la  dimensione affettiva, nella quale si sono accumulati a partire dall’infanzia vissuti di sofferenza,  di  impotenza, di frustrazione.    Ne consegue che un impegno contro l’adultocentrismo sul piano della prevenzione, della formazione e della sensibilizzazione culturale non può che comportare la realizzazione di modalità d’intervento capaci di rivalutare il mondo degli affetti e delle emozioni, a fronte del disprezzo e della rimozione di matrice adultocentrica che colpiscono tale mondo. Se si intende, in qualsiasi ambito favorire un cambiamento nella direzione di un maggiore equilibrio tra le esigenze e le competenze adulte da un lato e quelle infantili dall’altro, occorre attivare iniziative e metodologie capaci di coinvolgere la dimensione sia razionale che emotiva dell’interlocutore[20].

 

 

Dalla sensibilità all’indignazione

 

     Abbiamo parlato della necessità di tollerare l’ambivalenza verso l’infanzia. Non bisogna tuttavia confondere questa tolleranza con l’assuefazione o la rassegnazione.  C’è una realtà che deve essere riconosciuta nella sua consistenza e drammaticità (in questo senso accettata) e deve nel contempo suscitare vissuti d’intolleranza e d’indignazione. Se la collera e l’odio possono risultare sentimenti nocivi, l’indignazione per l’ingiustizia – sgombra da vissuti di onnipotenza e di rancore ed esente da ossessività e da sequestri emotivi – può essere risultare un sentimento salutare e trasformativo di grande valore etico e psicologico.    Milioni di bambini nel mondo muoiono di fame, di sete e di epidemie; vivono in condizioni di denutrizione, precarietà, grave trascuratezza; non dispongono di sostegni fondamentali, di cure mediche o di istruzione basilare; sono coinvolti direttamente o indirettamente in guerre e conflitti etnici o sociali; sono oggetto di varie forme di sfruttamento lavorativo; sono vittime di violenze, abusi e abbandoni. Milioni di bambini, anche disponendo di condizioni accettabili dal punto di vista alimentare e sanitario, vivono in situazioni di grave disagio, per l’eccesso o la carenza di stimoli, per l’irrequietezza o per la solitudine, di cui soffrono; per le tensioni familiari, per la strumentalizzazione psicologica o per la deprivazione che subiscono dal punto di vista delle relazioni affettive, dell’educazione e degli stimoli allo sviluppo mentale e culturale.

    Senza andare molto lontano e osservando cosa succede ai bambini di casa nostra, risultano sconvolgenti i risultati delle più rigorose ricerche retrospettive (basate sulla compilazioni di questionari anonimi da parte di ragazzi e ragazze di 18 anni) dimostrano che il 10-30%  della popolazione ha vissuto nell’infanzia e nell’adolescenza situazioni definibili come violenza (fisica, sessuale o psicologica)[21]. La stragrande parte di queste situazioni non è stata denunciata ed è stata vissuta nel silenzio, circondata dall’indifferenza e dall’incapacità di molti adulti. 

   Oggi solo una piccola minoranza di bambini nel mondo ha la fortuna di crescere nutrendosi adeguatamente di cibo e di affetto, di sostegni all’apprendimento e alla crescita, ma anche questa  minoranza condivide con altri bambini meno fortunati l’essere esposta a vari pericoli di inquinamento ambientale e culturale  (presenza di sostanze tossiche nell’ambiente che minacciano la salute e la crescita dei bambini, diffusione di messaggi che coinvolgono l’infanzia e che rischiano di educare alla violenza, al consumismo, all’individualismo…). Evidentemente la società dei grandi ha compiuto - nei paesi ricchi e sviluppati, che detengono il controllo del pianeta -  grandi progressi dal punto di vista dello sviluppo delle tecnologie e dei strumenti di comunicazione di massa, ma non ha compiuto altrettanti progressi dal punto di vista morale e culturale, dal punto di vista delle relazioni umane basate sul rispetto della natura, sulla giustizia, sulla compassione verso i soggetti più deboli e sulla comprensione delle differenze tra gli uomini.

