|
DALL’IMPOTENZA ALLA CONSAPEVOLEZZA
Uscire dal trauma dell’abuso è
possibile!
1. Il trauma come attacco alla
consapevolezza, come furto di verità
Il
trauma rappresenta un’esperienza di radicale perdita di controllo
sulla realtà. Il soggetto, bambino o adulto che sia viene travolto
da una situazione opprimente, da una potenza superiore e devastante,
da una forza umana o naturale che lo investe e che impedisce
qualsiasi reazione adeguata di lotta e di fuga.
Il
trauma è guardare la morte negli occhi. E’ un’esperienza in cui il
soggetto si sente totalmente annichilito ed impotente. L’abuso
sessuale di un bambino, anche se non configura un pericolo di morte
fisica, rappresenta una situazione dove si realizza una minaccia
mortale all’integrità del Sé, un attacco distruttivo ai bisogni
fondamentali – e vitali – del bambino: il bisogno di sicurezza e di
protezione che può essere soddisfatto in un ambiente capace in
qualche modo di attenzione, cura e sostegno e di una qualche
protezione, il bisogno di fiducia in un sistema di relazioni
sufficientemente stabili, il bisogno di crescere mantenendo
un’identità in qualche misura buona e positiva.
L’abuso sessuale come
ogni trauma viene a distruggere nel bambino QUATTRO elementi
fondamentali della sua evoluzione mentale:
Senso di PREVEDIBILITA’ e
di CONTROLLABILITA’ DEL MONDO, dell’esprienza e delle figure adulte
(“il mondo è prevedibile e buono”)
Senso di INVULNERABILITA’
/ INVIOLABILITA’ DEL SE’ che costituisce un vissuto basilare di
fiducia e di sicurezza nel proprio futuro (“Non può capitare proprio
a me!”)
Possibilità di dare un
SENSO POSITIVO alla propria esperienza e alla propria esistenza (“La
vita ha senso”)
AUTOSTIMA come
consapevolezza di un valore costitutivo appartenente al Sé (“Valgo
qualcosa”).
Ma
vogliamo qui soffermarci su un altro aspetto specifico
dell’esperienza traumatica dell’abuso: questo trauma rappresenta per
un bambino una perdita radicale non solo di potenza, non solo di
capacità di efficacia sul mondo circostante, ma anche e soprattutto
di consapevolezza, di capacità di mantenere il contatto con la
realtà. L’abuso non si accompagna soltanto ad una rottura dei
legami di attaccamento e di fiducia nei confronti degli altri
esseri umani che invece di accudire e proteggere hanno assunto
comportamenti di trascuratezza e di abbandono o addirittura violenti
e strumentali. Parallelamente all’abuso e conseguentemente all’abuso
si produce una rottura dei legami del soggetto con se stesso e
con la verità della propria esperienza.
Un
deficit di consapevolezza si produce nella fase precedente
all’evento traumatico: il bambino non si aspetta che quel
“grande” o quei “grandi” di cui si fida possano fargli del male e
metterlo in una situazione gravemente confusiva e destrutturate.
un deficit di consapevolezza si determina nel corso dell’evento
traumatico: l’impetuosità dei sentimenti di “paura intensa”
“impotenza” ed “orrore”
vissuti dalla vittima non possono essere utilizzati adattivamente
per produrre una reazione efficace di lotta o di fuga ed il soggetto
per difendersi dalla sofferenza che sta vivendo può distaccarsi
mentalmente in qualche misura sia dalla situazione, sia dai
sentimenti che sta provando. Un deficit di consapevolezza si può
avere e si può addirittura cronicizzate nella situazione
successiva all’evento per l’enorme difficoltà ad esprimere e
riattraversare i vissuti emotivi traumatici, per la solitudine e
l’incomprensione a cui la vittima va incontro e soprattutto per la
negazione attraverso cui l’autore della violenza e l’ambiente
circostante cercano di cancellare o rimuovere le tracce della
violenza stessa. Tutti questi aspetti possono convergere nel
contrastare la capacità del soggetto di mantenere un adeguato
contatto mentale con l’esperienza traumatica, di immagazzinarla, di
simbolizzarla correttamente, di poterla ascoltare dentro di sé e di
poterla recuperare e comunicare in modo integro.
