Claudio Foti   

 

RIVELAZIONE DELL'ABUSO SESSUALE E TEORIA EDIPICA

 

 

1. Due illustri psicoanalisti

La teoria del complesso di Edipo ha creato un "alibi scientifico" agli specialisti dell'infanzia, legittimando il desiderio di tanti terapeuti di non vedere quanto sia diffusa la violenza sessuale ai danni dei bambini, soprattutto quella intrafamiliare, e quali conseguenze devastanti essa produca nelle piccole vittime (Miller, 1989). Anche terapeuti illustri e di notevoli capacità cliniche hanno sacrificato sull'altare della teoria freudiana la loro capacità empatica di cogliere la sofferenza dei bambini.

Si prendano in considerazione per esempio due casi clinici esposti da un famoso psichiatra infantile, Louis Corman, nel suo manuale sull'interpretazione del disegno della famiglia. Nei due casi in questione viene esclusa completamente anche soltanto l’ipotesi che i due bambini potrebbero esprimere nei loro disegni un bisogno di rivelare e d'interrompere un abuso sessuale; invece le loro comunicazioni sono state lette rigidamente dal terapeuta secondo gli schemi più tranquillizzanti della teoria pulsionale ed edipica (Freud, 1905). Analizziamo innanzitutto il caso di Martine (sei anni), che raffigura nel suo primo disegno della famiglia un papà e una figlia a letto, affermando poi che la bambina del disegno non ha fratelli né sorelle e che non ha mai avuto una mamma (Corman, 1978, pp. 167-170).

Martine ci è condotta per il suo carattere assai difficile: da un lato è in costante e sistematica opposizione con i genitori, soprattutto con la madre; dall'altro lato da circa un anno ha una serie di rituali per dormire e numerose manie; in particolare si lava costantemente le mani [... ].

Clinicamente la bambina ha avuto forme di erotismo pre-edipico molto intense: severamente educata alla pulizia ha reagito con un'encopressia quotidiana fino a quattro anni e ancora adesso ha un erotismo enuretico per cui si dondola a lungo quando deve fare pipì e finisce col bagnarsi; inoltre di notte è enuretica. Ma non c'è in sovrappiù anche una forma di erotismo edipico, come sembra indicarci il primo disegno? Certamente, e ce lo confermano i temi dello psicodramma: Martine ha infatti rappresentato parecchie volte il tema di una bambina che va a letto con il papà, gli fa il solletico e questi lo fa a lei, sul pancino. Durante il colloquio dirà di volersi sposare con il papà  e anche con il fratello J.Luc (che le solletica anche lui il pancino). In un altro psico- dramma Martine si mette nello stesso letto di un ragazzo e a questo proposito racconta di sognare spesso che una signora molto sporca, simile a una megera, la uccide quando dorme con un ragazzo.

Connan interpreta il quadro clinico di Martine utilizzando la teoria pulsionale:

Che questa bambinetta, sotto l'influenza delle censure materne, abbia potenti formazioni reattive contro le sue pulsioni sadico-anali ed erotiche è dimostrato in diversi modi. In primo luogo abbiamo i sintomi di una nevrosi ossessiva [...]

In secondo luogo abbiamo il secondo disegno della famiglia [...] e il commento di Martine: 'Non voglio più andare a nanna con il papà. Non mi piace che nessuno, neanche J. Luc, mi faccia il solletico. Non sta bene farsi fare il solletico. Poi: 'La mamma, lei non vuole: lei ci va a nanna con il papà perché lei è grande. La mamma non vuole che io vada a nanna con J. Luc {...]'. E ancora: 'Quando sarò grande non mi sposerò perché non mi piace essere sposata. Non sta bene essere sposati'.

La sintomatologia presentata da Martine, che evidenzia disturbi collegati alle zone genitali, al sonno e alla pulizia, è già di per sé un potenziale indice di abuso sessuale (Cesa-Bianchi, Scabini, 1991); se tali sintomi poi sono presenti in una bambina che fa costante riferimento con il disegno, con lo psicodramma e con le parole a relazioni sessuali fra adulti e bambini, a situazioni familiari di promiscuità e a problematiche sessuali insistenti e conflittualizzate, vissute con ansia e colpevolezza, non può non essere ipotizzato un qualche trauma nella sfera della sessualità.

