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INFANZIA RIMOSSA,
PSICOTERAPIA E PSICODRAMMA
Sarebbe assurdo
cercare una ricetta valida per tutti su come comportarsi con i
nostri genitori reali…le nostre storie personali e familiari, le
vicende di rapporto con i genitori reali dei diversi pazienti sono
abissalmente diverse. Credo che si possa concordare sul fatto che
trattare bene delle persone sia meglio che trattarle male, vivere in
pace sia meglio che vivere in guerra, trovare dei punti di
compromesso sia meglio che trovare continuamente punti di conflitto.
Questo può essere un orientamento generale, ma è anche vero che
spesso, se non si attraversano da parte dei figli fasi di conflitto
anche molto intenso con i genitori in relazione alle loro risposte
di disattenzione, fraintendimento, manipolazione, ecc non si
avviano fasi importanti di crescita personale ed inoltre non si
possono sollecitare processi di cambiamento e di ristrutturazione
positiva delle relazioni con i genitori stessi.
Ciascuno potrà
trovare quella che è la modalità migliore di convivenza e di
relazione con le figure dei genitori reali e credo che ci si possa
augurare che queste modalità siano basate il più possibile sulla
conciliazione, però torno a dire che ciò dipende dai conti in
sospeso che occorre fare, che non possono essere unificati per tutti
gli individui, perché dipendono dal tipo di storia che c’è stata.
Non esistono
ricette per tutte le situazioni… molti figli, molti pazienti per
esempio devono fare i conti in modo più aspro e dirompente con i
loro genitori perché le responsabilità dei loro genitori sono state
più pesanti, ci sono state violenze, strumentalizzazioni pervasive,
responsabilità molto gravi…
In questi casi il
conflitto aperto, duro, frontale con i genitori può essere positivo
e trasformativo e, come afferma Alice Miller, non si deve avere
fretta di chiudere le potenzialità conoscitive e liberanti associate
a questo conflitto con i genitori, ricorrendo ad un’ideologia di un
perdono troppo rapido che rischia di bloccare il percorso di
approfondimento sulle ragioni emotive della protesta e della rabbia
del figlio.
Il conflitto con i
genitori in quest’ottica non è assolutamente fine a se stesso, ma
risulta indispensabile per rendere giustizia al bambino che è stato
violato, che è stato usato, che è stato dimenticato, che non è stato
ascoltato nel suo dolore ed è stato lasciato solo.
Ma non solo nelle
situazioni più dolorose, in tutte le situazioni la capacità di
affrontare fino in fondo e di elaborare il conflitto con le figure
genitoriali (soprattutto quelle interne), trovando poi se possibile
una mediazione con quelli reali, è un passaggio di maturazione
fondamentale in un percorso di liberazione e di integrazione.
Se io continuo, con
l’atteggiamento del bambino bisognoso e insicuro che ammirava il
proprio genitore senza tenere conto di se stesso, a idealizzare,
difendere il punto di vista del padre o della madre che mi ha
mancato di rispetto, in forme più o meno gravi, se continuo a
trovare tutte le giustificazioni possibili e immaginabili al
comportamento del genitore che mi ha fatto in qualche maniera
violenza o che, in maggiore o minore misura, era troppo concentrato
sulla propria bisognosità per accorgersi di me e per ascoltarmi, se
continuo a sforzarmi di comprendere le sue ragioni senza comprendere
le ragioni del bambino, debole e sofferente che sono stato, non
posso diventare pienamente consapevole della mia storia infantile,
non posso integrare un pezzo decisivo del mio passato, non posso
finalmente dare accoglienza e solidarietà al bambino, che sono
stato, un bambino che, almeno in certi momenti o rispetto a certi
bisogni, è stato solo, non rispecchiato, non sostenuto .
