|
L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto.
Abuso sessuale sui minori: contesto clinico, giudiziario,
sociale
a cura di Claudio Foti
Franco Angeli
Editore,
Milano, 2003
collana: Hansel e
Gretel, dalla parte del bambino - direttore Claudio Foti,
condirettore Claudio Bosetto
|
Introduzione. Per una teoria dell’ascolto dell’abuso |
|
|
|
di Claudio Foti |
pag. |
9 |
|
|
|
|
|
|
|
|
Parte prima
Ascolto e mancato ascolto dell’abuso
|
|
|
|
|
|
|
|
L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto
di Claudio Foti |
» |
63 |
|
Cause psicologiche della violenza familiare
di Felicity de Zulueta |
» |
95 |
|
L’abuso sessuale:
caratteristiche del racconto di eventi traumatici
di Paola Di Blasio |
» |
116 |
|
Rimozione non fa rima con prevenzione, né con protezione
di Nadia Bolognini, Claudio Foti |
» |
134 |
|
Adultocentrismo dell’istituzione e ascolto emotivo
di Sabrina Farci |
» |
152 |
|
Autotutela delle istituzioni e ascolto del bambino
di Marilena Dellavalle |
» |
160 |
|
|
|
|
|
|
|
|
Parte seconda
|
|
|
L’ascolto dell’abuso e
l’intervento psicologico
|
|
|
|
|
|
|
|
Originalità e creatività del concetto di trauma nel
pensiero e nell’opera di Sándor Ferençzi
di Franco Borgogno |
» |
173 |
|
La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una
generazione all’altra
di Estela V. Welldon |
» |
192 |
|
Quando i bambini dicono bugie...
di Claudio Foti, Nadia Bolognini |
» |
208 |
|
Cosa succede a chi ascolta l’abuso?
di Alessandro Vassalli |
» |
227 |
|
|
|
|
|
|
|
|
Parte terza
|
|
|
L’ascolto dell’abuso e il
contesto giudiziario
|
|
|
|
|
|
|
|
L’ascolto del minore nel processo penale. Il bambino
abusato: vittima due volte?
di Piero Forno |
» |
237 |
|
La diagnosi abusante. Le domande che non sono domande
di Guglielmo Gulotta, con la collaborazione di
Ilaria Cutica |
» |
248 |
|
Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu taccia. La
“suggestione negativa” nei casi di presunto abuso sessuale
di Cristina Roccia, Gianni
Guasto |
» |
265 |
|
Intelligenza emotiva e
suggestione nella valutazione psicologica
del bambino
di Claudio Foti |
» |
281 |
|
Le resistenze
istituzionali e giuridiche al riconoscimento dell’abuso
di Laura De Rui |
» |
299 |
|
L’audizione protetta: la preparazione, il sostegno e
l’ascolto del piccolo testimone
di Claudio Foti, Danila Ghiano |
» |
305 |
|
|
|
|
|
|
|
|
Appendice
|
|
|
Ascolto dell’abuso e formazione
|
|
|
|
|
|
|
|
La formazione degli operatori per lo sviluppo delle
competenze empatiche
di Claudio Foti |
» |
327 |
Introduzione.
Per una teoria dell’ascolto dell’abuso
di Claudio Foti
1. Ascolto e identificazione empatica
«Io sono Anna, ho 12 anni e non sono stata
ascoltata perché nessuno ha capito la mia voglia di spaccare tutto, la mia
voglia di distruggere tutto e mi sento spaccata dentro, mi sento sporca e mi
sento terribilmente sola».
«Io sono Francesco, ho 9
anni, mi costringono ad andare in un posto dove ci sono degli uomini, delle
donne, dei grandi che fanno delle brutte cose, alcune volte viene anche mia
sorella che è più è piccola; ho tanta paura, non ce la faccio a parlare con
nessuno, vorrei tanto che qualcuno si accorgesse di me, vorrei tanto
incontrare degli sguardi che potessero sentire quello che ho dentro, non ho
nemmeno la forza di parlare, solo quella di piangere».
«Mi chiamo Carmela ho 16 anni e vivo in
comunità, sono molto arrabbiata. Vivo in comunità perché mio padre ha
abusato di me. Sono tanto arrabbiata e forse non capisco neanche tanto bene
perché sono così arrabbiata, ce l’ho con tutti, ce l’ho con gli educatori,
ce l’ho con tutto il mondo e sento che anche tutto il mondo, gli educatori,
le persone che mi stanno vicino non mi sopportano proprio più, sono tanto
arrabbiati con me, può darsi che abbiano anche ragione».
«Sono Federico, ho 9
anni. Non mi sento ascoltato perché non parlo, non capisco quello che
succede, lo zio mi porta in soffitta, mi fa vedere i giornali pornografici…
io non ho mai visto un pisello così grande, caldo, duro… io non capisco
quello che succede, sento che qualcosa che… di sessuale… qualcosa che non va
fatto, ma non capisco, non comprendo e così non parlo e però lo faccio con
mio cuginetto più piccolo, ho imparato a fare così».
Non sono bambini o bambine a parlare, bensì,
in un salone congressuale, gli psicologi del Centro Studi Hänsel e Gretel
che hanno condotto i gruppi di lavoro del Convegno “Ascolto dell’abuso e
abuso nell’ascolto”.
I conduttori sono schierati ad ala sul palco di fronte a cinquecento persone
ancora presenti in sala nonostante sia l’una di domenica mattina: uno dietro
l’altro, attraverso la tecnica psicodrammatica dell’inversione di ruolo,
ciascuno sta cercando di dare voce ad un bambino, la cui problematica e la
cui vicenda sono comparse all’interno del lavoro del loro gruppo.
È il momento conclusivo di un Convegno, i cui
contributi teorici più rilevanti sono contenuti in questo volume. Compare
inoltre in questo libro un resoconto dell’esperienza di gruppo emotivamente
più coinvolgente e significativa che è stata vissuta nei ventitre gruppi di
lavoro del convegno.
Si tratta di una
fantasia guidata attraverso la quale i partecipanti hanno sperimentato la
possibilità di sentire e mentalizzare in termini esperienziali e
profondi, e non solo superficiali o intellettualistici, la posizione di un
bambino preso dal conflitto tra il bisogno di parlare e la necessità
difensiva di tacere. In questa esperienza di gruppo i partecipanti sono
stati sollecitati a comprendere da vicino quali sono gli
atteggiamenti, i comportamenti e le verbalizzazioni dell’ascoltatore che
favoriscono la confidenza e quali invece risultano bloccanti e disturbanti
rispetto al desiderio del bambino di aprirsi (cfr. C. Foti, La formazione
degli operatori per lo sviluppo delle competenze empatiche).
«Io sono Carla e ho 8 anni. Non mi sono
sentita ascoltata quando ho detto all’assistente sociale che non volevo
stare a casa il sabato pomeriggio, non volevo stare a casa sola con papà;
però io penso di non essere stata ascoltata perché non ho parlato
abbastanza, non ho detto chiaramente, dovevo dire di più, è colpa mia e mi
sento delusa e mi sento sola».
«Sono Anna, ho 15 anni, mio padre abusa di me
da quando ero piccola, ora finalmente ce l’ho fatta a dirlo, ma la psicologa
a cui l’ho detto si è spaventata da morire e ha chiesto l’aiuto di un’altra.
Quest’altra mi ha capito, ma poi mia mamma subito mi ha portato dall’altra
psicologa, perché la seconda psicologa aveva parlato della necessità di
denunciare il fatto. Io adesso ho rovinato la mia famiglia, mio padre e mia
madre si sono separati; mi sento cattiva, colpevole, confusa, arrabbiata,
sola, impotente».