Molti bambini rivelano l'abuso sessuale del quale sono vittime attraverso il gioco o il disegno, non riuscendo per varie ragioni a formulare all'adulto una diretta ed esplicita richiesta di aiuto.

Interpretare aprioristicamente tali rivelazioni come frutto di fantasia, senza neppure prendere in considerazione l'ipotesi che le parole dei bambini possano corrispondere a una realtà realmente sperimentata, non può che rivelare una massiccia rimozione o negazione del problema. Solo includendo l'ipotesi di un abuso fra le tante interpretazioni possibili di un dato gioco o comportamento infantile un terapeuta può essere in grado di distinguere una fantasia edipica da una violenza sessuale, evitando tra l'altro il rischio di colpevolizzare ulteriormente la vittima etichettandola come "bugiarda", "pazza" o "affetta da una forma di erotismo pre-edipico".

Analizziamo ora un secondo caso esposto da Corman, quello di Pierre, un ragazzo di quattordici anni che viene portato in consultazione per le sue crisi di violenza impulsive e disordinate (pp. 183-186).

Pierre rappresenta nel disegno della famiglia se stesso e la madre senza mani. In questo caso i dati sulla storia e sulla famiglia del ragazzo (che ha dormito fra l'altro fino a dodici anni nel letto dei genitori) segnalano in modo talmente evidente la presenza di un abuso sessuale, che tale ipotesi non può essere del tutto cancellata:

Sapendo - scrive Corman - che le donne alcoolizzate mostrano spesso, quando hanno bevuto, una totale mancanza di pudore, si può pensare che Pierre sia stato colpito dall'impudicizia della madre. Può anche darsi l'abbia accarezzato, o si sia fatta accarezzare da lui; in tutti i casi, non è una censura esteriore che ha proibito al ragazzo una tale intimità, ma una censura interiore che è sfociata in una vera e propria automutilazione della mano colpevole. L'attacco di pseudoparalisi è certamente un fenomeno della stessa specie; e il fatto che dopo tale incidente Pierre abbia tentato [...] di suicidarsi, ci dimostra che non riesce a risolvere il suo conflitto interiore.

L'ipotesi dell'abuso sessuale viene dunque accennata, ma l'attenzione è rivolta esclusivamente alla dimensione intrapsichica del conflitto, come se la realtà esterna fosse ininfluente e come se la diagnosi e la terapia potessero essere approfonditi indipendentemente dalla cessazione dell’abuso sessuale. Nell'esposizione del Caso di Pierre non viene affatto sottolineato il carattere traumatico delle relazioni familiari subite pesantemente dal ragazzo, benché queste risultino evidenti. l genitori sono peraltro protetti da qualsiasi valutazione critica. Sulla madre emerge soltanto qualche elemento descrittivo: "Se Pierre evita la madre il più possibile, questa gli si 'incolla' appresso". Il padre è presentato come "persona di buon carattere, ma che purtroppo è molto limitato da una malattia".

Prendiamo ora in considerazione un altro esempio che dimostra come il riferimento teorico freudiano possa portare terapeuti di grande esperienza clinica a evacuare dal proprio campo mentale l'ipotesi dell'abuso sessuale con la conseguenza che tale ipotesi non può essere più né verificata né falsificata. Una madre espone per lettera il caso a un programma radiofonico per chiedere consigli. Il caso viene poi discusso alla radio dalla psicoanalista François Dolto. Ecco l'inizio del dialogo fra l'intervistatore e la nota esperta di problemi dell' infanzia:

(Intervistatore) Si parla spesso del ricatto che possono esercitare su chi sta intorno a loro, o delle fantasie che essi vivono o che cercano di trasformare in una specie di verità.

(Dolto) Sì, dei bambini che galoppano con la fantasia, come si dice.