    L’atteggiamento di una cultura verso l’infanzia è indicativo dei problemi e dei valori di quella cultura. Il comportamento di una società verso i bambini fornisce tante informazioni sull’umanità, sulla sanità e sulla qualità della vita di quella società e consente di fare previsioni sull’avvenire di quella società. Una società che non protegge, non fa crescere, e non valorizza le potenzialità dei bambini non ha futuro o ha un futuro carico di incertezze e minacce. Se è vero tutto questo, la nostra cultura – intesa come cultura che ha una responsabilità globale nei confronti dei bambini del mondo – è decisamente messa male e il nostro futuro sociale è molto a rischio. Oggi la nostra società si comporta globalmente in modo assai irriguardoso nei confronti dei bambini e gli impegni di prevenzione, di difesa  e di sostegno dei bambini, benché siano aumentati rispetto al passato, risultano senza dubbio fortemente carenti e insufficienti rispetto alle esigenze dei bambini.   Una nuova sensibilità emotiva nella comunità adulta  dovrà generare le necessarie spinte di indignazione, di responsabilità e di attivazione.

 

 

Ascolto e accettazione

 

 

    E’ noto che l’ascolto è un impegno psicologico e relazionale che costituisce un nutrimento fondamentale della relazione educativa e della relazione d’aiuto nei confronti di un bambino.[22] Se analizziamo con attenzione gli elementi costitutivi dell’ascolto ci accorgiamo che l’accettazione è una delle prime operazioni mentali attivate dal soggetto disponibile all’ascolto.  Ascoltare significa rinunciare ad agire per il fatto che dobbiamo in quel momento accogliere le parole, le informazioni, le emozioni dell’altro.    La preoccupazione o l’urgenza per il fare interferisce con l’atteggiamento di recettività, necessario all’ascolto.   Ci sono tante situazioni in cui sul piano operativo si può fare poco o nulla, ma sul piano relazionale si può fare molto, assumendo quella posizione mentale e relazionale che si chiama ascolto, che è disponibilità, condivisione e vicinanza emotiva.

      Cosa si può fare per esempio davanti ad un lutto che ha subito un bambino? In un certo senso assolutamente nulla. Però si può creare una condizione di comprensione e di partecipazione emotiva nei confronti del bambino per contrastarne l’isolamento, l’abbandono e il ristagno nella depressione. Tutto questo potrà avere ripercussioni in qualche modo trasformative, consentendo in prospettiva al bambino che ha subito il lutto un rilancio di speranza e di energie vitali, ma l’ascolto in quanto tale deve rinunciare all’idea immediata di modificare l’esistente.  Non si possono eliminare le cause che producono un disagio esistenziale: il fratellino è nato; il padre deve trasferirsi; la famiglia ha un problema economico; la madre s’è ammalata; il nonno è morto. Possiamo ascoltare il disagio, non certo eliminarne le fonti.  Non è possibile certo impedire che questi eventi si determinino. Ma l’ascolto, come creazione di uno spazio mentale di accettazione e di accoglienza dell’altro e del suo problema,  non è certo inutile.  Quel che possiamo fare è mettere i bambini nelle condizioni di esprimere i sentimenti, i problemi e le difficoltà che questi avvenimenti e queste situazioni suscitano in loro.

    Non possiamo evitare ai bambini tutte le sofferenze, ma tutte le sofferenze possono essere ascoltate. I bambini possono riuscire a mettere in parola tutti i disagi conseguenti ad accadimenti problematici, a situazioni difficili qualora l’atteggiamento degli adulti non faccia barriera all’ascolto di tali disagi.  Gli adulti possono fare molto per lo specifico disagio esistenziale di ciascun bambino, ma non nel senso di pretendere di eliminare in modo onnipotente le cause che lo generano. Ascoltare non significa modificare immediatamente e magicamente le condizioni reali in cui vive il bambino, bensì creare le condizioni emotive e relazionali per consentire ai bambini di esprimersi e di trovare negli adulti stessi comprensione e vicinanza emotiva. 

 

Esiste certo un ascolto che non pone problemi o difficoltà: per es. quando un bambino effettua comunicazioni piacevoli, gratificanti, capaci di confermare le nostre previsioni, i nostri schemi, le nostre immagini del mondo. Ma l’ascolto di cui maggiormente abbiamo bisogno come individui e come comunità sociale è un ascolto che non si fermi sulla soglia della dimensione dolorosa, conflittuale, imprevedibile dell’esistenza. Abbiamo necessità di un ascolto dei contenuti di sofferenza, di impotenza, di confusione: ascolto come disponibilità a fare silenzio, sgombrando il campo mentale da preoccupazioni e pretese che possono agire da barriera alla ricezione di comunicazioni autentiche da parte dei bambini;  come disponibilità di attenzione-accoglimento non solo delle parole, ma anche della persona che ci sta di fronte; disponibilità a dare spazio alla dimensione del non atteso, del non conosciuto, del non desiderato, del non piacevole.

