Claudio Foti   

 

INFANZIA RIMOSSA, PSICOTERAPIA E PSICODRAMMA

 

Sarebbe assurdo cercare una ricetta valida per tutti su come comportarsi con i nostri genitori reali…le nostre storie personali e familiari, le vicende di rapporto con i genitori reali dei diversi pazienti  sono abissalmente diverse. Credo che si possa concordare sul fatto che trattare bene delle persone sia meglio che trattarle male, vivere in pace sia meglio che vivere in guerra, trovare dei punti di compromesso sia meglio che trovare continuamente punti di conflitto. Questo può essere un orientamento generale, ma è anche vero che spesso, se non si attraversano da parte dei figli fasi di conflitto anche molto intenso con i genitori in relazione alle loro risposte di disattenzione, fraintendimento, manipolazione, ecc  non si avviano fasi importanti di crescita personale ed inoltre  non si possono sollecitare  processi di cambiamento e di ristrutturazione positiva delle relazioni con i genitori stessi.

 

Ciascuno potrà trovare quella che è la modalità migliore di convivenza e di relazione con le figure dei genitori reali e credo che ci si possa augurare che queste modalità siano basate il più possibile sulla conciliazione, però torno a dire che ciò dipende dai conti in sospeso che occorre fare, che non possono essere unificati per tutti gli individui, perché dipendono dal tipo di storia che c’è stata.

 

Non esistono ricette per tutte le situazioni… molti figli, molti pazienti per esempio devono fare i conti in modo più aspro e dirompente con i loro genitori perché le responsabilità dei loro genitori sono state più pesanti, ci sono state violenze,  strumentalizzazioni pervasive,  responsabilità molto gravi…

 

In questi casi il conflitto aperto, duro, frontale con i genitori può essere positivo e trasformativo e, come afferma Alice Miller, non si deve avere fretta di chiudere le potenzialità conoscitive e liberanti associate a questo conflitto con i genitori, ricorrendo ad un’ideologia di un perdono troppo rapido che rischia di bloccare il percorso di approfondimento sulle ragioni emotive della protesta e della rabbia del figlio.

 

Il conflitto con i genitori in quest’ottica non è assolutamente fine a se stesso, ma risulta indispensabile per rendere giustizia al bambino che è stato violato, che è stato usato, che è stato dimenticato, che non è stato ascoltato nel suo dolore ed è stato lasciato solo.

 

Ma non solo nelle situazioni più dolorose, in tutte le situazioni la capacità di affrontare fino in fondo e di elaborare  il conflitto con le figure genitoriali (soprattutto quelle interne), trovando poi se possibile una mediazione con quelli reali, è un passaggio di maturazione fondamentale in un percorso di liberazione e di integrazione.

 

Se io continuo, con l’atteggiamento del bambino bisognoso e insicuro che ammirava il proprio genitore senza  tenere conto di se stesso, a  idealizzare, difendere il punto di vista del padre o della madre che mi ha mancato di rispetto, in forme più o meno gravi, se continuo a trovare tutte le giustificazioni possibili e immaginabili al comportamento del genitore che mi ha fatto in qualche maniera violenza o che, in maggiore o minore misura,  era troppo concentrato sulla propria bisognosità per accorgersi di me e per ascoltarmi, se continuo a sforzarmi di comprendere le sue ragioni senza comprendere le ragioni del bambino, debole e sofferente che sono stato, non posso diventare pienamente consapevole della mia storia infantile, non posso integrare un pezzo decisivo del mio passato, non posso finalmente dare accoglienza e solidarietà al bambino, che sono stato, un bambino che, almeno in certi momenti o rispetto a certi bisogni,  è stato solo, non rispecchiato, non sostenuto   .