(Int.) Esatto! Allora la fantasia vola, da qualche parte! È una madre che le scrive. Ha due figlie, una di sette anni e una di cinque e mezzo, che vanno spesso da una baby sitter sposata. [...] E scrive: "Recentemente, alla fine di un pranzo, le bambine hanno avvertito il padre che avevano da dirgli una cosa molto importante. Ma non volevano veramente dirla: 'Se te la diciamo poi ti burlerai di noi. Il padre ha assicurato che non le avrebbe derise e allora si sono decise. La più grande ha cominciato. 'Bene, ecco qua. Il marito della baby sitter mi ha messo il pisello in bocca. Poi è ammutolita e non ha voluto dare altre spiegazioni. Allora la più piccola ha detto: 'Sai, gli ho dato uno schiaffo in faccia '. Allora la più grande ha ripreso: 'Sì, ma sai, non lo ha fatto veramente apposta a schiaffeggiarlo.’ [...]Il mattino dopo quando ho voluto parlare con loro (mio marito mi aveva raccontato la cosa) stranamente sono state molto reticenti e non hanno voluto riparlarne con me. Mi hanno detto: 'No, no, si deve dimenticare quel che è successo. E, soprattutto; non bisogna parlarne con la baby sitter' (Dolto, 1992, pp. 297-298). '

Dunque due bambine parlano al padre di un rapporto sessuale con un adulto. Il padre parla alla madre, che a sua volta scrive a un programma radiofonico. L'intervistatrice filtra e presenta la lettera all'esperta, la quale, nonostante disponga di dati di quarta mano, risponde con inquietante sicurezza:

I bambini immaginano delle scene sessuali che raccontano a modo loro. Questa era destinata solo al padre: con una frase davvero curiosa: 'Ti burlerai di noi ', e dopo, alla madre: 'No, no, ho dimenticato, e poi, non lo ha fatto apposta a schiaffeggiarlo. Ho l'impressione che qui siamo di fronte a una fantasia. È sera, al momento della cena. Le bambine si dicono fra loro delle cose salaci, come queste, per fantasticare, per rendersi interessanti agli occhi di papà. Credo che questa donna abbia pienamente ragione a non insistere su questa storia (p. 298).

Va innanzi tutto sottolineato che prima ancora che venga comunicata alla Dolto la lettera della madre si costruisce fra intervistatore ed esperta una premessa pregiudizievole: si parla del "ricatto" che i bambini possono esercitare sugli adulti e delle loro fantasie galoppanti. In effetti l'ascolto delle comunicazioni dei bambini è spesso condizionato da pregiudizi aprioristici che impediscono di prendere sul serio tali comunicazioni per sottoporle ad adeguate verifiche. Sembra evidente inoltre che nella risposta della Dolto il pregiudizio edipico freudiano prevalga sull'esperienza clinica, la quale spesso testimonia come molte verità spiacevoli possano essere comunicate dai bambini attraverso una mescolanza di autenticità, di confusione e talvolta anche di fantasia difensiva.

Ovviamente non siamo interessati a compiere l'errore simmetrico a quello della Dolto, affermando con certezza che l'abuso sessuale necessariamente c'è stato. Vogliamo invece evidenziare la fretta con cui viene accantonata dalla psicoanalista l'ipotesi di una effettiva realtà del trauma. È molto strano poi che l'esperta confermi la scelta materna di rifuggire da un dialogo quanto mai opportuno con le bambine circa le loro comunicazioni fatte al padre. Fra l'altro, ammesso e non concesso che si tratti di fantasie edipiche, non si vede perché una madre non debba tornare sull'argomento con le figlie per capire come mai due bambine di sette e di cinque anni e mezzo, fra gli infiniti modi per rendersi interessanti agli occhi del papà, debbano scegliere quello di raccontare di una fellatio mai avvenuta, calunniando per di più un conoscente.

 