L’abuso sessuale per un
bambino oltre a costituire un’appropriazione indebita e manipolativa
del corpo del bambino funzionale a consumare una sessualità che il
bambino non può gestire, rappresenta anche un evento che determina
una grave espropriazione di informazioni ai danni della
piccola vittima, un furto di verità.
Nella lettura che Franco
Borgogno ha fatto del pensiero di Ferenczi appare chiaro che il
trauma per il bambino si struttura in due tempi: c’è il primo tempo
dell’azione traumatica e c’è il secondo tempo, ancora più lesivo
della negazione.
Per es. nel caso del maltrattamento fisico il primo tempo può essere
rappresentato dalle percosse violente, il secondo tempo da
interventi del tipo: “Te lo sei meritato…”, “Non è violenza, è che
tu sei cattivo e ti comporti male!”, “Lo faccio per educarti!” . Nel
caso dell’abuso sessuale il primo tempo è costituito dal
coinvolgimento del bambino in azioni finalizzate all’eccitazione e
all’appagamento sessuale dell’adulto, il secondo tempo da un insieme
di comportamenti e atteggiamenti di negazione, esemplificabili in
messaggi del tipo: “Non è abuso, sono coccole!”, “Questo è normale:
lo fanno tutti!”, “Anche a te piace!”, “Ti insegno un gioco
straordinario…” , “Non è capitato niente di grave!”, ecc…
“Nel diniego – secondo
Ferenczi - non è meramente negata e disconosciuta la percezione
della realtà che ha il bambino, ma vengono negati e disconosciuti la
realtà e lo sviamento che il genitore impone, sì che il bambino
viene trasportato in un luogo mentale non suo, privato di sue
peculiarità (anche solo potenziali e fisiologiche) e costretto a una
sorta di accomodamento patologico a un ambiente parentale in cui non
c'è lo spazio perché il dolore che al bambino è stato recato possa
esistere.”
Questo dolore viene in
qualche misura allontanato, evacuato dalla mente: si perde il
contatto tra la mente consapevole e la sofferenza. Il trauma, in
pratica, colpisce la soggettività dell’individuo, “la sua esistenza
psichica autonoma e differente, che viene a essere in tal modo
abitata e usurpata da pezzi di persone e di personalità a lui
estranee ed eterogenee, che - non essendosi qualificate e presentate
simbolicamente e non dovendo in nessun caso essere scoperte - vivono
clandestine nel luogo del bambino, agendo su di lui, per lui, contro
di lui, al posto suo.
Il trauma appartiene in
definitiva per Ferençzi al campo del non nominato, non detto, non
affrontato, non capito e simbolizzato, ma sicuramente - a suo avviso
- vissuto e sperimentato, più di quanto non si creda.”
La terapia dell’abuso è
dunque la strada che può consentire ad un soggetto di essere
accompagnato in un viaggio di andata (e ritorno) verso l’inferno
della propria vicenda traumatica. Attraverso l’aiuto di un soggetto
umano, disponibile ad una profonda condivisione empatica e portatore
di una speranza, il bambino (o il bambino diventato diventato
adulto) può riportare nel campo del nominabile, dicibile,
affrontabile, capibile, simbolizzabile la propria esperienza
traumatica, sia nella dimensione fattuale che nella dimensione
emotiva.