     L’ascolto del bambino più vero, più impegnativo e fruttuoso è l’ascolto che richiede la nostra capacità di accettare, fermando quell’immediata reazione che ci verrebbe automatica e ci porterebbe a dire con forte ansia o rabbia: “Non è possibile!”   Accettare vuol dire poter pensare che ciò che di sgradevole stiamo ascoltando è in realtà pienamente possibile: tanto è vero che è accaduto e ora ci viene comunicato!  Il banco di prova dell’ascolto di un bambino è la notizia di un evento o di un problema che non prevedevamo affatto o che pensavamo non dovesse più ripresentarsi, è l’espressione di un sentimento di dolore, di paura, di tristezza che ci risulta nell’immediato incomprensibile, è la comunicazione di un’incertezza o di una confusione che davamo già per superata, è la richiesta di avvicinarci ad una situazione, per noi intollerabile, di malattia, di violenza o di abbandono. L’ascolto mette alla prova innanzitutto la nostra capacità di accettare l’alterità del nostro interlocutore rispetto a noi e alle nostre aspettative, la datità emotiva ed esistenziale della situazione che egli vive.  

    Solo con l’accettazione possiamo cercare di condividere con l’altro il suo problema, sottraendolo così all’isolamento e alla solitudine. Solo con l’accettazione  possiamo comprendere la situazione in cui si trova il nostro interlocutore e fornirgli quel riconoscimento e quella vicinanza emotiva, che potranno attivare in lui le energie per far fronte alla sua difficoltà.  Dunque l’accettazione nell’ascolto non è passività impotente, perché s’accompagna ad attive ed efficaci operazioni mentali di esplorazione della mente dell’altro, è accoglienza dell’altro, è capacità recettiva e percettiva nei confronti della situazione data. L’ascolto accettante è l’atteggiamento mentale più adeguato ad elaborare nel modo ottimale le informazioni che il nostro interlocutore ci fornisce e, parallelamente, (in quanto ascolto accettante di se stessi) ad elaborare le informazioni che provengono dalla nostra mente quando siamo nella posizione di ascoltatore: sensazioni, pensieri, reazioni emotive al discorso dell’altro.

 

 

9. Per un’etica dell’accettazione dell’altro e dell’accettazione della realtà

 

    L’accettazione dell’altro, l’accettazione della realtà è un perno fondamentale dell’etica dell’infanzia, che trova le sue radici in tutte le grandi tradizioni spirituali. Il concetto di  accettazione suscita spesso profonde ed immediate reazione di incomprensione e rifiuto, evocando idee di passività, inerzia, fatalismo nei confronti di situazioni che invece potrebbero e dovrebbero essere contestate e cambiate. Il termine accettazione produce comprensibilmente diffidenza essendo stato ampiamente utilizzato da sempre dalle gerarchie di dominanza per invitare alla subordinazione e all’acquiescenza passiva al potere.  Governanti di tutte le epoche e i loro lacché, genitori di tutti i ceti, sacerdoti di tutti i culti hanno in qualche modo da sempre invitato all’accettazione, intesa come rassegnazione allo statu quo.  Non è semplice dunque chiarire come l’accettazione, correttamente intesa, possa rappresentare l’atteggiamento mentale più efficace nel soggetto per generare benessere e processi positivi di trasformazione.  Una preghiera cristiana molto bella e suggestiva chiede al Signore il coraggio di cambiare le cose che possono essere cambiate, la forza di accettare le cose che non possono essere cambiate ed, infine, la saggezza per distinguere le prime dalle seconde.  Ma, a ben vedere, l’accettazione è un’operazione mentale molto complessa che è indispensabile attivare, non solo dopo aver constatato l’impossibilità di cambiare un determinato fenomeno, ma anche - preliminarmente - nei confronti delle situazioni che possono e devono cambiare. Ricorda Jung: “Non si può mutare nulla che non si sia accettato”[23].  Dunque l’accettazione è un’operazione necessariamente  preliminare al cambiamento. Infatti, tanto più riusciamo a prendere atto mentalmente con chiarezza di una situazione data per quella che è, per quanto possa risultare spiacevole o insoddisfacente, tanto più riusciamo ad evitare di farci allagare da sentimenti di avversione o tristezza nell’affrontare la realtà che ci sta di fronte, tanto più saremo nelle condizioni migliori per tentare di agire, nella misura del possibile, per modificare quella situazione.