2. l messaggi per comunicare l'abuso

Lo strumento del gioco, come si è visto a proposito del caso di Martine, può essere un mezzo utilizzato dai bambini per comunicare un abuso sessuale. Vogliamo riportare a questo proposito una seduta di gioco condotta da uno di noi con Gianna, nove anni. Il colloquio riportato qui di seguito si svolge in un contesto di accertamento dell'attendibilità: infatti la sorella di Gianna, di undici anni, aveva dichiarato di essere abusata sessualmente dal fratello maggiorenne, e aveva affermato inoltre che anche Gianna subiva violenza sessuale ed era costretta ad assistere ai rapporti sessuali fra lei e il fratello. Tutte queste violenze avvenivano con il consenso della madre dei minori, e quest'ultima permetteva inoltre che i bambini assistessero alla proiezione di videocassette pornografiche che il fratello maggiore affittava. Gianna, interrogata a proposito di quanto dichiarato dalla sorella maggiore, ha negato verbalmente ogni cosa, ma durante il gioco e nello svolgimento del test (Family Attitudes l'est) ha trovato il modo per dare una versione dei fatti ben diversa da quella comunicata a parole, confermando così le accuse formulate dalla sorella. Il gioco, introducendo una dimensione simbolica e "fantastica", sufficientemente distante dalla minacciosa realtà familiare, ha permesso alla bambina di superare il senso di colpa e la paura che la inducevano a non tradire l'omertà familiare, e ha consentito pertanto a Gianna di esprimere una verità non comunicabile con le parole. Riportiamo integralmente la trascrizione del gioco fatto da Gianna, evocato dalla tavola n. 2 del "Family Attitudes Test", dove viene raffigurata una scena familiare: vi sono un uomo e una donna seduti su un divano con in braccio un neonato e, di lato, una bambina in piedi che guarda la scena.

Gianna: "C'è la mamma con un neonato e una bambina."

Terapeuta: "La bambina è triste o allegra?"

G. "La bambina grande è triste perché la mamma le dice: 'Vai via lorda!"'-

T. "La bambina è la figlia di quei due signori che sono seduti sul divano?"

 G. "No, la bambina è la moglie del signore che sta seduto sul divano."

T. "Quanti anni ha la bambina?"

G"Diecl.”

T. "E il signore?"

G. "Lui è grande. Il signore è sposato con la bambina e i due se la fanno fra di loro."

 T. "Cosa vuole dire se la fanno'? Vuole dire che fanno l'amore?"

Gianna si mette una mano sulla bocca e poi dice: "Dillo piano... sì, scopano. Se la fanno

fra di loro."

T. "E la mamma che cosa dice?"

G. "Niente. No anzi, i due grandi se la fanno fra di loro, e anche i bambini se la fanno fra di loro."

T. "Quanti anni ha il bambino in braccio alla mamma?"

G. "Due, uno."

T. "Ma come fa un bambino di un anno a farsela con una bambina di dieci?"

G. "Beh, allora ne ha tre... ma se la fa, se la fa, lutto si può..."

 T. "E la mamma cosa dice?"

G. "Dice: è OK, è OK, si può fare. Anche loro se la fanno tra loro."

 T. "Ma i bambini di solito fanno il sesso fra loro?"

 G. "Quei due della figura sÌ, se la fanno fra loro."

T. "E come fanno, che cosa fanno esattamente quei bambini fra loro?"

Gianna è imbarazzata: "Lui mette il pisello nella... dillo tu, che l'altra volta l'hai detto bene."

T. "Nella vagina?"

G. "Certo, proprio lì."

T. "Ma tu la chiami proprio vagina?"

 G. "No, io la chiamo la figa."

Chiediamo a Gianna di farci vedere con le bambole che cosa fanno esattamente i due bambini della figura. La bambina, entusiasta della richiesta, si avvicina alle bambole che si trovano sul lettino e incomincia a spogliarle.

G. "Prima le dobbiamo spogliare perché per fare il sesso bisogna essere nudi. Tu spoglia il maschio, io spoglio la femmina."

T. "Come le mettiamo queste bambole, in quale posizione?"

G. "Fammelo vedere prima tu come fanno."

Non vogliamo influenzare la comunicazione di Gianna e pertanto mettiamo volutamente le bambole in una posizione nella quale non è possibile avere alcun rapporto sessuale, e cioè coricate nel letto supine, con i reciproci colpi che si toccano di lato.

G. "No, non cosÌ, fanno cosÌ..." e mostra la bambola femmina coricata sulla schiena con le gambe divaricate; poi mette la testa della bambola maschio fra le gambe della bambola  femmina mimando un rapporto orale con la donna come soggetto passivo (cunnilingus). "Dai, ancora...", dice Gianna facendo questo gioco. "Adesso facciamo un altro gioco."

