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ASCOLTO DEL TRAUMA E PSICOANALISI
Vera, una donna di 35 anni, che
ha iniziato l’analisi dopo la separazione dal marito, recupera un
ricordo infantile molto confuso e sgradevole di un abuso sessuale
perpetrato dallo zio. Ne parla qualche volta con il suo
psicoanalista, che tenta in ogni modo di leggere il ricordo come
espressione di fantasie edipiche e come modalità di evitamento nei
confronti di problematiche, ritenute più profonde, emergenti in
analisi. Vera è molto confusa: confrontandosi con un’amica, il suo
ricordo diventa più preciso, ma parlandone con il suo analista
aumenta l’angoscia e addirittura la sensazione di diventare matta.
Da questa situazione esce soltanto con l’interruzione dell’analisi e
con la ricerca di un altro percorso psicoterapeutico.
Lunghi anni di analisi personale e didattica, di formazione teorica
e seminariale non hanno consentito allo psicoanalista di Vera, di
ascoltare il trauma della sua paziente, che s’è così trovata a
risperimentare la situazione gravemente stressante, già vissuta
nell’infanzia, di mancato riconoscimento da parte dell’ambiente
della violenza subita.
Appaiono fondamentali le riflessioni di quei teorici della
psicoanalisi che hanno cercato di scoraggiare un modello terapeutico
più interessato alla sapienza interpretativa che non all’impegno
empatico ed interattivo dell’analista ed in particolare il
contributo di Sandor Ferençzi che ha sottolineato il rischio da
parte dello psicoanalista di un ascolto inconsapevolmente
ripetitivo, invece che curativo, della situazione traumatica.
Dal pensiero straordinariamente anticipatore di Sandor Ferençzi e
dalla importantissima riflessione su questo autore, approfondita da
anni da Franco Borgogno (cfr. in questo libro, Originalità e
creatività del concetto di trauma nel pensiero e nell’opera di
Sándor Ferençzi) possono essere estrapolati i seguenti elementi
cardine per una teoria psicoanalitica dell’ascolto del trauma
infantile.
1. Ascolto come assunzione di un atteggiamento non
colpevolizzante nei confronti del bambino. L’ascolto rispettoso
presuppone innanzitutto la consapevolezza che il trauma non è di
responsabilità del bambino traumatizzato, bensì di un evento
sovrastante che rinvia alla responsabilità di adulti che hanno
tradito il loro mandato educativo ed affettivo. L’ascolto
psicoanalitico deve inoltre disporre di una teoria in base a cui la
sofferenza mentale possa essere ricondotta più che ad ingorghi della
libido del soggetto, a risposte più o meno inadeguate o distorcenti
dell’ambiente, una teoria in base a cui la violenza non sia vista
come il risultato di un desiderio masochistico della vittima ma di
una logica di dominio che si impone alla vittima stessa e alla quale
quest’ultima è costretta ad adattarsi in ragione della propria
solitudine, della propria impotenza e della mancanza di sostegni
e di alternative:
una logica di dominio con la quale la vittima può magari
difensivamente colludere, ma da cui può e deve essere protetta ed
emancipata.
2. Ascolto del trauma come capacità di identificazione con la
piccola vittima. Ascolto come
tentativo di ricostruire la vicenda relazionale e mentale del
soggetto prima, durante e dopo il trauma, tentando di assumere il
punto di vista del bambino abusato. Nella storia della psicoanalisi
il condizionamento della cultura adultocentrica ha sollecitato ad
inquadrare la comprensione dei sintomi e dei problemi del soggetto
traumatizzato con l’ottica colpevolizzante dell’ambiente
indifferente e insensibile che circonda la vittima o addirittura con
le categorie dell’abusante. La psicologia e la psicoanalisi, nel
momento in cui si pongono come neutrali di fronte al conflitto tra
adulti e bambini, tra i più forti e i più deboli, tra coloro che
hanno voce e coloro che non ce l’hanno, diventano rinforzo
ideologico dell’abusante. Occorre invece che psicologia e
psicoanalisi si prestino a comprendere i sintomi e ad impostare
diagnosi e cura guardando il mondo, ed in particolare il mondo della
sofferenza psichica, attraverso gli occhi dei bambini e dei soggetti
deboli e vittimizzati.