L’ascolto dell’abuso
implica in effetti la capacità di identificarsi in modo rispettoso con l’alterità
della penosa condizione del bambino vittimizzato e con l’intelligenza
emotiva che consente di dare un nome ai sentimenti di questo bambino. L’abuso
nell’ascolto coincide invece con la paura di ascoltare il dolore e
l’impotenza, con la stupidità emotiva che può esprimersi con la fuga,
più o meno razionalizzata, dal mondo delle emozioni o con la proiezione
massiccia sul bambino di sentimenti non elaborati dell’operatore.
L’ascolto dell’abuso
sessuale ai danni dell’infanzia evoca almeno tre significati: a) è impegno
di consapevolezza sulla consistenza e sulle caratteristiche del fenomeno; b)
è capacità concreta di rilevazione degli indicatori della violenza; c) è, in
senso più specifico, disponibilità e competenza, emotiva e cognitiva,
all’accoglimento non distorcente e non inibente delle comunicazioni verbali
del singolo bambino che è stato abusato o che potrebbe esserlo.
L’abuso nell’ascolto
d’altra parte è: a) l’alterazione della consapevolezza sulla realtà del
fenomeno per cui quest’ultimo viene rappresentato in modo distorto
(amplificandone o più spesso riducendone le dimensioni); b) è grave carenza
nella capacità di rilevazione dell’abuso con letture generalizzanti ed
allarmistiche che generano negli operatori un eccesso di preoccupazione o,
più spesso, con letture difensive che producono un difetto di
preoccupazione, attraverso la minimizzazione e la negazione di evidenze
cliniche e comportamentali che rinviano all’ipotesi dell’abuso; c) in senso
più specifico, è l’assenza di comprensione e di condivisione,
l’incompetenza, emotiva e cognitiva, nell’ascolto di un minore:
atteggiamenti che non consentono al bambino di esprimere autenticamente la
propria vicenda, la propria bisognosità, la propria verità: l’abuso
nell’ascolto si manifesta con interventi e atteggiamenti suggestivi vuoi in
senso negativo (disorientanti e scoraggianti la comunicazione di un
abuso che potrebbe essere accaduto), vuoi in senso positivo
(persuadenti e inducenti la comunicazione di un abuso che potrebbe non
essere accaduto).
2. Quali parole attorno all’abuso
Sull’ascolto dell’abuso sessuale sui bambini
si sentono dire tante cose: “Ma non è certo un problema!… i media non
parlano d’altro!… è un tema diventato di moda… forse se ne parla troppo…”.
Che la questione della violenza sessuale ai
danni dell’infanzia abbia faticosamente e contraddittoriamente cominciato ad
uscire dall’alone di silenzio, di tabuizzazione, di diniego culturale,
scientifico e sociale che la circondava, è un fatto. Che l’ascolto
dell’abuso sessuale sui minori sia un impegno sociale adeguatamente
affrontato è una grave mistificazione.
Fatta emergere e precipitosamente accantonata
dalla psicoanalisi freudiana alla fine del sec. XIX,
riproposta negli Stati Uniti negli ultimi decenni del secolo trascorso a
partire dalla sensibilità emergente alle tematiche del trauma, dello stupro
e della protezione dei bambini, la questione dell’abuso sessuale ai danni
dell’infanzia inizia faticosamente ad essere affrontata in Italia sul piano
clinico e istituzionale a partire dagli anni ‘80. Da questo momento il
problema comincia a circolare nella comunicazione mediatica e sociale con
un’attenzione tutt’altro che costante: abbiamo assistito ed assistiamo ad
ondate oscillatorie tra il sensazionalismo, che si consuma con il rapido
logorarsi delle notizie usa e getta relative agli abusi e i movimenti
prolungati di rimozione del problema; tra picchi di indignazione forcaiola
in coincidenza di eventi drammatici e comportamenti continuativi di
deresponsabilizzazione della comunità adulta;
tra enfatizzazione saltuaria del tema della pedofilia e dimenticanza
strategica dell’abuso sessuale intrafamiliare; tra stentati avvii di una
presa di coscienza istituzionale e costante rinvio di una politica coerente
per il sostegno dell’intervento di prevenzione e contrasto alla violenza ai
minori.
Certo, in alcuni ambiti istituzionali e
sociali (comunque limitati!) s’è ridotta l’indicibilità e l’impensabilità
del problema dell’abuso sessuale sui minori, alcuni settori di operatori
(comunque ristretti) sono stati coinvolti in alcune iniziative di
sensibilizzazione e di formazione, il tema è stato, in qualche occasione,
messo nell’agenda dei problemi sociali dalla pur ambivalente attenzione
mediatica e le vittime, in questo contesto, hanno cominciato ad approfittare
della riduzione della stigmatizzazione sociale ai loro danni e delle nuove
possibilità offerte della comunicazione sociale.
Ma, detto questo, la questione dell’ascolto
dell’abuso sui bambini resta tutta da affrontare e molte valutazioni
improntate ad una semplificazione ottimistica rinviano ad una malcelata
insofferenza difensiva nei confronti del riconoscimento del problema e della
radicata difficoltà strutturale a recepirlo sul piano individuale,
istituzionale e sociale.
La parola che inizia a
circolare attorno all’appropriazione e alla strumentalizzazione sessuale
dell’infanzia è una parola che può cominciare a portare la luce in zone di
buio, di segreto e di sporcizia, che può liberare da vissuti di colpa e di
stigmatizzazione e portare elementi di chiarezza nella confusione dei
ricordi e dei significati. È una parola che inizia a produrre una nuova più
dignitosa rappresentazione sociale della vittima,
a favorire risposte penali capaci di fermare il senso di onnipotenza e
d’invulnerabilità degli abusanti, ma è una parola che ancora può essere
facilmente soffocata, interrotta, spezzata; usata strumentalmente per fare
audience piuttosto che per fare riflettere; ritrattata da vittime non
adeguatamente sostenute; non presa sul serio e contraddetta da adulti a cui
viene aprioristicamente accordata maggiore credibilità; fatta oggetto di
scempio in molte aule di tribunali da parte di avvocati e consulenti;
esaminata criticamente e svuotata di senso da esperti che usano la scienza
per difendere il privilegio dei più forti e dei più ricchi.
3. Un fenomeno, diffuso, sommerso, inascoltato
Sono stato invitato ad un seminario di
sensibilizzazione sul tema dell’abuso sessuale all’infanzia da
un’associazione con un forte impegno sociale e religioso. Mi trovo di fronte
ad una quarantina di persone, allenate al confronto sulle esperienze
soggettive e ad un ascolto reciproco e rispettoso, ma che non hanno mai
affrontato il tema dell’abuso. Mi sono preparato una scaletta di conduzione
per la giornata che prevede un’interazione iniziale con i partecipanti e
successivi interventi di riflessione e di attivazione del gruppo.
La mia scaletta salta
completamente. Appena introduco la sollecitazione all’ascolto emotivo do il
via ad un’esperienza sorprendente e straordinariamente coinvolgente: si
susseguono gli interventi dei partecipanti che portano esperienze personali
molto diverse tra loro di abusi subiti nell’infanzia e nell’adolescenza. Mi
colpisce la storia di una donna che descrive con molta forza emotiva, ma nel
contempo con pacatezza, il proprio calvario di sofferenze a partire da un
abuso infantile non creduto. Si nota che c’è stata una grande elaborazione
della propria vicenda. La propria madre la fece ricoverare in clinica
psichiatrica quand’era adolescente, illudendosi così di “curarla”. Qualche
tempo dopo le dimissioni, la madre s’accorse leggendo il suo diario che la
ragazza insisteva nel descrivere gli abusi: telefonò pertanto allo
psichiatra per segnalare una “riacutizzazione dei sintomi”!