Gianna prende la bambola maschio e le divarica le gambe mettendo queste ultime dietro il corpo, poi mette la bambola maschio con la parte dei genitali sopra la bocca della femmina e si mette a ridere mimando un rapporto orale con l'uomo in posizione passiva. Prende poi la bambola maschio e la mette supina, facendo salire la femmina con le gambe divaricate sopra i genitali del maschio, mimando un rapporto sessuale fra un uomo e una donna con la donna sopra l'uomo.

"Ma queste bambole non vanno bene perché il gioco non si può fare proprio come si dovrebbe. Disegniamo il pisello, anzi facciamolo con la carta." Prende quindi un foglio di carta e dopo averlo arrotolato lo mette fra le gambe della bambola maschio raffigurando il pene. Vuole poi disegnare la vagina; prende un foglio di carta, disegna la vagina con i peli, e ritaglia il disegno facendogli un foro nel centro. Il disegno cosÌ ritagliato viene messo dalla bambina in mezzo alle gambe della bambola femmina.

G. "Adesso giochiamo. Mettigli il pisello dentro il buco, infilalo bene dentro il buco e vai su e giù. lo faccio la femmina. Dai, ancora, che bello, fammi godere, dai." Mentre dice queste cose la bambina geme e ansima. Successivamente vuole invertire i ruoli e mentre recita la parte del maschio fa andare su e giù velocemente la bambola dicendo: "Che bei capelli che hai, che bei capelli, dai, dai, mi piaci."

T. "Il pene entra dentro la vagina o viene solo strofinato di fuori?"

G. "Dipende, a volte lo mette dentro, a volte viene solo strofinato di fuori."

T. "Questi due sono grandi o sono bambini?"

G. "Sono grandi. Adesso giochiamo a fare la mamma che entra nella stanza mentre i due stanno scopando e loro si nascondono."

T. "Sono grandi o bambini quei due?"

G. "Sono bambini."

T. "Ai bambini piace fare quel gioco?"

G. "No, non gli piace. Tu adesso fai i bambini mentre invece io faccio la mamma... Bambini, che cosa state facendo?"

T. "Niente mamma, stiamo giocando."

G. "Non ci credo, che cosa state nascondendo? Fatemi vedere. Adesso giochiamo al gioco che la bambina chiede aiuto alla mamma."

 T. "lo che cosa devo dire come bambina?"

 G. "Tu dì quello che vuoi, chiedi aiuto perché ti fanno una cosa che tu non vuoi fare".

T. "Mamma, aiuto, mio fratello mi tocca."

Gianna con violenza dà un ceffone alla bambola femmina e dice: "Smettila, stai zitta, sei stata tu, sei tu che lo vuoi."

T. "Non è vero mamma, aiutami, non sono stata io, è stato lui."

Gianna di nuovo dà un ceffone con forza alla bambola e dice: "Stai zitta!"

Il gioco fatto da Gianna potrebbe essere interpretato da alcuni terapeuti come un'erotizzazione infantile dovuta al complesso di Edipo, così come la scena nella quale viene raffigurata una madre colpevolizzante e violenta potrebbe essere interpretata come proiezione del severo autorimprovero per il desiderio provato dalla bambina di "rubare" il marito o il fratello maggiore alla madre. Tale interpretazione può essere in realtà utilizzata come un meccanismo di difesa dalla percezione dell'abuso sessuale.

Se infatti è vero che i bambini hanno molta fantasia, è anche vero che ci sono informazioni che non fanno parte del normale patrimonio culturale di un bambino e che pertanto devono essere state trasmesse loro dal mondo degli adulti (per esempio la fellatio o i gemiti che accompagnano il rapporto sessuale fra adulti); ci sono inoltre deteminate scene, come quella rappresentata da Gianna nella quale la madre entra nella stanza dei bambini che fanno l'amore, che non possono in alcun modo essere spiegate Con l'ipotesi della costruzione fantastica.

Molto spesso dietro un certo tipo di messaggi "strani" circa la sessualità lanciati da bambini o adolescenti, dietro frasi che lasciano intendere una qualche forma di promiscuità sessuale fra adulti e minori, dietro determinati comportamenti, giochi o sintomi fisici si nasconde una qualche forma di abuso sessuale.

