|
RIVELAZIONE DELL'ABUSO SESSUALE E
TEORIA EDIPICA
1. Due illustri psicoanalisti
La teoria del
complesso di Edipo ha creato un "alibi scientifico" agli specialisti
dell'infanzia, legittimando il desiderio di tanti terapeuti di non
vedere quanto sia diffusa la violenza sessuale ai danni dei bambini,
soprattutto quella intrafamiliare, e quali conseguenze devastanti
essa produca nelle piccole vittime (Miller, 1989). Anche terapeuti
illustri e di notevoli capacità cliniche hanno sacrificato
sull'altare della teoria freudiana la loro capacità empatica di
cogliere la sofferenza dei bambini.
Si prendano in
considerazione per esempio due casi clinici esposti da un famoso
psichiatra infantile, Louis Corman, nel suo manuale
sull'interpretazione del disegno della famiglia. Nei due casi in
questione viene esclusa completamente anche soltanto l’ipotesi che i
due bambini potrebbero esprimere nei loro disegni un bisogno di
rivelare e d'interrompere un abuso sessuale; invece le loro
comunicazioni sono state lette rigidamente dal terapeuta secondo gli
schemi più tranquillizzanti della teoria pulsionale ed edipica (Freud,
1905). Analizziamo innanzitutto il caso di Martine (sei anni), che
raffigura nel suo primo disegno della famiglia un papà e una figlia
a letto, affermando poi che la bambina del disegno non ha fratelli
né sorelle e che non ha mai avuto una mamma (Corman, 1978, pp.
167-170).
Martine ci è condotta per il suo carattere assai
difficile: da un lato è in costante e sistematica opposizione con i
genitori, soprattutto con la madre; dall'altro lato da circa un anno
ha una serie di rituali per dormire e numerose manie; in particolare
si lava costantemente le mani [... ].
Clinicamente la bambina ha avuto forme di erotismo
pre-edipico molto intense: severamente educata alla pulizia ha
reagito con un'encopressia quotidiana fino a quattro anni e ancora
adesso ha un erotismo enuretico per cui si dondola a lungo quando
deve fare pipì e finisce col bagnarsi; inoltre di notte è enuretica.
Ma non c'è in sovrappiù anche una forma di erotismo edipico, come
sembra indicarci il primo disegno? Certamente, e ce lo confermano i
temi dello psicodramma: Martine ha infatti rappresentato parecchie
volte il tema di una bambina che va a letto con il papà, gli fa il
solletico e questi lo fa a lei, sul pancino. Durante il colloquio
dirà di volersi sposare con il papà e anche con il fratello J.Luc
(che le solletica anche lui il pancino). In un altro psico- dramma
Martine si mette nello stesso letto di un ragazzo e a questo
proposito racconta di sognare spesso che una signora molto sporca,
simile a una megera, la uccide quando dorme con un ragazzo.
Connan interpreta
il quadro clinico di Martine utilizzando la teoria pulsionale:
Che questa bambinetta, sotto l'influenza delle
censure materne, abbia potenti formazioni reattive contro le sue
pulsioni sadico-anali ed erotiche è dimostrato in diversi modi. In
primo luogo abbiamo i sintomi di una nevrosi ossessiva [...]
In secondo luogo abbiamo il secondo disegno della
famiglia [...] e il commento di Martine: 'Non voglio più andare a
nanna con il papà. Non mi piace che nessuno, neanche J. Luc, mi
faccia il solletico. Non sta bene farsi fare il solletico. Poi: 'La
mamma, lei non vuole: lei ci va a nanna con il papà perché lei è
grande. La mamma non vuole che io vada a nanna con J. Luc {...]'. E
ancora: 'Quando sarò grande non mi sposerò perché non mi piace
essere sposata. Non sta bene essere sposati'.
La sintomatologia
presentata da Martine, che evidenzia disturbi collegati alle zone
genitali, al sonno e alla pulizia, è già di per sé un potenziale
indice di abuso sessuale (Cesa-Bianchi, Scabini, 1991); se tali
sintomi poi sono presenti in una bambina che fa costante riferimento
con il disegno, con lo psicodramma e con le parole a relazioni
sessuali fra adulti e bambini, a situazioni familiari di promiscuità
e a problematiche sessuali insistenti e conflittualizzate, vissute
con ansia e colpevolezza, non può non essere ipotizzato un qualche
trauma nella sfera della sessualità.