Gli interventi si succedono in uno spirito di
autenticità emotiva che non ha nulla della suggestione isterica. Il gruppo è
composto da persone abituate per le finalità culturali e spirituali
dell’associazione ad un pensiero riflessivo. Anche la storia di una donna di
settanta anni è molto commovente e nel contempo lucida. Fino a poco tempo fa
pensava di dover combattere con il ricordo dell’abuso subito dal padre,
ritenendo che la maturità coincidesse con un perdono inteso come
cancellazione della propria memoria e dei propri sentimenti. Oggi invece ha
cambiato idea e vuole imparare a rispettare la propria vita e la propria
mente.
La maggior parte degli abusi che vengono
esplicitati nel gruppo non vennero comunicati nel passato: mancarono le
parole per dirlo, ma soprattutto le orecchie e la mente degli adulti per
ascoltare. Qualcosa evidentemente non ha funzionato e non funziona
nell’ascolto sociale dell’abuso sessuale sui bambini!
Le ricerche retrospettive sulla diffusione
dell’abuso sessuale sui minori rappresentano uno strumento conoscitivo
rilevante che consente di aprire uno squarcio nella cortina del mancato
ascolto e del mancato riconoscimento dell’abuso: un fenomeno certamente
vecchio come il mondo, ma nel contempo sollecitato a nuovi sviluppi da un
lato dal progresso consumistico e telematico, dall’altro dall’imbarbarimento
etico e culturale della società contemporanea. Molti studi, condotti nei
decenni trascorsi, negli USA e in paesi dell’Europa occidentale, attraverso
interviste a campioni di soggetti adulti, effettuate con metodologie
rigorose e con la garanzia dell’anonimato
su eventuali violenze subite nell’infanzia e nell’adolescenza, hanno
dimostrato che tali violenze hanno colpito percentuali molto consistenti
d’individui prima dei 18 anni (in genere dal 10 al 35% della popolazione
femminile, dall’8 al 15% della popolazione maschile).
Queste ricerche retrospettive, i cui
risultati mutano a seconda delle metodologie utilizzate e dalla definizione
scelta di abuso sessuale, concordano comunque nel definire una
rappresentazione dell’abuso sessuale sui minori ben diversa e ben più
consistente di quella che deriva dalle denunce effettuate all’autorità
giudiziaria. Emerge un fenomeno ampiamente diffuso, ampiamente
sommerso (dal punto di vista della rilevazione sociale e giudiziaria),
ampiamente inascoltato (da alcune ricerche si ricava che molti casi
non sono mai stati comunicati ad alcuno).
Per es. il 10,5% del campione di bambini
intervistati in un ricerca di Filkenhor
comunica di aver subito un abuso sessuale o un tentato abuso senza averlo
mai riferito.
I dati di queste
ricerche - afferma il manifesto del Progetto Movimento per l’Infanzia
- confermano che il bambino continua ad essere un oggetto sessuale molto
appetibile da parte di molti adulti, e che l’abuso sessuale sui bambini è
tuttora una pratica così diffusa da dover essere considerata fenomeno non
eccezionale, ma statisticamente comune. Conferma ulteriore di ciò
deriva dall’esistenza del vastissimo e per ora incontrollabile mercato della
pedofilia nato rapidamente con Internet, e dall’altrettanto vasto, e
tollerato, mercato della prostituzione minorile esistente in numerose parti
del mondo. (…) L’abuso sessuale sui minori costituisce, dunque, per la sua
diffusione, un reale e allarmante problema sociale e, a causa delle
conseguenze devastanti sullo sviluppo psichico, anche un problema di salute
pubblica. È necessario dunque che l’opinione pubblica e il mondo politico
diventino consapevoli che anche nel nostro Paese i diritti dell’infanzia
sono spesso violati affinché il problema della violenza sui bambini venga
posto come prioritario e affrontato con correttezza ed efficacia, sia a
livello di prevenzione che di riparazione dei danni. (…) Solo in una cultura
in cui il bambino cessa di essere bambino-oggetto per diventare
bambino-persona, degna di rispetto e di attente cure in quanto soggetto
in evoluzione, è possibile interrompere il secolare ciclo generazionale del
maltrattamento.
4. Il piacere perverso, il potere e il furto
Nel settembre del 2001 un’inchiesta del
quotidiano francese Le monde evidenziava come al primo posto tra le
paure dei francesi comparisse la paura della pedofilia. Sicuramente esiste
una diffusa tendenza antropologica a proteggere la prole, ma resta la
domanda: se la comunità sociale ha così tanta paura della pedofilia, perché
la pedofilia non ha paura di essere così estesa e radicata nella comunità
sociale?
E la pedofilia non è che un aspetto del
fenomeno poliedrico della perversione che minaccia l’infanzia.
La perversione è una modalità per assumere una posizione di controllo
onnipotente su un’altra persona, per negare la propria debolezza e la
propria bisognosità. I bambini si prestano per la loro infermità e
malleabilità a relazioni perverse e strumentali.
La sessualizzazione
perversa è una tendenza a trasformare la persona in cosa, inseguendo
l’eccitazione e il godimento sessuale per riempire la solitudine, la
mancanza, la sofferenza mentale, senza tener assolutamente in considerazione
se il partner sessuale sia in grado o meno di gestire il rapporto, se il
rapporto sessuale avrà conseguenze positive o distruttive per l’oggetto
sessuale.
La tendenza ad usare il potenziale
d’eccitazione del corpo del bambino, del preadolescente o dell’adolescente,
senza curarsi del fatto che in quel corpo abita una persona, coinvolge
sicuramente un numero di individui di gran lunga superiore a quello dei
pedofili, intesi in senso specifico come soggetti che hanno una ben precisa
preferenza sessuale che li porta a tenersi lontano dalla donna e dell’uomo
adulto, per privilegiare come oggetto erotico un soggetto non sviluppato.
In questa componente più ampia di soggetti
abusanti, ci stanno persone che hanno rapporti con donne adulte e nel
contempo sono capaci, episodicamente o periodicamente, di trasformare in
vari modi, in giocattolo erotico il soggetto in età evolutiva. In questa
componente ci stanno i genitori, i fratelli, gli zii, i nonni incestuosi, ci
stanno gli individui che programmano o decidono improvvisamente di
trasformare un viaggio turistico in un paese povero in un’avventura
sessuale, ci stanno gli uomini che ricorrono alla prostituzione e non
esitano a ricercare e a comprare le prestazioni sessuali di ragazzine che
mostrano, spesso chiaramente e nettamente, di essere minorenni. Si tratta di
un’area sociale tutt’altro che irrilevante.
Tre rilevanti fattori psico-sociali
contribuiscono a far sì che il fenomeno dell’abuso sessuale continui a
mantenere caratteristiche endemiche nella comunità sociale, nonostante
l’indubbia crescita della coscienza civile e della risposta giuridica al
problema. Questi fattori ruotano attorno a tre parole chiave: il piacere,
il potere, il furto.
1.
Il piacere.
La diffusione dell’abuso rinvia innanzitutto al fatto che la sessualità -
soprattutto quella maschile - è un congegno che può garantire un piacere a
portata di mano, intenso, trascinante, veloce da consumare. Tale piacere,
sganciato dalla dimensione di scambio comunicativo e relazionale, che gli dà
senso, valore e limite, può essere immediatamente e perversamente ricercato
come risposta impulsiva alla depressione, all’angoscia, alla solitudine,
sempre più dilaganti. Oltretutto la ricerca del piacere oggi è meno inibita
e colpevolizzata di ieri, essendo entrata in crisi un’etica rigida che
considerava tale piacere come peccato. D’altra parte la morale tradizionale
non è stata adeguatamente sostituita da un’etica diversa, capace di
coniugare la ricerca del piacere con il rispetto della persona: risulta
pertanto socialmente diffusa una visione permissiva e acritica dei rapporti
sessuali che può portare anche ad esiti perversi: “Si vive una volta sola…
con una bambina? Perché no?”.
