Claudio Foti   

 

TEORIA DEL TRAUMA E TEORIA DELLE PULSIONI

 

 

Per Alice Miller[1] la teoria freudiana delle pulsioni rischia di occultare il carattere potenzialmente traumatico delle risposte genitoriali ai bisogni evolutivi dei bambini e conseguentemente finisce per addebitare unilateralmente alle "fissazioni pulsionali" del soggetto in età evolutiva la responsabilità dei suoi sviluppi patologici. In effetti la psicoanalisi freudiana che ai suoi albori, nel tentativo di spiegare l'origine della nevrosi isterica, s'era imbattuta nella realtà dell'abuso sessuale sui minori da parte degli adulti[2], attenuerà e rettificherà l'importanza di questa scoperta non solo per le esigenze di sviluppo interno della teoria, ma anche e soprattutto per gli effetti negativi che tale scoperta mi­nacciava di produrre nel mondo sociale e nell'ambiente scientifico, a cui Freud stesso apparteneva e al quale la sua nuova disciplina necessariamente si rivol­geva, desiderosa di legittimazione.[3]

                                                                                                           

Successivamente la teorizzazione kleiniana, pur aprendo positivamente la ricerca psicoanalitica a una nuova attenzione alle fantasie, alle simbolizzazio­ni infantili ed, inoltre, alle dimensioni affettivo - relazionali dello sviluppo psichico del neonato ha rischiato di riprodurre una rappresentazione colpevolizzante del bambino, visto in prevalenza come portatore di impulsi avidi, sadici, criminali a base innata.[4]

 

 L’apice dell’elaborazione di un’immagine adultocentrica del bambino e della pulsionalità infantile, descritta con malcelato disprezzo come intensamente pericolosa, è raggiunta dallo psicoanalista freudiano Glover: “Il bambino piccolo normale è per tendenza innata, d’un egocentrismo quasi assoluto, è avido, sporco, mosso da istinti violenti e da abitudini distruttrici, eccessivamente orientato sul sesso, brutale nel comportamento e privo di ogni senso di realtà e anche solo di una primitiva sensibilità morale; inoltre è opportunista, senza scrupoli, autoritario sadico nei suoi rapporti con la società (rappresentata dalla famiglia). Se poi ci rivolgiamo alla personalità criminale, a quella che noi definiamo personalità psicopatica, constatiamo che molte delle qualità appena menzionate possono in determinate circostanze continuare a sussistere anche nella vita adulta. Perché è proprio così: valutato con il metro sociale dell’adulto, il bambino piccolo normale è decisamente un delinquente nato”[5]

 

D’altra parte sia l'autocritica freudiana del 1897, con cui il fondatore della psicoanalisi tende a negare il contenuto di verità storica dei ricordi infantili dei suoi pazienti nevrotici, sia l'intera riflessione kleiniana, spingono ad approfondire la conoscenza del “mondo interno” del paziente.  Gli indirizzi teorici freudiani e kleiniani non possono assoluta­mente essere respinti in toto, pena  il rischio di una svalutazione teorica e terapeutica della  "realtà psichica" del soggetto umano. Il concetto di realtà "realtà psichica” risulta fondamentale peraltro nella costruzione di una cultura dell'infanzia, basata sull'attivazione della sog­gettività dell'adulto e sullo sviluppo della capacità di pensare la relazione in­terpersonale adulto - minore.

 

Certo la svolta freudiana del 1897, "il famoso voltafaccia", come lo chiama Bowlby[6], con la conseguente scelta a favore della "teoria delle pulsioni" a scapito della "teoria del trauma" ha teso inevitabilmente per condizionare lo sviluppo del movimento psicoanalitico nel senso di una mancata sintesi tra l'at­tenzione alla realtà interna e l'attenzione a quella esterna (tra l'altro vari fattori di ordine storico-sociale ed epistemologico in modo convergente hanno ulte­riormente sollecitato l'elaborazione degli psicoanalisti nel senso della "psico­logia di un solo individuo"): la psicoanalisi freudiana ha finito così per atte­nuare la propria percezione del conflitto adulto - bambino, per privilegiare sul piano teorico, in modo non sufficientemente dialettico, la realtà interna su quella esterna e sul piano clinico la sapienza interpretativa e la neutralità osser­vativa dello psicoanalista a scapito del suo impegno interattivo[7]  e della sua ca­pacità empatica di far emergere nelle espressioni del paziente l'infanzia traumatica rimossa, così come è stata da lui vissuta autenticamente e rappresentata psichicamente.

 

(tratto da Introduzione a Chi educa chi?, Claudio Foti (a cura di), Unicopli, Milano, 1992, pp. 57 - 59).


[1] Cfr. A. Miller (1981), Il bambino inascoltato, op. cit.

[2] Cfr. S. Freud, "Minute teoriche per Wilhelm Fliess", "L'ereditarietà e l'etologia delle nevro­si", "Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa", " Etiologia dell'isteria", in Opere, vol. II, Boringhieri, Torino 1968, rispettivamente pp. 49 sgg., pp. 289 sgg., pp. 307 sgg., pp. 333 sgg.

[3] Cfr. M. Krull, Padre e figlio. Vita familiare di Freud, Boringhieri, Torino 1982; cfr. J.M. Masson, L'assalto alla verità, Mondadori, Milano 1984.

[4] Cfr. H. Segal, Introduzione all’opera di Melania Klein, Martinelli, Firenze, 1975.

[5] E. Glover, cit. in A., Miller, L’infanzia rimossa, Garzanti, 1990, p. 41

[6] Cfr. J. Bowlby (1988), Una base sicura, cit.

[7] S. Bordi, "Modelli a confronto in psicoanalisi", Prospettive psicoanalitiche del lavoro istituzionale, gennaio-aprile 1990, vol. 8, n. 1, pp. 71-87