Il percorso terapeutico
rappresenta il cammino possibile attraverso cui il soggetto riprende
un contatto mentale di conoscenza e di integrazione mentale con la
realtà dell’impotenza e della violenza, da cui s’è allontanato,
necessariamente, per difendersi e per sopravvivere. Attraverso la
psicoterapia la mente consapevole del soggetto abusato può tentare
di ristabilire pace ed armonia con se stessa, integrando ciò che
aveva tentato di espellere da sé in quanto indigeribile, ma che
continuava a restare nella mente stessa come sorgente di sofferenza
post-traumatica: come tendenza sintomatica a riproporre e reiterare
l’evento traumatico; come comportamento costantemente evitante e
difensivo nei confronti di tutti gli aspetti della realtà, capaci in
qualche modo di evocare il passato traumatico; come fonte di
tensione e agitazione tendente a scaricarsi nella vita del soggetto
in varie manifestazioni di irrequietezza e disagio psicofisico.
La mente umana è un
contenitore che, nell’impatto con il sadismo, con la perversione,
con la follia, tende ad essere invaso ed allagato da una debordante
dimensione di sofferenza, impotenza, tensione e conflitto che
finiscono per travalicare la pensabilità, cioè la capacità di
contenimento (dal lat. cum-tenere, tenere insieme) e di elaborazione
mentale.
Questo dato non può
portare ad affermare una visione pessimistica della mente umana:
adeguatamente allenata all’impegno della consapevolezza e
soprattutto adeguatamente sostenuta da una rete di ascolto,
solidarietà e sostegno psicologico la mente umana ha le risorse per
affrontare e metabolizzare i contenuti mentali più penosi ed
indigesti, per riciclare e smaltire le esperienze più negative e
rifiutabili.
Se questa potenzialità
spesso non si traduce in atto non è per un deficit strutturale della
mente. L’abuso sessuale infantile potrà incontrare risposte di
ascolto, di riparazione e di cura sempre più efficaci con lo
sviluppo della conoscenze scientifiche sul trauma, con lo sviluppo
dell’intelligenza emotiva sociale e dell’intelligenza emotiva
psicoterapeutica.
Sintetizzando categorie
della psicologia occidentale e della psicologia orientale (specie
quella buddista)
si può definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la
mente umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare ed
in relazione alla propria lucidità può elaborare.
La consapevolezza è una
funzione mentale salutare e trasformatrice. Per molti versi è una
funzione che non ci risulta semplice comprendere nel suo
funzionamento e nella sua capacità di determinare nel soggetto
effetti sorprendenti di cambiamento e di scioglimento della
sofferenza. A tutti è capitato per es. di osservare con stupore le
conseguenze benefiche nella nostra mente di un contatto mentale con
un vissuto emotivo magari molto spiacevole di tristezza, di rabbia o
di dolore. Tutto ciò viene talvolta interpretato attraverso la
teoria catartica: il benessere deriverebbe dallo sfogo. Questa
interpretazione risulta a ben vedere ingannevole. Dialogare con la
tristezza, invece di contrastarla e ignorarla può essere utile,
purché manteniamo attiva la consapevolezza. Lasciarci andare alla
tristezza, permettendo che ci sequestri, risulta tutt’altro che
positivo per la nostra mente. Prendere contatto con la rabbia o con
il dolore può generare una benefica integrazione mentale, rispetto
ad una situazione precedente nella quale resistevamo e ci
contrapponevamo alle ragioni della nostra rabbia e del nostro
dolore. Ma in tante situazioni farci trasportare dalla rabbia e
dalla sofferenza è tutt’altro che liberatorio, perché non
s’accompagna affatto ad una crescita della capacità della mente
consapevole di padroneggiare la realtà per quella che è forza. Se
poi continuiamo ad arrabbiarci o persistiamo a manifestare
sofferenza in modo depressivo ed inconcludente, il nostro
atteggiamento non solo non genera benessere, ma risulta addirittura
nocivo.