2.
Il potere.
L’abuso sessuale sui bambini si consuma sul piano inclinato di relazioni
asimmetriche, dispari, caratterizzate da una posizione dominante e da una
posizione subalterna. Il divario di potere eccita e nel contempo rassicura,
pur in forme diverse, il genitore incestuoso e il pedofilo. Nonostante il
fatto che sul piano ideologico e giuridico l’adultocentrismo nelle sue
versioni più rozze e autoritarie sia socialmente meno diffuso nei processi
educativi, vaste aree della vita sociale, familiare e delle istituzioni
minorili continuano ad essere caratterizzate da rapporti di dominio fra le
generazioni. Queste aree restano sottratte al controllo sociale, alla
consapevolezza dei diritti dell’infanzia e caratterizzate dall’isolamento
comunicativo dei bambini, dal soffocamento dei loro bisogni di confronto e
dialogo, dall’imposizione di una doppiezza di regole e principi. Lo stile
democratico
del rapporto tra le generazioni, caratterizzato dal rispetto reciproco, dal
riconoscimento di comuni diritti (oltre che di differenti ruoli), da una
certa trasparenza comunicativa, per quanto enfatizzato sul piano ideologico,
è ben lungi dall’essere diventato realtà relazionale quotidiana, praticata e
diffusa nelle famiglie e nelle istituzioni dell’infanzia. In una cultura
dove i rapporti di potere tra le generazioni rimangono ben presenti nel
tessuto sociale ed istituzionale rimane forte la tentazione dell’abuso ai
danni dei minori.
3.
Il furto.
Non si può comprendere la vastità del fenomeno dell’abuso sessuale sui
bambini senza riferirsi alla tendenza all’appropriazione distruttiva e
predatoria, prevalente nei soggetti perversi, ma certamente non estranea
allo psichismo umano. Il desiderio di appropriarsi indebitamente degli
oggetti, dei sentimenti, della corporeità altrui è una componente mentale
molto diffusa, associata per alcuni autori
alle pulsioni pregenitali, presenti nell’evoluzione psichica infantile del
soggetto umano. La fantasia di rubare e di depredare è spesso sostenuta dal
bisogno di risarcire ferite e privazioni affettive e narcisistiche e si
traduce in varie modalità di passaggio all’atto.
Oltretutto i significanti per designare,
nel linguaggio volgare, i rapporti sessuali sono gli stessi, in molti casi,
che vengono utilizzati per designare modalità relazionali basate sul furto,
sull’inganno, sulla appropriazione indebita (fregare, ciulare, fottere...).
In conclusione nella
nostra comunità sociale l’abuso sessuale sui bambini permane e cresce come
tentazione molto diffusa, che può frequentemente venire agita da parte di
adulti che inseguono la sessualizzazione perversa, al fine di
contrastare il senso di vuoto e la depressione, passando all’atto la
fantasia appropriativa del corpo infantile, ovvero rubando ai bambini il
piacere sessuale e il controllo sulla loro esperienza, approfittando
delle aree di incontrastato potere adultocentrico che rimangono molto
presenti nelle istituzioni e nelle famiglie.
5. L’ascolto presuntuoso
La prima e più evidente
manifestazione dell’abuso nell’ascolto è la presunzione. Presunzione
di saper definire con esattezza la consistenza del fenomeno, spesso
riducendolo in termini rassicuranti a quei dati statistici (per es. le
denunce all’autorità giudiziaria) che inevitabilmente escludono la
rilevazione del sommerso. Presunzione di un mondo ideale senza
sadismo e senza perversione, nel quale non varrebbe la pena tenere a mente
l’ipotesi della violenza sessuale. Presunzione assoluta di innocenza
di un imputato adulto, che si ottiene affermando aprioristicamente
l’inattendibilità della testimonianza del bambino e il carattere
aspecifico dei suoi sintomi, anche quando ci si trova di fronte ad un
insieme significativo di indicatori che rinviano ad un trauma sessuale.
Presunzione, infine, nell’ascoltare un bambino a senso unico
senza dialogare mentalmente con ipotesi interpretative diverse prima che
una di queste possa prevalere, confortata da una massa di dati, di nessi
logici e psicologici, di verifiche emotive.
La presunzione dell’ascoltatore
semplifica e banalizza l’impegno mentale dell’ascolto, negando o
sottovalutando pesantemente le risorse psichiche indispensabili per
ascoltare: una certa quota di energia psico-fisica, una mente
sufficientemente libera da conflitti ed ansie e disposta a porsi in
posizione di passività/recettività, una certa capacità di
riconoscimento/rispetto dell’alterità e dell’essere persona
dell’interlocutore, una discreta disponibilità a rapportarsi ai sentimenti
propri ed altrui, a mettersi dal punto di vista dell’altro tenendo a bada
gli atteggiamenti giudicanti, una sufficiente elasticità nell’aprirsi al
nuovo e nel ristrutturare preconcezioni, schemi preesistenti e sistemi
d’informazioni acquisite, ecc…
L’idea riduttiva in base a cui l’ascolto non
sarebbe un impegno costituito da operazioni mentali complesse ed evolute,
bensì un’attività prevalentemente intellettiva, priva di implicazioni
relazionali ed emotive; la convinzione di essere in assoluto un buon
ascoltatore senza la percezione dei problemi e delle difficoltà che derivano
inevitabilmente dal compito di ascoltare il disagio di un altro essere
umano; l’incomprensione e il rifiuto a mettersi in discussione, a formarsi
in modo specifico, a supervisionare la propria attività sociale di ascolto:
sono atteggiamenti di presunzione che accompagnano e generano
inevitabilmente abusi rilevanti nell’ascolto di qualsiasi bambino in
qualsiasi contesto (a maggior ragione poi se questo bambino è coinvolto in
un possibile abuso sessuale).
Non mancano esempi di
ascoltatori presuntuosi in questo volume: il giudice che parte dalla
convinzione in base a cui una persona socialmente rispettabile non può avere
avuto rapporti incestuosi con i suoi figli: a partire da questo assioma
l’ascolto di un figlio che denuncia un padre notaio finirà per coincidere
con il tentativo di minacciare il bambino, indurlo apertamente alla
ritrattazione, costringerlo a giurare sul crocifisso (cfr. C. Foti,
L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto); lo psichiatra, chiamato
agli inizi del ‘900 ad una valutazione della vicenda di una minore vittima
d’incesto, che si schiera immediatamente dalla parte dell’abusante,
sicuro dell’oggettività della sua scienza, senza neppure sentire la
necessità di conoscere e di dialogare con la ragazza denunciante (cfr. P.
Forno, L’ascolto del minore nel processo penale. Il bambino abusato:
vittima due volte?); il giudice che presume di non aver alcun bisogno di
aiuto nell’audizione protetta di una bambina fortemente a disagio,
dichiarando di avere, in quanto padre, capacità di ascolto e di confidenza
con i bambini: una presuntuosa convinzione che non impedisce certo al
magistrato di condurre il colloquio in modo pesantemente suggestivo (in
senso negativo) e squalificante nei confronti della bambina (cfr. C. Foti e
D. Ghiano, L’audizione protetta: la preparazione, il sostegno e l’ascolto
del piccolo testimone).
6. L’ascolto illusorio
L’ascolto
è un impegno mentale e relazionale tutt’altro che semplice e scontato.