    Le vie dell’inferno educativo sono lastricate di ottime intenzioni di cambiamento, di grandi aspirazioni morali, psicologiche e pedagogiche nei confronti dei bambini. Molti genitori vogliono cambiare i figli, molti psicologi vogliono guarire i loro piccoli pazienti, molti educatori, operatori sociali, medici, giudici  vogliono intervenire per trasformare alcuni aspetti della vita dei minori di cui hanno responsabilità, ma spesso fanno fatica ad accettare per quelli che sono i bambini che hanno di fronte e a comprendere che l’accettazione è la più straordinaria risorsa per il cambiamento. L’accettazione inoltre è l’atteggiamento che ci evita di buttarci a capofitto in un progetto di cambiamento prima ancora di avere ben riflettuto su cosa cambiare e su come cambiarlo senza rischiare di peggiorare la situazione.   Sempre Jung ha affermato: “Se c'è un qualche cosa che vogliamo cambiare nel bambino, prima dovremmo esaminarlo bene e vedere se non è un qualche cosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi”[24]

    L’accettazione è un atteggiamento efficace che richiede un’estensione coerente a trecentosessanta gradi: accettazione della realtà così com’è e accettazione della mente così com’è, accettazione dell’altro e accettazione di se stessi, accettazione delle risorse e accettazione dei limiti, accettazione del positivo e accettazione del negativo, accettazione quando si riesce ad accettare e accettazione quando non si riesce ad accettare (ovvero accettazione della non accettazione).  

 

Corrado Pensa  sottolinea “la contemplazione della non accettazione come via diretta per generare un’accettazione autentica. Va benissimo invocare ed evocare l’accettazione, tessere giustamente le sue lodi; ma se  vogliamo che l’accettazione cominci a crescere, come l’acqua comincia a salire nella buca che scaviamo nella sabbia, è indispensabile la contemplazione della non accettazione e della sofferenza che essa porta con sé. Lo slancio verso l’accettazione è un’ottima cosa, ma la constatazione di quello che provoca la non accettazione è in grado di darci una spinta definitiva verso la pratica dell’accettazione. Abbiamo un laboratorio sempre con noi, sempre a portata di mano, in cui possiamo imparare molte cose su questo argomento:la non accettazione di noi stessi”[25]

 

    Dunque,  soltanto attraverso l’accettazione benevola e responsabilizzante di noi stessi, della nostra infanzia, della nostra vita emotiva,  possiamo maturare come adulti la capacità di un’accettazione empatica e responsabilizzante del bambino. D’altra parte, accettando i momenti in cui non riusciamo ad accettare, accettando i nostri errori, la nostra perdita di controllo delle emozioni, possiamo tentare di analizzare le sequenze mentali che hanno caratterizzato questi momenti, le cause immediate e remote che li hanno provocati e cercare di uscirne. Soltanto imparando a riconoscere con consapevolezza e fiducia le nostre  mancanze e la nostra non accettazione, possiamo aiutare il bambino ad assumere il medesimo atteggiamento realistico e costruttivo verso i propri errori, le proprie inevitabili difficoltà relazionali. L’accettazione peraltro è ciò che distingue l’etica dal moralismo: quest’ultimo è caratterizzato da un atteggiamento avversivo-giudicante nei confronti delle mancanze, dall’illusione di controllare la verità e da una visione dualistica statica che contrappone rigidamente il giusto allo sbagliato e soprattutto i giusti agli sbagliati.  Al contrario l’etica dell’infanzia, pur sapendo individuare con chiarezza la pericolosità e la distruttività delle strategie dei violenti e sottolineare la raffinata manipolazione e negazione di cui sono capaci, ricorda pur sempre che i violenti di oggi sono stati i bambini dimenticati di ieri.  E’ vero dunque che colui che fa del male ai bambini deve essere innanzitutto fermato e contrastato e non bisogna cadere nelle mistificazioni illusorie di cui è grande esperto, ma è anche vero che, una volta messo realmente e concretamente nelle condizioni di non nuocere, merita di essere coinvolto in una proposta di recupero e cambiamento.

      D’altra parte, ad evitare il dualismo moralistico, vale la pena tenere bene a mente che nessuno per quanto sensibile ed esperto sulle tematiche infantili, può dichiararsi una volta per tutte dalla parte dei bambini, nessuno può evitare di interrogarsi costantemente sulle proprie azioni e sui propri atteggiamenti nei confronti dei bambini, mettendosi in discussione.[26]  Dunque i giusti non sono mai assolutamente giusti, né gli sbagliati assolutamente sbagliati.