Molti bambini
rivelano l'abuso sessuale del quale sono vittime attraverso il gioco
o il disegno, non riuscendo per varie ragioni a formulare all'adulto
una diretta ed esplicita richiesta di aiuto.
Interpretare
aprioristicamente tali rivelazioni come frutto di fantasia, senza
neppure prendere in considerazione l'ipotesi che le parole dei
bambini possano corrispondere a una realtà realmente sperimentata,
non può che rivelare una massiccia rimozione o negazione del
problema. Solo includendo l'ipotesi di un abuso fra le tante
interpretazioni possibili di un dato gioco o comportamento infantile
un terapeuta può essere in grado di distinguere una fantasia edipica
da una violenza sessuale, evitando tra l'altro il rischio di
colpevolizzare ulteriormente la vittima etichettandola come
"bugiarda", "pazza" o "affetta da una forma di erotismo
pre-edipico".
Analizziamo ora un
secondo caso esposto da Corman, quello di Pierre, un ragazzo di
quattordici anni che viene portato in consultazione per le sue crisi
di violenza impulsive e disordinate (pp. 183-186).
Pierre rappresenta
nel disegno della famiglia se stesso e la madre senza mani. In
questo caso i dati sulla storia e sulla famiglia del ragazzo (che ha
dormito fra l'altro fino a dodici anni nel letto dei genitori)
segnalano in modo talmente evidente la presenza di un abuso
sessuale, che tale ipotesi non può essere del tutto cancellata:
Sapendo - scrive Corman - che le donne alcoolizzate
mostrano spesso, quando hanno bevuto, una totale mancanza di pudore,
si può pensare che Pierre sia stato colpito dall'impudicizia della
madre. Può anche darsi l'abbia accarezzato, o si sia fatta
accarezzare da lui; in tutti i casi, non è una censura esteriore che
ha proibito al ragazzo una tale intimità, ma una censura interiore
che è sfociata in una vera e propria automutilazione della mano
colpevole. L'attacco di pseudoparalisi è certamente un fenomeno
della stessa specie; e il fatto che dopo tale incidente Pierre abbia
tentato [...] di suicidarsi, ci dimostra che non riesce a risolvere
il suo conflitto interiore.
L'ipotesi
dell'abuso sessuale viene dunque accennata, ma l'attenzione è
rivolta esclusivamente alla dimensione intrapsichica del conflitto,
come se la realtà esterna fosse ininfluente e come se la diagnosi e
la terapia potessero essere approfonditi indipendentemente dalla
cessazione dell’abuso sessuale. Nell'esposizione del Caso di Pierre
non viene affatto sottolineato il carattere traumatico delle
relazioni familiari subite pesantemente dal ragazzo, benché queste
risultino evidenti. l genitori sono peraltro protetti da qualsiasi
valutazione critica. Sulla madre emerge soltanto qualche elemento
descrittivo: "Se Pierre evita la madre il più possibile, questa gli
si 'incolla' appresso". Il padre è presentato come "persona di buon
carattere, ma che purtroppo è molto limitato da una malattia".
Prendiamo ora in
considerazione un altro esempio che dimostra come il riferimento
teorico freudiano possa portare terapeuti di grande esperienza
clinica a evacuare dal proprio campo mentale l'ipotesi dell'abuso
sessuale con la conseguenza che tale ipotesi non può essere più né
verificata né falsificata. Una madre espone per lettera il caso a un
programma radiofonico per chiedere consigli. Il caso viene poi
discusso alla radio dalla psicoanalista François Dolto. Ecco
l'inizio del dialogo fra l'intervistatore e la nota esperta di
problemi dell' infanzia:
(Intervistatore) Si parla spesso del ricatto che
possono esercitare su chi sta intorno a loro, o delle fantasie che
essi vivono o che cercano di trasformare in una specie di verità.
(Dolto) Sì, dei bambini che galoppano con la
fantasia, come si dice.
(Int.) Esatto! Allora la fantasia vola, da qualche
parte! È una madre che le scrive. Ha due figlie, una di sette anni e
una di cinque e mezzo, che vanno spesso da una baby sitter sposata.