Molti contributi
innovativi nella psicoterapia del trauma (pensiamo all’EMDR)
nascono dall’esigenza di facilitare la possibilità del soggetto di
recuperare la consapevolezza del passato che è stato rimosso o
addirittura scisso dalla coscienza. Una corrente della psicologia e
della psicoterapia anche in Occidente si sta preparando da almeno
due decenni, attraverso l’incontro con correnti del pensiero e della
spiritualità orientale, ad offrire tecniche e percorsi per
potenziare la salute fisica e mentale
degli individui e per potenziare in loro la funzione della
consapevolezza attenta e benevola e i suoi effetti di elaborazione
dei meccanismi di difesa più dispersivi e dannosi, attraverso un
allenamento quotidiano e attraverso modalità specifiche di impegno
di autocura della mente.
Anche la psicoterapia –
e la psicoterapia del trauma in particolare - potrà trovare
giovamento da questo incontro tra approcci psicologici diversi, un
incontro che tende a svilupparsi, ampliando ed approfondendo nuovi
orizzonti della ricerca scientifica per migliorare la comprensione e
il padroneggiamento dei processi mentali.
Nel mio approccio
psicoterapeutico ai soggetti traumatizzati cerco di innestare sul
terreno della psicoterapia ad orientamento analitico (che tiene
conto del modello della psicoanalisi relazionale e della Psicologia
del Sé) tecniche finalizzate all’approfondimento del contatto
emotivo con il passato traumatico dei pazienti e all’integrazione
positiva e benevola dei ricordi e dei vissuti associati
all’esperienza traumatica. Da diversi anni utilizzo tecniche
psicodrammatiche individuali e di gruppo in psicoterapia e più
recentemente, con buoni e sorprendenti risultati, l’EMDR. Più
raramente ho utilizzato alcune tecniche di psicologia meditativa.
Per chiarire
l’importanza della funzione del contatto mentale che il soggetto
abusato può ripristinare con la realtà del trauma subito e per
sottolineare la possibilità di un percorso evolutivo dalla passività
stressante dell’impotenza all’attività maturativa della
consapevolezza, voglio descrivere il percorso di una paziente che in
età adulta, nel corso della psicoterapia, riesce a recuperare un
ricordo di un trauma devastante avvenuto in età infantile.
2. Il caso di Elena: il puzzle
ricomposto
Elena è una donna di 35
anni, che arriva in terapia per problematiche affettive. Sente di
vivere una vita sprecata, senza senso, appesantita da una forte
depressione, da una marcata tendenza ad autosvalutarsi ed
autodenigrarsi. Pur essendo una persona molto intelligente e avendo,
in particolare, grandi capacità di disegnare, svolge un lavoro del
tutto insoddisfacente e socialmente svalutato. Ha forti fantasie
suicidiarie. E’ una donna molto bella eppure si trascura
terribilmente. Non riesce a mettersi addosso nulla che valorizzi la
sua femminilità. Rifiuta di truccarsi o di mettere le gonne.
Talvolta fa fatica anche a lavarsi. Ciò che mi colpisce sono le
frasi che tende a ripetere per comunicare il proprio stato d’animo:
“E’ un macello!” o per descrivere l’immagine di sé: “Mi sento un
mostro.”
E’ perseguitata spesso
da percezioni che riguardano tutte le dimensioni sensoriali e che
compaiono in modo sgradevole, improvvisamente: percezioni olfattive,
gustative e auditive che la paziente non sa spiegare. In situazioni
particolari sente una nenia, una cantilena che le risulta
inquietante. Ogni tanto avverte in bocca il gusto di qualcosa di
molto sgradevole come se fosse sangue. Oppure un odore che non sa
ben descrivere come di un sapone di Marsiglia, disgustoso. Oppure la
percezioni visiva di un sipario di velluto color porpora.
E’ tormentata da incubi
che non comprende, che non padroneggia, che la rendono impotente
anche di notte. In particolare sogna il demonio che la insegue.