Esiste certo un ascolto che può risultare stimolante o rassicurante, e che
non pone certo problemi o difficoltà. Si tratta di un ascolto di
comunicazioni piacevoli, rilassanti, capaci di confermare le nostre
previsioni, i nostri schemi, le nostre immagini del mondo. Ma l’ascolto di
cui maggiormente abbiamo bisogno come individui e come comunità sociale è un
ascolto che non si fermi sulla soglia della dimensione dolorosa,
conflittuale, imprevedibile dell’esistenza. Abbiamo necessità di un ascolto
dei contenuti di sofferenza, di impotenza, di confusione: ascolto come
disponibilità a fare silenzio, sgombrando il campo mentale da sentimenti e
preoccupazioni che possono agire da barriera alla ricezione di comunicazioni
provenienti dall’esterno, come disponibilità di attenzione-accoglimento dei
messaggi provenienti dall’alterità dell’altro, come disponibilità a
dare spazio alla dimensione del non previsto, del non conosciuto, del non
desiderato, del non piacevole.
La competenza dell’ascolto in questo senso
rappresenta una risorsa preziosa e scarsa nella comunità sociale,
presupponendo nel soggetto in grado di ascoltare la capacità di tenere a
bada due tendenze molto radicate nella mente umana: l’illusione e l’egocentrismo.
In questo paragrafo parleremo della prima tendenza, nel paragrafo successivo
affronteremo la seconda.
Nelle psicologie orientali l’illusione è il
fattore mentale maggiormente insano che interferisce con la capacità di
registrazione, sensoriale (visiva, auditiva, ecc…) e mentale, della realtà.
Goleman, studiando la psicologia del buddismo classico afferma: «L’illusione
è definita come un’opacità della mente che porta ad una falsa percezione
dell’oggetto di consapevolezza. L’illusione è considerata come base
dell’ignoranza, radice prima della sofferenza umana. Questa falsa percezione
della natura delle cose - l’incapacità, semplicemente, di vedere con
chiarezza, senza pregiudizi di alcun genere - è il nucleo di tutti gli stati
mentali nocivi».
L’illusione impedisce di riconoscere la
realtà degli eventi e dei fenomeni per quello che sono e per come si
manifestano, impedisce di registrare in modo corretto le informazioni
provenienti dai fatti e dalle persone. L’illusione è nemica dell’ascolto
perché nemica della consapevolezza.
Ascoltare l’abuso sessuale sui minori è
veramente un impegno ostico. Occorre superare almeno sei forme di illusione:
1.
l’illusione relativa ad una
comunità umana globalmente buona ed amorevole nei confronti dei suoi
cuccioli o comunque capace di proteggerli dalla sessualizzazione perversa
(tale illusione va in frantumi prendendo atto delle estese dinamiche sociali
di strumentalizzazione sessuale e di “odio erotizzato” sottese all’abuso);
2.
l’illusione relativa a una mente umana capace, al di là di
eccezioni psicopatologiche, di mantenersi estranea a pratiche perverse e
distruttive ai danni dell’infanzia (tale illusione viene meno nel constatare
che i comportamenti abusanti sono per lo più agiti da soggetti socialmente
adattati e privi di patologie conclamate dal punto di vista psichiatrico);
3.
l’illusione che esistano
luoghi protetti dallo scatenarsi di azioni abusanti (la famiglia, la Chiesa
o altre istituzioni “buone”): in particolare l’illusione relativa alla
famiglia come luogo ottimale di protezione dei bambini, “rifugio dai dolori
e dai traumi della vita quotidiana… microcosmo pieno di accudimento,
nel quale i figli sono educati da genitori attenti, allo scopo di diventare
cittadini buoni e responsabili”: tale illusione crolla nel constatare le
dimensioni spaventose della violenza domestica (cfr. F. De Zulueta, Cause
psicologiche della violenza familiare).
4.
l’illusione relativa
all’infanzia (e alla nostra stessa infanzia) come età idealizzata e felice:
se la comunità adulta, la famiglia e la stessa mente umana sono tutt’altro
che esenti dalla tentazione di distorcere la relazione con il bambino a fini
abusanti e strumentali, l’infanzia degli esseri umani non può essere del
tutto al riparo da una qualche forma di impatto con mancanze di rispetto,
più o meno gravi, degli adulti nei confronti dei bisogni infantili associati
alla corporeità e alla sessualità;
5.
l’illusione relativa
all’idea che per aiutare il minore abusato possa essere sufficiente una
risposta capace di interrompere la violenza senza necessariamente avviare un
impegno successivo di ascolto e di cura del suo trauma; l’illusione che il
tempo sia il rimedio per tutti i mali (e di conseguenza di tutti i traumi) e
pertanto che non sia indispensabile, per garantire un futuro al minore
abusato, dargli la possibilità di
riattraversare il passato, offrendogli la presenza empatica di un
ascoltatore disponibile a rielaborare con lui l’esperienza traumatica: tali
illusioni sono smentite dal fatto che a distanza di mesi, anni o decenni
dall’interruzione della violenza si possono scatenare gravissimi disagi,
sintomi e comportamenti post-traumatici che possono peraltro scaricarsi
nella generazione successiva (cfr. E. Welldon, La ripetizione dell’abuso
e dei maltrattamenti da una generazione all’altra);
6.
l’illusione che la
soggettività di chi si accosta nei diversi ruoli all’abuso non costituisca,
a seconda dei casi, problema o risorsa decisiva interagendo con la
possibilità della vittima o presunta vittima di esprimere la propria verità:
in altri termini l’illusione che sia possibile rilevare, valutare o curare
il trauma sessuale di un bambino senza che la soggettività dell’operatore
incida in modo rilevante, positivamente o negativamente, sulla comunicazione
e sull’attivazione del bambino, l’illusione che ci si possa occupare di
abuso senza dover incontrare sentimenti penosi e conflittuali, senza dover
elaborare l’ansia, l’incertezza e la tensione, senza dover fare i conti con
forti resistenze dentro di sé alla possibilità di accogliere la sofferenza e
la confusione dell’interlocutore, senza dover tenere a bada le modalità
difensive dell’evitamento o dell’iper-identificazione, senza assumere
pertanto un doveroso impegno di formazione, confronto, supervisione (cfr. A.
Vassalli, Cosa succede a chi ascolta l’abuso?).
Non mancano esempi di
ascolto illusorio in questo volume:
nel caso di Linda, una giovane donna che ha passato la propria infanzia e la
propria adolescenza in un clima di costante violenza fisica e sessuale, lo
psichiatra infantile che aveva conosciuto la bambina a scuola, il medico che
aveva visitato spesso la ragazza per le continue infezioni al tratto
urinario, le assistenti sociali che si erano occupate del caso non avevano
mai percepito l’estrema gravità della situazione, evidentemente vittime del
pregiudizio illusorio in base a cui si esclude a priori che la famiglia
possa essere un luogo di abuso sistematico e brutale (cfr. F. De Zulueta,
Cause psicologiche della violenza familiare); nel caso delle madri con
una storia di abusi e deprivazioni alle spalle, l’ascolto illusorio è quello
degli operatori che prendono per buoni i propositi di cambiamento di queste
donne in relazione al loro impegno genitoriale senza neppure verificare in
che misura nella loro funzione di madri sono effettivamente in grado, al di
là delle loro intenzioni dichiarate, di evitare la ripetizione delle
dinamiche di violenza che hanno inciso nella loro vicenda infantile (cfr. E.
Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una
generazione all’altra); nel caso della bambina abusata di quattro anni
che amava cantare una canzoncina con contenuti sessuali molto espliciti
(quali per esempio “ciucciami il pisello, baciami i capezzoli”), gli
psicologi di un servizio pubblico, chiamati al compito di effettuare la
psicodiagnosi della bambina, registrano il testo di tali canzoncine nella
cartella clinica e altri dati significativi, ma scartano con nettezza
l’ipotesi dell’abuso sessuale, non riuscendo evidentemente a formulare tale
ipotesi all’interno della loro illusoria rappresentazione della realtà (cfr.