Un punto importante
su cui fare chiarezza è quello di distinguere i genitori veri dai
genitori che vivono nella nostra mente. I genitori interni sono
spesso più distruttivi, più inclementi, più negativi dei genitori
reali: in genere sono il risultato dell’interiorizzazione delle
modalità interattive e relazionali più distruttive, più inclementi,
più negative dei genitori… inoltre ce li abbiamo dentro, ci
seguono, non possiamo separarcene tanto facilmente, andando via di
casa o acquistando l’indipendenza economica… , perché noi rischiamo
di non riconoscere e di proteggere proprio le presenze genitoriali
nella nostra mente. Con questi genitori interni è fondamentale che
ciascuno noi sappia fare i conti, imparando a distinguerli dai
genitori reali…se non riconosciamo e continuiamo a proteggere
genitori interni che trasmettono messaggi di tipo per es.
giudicante, squalificante, perfezionista, deprimente, intollerante…
non possiamo prenderci cura in modo costruttivo dei nostri bisogni e
delle nostre difficoltà, non possiamo costruire atteggiamenti
genitoriali interni verso noi stessi più accettanti, più empatici,
più benevoli, più stimolanti…
Il problema è che
dentro di noi - e non solo secondo la Miller, ma secondo molta parte
del pensiero psicoanalitico - esistono delle cariche di
idealizzazione, di ammirazione acritica non solo nei confronti dei
genitori reali, ma anche nei confronti dei genitori interni, ovvero
nei confronti della rappresentazione interna alla nostra mente dei
nostri genitori. Penso che il lavoro per ricordare ciò che ci è
stato fatto debba svolgersi innanzitutto fra noi e noi stessi,
innanzitutto nella nostra mente, nella nostra memoria. E’ secondario
quel che si può ricostruire attraverso il confronto esterno.
Io sto
sperimentando quanto può essere straordinariamente efficace
l’abbinamento dell’analisi individuale allo psicodramma. Questa
tecnica può essere proposta coinvolgendo la persona in analisi
all’interno di un gruppo di psicodramma oppure interrompendo nella
stessa seduta individuale la modalità comunicativa discorsiva e
introducendo momenti di gioco e di rappresentazione psicodrammatica.
E’ uno strumento che può rappresentare un antidoto efficace al
rischio, presente nel trattamento psicoanalitico classico e
ricorrente nei trattamenti di psicoterapia ad orientamento
analitico, di scivolare verso una china, dove il contatto emotivo
con l’esperienza dolorosa del paziente è scarso, dove si rischia un
eccesso di verbalizzazione difensiva o di intellettualizzazione o
una tendenza alla censura o “a parlar d’altro” rispetto ai ricordi e
ai conflitti più penosi e problematici del paziente.
Bisogna sempre
ricordare che la tentazione di prendere le distanze dagli aspetti
maggiormente traumatici, indigesti che il paziente porta con sé non
è solo del paziente, ma è anche del terapeuta, chiamato a contattare
la sofferenza del paziente ed anche la propria nel momento in cui
incontra nella terapia le vicende più penose dell’impotenza
infantile e non solo infantile del paziente.
Ovviamente la
garanzia rispetto alle tentazioni difensive dello psicoterapeuta non
sta nella tecnica, ma piuttosto nel suo atteggiamento mentale.
Infatti ci si può difendere dal compito di avvicinarsi alla
sofferenza del paziente o alla sofferenza della relazione
interpersonale con lui, anche decidendo di fare uso di una certa
tecnica come lo psicodramma – che di per sé può favorire
maggiormente il contatto con le emozioni e con le situazioni
dolorose o traumatiche del passato.
L’uso di una certa
tecnica tuttavia può aiutare a contrastare la tentazione presente
sempre nello psicoterapeuta a tenersi alla larga dal contatto con le
situazioni d’impotenza vissute nell’infanzia dal paziente e a
tenersi alla larga delle forme più intense del conflitto, che è
stato un tempo sperimentato dal bambino e che oggi bisognerebbe
riattraversare per poter rielaborare la sofferenza del passato e per
impedire che questa sofferenza condizioni il presente e ipotechi il
futuro.
Lo psicodramma è
una tecnica direttiva, ma non nel senso che porta il terapeuta a
consigliare soluzioni ai problemi o a suggerire scelte di vita. Nel
mio modello d’intervento terapeutico il terapeuta non delega
totalmente al paziente la scelta di affrontare certi nodi, certi
conflitti, certi ricordi. Aspetta fin tanto che è opportuno, ma poi
sollecita, incoraggia il confronto con quei nodi, con quei
conflitti, con quei ricordi. Nel corso della terapia deve proporre
di riattualizzare una certa vicenda, deve suggerire di
presentificare una certa relazione con un genitore o con un adulto
che è stato disturbante nell’infanzia del paziente, deve indicare la
possibilità di rivivere in seduta una certa situazione relazionale
conflittuale del presente o del passato. Questo aspetto direttivo
della tecnica può essere incorporato all’interno di una psicoterapia
ad orientamento analitico, ma questa psicoterapia rimane non
direttiva, nella misura in cui lascia ancora al paziente, una grande
responsabilità nella scelta dei contenuti della terapia e, a maggior
ragione, negli indirizzi della propria vita..