[...] E scrive: "Recentemente, alla fine di un pranzo, le bambine
hanno avvertito il padre che avevano da dirgli una cosa molto
importante. Ma non volevano veramente dirla: 'Se te la diciamo poi
ti burlerai di noi. Il padre ha assicurato che non le avrebbe derise
e allora si sono decise. La più grande ha cominciato. 'Bene, ecco
qua. Il marito della baby sitter mi ha messo il pisello in bocca.
Poi è ammutolita e non ha voluto dare altre spiegazioni. Allora la
più piccola ha detto: 'Sai, gli ho dato uno schiaffo in faccia '.
Allora la più grande ha ripreso: 'Sì, ma sai, non lo ha fatto
veramente apposta a schiaffeggiarlo.’ [...]Il mattino dopo quando ho
voluto parlare con loro (mio marito mi aveva raccontato la cosa)
stranamente sono state molto reticenti e non hanno voluto riparlarne
con me. Mi hanno detto: 'No, no, si deve dimenticare quel che è
successo. E, soprattutto; non bisogna parlarne con la baby sitter' (Dolto,
1992, pp. 297-298). '
Dunque due bambine
parlano al padre di un rapporto sessuale con un adulto. Il padre
parla alla madre, che a sua volta scrive a un programma radiofonico.
L'intervistatrice filtra e presenta la lettera all'esperta, la
quale, nonostante disponga di dati di quarta mano, risponde con
inquietante sicurezza:
I bambini immaginano delle scene sessuali che
raccontano a modo loro. Questa era destinata solo al padre: con una
frase davvero curiosa: 'Ti burlerai di noi ', e dopo, alla madre:
'No, no, ho dimenticato, e poi, non lo ha fatto apposta a
schiaffeggiarlo. Ho l'impressione che qui siamo di fronte a una
fantasia. È sera, al momento della cena. Le bambine si dicono fra
loro delle cose salaci, come queste, per fantasticare, per rendersi
interessanti agli occhi di papà. Credo che questa donna abbia
pienamente ragione a non insistere su questa storia (p. 298).
Va innanzi tutto
sottolineato che prima ancora che venga comunicata alla Dolto la
lettera della madre si costruisce fra intervistatore ed esperta una
premessa pregiudizievole: si parla del "ricatto" che i bambini
possono esercitare sugli adulti e delle loro fantasie galoppanti. In
effetti l'ascolto delle comunicazioni dei bambini è spesso
condizionato da pregiudizi aprioristici che impediscono di prendere
sul serio tali comunicazioni per sottoporle ad adeguate verifiche.
Sembra evidente inoltre che nella risposta della Dolto il
pregiudizio edipico freudiano prevalga sull'esperienza clinica, la
quale spesso testimonia come molte verità spiacevoli possano essere
comunicate dai bambini attraverso una mescolanza di autenticità, di
confusione e talvolta anche di fantasia difensiva.
Ovviamente non
siamo interessati a compiere l'errore simmetrico a quello della
Dolto, affermando con certezza che l'abuso sessuale necessariamente
c'è stato. Vogliamo invece evidenziare la fretta con cui viene
accantonata dalla psicoanalista l'ipotesi di una effettiva realtà
del trauma. È molto strano poi che l'esperta confermi la scelta
materna di rifuggire da un dialogo quanto mai opportuno con le
bambine circa le loro comunicazioni fatte al padre. Fra l'altro,
ammesso e non concesso che si tratti di fantasie edipiche, non si
vede perché una madre non debba tornare sull'argomento con le figlie
per capire come mai due bambine di sette e di cinque anni e mezzo,
fra gli infiniti modi per rendersi interessanti agli occhi del papà,
debbano scegliere quello di raccontare di una fellatio mai
avvenuta, calunniando per di più un conoscente.
2.
l messaggi per comunicare l'abuso
Lo strumento del
gioco, come si è visto a proposito del caso di Martine, può essere
un mezzo utilizzato dai bambini per comunicare un abuso sessuale.
Vogliamo riportare a questo proposito una seduta di gioco condotta
da uno di noi con Gianna, nove anni. Il colloquio riportato qui di
seguito si svolge in un contesto di accertamento dell'attendibilità:
infatti la sorella di Gianna, di undici anni, aveva dichiarato di
essere abusata sessualmente dal fratello maggiorenne, e aveva
affermato inoltre che anche Gianna subiva violenza sessuale ed era
costretta ad assistere ai rapporti sessuali fra lei e il fratello.