C. Roccia e G. Guasto, Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu
taccia. La “suggestione negativa” nei casi di presunto abuso sessuale);
nel caso di numerosi minori oggetto di valutazione in ambito
giudiziario, l’ascolto illusorio è quello dei periti e dei consulenti del
Tribunale che con la loro osservazione supposta come neutrale, distaccata
ed obiettiva, ma in realtà fredda e disumana, pretenderebbero di
registrare comunicazioni assolutamente non contaminate da parte dei bambini,
non rendendosi conto così di danneggiare e contaminare pesantemente la
capacità comunicativa dei soggetti esaminati, dato che qualsiasi bambino
presuntamente abusato, in ogni caso, gravemente sofferente e disorientato,
ha assoluta necessità per poter comunicare di ripristinare legami di fiducia
con le figure adulte in un clima di accoglienza benevola ed empatica (cfr.
C. Foti, Intelligenza emotiva e
suggestione nella valutazione psicologica del bambino).
7. L’ascolto autocentrato
Come l’illusione anche
l’egocentrismo è antitetico all’ascolto. Il soggetto chiamato all’ascolto
(singolo, gruppo o istituzione che sia), ripiegato su se stesso e sui propri
bisogni particolari non può aprirsi all’altro. E l’ascolto è apertura
all’altro, non solo alle sue parole, ma più profondamente ai suoi bisogni,
alla sua identità, alla sua stessa esistenza. In quest’ottica l’ascolto si
colloca in una posizione mentale e relazionale diametralmente opposta alla
perversione: questa intende usare e distorcere la soggettività dell’altro al
servizio dell’equilibrio/squilibrio del Sé; l’ascolto invece tende a mettere
l’equilibrio del Sé al servizio della soggettività dell’altro, non operando
distorsioni o manipolazioni né nella soggettività di chi ascolta né in
quella di chi comunica (cfr. C. Foti, L’ascolto dell’abuso e l’abuso
nell’ascolto).
L’ascolto, in quanto
consistente e dispendioso impegno, di tipo prevalentemente emotivo ed
affettivo, è sempre stato una risorsa scarsa nella comunità umana. L’attuale
cultura del narcisismo, che “non soltanto innalza i narcisisti a
posizioni di prestigio, ma suscita e rafforza in ciascuno i tratti
narcisisti”
non contribuisce certo ad incrementare le capacità individuali e sociali di
ascolto. Si assiste addirittura ad un rovesciamento semantico e psicologico
del concetto di ascolto, che non viene più inteso come disponibilità e
servizio all’interno di una relazione interpersonale, come
conoscimento/riconoscimento dell’altro, bensì come potere, come capacità
di farsi ascoltare e di aumentare la propria audience, i propri indici di
gradimento e di influenza sugli altri: nella cultura del narcisismo
un individuo gode di stima sociale tanto più riesce non già a dare ascolto,
bensì ad ottenere ascolto (sul piano mass-mediologico, nel proprio
ambiente di lavoro o relazionale…).
Non mancano esempi, in questo volume, di
forme di ascolto incapaci di autentica apertura all’altro, centrate sulle
esigenze del singolo ascoltatore o sulle esigenze dell’istituzione,
piuttosto che sull’attenzione e sul rispetto nei confronti delle
comunicazioni del bambino o del suo bisogno di esprimersi: un ascolto di
comodo centrato sul mondo degli adulti e non certo sul mondo dell’infanzia,
a tutela degli interessi della generazione e della comunità adulta e non
certo a tutela dei bambini, soggetti più deboli e meno garantiti socialmente
e politicamente.
È l’ascolto
adultocentrico e medicocentrico dei sanitari che visitano la piccola Sara:
un ascolto che nega completamente i bisogni emotivi della bambina,
sacrificandoli sull’altare dell’efficientismo e della volontà di sapere
dell’istituzione ospedaliera (cfr. S. Farci, Adultocentrismo
dell’istituzione e ascolto emotivo); è l’ascolto narcisistico del
giudice che decide di condurre
l’audizione protetta senza instaurare alcuna relazione interpersonale con la
bambina, senza neppure presentarsi e
familiarizzare con lei, al contrario scegliendo di condurre il colloquio
utilizzando una televisione a circuito chiuso e parlando alla bambina come
un personaggio televisivo da uno schermo, (cfr. L. De Rui, Le
resistenze istituzionali e giuridiche al riconoscimento dell’abuso);
è l’ascolto adultocentrico della psicologa che, nell’ambito di un colloquio
peritale, sottopone una bambina, Annalisa, ad un’escalation di assurde
richieste di prestazioni comunicative, espressive, grafiche senza
minimamente calarsi nei panni della sua piccola interlocutrice e senza tener
conto della sua età e delle sue esigenze, fino a suscitare comprensibilmente
la rabbia e il rifiuto della bambina (cfr. C. Roccia, G. Guasto,
Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu taccia. La “suggestione
negativa” nei casi di presunto abuso sessuale);
è l’ascolto carente delle assistenti sociali che risulta pesantemente
condizionato, prima ancora che da carenze professionali,
da un’organizzazione del lavoro
autoreferenziale, centrata su se stessa piuttosto che sulle esigenze degli
utenti, una organizzazione dove le linee guida e le modalità gestionali ed
operative non consentono di valorizzare e rispettare le risorse umane degli
operatori, i quali di conseguenza non sono assolutamente messi nelle
condizioni di ascoltare (cfr. M. Dellavalle, Autotutela delle istituzioni
e ascolto del bambino).
8. Tre tipi di resistenze all’ascolto dell’abuso
Mi è capitato in alcune occasioni di proporre
all’interno di incontri di formazione con équipe di operatori psico-sociali
che intervengono sull’abuso un’attivazione basata sull’intelligenza emotiva
che iniziava con la seguente consegna: «Esplicitate un problema che vi sta a cuore o che vi pesa relativo alla
questione di cui vi occupate e comunicate un sentimento significativo
associato a questo problema». Mi è capitato di verificare che tanto più il
gruppo ha accumulato esperienza clinica e sociale sull’abuso sessuale sui
bambini e ha maturato una capacità di espressione in termini di autenticità,
concretezza e consapevolezza, tanto più le risposte alla consegna mettono a
fuoco in prevalenza problematiche inerenti alla difficoltà ad ascoltare
l’abuso.
Emergono tre tipi di resistenza all’ascolto
dell’abuso, che risultano spesso associate tra loro:
1.
resistenze della vittima a
porsi in posizione di ascolto del proprio trauma, dei fatti, dei pensieri e
dei sentimenti associati all’abuso patito;
2.
resistenze della comunità
adulta e delle istituzioni ad aprirsi al riconoscimento dell’abuso sessuale
all’infanzia, spesso sbattendo la porta in faccia di fronte alle piccole
vittime e ai loro familiari e calpestando le loro necessità di solidarietà,
aiuto, giustizia e cura;
3.
resistenze soggettive degli
stessi operatori, anche di quelli più sensibili, ad avvicinarsi all’abuso
sessuale, per diagnosticarlo, contrastarlo, curarlo, resistenze in genere
tanto maggiori quanto più forte è l’impatto, richiesto dai casi, con
l’impotenza, con il dolore, con la confusione e con la prospettiva ansiogena
di andare incontro a conflitti e rischi personali.
Gli psicologi impegnati in compiti di
psicodiagnosi o trattamento dell’abuso segnalano per esempio di frequente la
grande difficoltà delle stesse vittime ad avvicinarsi al trauma, ad
ascoltare se stesse, ritornando mentalmente e verbalmente sulla propria
storia. Contestualmente riconoscono spesso la propria difficoltà soggettiva
ad aiutare il paziente, piccolo o grande che sia, a riprendere contatto
mentale con l’abuso.