Nello psicodramma
si possono raggiungere degli insight, cioè dei momenti di lucida
visione interiore dei bisogni che sono stati calpestati e dei
ricordi di ciò che il soggetto ha vissuto e subito.
Si possono
realizzare delle espressioni affettive (positive o negative) di
grande intensità e di grande autenticità emotiva nei confronti dei
genitori. I genitori reali – nella maggior parte dei casi - mai e
poi mai verranno a sapere ciò che il figlio ha “giocato”, ha
rappresentato, ha espresso, ha elaborato nello psicodramma. Spesso è
molto meglio così: se lo venissero a sapere, non potrebbero capire,
sarebbe troppo faticoso per loro e reagirebbero molto negativamente,
con interventi di colpevolizzazione o di condanna. Non è tanto
decisivo coinvolgere i genitori reali, quel che conta è arrivare ad
esempio a delle forme di drammatizzazione che risultino liberanti
nel senso di produrre consapevolezza profonda, a manifestazioni e a
comunicazioni di differenziazione nei confronti delle idee e dei
comportamenti genitoriali che sono stati interiorizzati dal
paziente.
Possono essere
positive anche forme espressive di intensa commozione, di acuta
protesta o di vero e proprio odio. Ciò che è nocivo non è l’odio in
quanto tale, ma il soffocamento, il ristagno, il congelamento
dell’odio. L’odio che viene simbolizzato, tradotto in parola, in
gesto, in azione nel contesto simbolizzante dell’analisi e dello
psicodramma, può evolversi, invece di ristagnare, di imputridire,
logorando più soggetto che odia che non il suo bersaglio. L’odio
espresso è liberante non certo perché esprimere l’impulso aggressivo
è sempre catartico (secondo quanto si potrebbe pensare in base al
modello pulsionale freudiano).
L’odio espresso è
liberante, se consente di allargare la consapevolezza, se consente
di contattare, di comprendere, di legittimare le ragioni, le istanze
del bambino che ha subito torti e violenze e che pertanto ha bisogno
di non colpevolizzare, di non soffocare la propria rabbia.
Le resistenze
più forti dei pazienti, di tutti noi mirano a proteggere i genitori
interni più ancora dei genitori esterni. Ci sono persone che
dicono: ”Io non voglio drammatizzare un confronto con i miei
genitori, perché non voglio fare loro del male”. E’ paradossale.
E’ facile far notare a questi pazienti che i loro genitori non ne
potranno avere alcun male perché non sapranno mai niente dei
contenuti che verranno drammatizzati. In realtà queste persone
hanno paura di far male alla rappresentazione interna delle proprie
figure genitoriali, togliendo i genitori dal piedistallo in cui li
mettevano da bambini; hanno paura di far male ai simulacri interni
dei propri genitori, ai vitelli d’oro che hanno associato ai
genitori, vogliono mantenere questi simulacri idealizzati in un
Pantheon interno, per evitare di ricordare ciò che è stato fatto a
loro da bambini, per non incontrare tutto il mancato ascolto, tutta
la fragilità e il dolore del Sé infantile. Allora in questo senso
forse, all’interno del nostro seminario, Claudio Bosetto
affermava: “Non è tanto importante andare a conciliarsi con i
genitori reali, quel che conta è fare i conti con i genitori
interni”, per poter prendere contatto con tutta la nostra emotività,
con tutta la gamma dei nostri bisogni, con tutte le frustrazioni che
abbiamo vissuto, o almeno con una buona parte di esse.
(dalle Conclusioni del
SEMINARIO SUL PENSIERO DI ALICE MILLER,
Associazione Rompere Il silenzio, Moncalieri, 22 Ottobre 1996).
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