Fabio per esempio, undici anni, era solito baciare sulla bocca i suoi compagni di scuola (solo i maschi), pronunciava frasi provocatorie indirizzate agli adulti del tipo: "Ciucciamelo, scopiamoci, giochiamo a fottere", e aveva gravi disturbi caratteriali caratterizzati da forte aggressività. Per un lunghissimo periodo questo comportamento è manifestato di fronte a insegnanti, educatori e altre figure professionali senza che costoro vi percepissero il "linguaggio" di un bambino sessualmente abusato. Soltanto dopo anni è emerso con chiarezza che Fabio è stato a lungo oggetto di violenza sessuale da parte del fratello e dello zio.

Anna invece, una bambina di sette anni, aggressiva, provocatoria, "antipatica", come viene definita da tutte le persone che entrano in contatto con lei. Un giorno in classe scrive un biglietto al suo compagno di banco: "Enzo voglio ficare con te, ti prego fica con me. Voglio vedere il tuo pino me lo voglio mettere nella mia bocca. Enzo caro, ti prego amami, amore, fica con me e io ti faccio vedere la mia fica e tu me la lecchi. Grazie, vieni a letto con me ti prego sotto le coperte. Grazie, grazie." L'insegnante ce lo comunica, descrivendoci il caso: abbiamo buone ragioni per ipotizzare allora un abuso sessuale e il caso viene segnalato al Tribunale per i minorenni.

Durante un corso di educazione sessuale Franca, sedici anni, si lamenta che i rapporti con la propria madre sono molto tesi:

lo un giorno me ne vado di casa, mia madre non mi lascia mai uscire, mi sgrida sempre, non mi vuole bene e non vuole neppure che io mi affezioni al suo ragazzo perchè è gelosa. Spesso mi dice che se io mi avvicino a Luca, il suo ragazzo, lei per dispetto si  porterà a letto il mio ragazzo. Ma è giusto questo, per un po' di affetto che chiedo a Luca? 

L'insegnante ci aveva avvisati che Franca aveva tentato due volte il suicidio, più per attirare l'attenzione che non per togliersi davvero la vita. La frase pronunciata da Franca, tenuto conto anche del suo tentato suicidio, ci ha fatto nutrire forti sospetti che la ragazza avesse subito una qualche forma di abuso sessuale e dopo aver chiesto un colloquIo con lei abbiamo avuto conferma della nostra ipotesi. Franca aveva alle spalle una storia di violenza sessuale subita prima dallo zio e poi dal patrigno, ma nessuno si era mai fermato a chiederle in modo esplicito e diretto di raccontare la sua esperienza di abuso. Purtroppo sono ancora pochi gli operatori minorili e i professionisti dell' infanzia e dell' adolescenza in grado di decodificare i messaggi dei bambini e dei ragazzi, che esprimono un bisogno di rivelazione e una domanda di aiuto in relazione a un abuso sessuale, di cui sono vittima. Molte di queste comunicazioni non arrivano a destinazione, come tanti messaggi del naufrago affidati a bottiglie buttate in mezzo al mare e condannati a non essere, raccolti da nessuno. Altri segnali arrivano a destinazione di adulti, magari anche di professionisti dell' infanzia e di esperti, che tuttavia non hanno gli occhi, le orecchie e la disponibilità emotiva per percepire l'abuso sessuale, benché i suddetti segnali non siano particolarmente complicati e indecifrabili.

La teoria edipica che abbiamo preso in considerazione in questo scritto rappresenta una delle principali interferenze ideologiche alla comprensione e alla decodifica del fenomeno dell’abuso sessuale. Certamente alcuni aspetti della teoria freudiana possono risultare molto utili nel ricordare che la mente del bambino ha la capacità di interagire in modo originale e creativo nei confronti degli avvenimenti esterni, riplasmandoli e ristrutturandoli a seconda delle esigenze affettive del soggetto. La teoria pulsionale ed edipica tuttavia diventa difensiva e adultocentrica, quando s’irrigidisce in una negazione delle potenzialità traumatiche delle relazioni fra adulti e minori e quando porta a colpevolizzare e a disprezzare sistematicamente la capacità dei bambini di comunicare i traumi di cui, da che mondo è mondo, sono oggetto.

 

(tratto da C. Foti, C. Roccia, L’abuso sessuale sui minori, pp.145 - 153