 

 

10. Per un’etica del conflitto

 

    L’etica dell’infanzia implica necessariamente una forte identificazione con l’originalità e la specificità dei bisogni, delle ragioni, delle istanze del bambino, che spesso non coincidono affatto con i bisogni, le ragioni, le istanze dell’adulto. L’etica dell’infanzia in altri termini chiede di sintonizzarsi primariamente con l’interesse del minore, che peraltro costituisce il principio che  dovrebbe orientare tutta l’attività, sia giudiziaria che amministrativa in ambito minorile, è l’interesse del minore.  La convenzione dell’ONU del 1989 dichiara all’art. 3: “In tutte  le azioni riguardanti bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative, corpi legislativi, i prevalenti interessi del minore devono costituire oggetto di primaria considerazione”.

 

La specificazione del concetto nel senso di un “prevalente” interesse del minore risulta molto importante sul piano teorico, alludendo all’esistenza di una conflittualità potenziale tra bambino e adulto all’interno della quale viene affermata la priorità delle istanze e delle esigenze del primo su  quelle del secondo. Tuttavia chi ricorre al concetto di “prevalente interesse del minore” non sempre  è consapevole di quanto la conflittualità potenziale tra le generazioni possa risultare:

profonda, per l’ampiezza delle forme con cui gli adulti possono  strumentalizzare e curvare le risorse mentali, relazionali e fisiche dei bambini ai loro fini e a alle loro esigenze;

diffusa, riguardando potenzialmente tutte le relazioni tra adulti e minori, benché la suddetta conflittualità  non raggiunga, ovviamente, in tutte le relazioni i medesimi livelli di intensità e di contrapposizione;

conseguentemente riguardante le situazioni vicine e non solo a quelle lontane rispetto al soggetto che utilizza quel concetto.

 

    Nella norma, nella giurisprudenza, nella riflessione tra operatori minorili e nella stessa discussione sociale, la preminenza dell’interesse del minore su qualsiasi altro interesse viene ampiamente ribadita,  ma il concetto di “interesse del minore”, conquistato il consenso universale, sembra perdere il suo potenziale significato sofferto e critico. Cosa succede quando un’espressione verbale o un concetto nel linguaggio corrente sono ripetuti all’infinito? Si può verificare - dicono i linguisti - una progressiva perdita di significato e di forza espressiva, una degenerazione retorica di quell’espressione verbale e di quel concetto.  Così è successo al concetto di “interesse del minore”, destinato sempre più a diventare un concetto generico e logoro, nonostante il suo valore culturale, a meno che non venga rivitalizzato attraverso due operazioni: a) attraverso il contatto emotivo che ciascun adulto, operante nell'area sociale e giudiziaria con minori, può riprendere e in qualche modo mantenere con la propria infanzia e con la propria adolescenza; b) attraverso il riferimento ad una riflessione scientifica e l’ancoraggio ad una teoria adeguata dei bisogni del sé del bambino.

 

Altrove mi sono occupato del secondo aspetto.[27] Mi soffermo ora sul primo. Il Vangelo ci invita ad essere “come bambini”.  In effetti se non riusciamo ad identificarci con la nostra infanzia e se non riusciamo a riattraversare in qualche modo il nostro essere stati bambini, non capiremo nulla del concetto di interesse del minore, né del significato  drammatico, conflittuale e  trasformativo di questo concetto.

    Talvolta possiamo riuscire da soli ad avvertire il contatto emotivo con il nostro passato, talvolta  - soprattutto per i nodi più problematici e le esperienze più sofferte - abbiamo necessità di ricorrere al sostegno di qualcun altro. Se siamo fortunati possiamo trovare qualcuno  che abbia innanzitutto la disponibilità emotiva ed anche  la competenza per aiutarci a sopportare il ricordo della nostra sofferenza infantile senza commiserarci troppo, ma, soprattutto, senza commiserarci troppo poco e senza troppo difendere gli adulti che ci hanno cresciuto e che abbiamo idealizzato, nonostante questi adulti non avessero, o  meglio, non potessero avere sempre ben chiaro qual era di fronte a loro il concreto interesse del minore.