3. Ascolto come interesse partecipe alla storia del soggetto.
Ascolto come capacità di prendere sul serio la storia traumatica del
bambino, superando quell’indifferenza irresponsabile al contenuto di
realtà delle comunicazioni del paziente che caratterizza molti
atteggiamenti psicoanalitici e psicoterapeutici. Ascolto del trauma
come capacità di riconoscere e di testimoniare innanzitutto al
paziente, ma se necessario non solo a lui, l’origine extrapsichica
ed ambientale del trauma, per sorreggere e non già disconfermare la
capacità del paziente di distinguere il falso dal vero, per
sostenere e non già affossare la sua sanità psichica. «Pare che i
pazienti - scriveva Ferençzi - non possano credere, o almeno non
completamente, alla realtà di un avvenimento se l’analista, unico
testimone del fatto, mantiene un atteggiamento freddo, anaffettivo
e, come i pazienti lo definiscono, puramente intellettuale, mentre
gli avvenimenti sono di natura tale da suscitare in qualsiasi
spettatore sentimenti e reazioni di rivolta, di angoscia, di
terrore, di vendetta, di lutto, e propositi di un aiuto sollecito
onde rimuovere o distruggere la causa o il responsabile; e poiché si
tratta generalmente di un bambino, di un bambino ferito (ma anche
indipendentemente da ciò), vi è il sentimento di volerlo confortare
affettuosamente ecc., ecc. Si può dunque decidere di prendere
veramente sul serio il ruolo di osservatore benevolo e soccorrevole,
vale a dire di lasciarsi effettivamente trasportare con il paziente
in quel dato momento del suo passato».
4. Ascolto come capacità di dare voce all’autonomia del bambino.
Il trauma è un attacco alla capacità espressiva e comunicativa
del bambino, alla sua soggettività, invasa dalle proiezioni
dell’adulto abusante e dalla nebbia confusiva prodotta dalle sue
negazioni. Il furto di verità accompagna sempre l’appropriazione
indebita del corpo del bambino sin dalla fase preliminare della
seduzione da parte dell’adulto perverso con l’imbroglio e la
manipolazione che preparano e consentono l’abuso. La negazione
è costitutiva del trauma in quanto sempre accompagna e segue
l’azione abusante, sia in quanto negazione della percezione del
bambino (“erano solo coccole…”, “te lo sei sognato…”), sia in quanto
negazione della consapevolezza (“non me ne sono reso conto…”, “ero
fuori di me…”), della responsabilità dell’abusante (“era la bambina
che me lo chiedeva”) e delle conseguenze della sua azione (“in fondo
non è successo niente di grave”),
sia infine in quanto negazione della negazione, ovvero negazione da
parte dell’abusante del proprio tentativo di cancellare le tracce e
di nascondere la verità (“non devi accorgerti che questo è un abuso
e non devi accorgerti di tutto quello che ho fatto per fare silenzio
attorno a questo abuso”). L’ascolto del trauma deve essere dunque
capace di contrastare la confusione e il fraintendimento delle
espressioni e dei bisogni infantili, che ha caratterizzato l’abuso,
rispettando l’originalità del linguaggio e del codice infantile e
aiutando il bambino a differenziarsi dal punto di vista dell’adulto,
in particolare dalle parole, dai pensieri e dai sentimenti che
l’abusante ha immesso nella mente del bambino.
5. Ascolto come capacità di
decodifica dei segnali diversificati della sofferenza dei bambini
derivante da relazioni mal/trattanti e abusanti di varia natura.
L’ascolto deve saper riconoscere con atteggiamento accogliente e non
giudicante le intrusioni e le espropriazioni degli
adulti che hanno lasciato un’impronta nell’emergente vita psichica
del bambino (cfr. N. Bolognini e C. Foti, Rimozione non fa rima
con prevenzione, né con protezione); deve sapere individuare le
forme di deprivazione per eccesso o per difetto che le
interazioni violente e strumentali gestite dall’adulto hanno potuto
produrre in varia maniera nell’evoluzione del bambino. L’ascolto del
trauma presuppone una sensibilità alle diverse ferite alla vita
affettiva e mentale della piccola vittima, ferite rintracciabili in
una varietà di indicatori, che, con attenzione emotiva e competenza
clinica, senza atteggiamenti anticipatori o ancora una volta
proiettivi, possono essere colti e raccolti nella comunicazione, nel
comportamento, nell’atteggiamento emotivo del bambino e nella stessa
dimensione del suo corpo, una dimensione dove i bisogni e i
sentimenti infantili non espressi e non rispettati possono tradursi
in sintomo.
Una parte dei suddetti contenuti
sono stati riproposti e divulgati da Alice Miller,
le cui opere, peraltro, sono state al centro della riflessione e
dell’elaborazione che ha dato vita al Centro Studi Hänsel e Gretel.
S. Ferençzi (31 gennaio 1932), Diario clinico,
Cortina, Milano, 1988, p.75.
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