 

Un punto importante su cui fare chiarezza è quello di distinguere i genitori veri dai genitori che vivono nella nostra mente. I genitori interni sono spesso più distruttivi, più inclementi, più negativi dei genitori reali: in genere sono il risultato dell’interiorizzazione delle modalità interattive e relazionali più distruttive, più inclementi, più negative dei genitori…  inoltre ce li abbiamo dentro, ci seguono, non possiamo separarcene tanto facilmente, andando via di casa o acquistando l’indipendenza economica… , perché noi rischiamo di non riconoscere e di proteggere proprio le presenze genitoriali nella nostra mente. Con questi genitori interni è fondamentale che ciascuno noi sappia fare i conti, imparando a distinguerli dai genitori reali…se non riconosciamo e continuiamo a proteggere genitori interni che trasmettono messaggi di tipo per es. giudicante, squalificante, perfezionista, deprimente, intollerante… non possiamo prenderci cura in modo costruttivo dei nostri bisogni e delle nostre difficoltà, non possiamo costruire atteggiamenti genitoriali interni verso noi stessi più accettanti, più empatici, più benevoli, più stimolanti…

  

Il problema è che dentro di noi - e non solo secondo la Miller, ma secondo molta parte del pensiero psicoanalitico -  esistono delle cariche  di idealizzazione, di ammirazione acritica non solo nei confronti dei  genitori reali, ma anche nei confronti dei genitori interni, ovvero nei confronti della rappresentazione interna alla nostra mente dei nostri genitori. Penso che il lavoro per ricordare ciò che ci è stato fatto debba svolgersi innanzitutto fra noi e noi stessi, innanzitutto nella nostra mente, nella nostra memoria. E’ secondario quel che si può ricostruire attraverso il confronto esterno.

 

Io sto sperimentando quanto può essere straordinariamente efficace l’abbinamento dell’analisi individuale allo psicodramma. Questa tecnica può essere proposta coinvolgendo la persona in analisi all’interno di un gruppo di psicodramma oppure interrompendo nella stessa seduta individuale la modalità comunicativa discorsiva e introducendo momenti di gioco e di rappresentazione psicodrammatica. E’ uno strumento che può rappresentare un antidoto efficace al rischio, presente nel trattamento psicoanalitico classico e ricorrente nei trattamenti di psicoterapia ad orientamento analitico, di scivolare verso una china, dove il contatto emotivo con l’esperienza dolorosa del paziente è scarso, dove si rischia un eccesso di verbalizzazione difensiva o di intellettualizzazione o una tendenza alla censura o “a parlar d’altro” rispetto ai ricordi e ai conflitti  più penosi e problematici del paziente.

 

Bisogna sempre ricordare che la tentazione di prendere le distanze dagli aspetti maggiormente traumatici, indigesti che il paziente porta con sé non è solo del paziente, ma è anche del terapeuta, chiamato a contattare la sofferenza del paziente ed anche la propria nel momento in cui incontra nella terapia le vicende più penose dell’impotenza infantile e non solo infantile del paziente.

 

Ovviamente la garanzia rispetto alle tentazioni difensive dello psicoterapeuta non sta nella tecnica, ma piuttosto nel suo atteggiamento mentale.  Infatti ci si può difendere dal compito di avvicinarsi alla sofferenza del paziente o alla sofferenza della relazione interpersonale con lui, anche decidendo di fare uso di una certa tecnica come lo psicodramma – che di per sé può favorire maggiormente il contatto con le emozioni e con le situazioni dolorose o traumatiche del passato.

 

L’uso di una certa tecnica tuttavia può aiutare  a contrastare la tentazione presente sempre nello psicoterapeuta a tenersi alla larga dal contatto con le situazioni d’impotenza vissute nell’infanzia dal paziente e a tenersi alla larga delle forme più intense del conflitto, che è stato un tempo sperimentato dal bambino e che oggi bisognerebbe riattraversare per poter rielaborare la sofferenza del passato e per impedire che questa sofferenza condizioni il presente e ipotechi il futuro.