Sogna una bambola che assume varie forme mostruose, una bambola con
la quale tenta di combattere, ma con cui non riesce ad avere la
meglio. La paura del demonio è massiccia e non si spiega in alcun
modo stante le convinzioni laiche, razionali e progressiste di
Elena. Gli incubi sono talmente inquietanti che Elena ha paura ad
andare a dormire. E non è soltanto nel sonno che ha la sensazione di
vedere il demonio, perché spesso ne percepisce angosciata la
presenza, prima di addormentarsi, quando si rintana sotto le coperte
ed avverte vissuti di angoscia, di paralisi, di oscuramento di una
percezione realistica. Ha paura a mettere le mani fuori dalle
coperte perché teme che le sue mani possano essere distrutte e
divorate. In uno stato che non è né di sonno, né di veglia avverte
percezioni angoscianti, fintanto che non trova il coraggio di
mettere le mani fuori e di toccare il comodino. Il contatto fisico
delle mani sul mobile attiva la consapevolezza della realtà e
scioglie i fantasmi angoscianti che tormentano il suo
addormentamento. Ma la soluzione è di breve durata perché gli incubi
la attendono comunque appena si addormenta.
Un giorno, dopo un anno
di terapia, sogna ancora una volta la bambola che abitualmente
assume le sembianze di una bambina brutta e mostruosa. In realtà
questa volta la bambola è cambiata: è cresciuta e non ha più un
aspetto orripilante: Elena nel sogno cerca di aggredirla e
distruggerla ma la bambola, che adesso s’è modificata e non è più
mostruosa, reagisce continuando a ripetere: “Non devi attaccarmi,
non devi distruggermi. Devi parlare con me, devi parlare con me.”
Questa bambola sembra
rappresentare una parte cresciuta di Elena stessa, una componente
simbolica che invita la paziente a superare l’atteggiamento di
resistenza e di conflittualizzazione nei confronti della propria
vita emotiva e le suggerisce di assumere un atteggiamento di
tolleranza e di accettazione benevola verso se stessa: verso
qualcosa che la bambola simbolizza, verso qualcosa che risulta
ancora sconosciuto ed ansiogeno, ma comunque significativo e
pressante. L’atteggiamento emotivamente intelligente, che la
paziente comincia ad acquisire, di ascolto del mondo interno e di
apertura alla consapevolezza la porta a ridurre il rifiuto delle
proprie componenti psichiche inquietanti, problematiche, sofferenti.
La voce di questa bambola, invita Elena ad una logica di
accettazione e di recupero della propria storia: “Non devi
distruggermi. Devi parlare con me, devi parlare con me.”
Qualche giorno dopo Elena
ricorda che da bambina i genitori l’avevano lasciata per un intero
anno in un istituto e non erano andati a trovarla per mesi… I
vissuti di abbandono, di rabbia, ma anche di disorientamento,
associati al ricordo, sono molto intensi. Successivamente ad Elena
torna in mente l’abitudine che tutte le bambine (e dunque anche lei)
avevano, quando rifacevano il letto: lasciare sulla coperta un
peluche o una bambola. Elena ricorda che da un momento all’altro la
sua bambola era scomparsa. Il ricordo della propria bambola
scomparsa, che assomigliava per alcuni aspetti a quella del sogno,
si accompagna nella paziente a sensazioni di orrore e paura che
inizialmente non sono assolutamente comprensibili.
Poi Elena compie un
lapsus invece di “contatto” dice “contratto” e associa a questa
parola l’idea del contratto con il demonio. Elena inizia a
recuperare un ricordo infantile inizialmente confuso, come una
matassa intrecciata, ma che poi tende a dipanarsi tra sentimenti di
grande incertezza e sofferenza, in parte espressa, in parte
trattenuta: Elena ricorda di aver assistito una sera in una sala
dell’istituto ad un abuso rituale molto strano, che assume via via i
contorni del rituale satanico. Elena ricorda di aver sceso le scale
con una suora, di aver assistito a grandi violenze, di essere stata
costretta a parteciparvi non solo in maniera passiva, ma anche in
maniera attiva.
