Claudio Foti   

 

ASCOLTO DEL TRAUMA E PSICOANALISI

 

 

Vera, una donna di 35 anni, che ha iniziato l’analisi dopo la separazione dal marito, recupera un ricordo infantile molto confuso e sgradevole di un abuso sessuale perpetrato dallo zio. Ne parla qualche volta con il suo psicoanalista, che tenta in ogni modo di leggere il ricordo come espressione di fantasie edipiche e come modalità di evitamento nei confronti di problematiche, ritenute più profonde, emergenti in analisi. Vera è molto confusa: confrontandosi con un’amica, il suo ricordo diventa più preciso, ma parlandone con il suo analista aumenta l’angoscia e addirittura la sensazione di diventare matta. Da questa situazione esce soltanto con l’interruzione dell’analisi e con la ricerca di un altro percorso psicoterapeutico.

Lunghi anni di analisi personale e didattica, di formazione teorica e seminariale non hanno consentito allo psicoanalista di Vera, di ascoltare il trauma della sua paziente, che s’è così trovata a risperimentare la situazione gravemente stressante, già vissuta nell’infanzia, di mancato riconoscimento da parte dell’ambiente della violenza subita.

 

Appaiono fondamentali le riflessioni di quei teorici della psicoanalisi che hanno cercato di scoraggiare un modello terapeutico più interessato alla sapienza interpretativa che non all’impegno empatico ed interattivo dell’analista ed in particolare il contributo di Sandor Ferençzi che ha sottolineato il rischio da parte dello psicoanalista di un ascolto inconsapevolmente ripetitivo, invece che curativo, della situazione traumatica.

Dal pensiero straordinariamente anticipatore di Sandor Ferençzi e dalla importantissima riflessione su questo autore, approfondita da anni da Franco Borgogno (cfr. in questo libro, Originalità e creatività del concetto di trauma nel pensiero e nell’opera di Sándor Ferençzi) possono essere estrapolati i seguenti elementi cardine per una teoria psicoanalitica dell’ascolto del trauma infantile.

 

1. Ascolto come assunzione di un atteggiamento non colpevolizzante nei confronti del bambino. L’ascolto rispettoso presuppone innanzitutto la consapevolezza che il trauma non è di responsabilità del bambino traumatizzato,  bensì di un evento sovrastante che rinvia alla responsabilità di adulti che hanno tradito il loro mandato educativo ed affettivo. L’ascolto psicoanalitico deve inoltre disporre di una teoria in base a cui la sofferenza mentale possa essere ricondotta più che ad ingorghi della libido del soggetto, a risposte più o meno inadeguate o distorcenti dell’ambiente, una teoria in base a cui la violenza non sia vista come il risultato di un desiderio masochistico della vittima ma di una logica di dominio che si impone alla vittima stessa e alla quale quest’ultima è costretta ad adattarsi in ragione della propria solitudine, della propria impotenza e della mancanza di sostegni e di alternative[1]: una logica di dominio con la quale la vittima può magari difensivamente colludere, ma da cui può e deve essere protetta ed emancipata.

 

2. Ascolto del trauma come capacità di identificazione con la piccola vittima. Ascolto come tentativo di ricostruire la vicenda relazionale e mentale del soggetto prima, durante e dopo il trauma, tentando di assumere il punto di vista del bambino abusato. Nella storia della psicoanalisi il condizionamento della cultura adultocentrica ha sollecitato ad inquadrare la comprensione dei sintomi e dei problemi del soggetto traumatizzato con l’ottica colpevolizzante dell’ambiente indifferente e insensibile che circonda la vittima o addirittura con le categorie dell’abusante. La psicologia e la psicoanalisi, nel momento in cui si pongono come neutrali di fronte al conflitto tra adulti e bambini, tra i più forti e i più deboli, tra coloro che hanno voce e coloro che non ce l’hanno, diventano rinforzo ideologico dell’abusante. Occorre invece che psicologia e psicoanalisi si prestino a comprendere i sintomi e ad impostare diagnosi e cura guardando il mondo, ed in particolare il mondo della sofferenza psichica, attraverso gli occhi dei bambini e dei soggetti deboli e vittimizzati.

