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PSICOTERAPIA,
RUOLO MATERNO E SENSI DI COLPA
(…)
Più pretese ideali abbiamo verso noi stessi, più rabbia e
sfiducia nutriamo nei nostri stessi confronti, più è probabile che
finiamo per scaricare le tensioni conseguenti proprio sui bambini e
sui ragazzi, proprio su coloro nei confronti dei quali ci sentiamo
in colpa. Ho seguito in psicoterapia diverse madri, piene di ansie e
di scrupoli riguardo ai propri bambini; spesso le letture di testi
di psicologia avevano paradossalmente aumentato in loro i vissuti
di inadeguatezza e un malinteso senso del dovere e del sacrificio
nei confronti dei figli. Soltanto attraverso un periodo non breve di
analisi e di riflessione e pertanto di attenzione a se stesse, ai
propri sintomi, ai propri desideri, soltanto attraverso l'ascolto di
esigenze di espressione emotiva e affermativa di sé, queste donne
sono riuscite a superare i propri controproducenti sensi di
autosvalutazione e di colpa, sono state in grado di instaurare un
rapporto meno logorante con i propri figli (con un indubbio
vantaggio per quest'ultimi), un rapporto educativo più fermo e
coerente, meno ricattabile e nel contempo un rapporto più libero,
con una disponibilità affettiva più spontanea e meno appesantita
dagli obblighi. Il cambiamento in queste madri non è nato ovviamente
da un richiamo al dovere, alla colpa e al sacrificio: esse hanno
saputo gradualmente imparare una modalità relazionale meno
soffocante per se stesse e per il proprio figlio grazie a un
investimento sulla propria soggettività, grazie a una riscoperta
delle dimensioni interne di bambina e di donna, precedentemente
schiacciate a vantaggio di un ruolo stereotipato di madre.
Dunque più i sensi di colpa persecutoria diminuiscono, più può
aumentare il senso di responsabilità e di amore autentico verso se
stessi e verso i bambini. “Ninna nanna, ninna ooo, il bambino a chi
lo dò? Lo daremo alla befana che lo tenga una settimana. Ninna
nanna, ninna ooo, il bambino a chi lo dò? Lo daremo all'uomo nero
che lo tenga un anno intero”. Come ricorda Winnicott, non sono certo
“mostruose” le generazioni di madri che sono venute producendo e
cantando questa ninna anna nel tentativo di tenere insieme e
integrare il proprio amore con la propria. comprensibile esigenza di
liberarsi, di prendere le distanze dai loro figli.
Nelle filastrocche cantate e nelle fiabe raccontate dai genitori
l'esperienza della violenza nei confronti dei piccoli - realtà
storica effettiva e possibilità sempre attualizzabile - viene
simbolizzata: invece di essere agita viene rappresentata e
contenuta dentro una comunicazione affettiva, dentro un dono di
amore e di cultura.
D'altra parte, non bisogna dimenticare che in qualsiasi momento
e in qualsiasi situazione può rompersi il legame positivo tra
vicinanza e distanziamento nei confronti dei bambini, tra amore e
odio, tra aggressione e simbolizzazione; in questo caso la violenza
può tornare allora a essere agita dall’adulto. (…)
(da <“PER UNA CULTURA DELLA RELAZIONE INTERPERSONALE: L’ESPERIENZA
DEL CENTRO STUDI HANSEL E GRETEL”, in CHI EDUCA CHI?,
Claudio Foti (a cura di) Unicopli, Milano, 1992 pp. 127-128)
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