Cominciano a diventare
comprensibili le angosce relative a Satana, che da sempre avevano
tormentato Elena, i flash back attraverso i quali la donna percepiva
spesso la presenza del demonio nel momento che precedeva il suo
addormentamento. Cominciano ad acquistare senso le espressioni
abitualmente usate dalla paziente pder comunicare vissuti
depressivi: “E’ un macello!”, “Mi sento un mostro”. Quella sera nel
corso dell’abuso satanico Elena portava con sé la bambola. Diventa
chiaro che quella sera deve essere accaduto alla paziente allora
bambina qualcosa di terribile e sconvolgente e che di fronte a
quella scena lei ha cercato di distanziarsi, di dissociarsi da una
realtà troppo penosa per essere pensata, troppo penosa per essere
percepita, guardata, troppo penosa per essere ricordata. Nei mesi e
negli anni successivi della terapia Elena riuscirà a definire a
precisare il proprio ricordo, ma appare evidente da subito che di
fronte all’abuso sessuale subito e al coinvolgimento nel rituale
satanico, Elena s’è dissociata mentalmente per poter sopravvivere al
trauma, identificandosi massicciamente con la bambola. Il pensiero
di una bambina che subisce una violenza sessuale di gruppo e viene
costretta ad assistere a violenze inenarrabili può essere
comprensibilmente un ragionamento difensivo del tipo: “Potessi
essere come la mia bambola, potessi essere lei e non vivere come
sono costretta a vivere questa scena tremenda”.
La fase successiva al
recupero da parte della paziente del ricordo dell’antica violenza
subita è una fase di grande conflitto interno con intensi vissuti di
colpa e addirittura di incredulità nei confronti delle proprie
stesse sensazioni: si succedono pensieri come: “Non può essere
vero!”, “Chi ti credi di essere a ricordare cose tanto tremende e a
pensare di esserne sopravvissuta...” “Se fosse vero non saresti
stata tanto forte da resistere!”, “Sono tutte storie!”, “… lo fai
soltanto per attirare l’attenzione!”.
Cominciano a collegarsi
tra loro in modo sensato, come pezzi di un puzzle in via di
ricomposizione, come espressione di un ritorno dell’evento
traumatico, quelle percezioni visive, auditive, olfattive, gustative
di tipo frammentato che spesso ritornavano nella mente della
paziente in modo intrusivo e disturbante: quella nenia che l’aveva
di tanto in tanto tormentata, accompagnava il rituale satanico,
quell’odore disgustoso indefinibile, quel gusto di sangue in bocca
si venivano gradualmente chiarificando come la conseguenza del fatto
traumatico di essere state costretta a percepire odori nauseanti e a
bere strani miscugli a base di sangue; anche la percezione visiva di
un sipario color porpora rinviava alla scena del trauma: quel
sipario campeggiava nella sala dell’istituto dove si era svolto il
rituale satanico… .
Il recupero e
l’elaborazione del ricordo traumatico hanno caratterizzato circa tre
anni di psicoterapia che si è avvalsa di numerose sedute con la
tecnica dell’EMDR Il percorso di Elena dall’impotenza del trauma
alla consapevolezza come elemento attivo e integrativo della mente
s’è sviluppato attraverso la possibilità di integrare di
metabolizzare il ricordo di quella antica violenza. La mente della
paziente è diventata via via meno opaca, più lucida, riuscendo a
ricomporre i pezzi frammentati e confusi del ricordo della propria
infanzia, riuscendo a percepire una sorgente rilevante della propria
tendenza alla depressione, alla colpevolezza e alla degradazione
dell’immagine di sé, riuscendo ad attivare cambiamenti mentali e
comportamentali, graduali, ma significativi. Spariscono innanzitutto
gli incubi in cui comparivano bambole. Vengono meno i flash back
dove si presentificavano demoni. La paziente può iniziare a dormire
meglio e più a lungo.