Dice Amelia, psicoterapeuta: «Come superare
le resistenze a ricordare? La mia paziente ventenne mi dice: “È passato del
tempo, non ne voglio più parlare”. Io ovviamente cerco di fare collegamenti
tra i problemi della sua vita e la sua vicenda di abuso, ma sento un forte
dispiacere, un’impotenza perché mi pare che le sue resistenze permangano».
Giovanna, psicologa, afferma: «Seguo una
ragazza che forse è stata abusata dal vicino di casa. È una vicenda penosa,
confusa. Il vicino aveva una relazione con la madre della ragazza… Il mio
sentimento è di fatica, di impazienza. Non riesco a tollerare i silenzi, i
lunghi silenzi della ragazza… prima pensavo che avrei dovuto aver più
pazienza, accettare di più i suoi silenzi… in supervisione ho capito che
forse anch’io ho paura a fare domande, a rompere questo silenzio: anch’io ho
paura di ascoltare una storia così meschina, così pesante…».
La collega Manuela insiste sul tema: «Sto
male, mi sento impotente di fronte alla grande difficoltà di Kevin, un
bambino che seguo, a parlare dell’abuso. Anche se l’abuso è conclamato, non
riesco a superare il timore di approfondire le cose che mi dice, di fare le
domande… Quando Kevin mi dice: “Ma adesso basta lasciami giocare”, non so
più cosa fare… Ho paura di farlo star male».
La resistenza dello psicologo ad ascoltare e
metabolizzare il contenuto “indigesto” dell’abuso talvolta si somma e si
confonde con la resistenza del paziente a fare altrettanto.
Un gruppo di interventi di varie figure
professionali si concentrano invece sulle resistenze familiari,
istituzionali e sociali ad ascoltare e a riconoscere l’abuso. «Nel mio
servizio psichiatrico - dice Floriana, assistente sociale - compare in
cartella in un passaggio quasi insignificante, poco approfondito che la
paziente ha subito abuso sessuale da parte del nonno… non viene specificato
se e come questo abuso è stato affrontato, denunciato, elaborato… poi si
viene a sapere che la paziente ha tentato il suicidio, ma questo fatto non
viene neppure per ipotesi messo in collegamento con la storia della
paziente…».
Il grave deficit di ascolto nei confronti
dell’abuso da parte della comunità adulta è tale che non solo viene rimosso
il fenomeno, ma vengono pure negati i suoi effetti, anche quando questi si
manifestano in modo eclatante davanti agli occhi dell’osservatore: si
perdono completamente i nessi tra la sofferenza della vita adulta e la
vicenda infantile, tra i sintomi più drammatici e il trauma che ha
contribuito a determinarli.
Talvolta il ricorso alla negazione risulta
massiccio proprio in quegli ambiti (per es. nei servizi psichiatrici o nei
servizi per le tossicodipendenze) dove in teoria potrebbero essere meglio
osservate le conseguenze rovinose di medio e di lungo periodo delle violenze
(sessuali e di altro genere) patite dagli utenti nella loro infanzia ed
adolescenza. In queste situazioni la necessaria alleanza che gli operatori
tentano di costruire con i loro utenti adulti porta spesso ad
un’identificazione collusiva e adultocentrica: vengono così negate le
carenze genitoriali di questi utenti, non affrontati gli antichi abusi
infantili da cui tali carenze hanno preso le mosse ed esclusi interventi di
allontanamento e di protezione dei loro figli, anche quando coinvolti in
situazioni di violenza intrafamiliare.
Le resistenze
istituzionali all’ascolto dell’abuso portano non di rado a situazioni
paradossali di palese negazione dei più fondamentali diritti dei bambini.
«Io lavoro come psicologa in un consultorio - afferma Nicoletta - mi sono
sentita impotente quando sono stata nominata ausiliario del giudice per
un’audizione protetta: non solo il magistrato rifiuta qualsiasi incontro
finalizzato ad una conoscenza preliminare della bambina, ma mi ha anche
specificato che non devo neppure informare la bambina del giorno
dell’audizione protetta… incredibile, ma vero… secondo lui dovrei farla
venire con una scusa per garantire che la testimonianza non risulti in alcun
modo preparata… non si potrebbe neppure immaginare di coinvolgere un adulto
in un atto giudiziario tenendolo all’oscuro fino all’ultimo del suo
svolgimento».
Spesso l’impatto con le forti resistenze
sociali e istituzionali a rifiutare l’abuso produce effetti di pena, di
insofferenza, di rifiuto: queste reazioni emotive di rigetto, queste
resistenze ad accettare la resistenze, ancorché pienamente
comprensibili, rendono difficile l’elaborazione dei problemi.
«Talvolta - dice Adele, psicologa - sono del
tutto scoraggiata nello scontrarmi nel lavoro di formazione con le
resistenze degli operatori. Due medici mi hanno detto che nella loro città
gli abusi sessuali sono poco rilevanti numericamente e quindi non
rappresentano un problema. Mi sono cascate le braccia e mi ha preso lo
sconforto».
«Mi sono trovata - dice Fiorella, formatrice
- in un gruppo di formazione di fronte a degli insegnanti che avevano avuto
lo scorso anno un’allieva che dopo una forte crisi non era più venuta a
scuola. Avevano saputo che il padre era stato processato per rapporti
incestuosi con la figlia… quest’anno la storia si ripete con la sorella, che
comincia ad avere una caduta del rendimento scolastico e altri segnali di
sessualizzazione e di malessere che avevano già osservato nella sorella… mi
dicono : “Noi abbiamo capito subito di cosa si trattava, ma per il buon nome
della scuola non abbiamo potuto fare nulla”… cioè, pur sapendo che la loro
allieva con ogni probabilità era vittima di violenza, hanno deciso di
lasciare la ragazza nel suo inferno… il mio sentimento è di indignazione a
dir poco, e anche di grande rabbia… Adesso non ce la faccio più a proseguire
la formazione con questo gruppo di insegnanti: il mio è un disgusto che non
so gestire».
Talvolta invece l’impatto con le resistenze
sociali ed istituzionali al riconoscimento dell’abuso e la denuncia
dell’incapacità altrui di ascoltare l’abuso si accompagnano in molti
operatori all’ammissione di analoghe resistenze e analoghe difficoltà di
ascolto.
«Il mio problema - dice Davide, coordinatore
di un servizio - è quando mi scontro nel rapporto con altre istituzioni con
la mancanza di disponibilità ad ascoltare il problema… ma a ben vedere il
mio problema è l’abuso sessuale in quanto tale… mi turba, mi fa star male,
mi pone questioni che mi sembrano sempre faticosissime, per esempio nel
rapporto con l’autorità giudiziaria… il mio sentimento è… mi sento
inadeguato all’abuso».
«Mi è stata assegnata una nuova paziente -
dice Nicoletta che lavora in una comunità psichiatrica - è stata inserita da
poco, quando l’hanno presentata l’abuso sessuale che ha subito dal padre è
stato nominato, appena accennato, ma assurdamente il fatto non compare in
cartella… eppure molti suoi sintomi potrebbero essere collegati ad un trauma
sessuale… il mio sentimento è di ansia: non so come avvicinarla alla sua
storia, come avvicinarmi… non so come affrontare il suo trauma… speravo
sinceramente che non mi assegnassero il suo caso».
9. Gli ostacoli intrapsichici all’ascolto dell’abuso
La mente umana tende a scappare via dalla
sofferenza e a scappare a gambe levate dalla sofferenza traumatica. Le
psicologie orientali più profonde e le psicologie occidentali più analitiche
concordano nel sottolineare come la mente umana sia tentata abitualmente di
seguire le strade dell’illusione piuttosto che quelle dell’ascolto e
dell’elaborazione della verità, di seguire le strade dell’autoinganno
piuttosto che quelle della consapevolezza e del principio di realtà.