 

Lo psicodramma è una tecnica direttiva, ma non nel senso che porta il terapeuta a consigliare soluzioni ai problemi o a suggerire scelte di vita.  Nel mio modello d’intervento terapeutico il terapeuta non delega totalmente al paziente la scelta di affrontare certi nodi, certi conflitti, certi ricordi.  Aspetta fin tanto che è opportuno, ma poi sollecita, incoraggia il confronto con quei nodi, con quei conflitti, con quei ricordi.  Nel corso della terapia deve proporre di riattualizzare una certa vicenda, deve suggerire di presentificare una certa relazione con un genitore o con un adulto che è stato disturbante nell’infanzia del paziente, deve indicare la possibilità di rivivere in seduta una certa situazione relazionale conflittuale del presente o del passato. Questo aspetto direttivo della tecnica può essere incorporato all’interno di una psicoterapia ad orientamento analitico, ma questa psicoterapia rimane non direttiva, nella misura in cui lascia ancora al paziente, una grande responsabilità nella scelta dei contenuti della terapia e, a maggior ragione, negli indirizzi della propria vita..

 

Nello psicodramma si possono raggiungere degli insight, cioè dei momenti di lucida visione interiore dei bisogni che sono stati calpestati e dei ricordi di ciò che il soggetto ha vissuto e subito.

 

Si possono realizzare delle espressioni affettive (positive o negative) di grande intensità e di grande autenticità emotiva nei confronti dei genitori. I genitori reali – nella maggior parte dei casi - mai e poi mai verranno a sapere ciò che il figlio ha “giocato”, ha rappresentato, ha espresso, ha elaborato nello psicodramma. Spesso è molto meglio così: se lo venissero a sapere, non potrebbero capire, sarebbe troppo faticoso per loro e reagirebbero molto negativamente, con interventi di colpevolizzazione o di condanna. Non è tanto decisivo coinvolgere i genitori reali, quel che conta è arrivare ad esempio a delle forme di drammatizzazione che risultino liberanti nel senso di produrre consapevolezza profonda, a manifestazioni e a comunicazioni di differenziazione nei confronti delle idee e dei comportamenti genitoriali che sono stati interiorizzati dal paziente.

 

Possono essere positive anche forme espressive di intensa commozione, di acuta protesta o di vero e proprio odio. Ciò che è nocivo non è l’odio in quanto tale, ma il soffocamento, il ristagno, il congelamento dell’odio. L’odio che viene simbolizzato, tradotto in parola, in gesto, in azione nel contesto simbolizzante dell’analisi e dello psicodramma, può evolversi, invece di ristagnare, di imputridire, logorando più soggetto che odia che non il suo bersaglio. L’odio espresso è liberante non certo perché esprimere l’impulso aggressivo è sempre catartico (secondo quanto si potrebbe pensare in base al modello pulsionale freudiano).   

L’odio espresso è liberante,  se consente di allargare la consapevolezza, se consente di contattare, di comprendere, di legittimare le ragioni, le istanze del bambino che ha subito torti e violenze e che pertanto ha bisogno di non colpevolizzare, di non soffocare la propria rabbia.

 

   Le resistenze più forti dei pazienti, di tutti noi mirano a proteggere i genitori interni più ancora dei genitori esterni.  Ci sono persone che dicono: ”Io non voglio drammatizzare un confronto con i miei genitori,  perché non voglio fare loro del male”.  E’ paradossale. E’ facile far notare a questi pazienti che i loro genitori non ne potranno avere alcun male perché non sapranno mai niente dei contenuti che verranno drammatizzati.  In realtà queste persone hanno paura di far male alla rappresentazione interna delle proprie figure genitoriali, togliendo i genitori dal piedistallo in cui li mettevano da bambini; hanno paura di far male ai simulacri interni dei propri genitori, ai vitelli d’oro che hanno associato ai genitori, vogliono mantenere questi simulacri idealizzati in un Pantheon interno, per evitare di ricordare ciò che è stato fatto a loro da bambini, per non incontrare tutto il mancato ascolto, tutta la fragilità e il dolore del Sé infantile. Allora in questo senso forse, all’interno del nostro seminario,  Claudio Bosetto affermava:  “Non è tanto importante andare a conciliarsi con i genitori reali, quel che conta è fare i conti con i genitori interni”, per poter prendere contatto con tutta la nostra emotività, con tutta la gamma dei nostri bisogni, con tutte le frustrazioni che abbiamo vissuto, o almeno con una buona parte di esse.

 

 (dalle Conclusioni del SEMINARIO SUL PENSIERO DI ALICE MILLER, Associazione Rompere Il silenzio, Moncalieri,  22 Ottobre 1996).