Tutte queste violenze avvenivano con il consenso della madre dei
minori, e quest'ultima permetteva inoltre che i bambini assistessero
alla proiezione di videocassette pornografiche che il fratello
maggiore affittava. Gianna, interrogata a proposito di quanto
dichiarato dalla sorella maggiore, ha negato verbalmente ogni cosa,
ma durante il gioco e nello svolgimento del test (Family Attitudes
l'est) ha trovato il modo per dare una versione dei fatti ben
diversa da quella comunicata a parole, confermando così le accuse
formulate dalla sorella. Il gioco, introducendo una dimensione
simbolica e "fantastica", sufficientemente distante dalla minacciosa
realtà familiare, ha permesso alla bambina di superare il senso di
colpa e la paura che la inducevano a non tradire l'omertà familiare,
e ha consentito pertanto a Gianna di esprimere una verità non
comunicabile con le parole. Riportiamo integralmente la trascrizione
del gioco fatto da Gianna, evocato dalla tavola n. 2 del "Family
Attitudes Test", dove viene raffigurata una scena familiare: vi sono
un uomo e una donna seduti su un divano con in braccio un
neonato e, di lato, una bambina in piedi che guarda la scena.
Gianna: "C'è la mamma con un neonato e una bambina."
Terapeuta: "La bambina è triste o allegra?"
G. "La bambina grande è triste perché la mamma le
dice: 'Vai via lorda!"'-
T. "La bambina è la figlia di quei due signori che
sono seduti sul divano?"
G. "No, la bambina è la moglie del signore che sta
seduto sul divano."
T. "Quanti anni ha la bambina?"
G"Diecl.”
T. "E il signore?"
G. "Lui è grande. Il signore è sposato con la bambina
e i due se la fanno fra di loro."
T. "Cosa vuole dire se la fanno'? Vuole dire che
fanno l'amore?"
Gianna si mette una mano sulla bocca e poi dice:
"Dillo piano... sì, scopano. Se la fanno
fra di loro."
T. "E la mamma che cosa dice?"
G. "Niente. No anzi, i due grandi se la fanno fra di
loro, e anche i bambini se la fanno fra di loro."
T. "Quanti anni ha il bambino in braccio alla mamma?"
G. "Due, uno."
T. "Ma come fa un bambino di un anno a farsela con
una bambina di dieci?"
G. "Beh, allora ne ha tre... ma se la fa, se la fa,
lutto si può..."
T. "E la mamma cosa dice?"
G. "Dice: è OK, è OK, si può fare. Anche loro se la
fanno tra loro."
T. "Ma i bambini di solito fanno il sesso fra loro?"
G. "Quei due della figura sÌ, se la fanno fra loro."
T. "E come fanno, che cosa fanno esattamente quei
bambini fra loro?"
Gianna è imbarazzata: "Lui mette il pisello nella...
dillo tu, che l'altra volta l'hai detto bene."
T. "Nella vagina?"
G. "Certo, proprio lì."
T. "Ma tu la chiami proprio vagina?"
G. "No, io la chiamo la figa."
Chiediamo a Gianna di farci vedere con le bambole che
cosa fanno esattamente i due bambini della figura. La bambina,
entusiasta della richiesta, si avvicina alle bambole che si trovano
sul lettino e incomincia a spogliarle.
G. "Prima le dobbiamo spogliare perché per fare il
sesso bisogna essere nudi. Tu spoglia il maschio, io spoglio la
femmina."
T. "Come le mettiamo queste bambole, in quale
posizione?"
G. "Fammelo vedere prima tu come fanno."
Non vogliamo influenzare la comunicazione di Gianna e
pertanto mettiamo volutamente le bambole in una posizione nella
quale non è possibile avere alcun rapporto sessuale, e cioè coricate
nel letto supine, con i reciproci colpi che si toccano di lato.
G. "No, non cosÌ, fanno cosÌ..." e mostra la bambola
femmina coricata sulla schiena con le gambe divaricate; poi mette la
testa della bambola maschio fra le gambe della bambola femmina
mimando un rapporto orale con la donna come soggetto passivo
(cunnilingus). "Dai, ancora...", dice Gianna facendo questo gioco.
"Adesso facciamo un altro gioco."
