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TEORIA DEL TRAUMA E
TEORIA DELLE PULSIONI
Per Alice Miller
la teoria freudiana delle pulsioni rischia di occultare il carattere
potenzialmente traumatico delle risposte genitoriali ai bisogni
evolutivi dei bambini e conseguentemente finisce per addebitare
unilateralmente alle "fissazioni pulsionali" del soggetto in età
evolutiva la responsabilità dei suoi sviluppi patologici. In effetti
la psicoanalisi freudiana che ai suoi albori, nel tentativo di
spiegare l'origine della nevrosi isterica, s'era imbattuta nella
realtà dell'abuso sessuale sui minori da parte degli adulti,
attenuerà e rettificherà l'importanza di questa scoperta non solo
per le esigenze di sviluppo interno della teoria, ma anche e
soprattutto per gli effetti negativi che tale scoperta minacciava
di produrre nel mondo sociale e nell'ambiente scientifico, a cui
Freud stesso apparteneva e al quale la sua nuova disciplina
necessariamente si rivolgeva, desiderosa di legittimazione.
Successivamente la teorizzazione kleiniana, pur aprendo
positivamente la ricerca psicoanalitica a una nuova attenzione alle
fantasie, alle simbolizzazioni infantili ed, inoltre, alle
dimensioni affettivo - relazionali dello sviluppo psichico del
neonato ha rischiato di riprodurre una rappresentazione
colpevolizzante del bambino, visto in prevalenza come portatore di
impulsi avidi, sadici, criminali a base innata.
L’apice dell’elaborazione di un’immagine adultocentrica del bambino
e della pulsionalità infantile, descritta con malcelato disprezzo
come intensamente pericolosa, è raggiunta dallo psicoanalista
freudiano Glover: “Il bambino piccolo normale è per tendenza innata,
d’un egocentrismo quasi assoluto, è avido, sporco, mosso da istinti
violenti e da abitudini distruttrici, eccessivamente orientato sul
sesso, brutale nel comportamento e privo di ogni senso di realtà e
anche solo di una primitiva sensibilità morale; inoltre è
opportunista, senza scrupoli, autoritario sadico nei suoi rapporti
con la società (rappresentata dalla famiglia). Se poi ci rivolgiamo
alla personalità criminale, a quella che noi definiamo personalità
psicopatica, constatiamo che molte delle qualità appena menzionate
possono in determinate circostanze continuare a sussistere anche
nella vita adulta. Perché è proprio così: valutato con il metro
sociale dell’adulto, il bambino piccolo normale è decisamente un
delinquente nato”
D’altra parte sia l'autocritica
freudiana del 1897, con cui il fondatore della psicoanalisi tende a
negare il contenuto di verità storica dei ricordi infantili dei suoi
pazienti nevrotici, sia l'intera riflessione kleiniana, spingono ad
approfondire la conoscenza del “mondo interno” del paziente. Gli
indirizzi teorici freudiani e kleiniani non possono assolutamente
essere respinti in toto, pena il rischio di una svalutazione
teorica e terapeutica della "realtà psichica" del soggetto umano.
Il concetto di realtà "realtà psichica” risulta fondamentale
peraltro nella costruzione di una cultura dell'infanzia, basata
sull'attivazione della soggettività dell'adulto e sullo sviluppo
della capacità di pensare la relazione interpersonale adulto -
minore.
Certo la svolta freudiana del
1897, "il famoso voltafaccia", come lo chiama Bowlby,
con la conseguente scelta a favore della "teoria delle pulsioni" a
scapito della "teoria del trauma" ha teso inevitabilmente per
condizionare lo sviluppo del movimento psicoanalitico nel senso di
una mancata sintesi tra l'attenzione alla realtà interna e
l'attenzione a quella esterna (tra l'altro vari fattori di ordine
storico-sociale ed epistemologico in modo convergente hanno
ulteriormente sollecitato l'elaborazione degli psicoanalisti nel
senso della "psicologia di un solo individuo"): la psicoanalisi
freudiana ha finito così per attenuare la propria percezione del
conflitto adulto - bambino, per privilegiare sul piano teorico, in
modo non sufficientemente dialettico, la realtà interna su quella
esterna e sul piano clinico la sapienza interpretativa e la
neutralità osservativa dello psicoanalista a scapito del suo
impegno interattivo
e della sua capacità empatica di far emergere nelle espressioni del
paziente l'infanzia traumatica rimossa, così come è stata da lui
vissuta autenticamente e rappresentata psichicamente.
(tratto da
Introduzione a Chi educa chi?, Claudio Foti (a cura di),
Unicopli, Milano, 1992, pp. 57 - 59).
Cfr. M.
Krull, Padre e figlio. Vita familiare di Freud,
Boringhieri, Torino 1982; cfr. J.M. Masson, L'assalto
alla verità, Mondadori, Milano 1984.
S.
Bordi, "Modelli a confronto in psicoanalisi", Prospettive
psicoanalitiche del lavoro istituzionale,
gennaio-aprile 1990, vol. 8, n. 1, pp. 71-87
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