   Ora, se non abbiamo totalmente congelato i legami caldi e vivi con la nostra infanzia e con la nostra adolescenza, possiamo ricordarci che l’interesse di quel  minore, che ciascuno di noi è stato ha avuto, almeno in qualche modo, un carattere drammatico, s’è accompagnato cioè ad una qualche umiliazione e sofferenza, quando quel nostro interesse è stato frainteso   o calpestato da qualche adulto significativo attorno a noi. Se non abbiamo totalmente ucciso - attraverso la rimozione, il diniego e la razionalizzazione - la consapevolezza e la sensibilità del nostro essere stati bambini, possiamo ricordarci che l’interesse di quel  minore, che ciascuno di noi è stato, ha avuto, almeno in qualche momento, un carattere conflittuale, nella misura in cui quel nostro interesse ci ha messo in seria contrapposizione con qualche adulto di riferimento che non ha ascoltato o compreso nulla dei nostri bisogni.

   Tutti noi possiamo d’altra parte cogliere il valore trasformativo del concetto di interesse del minore, se ci possiamo ricordare del sollievo, del cambiamento,  della trasformazione che si sono prodotti e hanno lasciato traccia dentro di noi, quando qualche adulto è riuscito ad assumere il ruolo di avvocato difensore del nostro interesse di bambino, quando qualche adulto è stato in grado di porsi come testimone soccorrevole, capace di rispecchiare una parte significativa della nostra vita emotiva, precedentemente violata, capace di schierarsi dalla parte dei nostri bisogni, precedentemente ignorati, fraintesi o calpestati.

 

 

11. Per un’etica dell’interazione e dello scambio

 

   L’etica dell’infanzia ci chiede di comprendere, di vivere e percorrere il conflitto tra il mondo infantile e quello adulto in tutte le sue valenze difensive ed aggressive, in tutte le sue potenzialità espressive e costruttive (sì, costruttive, perché non si deve mai dimenticare che il conflitto fa parte della natura e dell’esistenza e può avere una gestione e un esito trasformativi e non necessariamente distruttivi!)

    Ovviamente il conflitto tra mondo infantile e mondo adulto non può essere concepito come strategia, bensì come mezzo: il bambino ha bisogno dell’adulto, dall’adulto deve essere sostenuto e nutrito. Non c’è alternativa possibile dal punto di vista finalistico all’incontro, alla mediazione, allo scambio tra le due polarità dell’esistenza. Ma, d’altra parte, occorre individuare e contrastare una diffusa tendenza adultocentrica ad affrettare e a estendere la mediazione senza avere ancora attraversato adeguatamente il conflitto. Si pensi alle scelte politiche ed istituzionali sulle adozioni  che tendono a mediare eccessivamente il conflitto tra il bisogno del bambino in stato di abbandono di avere la migliore famiglia possibile e l’esigenza delle coppie che fanno domanda di adozione di ottenere comunque un bambino. Si pensi alla tendenza istituzionale diffusa, e addirittura in crescita, a fare - sulla pelle del bambino - compromessi, che vengono incontro alle esigenze di famiglie biologiche, carenti o addirittura maltrattanti, di riprendere con sé il figlio senza che queste stesse famiglie siano state sottoposte a valutazioni adeguate delle loro capacità genitoriali, né accompagnate in percorsi sufficientemente sofferti e verificati di cambiamento sociale e relazionale.  

Si pensi alla linea seguita da molti psicoterapeuti e scuole di psicoterapia a sollecitare in maniera moto affrettata i pazienti al perdono nei confronti delle figure genitoriali esterne e al compromesso nei confronti delle figure genitoriali interne, prima di aver aiutato questi pazienti a contattare e ad elaborare fino in fondo i sentimenti e i bisogni soggettivi conflittualizzati dalle figure genitoriali stesse.

    Riaprire una prospettiva di contatto e di scambio fra adulto maltrattante e bambino maltrattato può essere possibile in maniera non mistificante, soltanto se si riesce, dopo l’indispensabile intervento giudiziario di sanzione e di protezione, ad attivare un percorso di riflessione – complesso, doloroso e lacerante -  che permetta all’adulto violento di riappropriarsi delle ragioni della propria infanzia negata.     Una delle esperienze più significative che ho compiuto negli ultimi anni è l’attività di supervisore di interventi psicoterapici in carcere nei confronti di autori di reati sessuali ai danni di minori. Ho potuto verificare quanto sia possibile, opportuno ed anche arricchente (sia per gli operatori che i destinatari di questi interventi) ridare una prospettiva di recupero della dignità e dell’autostima anche a persone che si sono macchiate di crimini orrendi.  Porsi dalla parte dell’infanzia può diventare una linea culturale e terapeutica coerente:  dalla parte del bambino oggi violentato, dalla parte del bambino un tempo maltrattato e diventato in seguito un adulto maltrattante.  Si possono scoprire con questi autori di reato storie sconvolgenti di sofferenza infantile ed adolescenziale non ascoltata e si possono costruire percorsi per il recupero della verità del passato e per l’assunzione di una piena responsabilità nel presente. 