Gianna prende la bambola maschio e le divarica le
gambe mettendo queste ultime dietro il corpo, poi mette la bambola
maschio con la parte dei genitali sopra la bocca della femmina e si
mette a ridere mimando un rapporto orale con l'uomo in posizione
passiva. Prende poi la bambola maschio e la mette supina, facendo
salire la femmina con le gambe divaricate sopra i genitali del
maschio, mimando un rapporto sessuale fra un uomo e una donna con la
donna sopra l'uomo.
"Ma
queste bambole non vanno bene perché il gioco non si può fare
proprio come si dovrebbe. Disegniamo il pisello, anzi facciamolo con
la carta." Prende quindi un foglio di carta e dopo averlo arrotolato
lo mette fra le gambe della bambola maschio raffigurando il pene.
Vuole poi disegnare la vagina; prende un foglio di carta, disegna la
vagina con i peli, e ritaglia il disegno facendogli un foro nel
centro. Il disegno cosÌ ritagliato viene messo dalla bambina in
mezzo alle gambe della bambola femmina.
G. "Adesso giochiamo. Mettigli il pisello dentro il
buco, infilalo bene dentro il buco e vai su e giù. lo faccio la
femmina. Dai, ancora, che bello, fammi godere, dai." Mentre dice
queste cose la bambina geme e ansima. Successivamente vuole
invertire i ruoli e mentre recita la parte del maschio fa andare su
e giù velocemente la bambola dicendo: "Che bei capelli che hai, che
bei capelli, dai, dai, mi piaci."
T. "Il pene entra dentro la vagina o viene solo
strofinato di fuori?"
G. "Dipende, a volte lo mette dentro, a volte viene
solo strofinato di fuori."
T. "Questi due sono grandi o sono bambini?"
G. "Sono grandi. Adesso giochiamo a fare la mamma che
entra nella stanza mentre i due stanno scopando e loro si
nascondono."
T. "Sono grandi o bambini quei due?"
G. "Sono bambini."
T. "Ai bambini piace fare quel gioco?"
G. "No, non gli piace. Tu adesso fai i bambini mentre
invece io faccio la mamma... Bambini, che cosa state facendo?"
T. "Niente mamma, stiamo giocando."
G. "Non ci credo, che cosa state nascondendo? Fatemi
vedere. Adesso giochiamo al gioco che la bambina chiede aiuto alla
mamma."
T. "lo che cosa devo dire come bambina?"
G. "Tu dì quello che vuoi, chiedi aiuto perché ti
fanno una cosa che tu non vuoi fare".
T. "Mamma, aiuto, mio fratello mi tocca."
Gianna con violenza dà un ceffone alla bambola
femmina e dice: "Smettila, stai zitta, sei stata tu, sei tu che lo
vuoi."
T. "Non è vero mamma, aiutami, non sono stata io, è
stato lui."
Gianna di nuovo dà un ceffone con forza alla bambola
e dice: "Stai zitta!"
Il gioco fatto da
Gianna potrebbe essere interpretato da alcuni terapeuti come un'erotizzazione
infantile dovuta al complesso di Edipo, così come la scena nella
quale viene raffigurata una madre colpevolizzante e violenta
potrebbe essere interpretata come proiezione del severo
autorimprovero per il desiderio provato dalla bambina di "rubare" il
marito o il fratello maggiore alla madre. Tale interpretazione può
essere in realtà utilizzata come un meccanismo di difesa
dalla percezione dell'abuso sessuale.
Se infatti è vero
che i bambini hanno molta fantasia, è anche vero che ci sono
informazioni che non fanno parte del normale patrimonio
culturale di un bambino e che pertanto devono essere state trasmesse
loro dal mondo degli adulti (per esempio la
fellatio o i gemiti che accompagnano il rapporto sessuale
fra adulti); ci sono inoltre deteminate scene, come quella
rappresentata da Gianna nella quale la madre entra nella
stanza dei bambini che fanno l'amore, che non possono in alcun modo
essere spiegate Con l'ipotesi della costruzione fantastica.
Molto spesso
dietro un certo tipo di messaggi "strani" circa la sessualità
lanciati da bambini o adolescenti, dietro frasi che lasciano
intendere una qualche forma di promiscuità sessuale fra adulti e
minori, dietro determinati comportamenti, giochi o sintomi fisici si
nasconde una qualche forma di abuso sessuale.