Il superamento della
scissione del ricordo traumatico favorisce la possibilità di
affrontare ed approfondire i nodi strutturali della sua
personalità, legati da un lato ad una figura paterna perversa,
disprezzante e violenta e soprattutto ad una figura materna,
esteriormente disponibile dal punto di vista affettivo, ma in realtà
manipolatoria, svalutante ed invidiosa delle potenzialità creative e
delle prospettive di realizzazione della figlia, prospettive in
grado di mettere in discussione un’identità femminile di
subalternità culturale e di sottomissione.
Il percorso
dall’impotenza alla consapevolezza è tuttora in corso di
svolgimento e dovrà ulteriormente proseguire per permettere alla
paziente di accettare tutti gli aspetti della propria realtà storica
e della propria realtà mentale.
Oggi Elena sta cambiando
genere di vita e il suo rapporto con le risorse emotive ed affettive
è diventato più sano: ha imparato tra l’altro a non denigrarsi con
accanimento e ha acquistare un maggiore rispetto di sé. Non dice
più: “E’ un macello!”, anche se ha assistito ad un macello e non
dice più: “Sono un mostro”, anche se gli adulti che l’hanno
violentata hanno fatto di tutto per farla sentire un mostro (una
delle strategie sottese agli abusi satanici persegue la finalità di
far partecipare attivamente la vittima all’azione “malefica” per
favorirne l’identificazione con Satana, per fare sì che il soggetto
– in contrapposizione simmetrica al significato della ritualità
cristiana – incorpori ed interiorizzi non già il corpo di Cristo,
bensì il modello di Satana).
Elena al sesto anno di
psicoterapia riesce a parlare in un gruppo di psicodramma della
propria esperienza traumatica e si sta iniziando ad impegnare per
cambiare lavoro e per tentare di realizzarsi come pittrice. Il
ricorso alla pittura ha rappresentato per Elena non solo un mezzo di
realizzazione profonda di se stessa, ma anche una modalità
espressiva che le consente una “regressione sotto il controllo
dell’Io”, cioè la possibilità di contattare e rappresentare
componenti emotiva appartenenti alla propria sensibilità inconscia,
alla propria infanzia rimossa: una regressione che le consente di
avvicinarsi all’orrore del proprio passato per poterlo
padroneggiare, all’inferno della propria vicenda infantile per
poterla rappresentare, sublimare nella tela, raffigurare in forme
attive, senza esserne travolta.
Un passaggio importante
della rielaborazione del trauma da parte della paziente si manifesta
attraverso un dipinto nel quale Elena rappresenta una bambina
molto bella che si chiude la bocca con una mano, mentre con l’altra
mano tenta di coprirsi lo sguardo. Ma le dita sono aperte e non
riescono comunque a coprire uno degli occhi, il cui sguardo sembra
comunque aprirsi su uno scenario terrorizzante. Il viso della bimba
è illuminato, mentre alle sue spalle compare un sipario di velluto
color porpora.
Gli occhi della bambina
non sono spalancati. “Non potevo permettermelo”, commenta Elena. La
mano sulla bocca rinvia chiaramente alla congiura del silenzio
che è pesata violentemente sulla paziente bambina, ma nel contempo
rappresenta un gesto istintivo di fronte ad una sorpresa spiacevole,
come a trattenere un urlo di dolore e spavento, come a contenersi il
volto per contrastare il rischio di andare in frantumi.
Nel dipinto la luce
della consapevolezza mette a fuoco l’impatto con il trauma e nel
contempo il bisogno comprensibile di difendersene, il momento delll’affacciarsi
sull’abisso e nel contempo il bisogno di tenere aperto innanzitutto
un occhio, ed in prospettiva di aprire anche l’altro per guardare in
faccia alla realtà e per riuscire ad elaborare, senza rimozioni o
scissioni, la verità della propria storia e del proprio passato, per
quanto amara, sconvolgente e penosa, al fine di riaprire la
prospettiva di un futuro.