 

     Più in generale la prospettiva e l’etica del conflitto appare indispensabile preliminarmente perché la forza dell’adulto rischia di risultare schiacciante e la logica dell’adultocentrismo rischia di risultare imperante. E’ significativo che nel Vangelo stesso l’avvicinamento fisico o mentale all’infanzia non sia visto come prospettiva facile, immediata, aconflittuale, bensì come incontro che deve affrontare ostacoli ed impedimenti (“Lasciate che i bambini vengano a me”), dall’esito non scontato (“Se non sarete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli”). Solo dopo aver ridimensionato il potere sovrastante e soffocante della soggettività e della visione adulta, è possibile aprire in modo fecondo la prospettiva dell’interazione e dell’incontro tra le due soggettività, tra i due punti di vista, tra l’esperienza adulta e le radici vitali dell’infanzia.   I bambini con cui possiamo costruire una relazione interpersonale significativa, coinvolgente  e durevole (i figli in particolare, ma non solo)  consentono agli adulti di vivere un’esperienza difficilmente sostituibile di interscambio affettivo, cognitivo e comunicativo tra l’esperienza adulta e la vitalità infantile, tra la competenza adulta e la bisognosità infantile. Un interscambio, che fa crescere entrambi i poli della relazione,  orientando il Sé adulto in modo specifico e straordinario ad una responsabilità e ad un’oblatività che possono arricchire e non già impoverire.  L’interazione possibile tra l’adulto e il bambino può inoltre diventare oscillazione e sintesi  tra due punti di vista:

 

“L'adultocentrismo  è il movimento di un occhio che ha  perso elasticicità,  che guarda alla realtà soltanto più dal  punto  di vista dell'adulto, perché ha dimenticato la capacità - attraverso l'immedesimazione - d'inquadrare il mondo anche  dal  punto  di vista   dell'infanzia,  perché  quest'ultima  appare   come   una dimensione   cancellata  o  mai  vissuta. Si tratta dunque di conquistare un punto di vista  oscillante tra la percezione della realtà in quanto adulto, consapevole  dei valori,  delle finalità, delle leggi e delle necessità del  mondo adulto  e  la  percezione,  attraverso  l'identificazione,  della realtà  in  quanto  bambino, una  percezione  non  dimentica  dei bisogni,  delle  difficoltà e delle  potenzialità  dell'infanzia, bisogni    spesso   frustrati,   difficoltà   spesso    ignorate, potenzialità   spesso  negate   dall'adulto.  

    Non bisogna dunque contrapporre all'adultocentrismo una  sorta  di  puerocentrismo velleitario,  con  cui  si pretenderebbe  di  guardare  il  mondo esclusivamente  dal punto di vista del bambino,  abbandonando  il proprio consolidato patrimonio mentale di adulto. Questo  patrimonio  contiene in un soggetto  adulto  compiuto esperienze,   acquisizioni,  modelli  di   funzionamento,   molto importanti  e significativi: pertanto non può e non  deve  essere liquidato.  Tuttavia  le  conquiste  mentali  dell'adulto  devono essere   vivificate   da  una  capacità   d'immedesimazione   con l'infanzia intesa come dimensione interna ed esterna al soggetto: altrimenti  tali conquiste tendono ad irrigidirsi attorno  ad  un illusorio senso di padroneggiamento della realtà  che tuttavia non è più  in grado di percepire la vita emotiva,  attorno  ad  un’esaltazione del linguaggio, delle espressioni simboliche e culturali, della logica  di  controllo  razionale,  insensibili  alla dimensione affettiva dell'esistenza”[28].

 

(…)

 

 

Tratto da  “PREZIOSITA’ DELL’INFANZIA.

RIFLESSIONI PER UN’ETICA DALLA PARTE DEL BAMBINO”, in Minorigiustizia, 3/2005, pp. 29-69.


 

[1] Cit. in I. Filliozat, Le emozioni dei bambini, Edizioni Piemme, Casale Monferrato (AL), 2004, p. 7.