Fabio per esempio,
undici anni, era solito baciare sulla bocca i suoi compagni di
scuola (solo i maschi), pronunciava frasi provocatorie indirizzate
agli adulti del tipo: "Ciucciamelo, scopiamoci, giochiamo a
fottere", e aveva gravi disturbi caratteriali caratterizzati da
forte aggressività. Per un lunghissimo periodo questo comportamento
è manifestato di fronte a insegnanti, educatori e altre figure
professionali senza che costoro vi percepissero il "linguaggio" di
un bambino sessualmente abusato. Soltanto dopo anni è emerso con
chiarezza che Fabio è stato a lungo oggetto di violenza sessuale da
parte del fratello e dello zio.
Anna invece, una
bambina di sette anni, aggressiva, provocatoria, "antipatica", come
viene definita da tutte le persone che entrano in contatto con lei.
Un giorno in classe scrive un biglietto al suo compagno di banco:
"Enzo voglio ficare con te, ti prego fica con me. Voglio vedere il
tuo pino me lo voglio mettere nella mia bocca. Enzo caro, ti prego
amami, amore, fica con me e io ti faccio vedere la mia fica e tu me
la lecchi. Grazie, vieni a letto con me ti prego sotto le coperte.
Grazie, grazie." L'insegnante ce lo comunica, descrivendoci il caso:
abbiamo buone ragioni per ipotizzare allora un abuso sessuale e il
caso viene segnalato al Tribunale per i minorenni.
Durante un corso
di educazione sessuale Franca, sedici anni, si lamenta che i
rapporti con la propria madre sono molto tesi:
lo un giorno me ne
vado di casa, mia madre non mi lascia mai uscire, mi sgrida sempre,
non mi vuole bene e non vuole neppure che io mi affezioni al suo
ragazzo perchè è gelosa. Spesso mi dice che se io mi avvicino a
Luca, il suo ragazzo, lei per dispetto si porterà a letto il mio
ragazzo. Ma è giusto questo, per un po' di affetto che chiedo a
Luca?
L'insegnante ci
aveva avvisati che Franca aveva tentato due volte il suicidio, più
per attirare l'attenzione che non per togliersi davvero la vita. La
frase pronunciata da Franca, tenuto conto anche del suo tentato
suicidio, ci ha fatto nutrire forti sospetti che la ragazza avesse
subito una qualche forma di abuso sessuale e dopo aver chiesto un
colloquIo con lei abbiamo avuto conferma della nostra ipotesi.
Franca aveva alle spalle una storia di violenza sessuale subita
prima dallo zio e poi dal patrigno, ma nessuno si era mai fermato a
chiederle in modo esplicito e diretto di raccontare la sua
esperienza di abuso. Purtroppo sono ancora pochi gli operatori
minorili e i professionisti dell' infanzia e dell' adolescenza in
grado di decodificare i messaggi dei bambini e dei ragazzi, che
esprimono un bisogno di rivelazione e una domanda di aiuto in
relazione a un abuso sessuale, di cui sono vittima. Molte di queste
comunicazioni non arrivano a destinazione, come tanti messaggi del
naufrago affidati a bottiglie buttate in mezzo al mare e condannati
a non essere, raccolti da nessuno. Altri segnali arrivano a
destinazione di adulti, magari anche di professionisti dell'
infanzia e di esperti, che tuttavia non hanno gli occhi, le orecchie
e la disponibilità emotiva per percepire l'abuso sessuale, benché i
suddetti segnali non siano particolarmente complicati e
indecifrabili.
La teoria edipica che abbiamo preso in
considerazione in questo scritto rappresenta una delle principali
interferenze ideologiche alla comprensione e alla decodifica del
fenomeno dell’abuso sessuale. Certamente alcuni aspetti della teoria
freudiana possono risultare molto utili nel ricordare che la mente
del bambino ha la capacità di interagire in modo originale e
creativo nei confronti degli avvenimenti esterni, riplasmandoli e
ristrutturandoli a seconda delle esigenze affettive del soggetto. La
teoria pulsionale ed edipica tuttavia diventa difensiva e
adultocentrica, quando s’irrigidisce in una negazione delle
potenzialità traumatiche delle relazioni fra adulti e minori e
quando porta a colpevolizzare e a disprezzare sistematicamente la
capacità dei bambini di comunicare i traumi di cui, da che mondo è
mondo, sono oggetto.
(tratto da C. Foti, C. Roccia, L’abuso
sessuale sui minori, pp.145 - 153
|