I sintomi di ripetizione,
di cui ha sofferto per lunghi anni Elena (incubi, pensieri e ricordi
intrusivi, flash-back, ecc…) rappresentavano un tentativo di
ritornare sull’evento che era stato vissuto nell’impotenza e nel
terrore per tentare di integrarlo nella consapevolezza, per tentare
di padroneggiarlo, per tentare di ottenere quell’ascolto e quella
vicinanza che da bambina non era riuscita ad avere attorno a sé.
Più la paziente integrava il proprio ricordo, più viveva forti ansie
di non essere creduta e di essere presa per matta e, d’altra parte,
più s’accorgeva di avere di fronte un terapeuta che non si
spaventava troppo dei contenuti delle proprie rivelazioni, più
riusciva gradualmente a portare avanti il recupero del proprio
ricordo.
Penso che sia stato
importante nel mio atteggiamento emotivo e relazionale verso Elena
la consapevolezza che ho acquisito nell’elaborare alcune perizie
giudiziarie relative ad abusi rituali e ad abusi satanici ai danni
di bambini. Ho maturato ed elaborato attraverso una fase di acuta
sofferenza e di successiva accettazione che questi fenomeni
esistono, che la realtà della perversione per varie ragioni non può
che essere molto variegata e diffusa, che tale realtà risulta molto
peggiore delle peggiori fantasie che si possono fare al riguardo,
che la reazione della comunità adulta agli abusi di gruppo ai danni
dei bambini è di fortissima incredulità e di massiccia resistenza al
riconoscimento del fenomeno, che ci vorranno forse decenni prima che
la comunità sociale ed istituzionale raggiunga le condizioni mentali
ed organizzative per ammettere, analizzare e contrastare il
fenomeno.
Per quanto mi riguarda
il caso di Elena ha contribuito ad insegnarmi quanto possa essere
pesante e nocivo il furto di verità che accompagna
l’esperienza traumatica dell’abuso; quanto sia forte la sconnessione
che l’abuso può determinare non solo nel sistema delle relazioni di
attaccamento, ma anche tra la vittima e se stessa; quanto il trauma
possa risultare un attacco alla funzione psichica della
consapevolezza, che è funzione di integrità tra il soggetto e se
stesso, fra il soggetto e la realtà; ma anche quanto sia radicata
nella mente umana, nonostante tutte le incertezze e le difese, l’aspirazione
alla consapevolezza, cioè alla verità e al padroneggiamento
consapevole della realtà così com’è.
F. De Zulueta, Dal dolore alla violenza, Cortina,
1999.
Cfr. American psychiatric association, DSM IV, Manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Masson,
Milano, 1994, p. 468 e ss.
F.Borgogno, Originalità e creatività del concetto di
trauma nel pensiero e nell’opera di Sándor Ferençzi, in
C. Foti (a cura di), L’ascolto dell’abuso e l’abuso
nell’ascolto, Angeli, 2003.
Cfr. T. Bennett-Goleman, Alchimia emotiva, Rizzoli,
Milano, 2001.
R. Solomon, EMDR:Desensibilizzazione e Rielaborazione
attraverso i movimenti oculari e C. Roccia, Nuove
frontiere della psicoterapia dei disturbi postraumatici,
in C. Roccia (a cura di), Riconoscere ed ascoltare il
trauma, Angeli, 2001.
D. Goleman, Le emozioni che curano, Mondatori, 1999.
Dalai Lama, D. Goleman, Le emozioni distruttive,
Mondadori 2003
J. L.
Herman, Trauma and recovery, The aftermath of violence,
Basic Book,
New York,
1992.
|