Claudio Foti   

 

PSICOTERAPIA, RUOLO MATERNO E SENSI DI COLPA

 

(…)

 

   Più pretese ideali abbiamo verso noi stessi, più rabbia e sfiducia nutriamo nei nostri stessi confronti, più è probabile che finiamo per scaricare le tensioni conseguenti proprio sui bambini e sui ragazzi, proprio su coloro nei confronti dei quali ci sentiamo in colpa. Ho seguito in psicoterapia diverse madri, piene di ansie e di scrupoli riguardo ai propri bambini; spesso le letture di testi di psi­cologia avevano paradossalmente aumentato in loro i vissuti di inadeguatezza e un malinteso senso del dovere e del sacrificio nei confronti dei figli. Soltanto attraverso un periodo non breve di analisi e di riflessione e pertanto di attenzio­ne a se stesse, ai propri sintomi, ai propri desideri, soltanto attraverso l'ascolto di esigenze di espressione emotiva e affermativa di sé, queste donne sono riu­scite a superare i propri controproducenti sensi di autosvalutazione e di colpa, sono state in grado di instaurare un rapporto meno logorante con i propri figli (con un indubbio vantaggio per quest'ultimi), un rapporto educativo più fermo e coerente, meno ricattabile e nel contempo un rapporto più libero, con una disponibilità affetti­va più spontanea e meno appesantita dagli obblighi. Il cambiamento in queste madri non è nato ovviamente da un richiamo al dovere, alla colpa e al sacrifi­cio: esse hanno saputo gradualmente imparare una modalità relazionale meno soffocante per se stesse e per il proprio figlio grazie a un investimento sulla propria soggettività, grazie a una riscoperta delle dimensioni interne di bambi­na e di donna, precedentemente schiacciate a vantaggio di un ruolo stereotipato di madre.

 

   Dunque più i sensi di colpa persecutoria diminuiscono, più può aumentare il senso di responsabilità e di amore autentico verso se stessi e verso i bambini. “Ninna nanna, ninna ooo, il bambino a chi lo dò? Lo daremo alla befana che lo tenga una settimana. Ninna nanna, ninna ooo, il bambino a chi lo dò? Lo da­remo all'uomo nero che lo tenga un anno intero”. Come ricorda Winnicott, non sono certo “mostruose”  le generazioni di madri che sono venute producendo e cantando questa ninna anna nel tentativo di tenere insieme e integrare il proprio amore con la propria. comprensibile esigenza di liberarsi, di prendere le distanze dai loro figli.

Nelle filastrocche cantate e nelle fiabe raccontate dai genitori l'esperienza della violenza nei confronti dei piccoli - realtà storica effettiva e possibilità sempre attualizzabile - viene simbolizzata: invece di essere agita viene rappre­sentata e contenuta dentro una comunicazione affettiva, dentro un dono di amore e di cultura.

   D'altra parte, non bisogna dimenticare  che in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione può rompersi il legame positivo tra vicinanza e distanziamento nei confronti dei bambini, tra amore e odio, tra aggressione e simbolizzazione; in questo caso la violenza può tornare allora a essere agita dall’adulto. (…)

 

(da <“PER UNA CULTURA DELLA RELAZIONE INTERPERSONALE: L’ESPERIENZA DEL CENTRO STUDI HANSEL E GRETEL”, in CHI EDUCA CHI?, Claudio Foti (a cura di)  Unicopli, Milano, 1992 pp.  127-128)