[2] Sul tema cfr. AA.VV., Adultocentrismo: il mondo dominato dagli adulti, SIE edizioni, Moncalieri (To), 2004.  Per tutte le pubblicazioni SIE cfr. www.sviluppointelligenzaemotiva.it.

[3] J. Korczac, Come amare il bambino, Emme edizioni, Milano, 1979, p. 45.

[4] L’ipotesi di un progetto di cambiamento politico centrato sui bisogni e gli interessi dei bambini come soggettività sociale è perseguita dal Movimento per l’infanzia. Cfr. www.cshg.it e www.sosinfanzia.org.

[5] G. Povia, I bambini fanno “0oh”, ed. Cronometro srl Unipersonale.

[6] J. Juul, Il bambino è competente, Feltrinelli. 2001.

[7] Cfr. A Miller, La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri, 1987, pp. 15-89.

[8] E. Glover (1970), The roots of crime, Int. University Press, New York, cit. in A Miller, L’infanzia rimossa, Garzanti, 1990, p. 41.

[9] Psicoanalista ungherese, allievo di Freud, ha dato notevoli contributi clinici alla conoscenza delle problematiche psichiche degli adulti e dei bambini traumatizzati con una grande capacità di mettersi dal punto di vista del paziente. E’ andato incontro a reazioni di incomprensione e stigmatizzazione nell’istituzione psicoanalitica, Oggi  il suo pensiero è al centro di una rivalutazione scientifica.

[10] S. Ferenczi, “Psicoanalisi e pedagogia”, in Opere, Cortina, vol. I, 1908, p.36.

[11] cfr. S. Freud, “L’istruzione sessuale dei bambini”, in Opere, vol. V, pp.355 e sgg.

[12] Cfr. H. Kohut, La ricerca del Sé,  Boringhieri, 1982 e La cura psicoanalitica, Boringhieri,  1986, p.113 e sgg.

[13] Cfr. D. Goleman, L’intelligenza emotiva, Rizzoli, 1996 e J.Gottman,  L’intelligenza emotiva per un figlio, Rizzoli, 1997. Sul pensiero di Goleman, cfr. Claudio Foti intervista il professor Goleman, Ed, SIE, Moncalieri, 2005.

[14] S. Ferenczi, op. cit., pp.36-37.

[15] Cfr. B. Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, 1987.

[16] A. Miller, La persecuzione del bambino, Boringheri, pp.97-98.

[17] D. Stern, Diario di un bambino, Mondadori, 1991,  pp.125-126.

[18] D. Stern, ivi, pp. 126-127.

[19] M. Eagle, La psicoanalisi contemporanea, Laterza, 1988, p.230.

[20] Cfr. C. Foti, “La formazione degli operatori per lo sviluppo delle competenze empatiche”. in  C. Foti (a cura di), L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto, Angeli, 2003 e C. Foti C. Bosetto, Giochiamo ad ascoltare, Angeli, 2000.

[21] Cfr. M. Malacrea, S. Lorenzini, Bambini abusati, Cortina, Milano, pp.9-10.  Vedi inoltre una recente ricerca in corso di pubblicazione, condotta dall’Associazione SOS infanzia di Vicenza su un campione di oltre 1000 studenti (cfr. www.sosinfanzia.org.)

[22] Cfr. M.Baldini (a cura di), Educare all’ascolto, Ed. La Scuola,  Brescia, 1988; C. Foti. C. Roccia, M. Rostagno, C’era un bambino che non era ascoltato, Hansel e Gretel, 1982 (in corso di riedizione presso SIE); C. Foti, “Per una teoria dell’ascolto dell’abuso”,  in  C. Foti (a cura di), op. cit., Angeli, 2003.

[23] G. Jung (1932), “I rapporti della psicoterapia con la cura d’anime”, Opere, vol. 11, Boringhieri, p. 312.

[25] C. Pensa, Attenzione saggia, attenzione non saggia, Promolibri Magnanelli, Torino, 2002, p.17-18.

[26] Cfr. C. Foti, “Etica e infanzia”, Bambino incompiuto, n. 3, 1990, pp. 5-19.

 

[27] Cfr. C.Foti, “Il concetto di interesse del minore. Come emanciparlo dal suo uso adultocentrico?”, in Adultocentrismo: il mondo dominato dagli adulti, Ed. SIE, 2004.

[28] cfr. “Rompere il silenzio: associazione culturale dalla parte dei bambini per l’ascolto e la prevenzione del disagio dei minori. Programma”, in Rompere il silenzio, n. 2, 1997, pp. 68-69.