 

3. Ascolto come interesse partecipe alla storia del soggetto. Ascolto come capacità di prendere sul serio la storia traumatica del bambino, superando quell’indifferenza irresponsabile al contenuto di realtà delle comunicazioni del paziente che caratterizza molti atteggiamenti psicoanalitici e psicoterapeutici. Ascolto del trauma come capacità di riconoscere e di testimoniare innanzitutto al paziente, ma se necessario non solo a lui, l’origine extrapsichica ed ambientale del trauma, per sorreggere e non già disconfermare la capacità del paziente di distinguere il falso dal vero, per sostenere e non già affossare la sua sanità psichica. «Pare che i pazienti - scriveva Ferençzi - non possano credere, o almeno non completamente, alla realtà di un avvenimento se l’analista, unico testimone del fatto, mantiene un atteggiamento freddo, anaffettivo e, come i pazienti lo definiscono, puramente intellettuale, mentre gli avvenimenti sono di natura tale da suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti e reazioni di rivolta, di angoscia, di terrore, di vendetta, di lutto, e propositi di un aiuto sollecito onde rimuovere o distruggere la causa o il responsabile; e poiché si tratta generalmente di un bambino, di un bambino ferito (ma anche indipendentemente da ciò), vi è il sentimento di volerlo confortare affettuosamente ecc., ecc. Si può dunque decidere di prendere veramente sul serio il ruolo di osservatore benevolo e soccorrevole, vale a dire di lasciarsi effettivamente trasportare con il paziente in quel dato momento del suo passato»[2].

 

4. Ascolto come capacità di dare voce all’autonomia del bambino. Il trauma è un attacco alla capacità espressiva e comunicativa del bambino, alla sua soggettività, invasa dalle proiezioni dell’adulto abusante e dalla nebbia confusiva prodotta dalle sue negazioni. Il furto di verità accompagna sempre l’appropriazione indebita del corpo del bambino sin dalla fase preliminare della seduzione da parte dell’adulto perverso con l’imbroglio e la manipolazione che preparano e consentono l’abuso. La negazione è costitutiva del trauma in quanto sempre accompagna e segue l’azione abusante, sia in quanto negazione della percezione del bambino (“erano solo coccole…”, “te lo sei sognato…”), sia in quanto negazione della consapevolezza (“non me ne sono reso conto…”, “ero fuori di me…”), della responsabilità dell’abusante (“era la bambina che me lo chiedeva”) e delle conseguenze della sua azione (“in fondo non è successo niente di grave”)[3], sia infine in quanto negazione della negazione, ovvero negazione da parte dell’abusante del proprio tentativo di cancellare le tracce e di nascondere la verità (“non devi accorgerti che questo è un abuso e non devi accorgerti di tutto quello che ho fatto per fare silenzio attorno a questo abuso”). L’ascolto del trauma deve essere dunque capace di contrastare la confusione e il fraintendimento delle espressioni e dei bisogni infantili, che ha caratterizzato l’abuso[4], rispettando l’originalità del linguaggio e del codice infantile e aiutando il bambino a differenziarsi dal punto di vista dell’adulto, in particolare dalle parole, dai pensieri e dai sentimenti che l’abusante ha immesso nella mente del bambino.

 

5. Ascolto come capacità di decodifica dei segnali diversificati della sofferenza dei bambini derivante da relazioni mal/trattanti e abusanti di varia natura. L’ascolto deve saper riconoscere con atteggiamento accogliente e non giudicante le intrusioni e le espropriazioni degli adulti che hanno lasciato un’impronta nell’emergente vita psichica del bambino (cfr. N. Bolognini e C. Foti, Rimozione non fa rima con prevenzione, né con protezione); deve sapere individuare le forme di deprivazione per eccesso o per difetto che le interazioni violente e strumentali gestite dall’adulto hanno potuto produrre in varia maniera nell’evoluzione del bambino. L’ascolto del trauma presuppone una sensibilità alle diverse ferite alla vita affettiva e mentale della piccola vittima, ferite rintracciabili in una varietà di indicatori, che, con attenzione emotiva e competenza clinica, senza atteggiamenti anticipatori o ancora una volta proiettivi, possono essere colti e raccolti nella comunicazione, nel comportamento, nell’atteggiamento emotivo del bambino e nella stessa dimensione del suo corpo, una dimensione dove i bisogni e i sentimenti infantili non espressi e non rispettati possono tradursi in sintomo.

 

Una parte dei suddetti contenuti sono stati riproposti e divulgati da Alice Miller[5], le cui opere, peraltro, sono state al centro della riflessione e dell’elaborazione che ha dato vita al Centro Studi Hänsel e Gretel.

 

 


[1] R. Summit, “The child sexual abuse accomodation syndrome”, Child Abuse and Neglect, (7), 1983, 177-193.

[2] S. Ferençzi (31 gennaio 1932), Diario clinico, Cortina, Milano, 1988, p.75.

[3] T.S. Trepper, M.J. Barrett, Systemic Treatment of Incest, Brunner- Mazel, New York, 1989.

[4] S. Ferençzi (1932), Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione, in Opere, vol. IV, Cortina, Milano, 2002, pp. 91-100.

[5] Cfr. A. Miller, Il dramma del bambino dotato, Boringhieri, Torino, 1982; La persecuzione del bambino, Boringhieri, Torino, 1987; Il bambino inascoltato, Boringhieri, Torino, 1989; L’infanzia rimossa, Garzanti, Milano, 1990.