Il riconoscimento della sofferenza in generale ed il riconoscimento della
sofferenza, prodotta dalla violenza sessuale all’infanzia, in particolare
sono operazioni mentali intensamente sofferte e conflittuali in quanto si
oppongono al bisogno di illusione della mente umana. Il trauma in quanto
esperienza di fragilità mette a dura prova la tendenza illusoria del
soggetto umano a controllare in modo onnipotente la realtà, a negare la
sofferenza e il cambiamento che invece sono elementi costitutivi
dell’esistenza. Si potrebbe anche affermare che la comunità sociale fugge
illusoriamente dall’ascolto e dall’elaborazione della verità in quanto la
stessa vita umana si gioca, in maggiore o minore misura, in un registro
traumatico, avendo comunque sempre qualcosa a che vedere con la violenza e
con la morte.
Il trauma comporta
sempre per la vittima un danno cognitivo, un’alterazione della capacità di
registrare adeguatamente le informazioni sia quelle relative all’evento
traumatico, sia, in maggiore o minore misura, quelle relative a tutte le
situazioni successive associabili all’evento traumatico. Il trauma incentiva
sempre la difficoltà mentale del soggetto umano a porsi in posizione di
ascolto di sé stesso, della propria storia e della propria realtà, a
maggior ragione il trauma sessuale ai danni di un bambino. Le reazioni
difensive al trauma quali il distacco emotivo, l’estraniazione da sé,
l’amnesia, la dissociazione, proteggendo il soggetto dal contatto con
un’esperienza troppo penosa per essere integralmente pensata, frammentano il
flusso di consapevolezza che normalmente consente di associare nella
mente i pensieri, i sentimenti, i ricordi, il comportamento.
La difficoltà della piccola vittima di abuso
a mantenere il contatto con la propria esperienza e con la propria memoria
rinforza le difficoltà di ascolto, di registrazione e di ricostruzione di
quanto successo da parte di un ascoltatore adulto:
«Ci sono importanti differenze tra un abuso sessuale dell’infanzia e il
coinvolgimento in un disastro: anzitutto quest’ultimo avviene in un contesto
di normalità; la minaccia si realizza improvvisamente e in un contesto
pubblico. Quindi, il terapeuta o il ricercatore possono velocemente
acquisire uno scenario, ragionevolmente chiaro di ciò che ogni superstite ha
passato durante l’evento, aiutandolo a ricordare ciò che è accaduto. Al
contrario, l’abuso sessuale avviene in un contesto di segretezza e di
vergogna, spesso accompagnato da minacce di violenza nel caso in cui il
bambino si confidi con qualcuno; dettagli fondamentali riguardanti gli abusi
sono privati e pertanto difficilmente accessibili da parte del ricercatore».
L’impreparazione
nella fase precedente all’evento traumatico;
l’impetuosità dei sentimenti di “paura intensa” “impotenza” ed “orrore”
vissuti dalla vittima nel contesto dell’evento traumatico,
l’impossibilità in questo contesto di utilizzare adattivamente tali
sentimenti con una reazione efficace di lotta o di fuga; l’enorme difficoltà
ad esprimere e ad elaborare i vissuti emotivi traumatici, nella
situazione successiva all’evento, per la solitudine e l’incomprensione a
cui la vittima va incontro e soprattutto per la negazione attraverso cui
l’autore della violenza e l’ambiente circostante cercano di cancellare o
rimuovere le tracce della violenza stessa: questi elementi fanno sì che il
trauma contrasti inevitabilmente la capacità del soggetto di registrare in
modo adeguato l’esperienza, di immagazzinarla, di simbolizzarla
correttamente, di poterla ascoltare dentro di sé e di poterla
recuperare e comunicare in modo integro.
La mente umana è un contenitore che,
nell’impatto con il sadismo, con la perversione, con la follia, tende ad
essere invaso ed allagato da una debordante dimensione di sofferenza,
impotenza, tensione e conflitto che finiscono per travalicare la pensabilità,
cioè la capacità di contenimento (dal lat. cum-tenere, tenere
insieme) e di elaborazione mentale.
Questo dato non può portare ad affermare una
visione pessimistica della mente umana: adeguatamente allenata all’impegno
della consapevolezza e soprattutto adeguatamente sostenuta da una rete di
ascolto, solidarietà e sostegno psicologico la mente umana ha le risorse per
affrontare e metabolizzare i contenuti mentali più penosi ed indigesti, per
riciclare e smaltire le esperienze più negative e rifiutabili.
Se questa potenzialità spesso non si traduce
in atto non è per un deficit strutturale della mente. L’abuso sessuale
infantile potrà incontrare risposte di ascolto, di riparazione e di cura
sempre più efficaci con lo sviluppo della conoscenze scientifiche sul trauma
e dell’intelligenza emotiva sociale.
Sintetizzando categorie della psicologia
occidentale e della psicologia orientale (specie quella buddista)
si può definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la mente
umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare ed in relazione
alla propria lucidità può elaborare. La lucidità è conseguenza
dell’impegno di consapevolezza del soggetto precedente e successivo al
trauma e del sostegno chiarificatore dell’ambiente, di cui la vittima può
disporre. L’opacità d’altro canto è conseguenza dell’assenza di
consapevolezza del soggetto, favorita dalle carenze psicologiche e
personologiche precedenti al trauma e nel contempo è funzione degli
atteggiamenti di diniego e di espropriazione della verità che hanno
preceduto, accompagnato e seguito il trauma.
Il pessimismo antropologico sulla mente umana
non può che essere una copertura della mancanza di responsabilità della
comunità sociale che tende a lasciare isolate le vittime dei traumi
(soprattutto quelle più deboli e senza voce, tra cui i bambini), non
garantendo risposte di supporto sociale e vicinanza emotiva: una comunità
che, peraltro, scoraggia negli individui le risposte di sensibilità e
solidarietà nei confronti della sofferenza, favorendo invece comportamenti
ed atteggiamenti mentali di indifferenza e di fuga dalla consapevolezza.
Analogamente il pessimismo antropologico per
cui viene affermata nella mente umana l’esistenza di un istinto di morte,
come espressione di un impulso autodistruttivo innato
non è nient’altro che una straordinaria mistificazione ideologica per
evitare di prendere atto dei nessi storici e psicologici tra
l’azione traumatica, la mancata protezione e la mancata assistenza delle
vittime da parte dell’ambiente e gli impulsi autodistruttivi reattivi ed
interiorizzati nelle vittime stesse
(impulsi particolarmente presenti nelle vittime di abuso sessuale, in misura
direttamente proporzionale alle carenze di ascolto incontrate, sotto forma
di tendenza alla rivittimizzazione, sotto forma di comportamenti
autolesionisti e anticonservativi, di agiti sessuali rischiosi, di disturbi
alimentari compulsivi, ecc.).
10. Gli ostacoli sociali all’ascolto dell’abuso
Pamela è una bambina di nove anni: per un
terzo della sua vita (cioè per tre anni) è stata abusata dal padre con la
complicità della madre. I suoi sintomi sono stati devastanti fino a che la
sua mente non ha potuto gradualmente svuotarsi dalle proiezioni paterne
(definite da lei “mostri”) che le occupavano e le riempivano la mente. Per
tanto tempo la mente di Pamela è stata “piena di papà”, territorio dove
scorazzavano pensieri seduttivi, minacciosi, ricattatori, non riuscendo a
pensare, ad apprendere, a dormire serena, a sviluppare interessi sani.
Il trauma è qualsiasi situazione psichica
che genera l’impossibilità dell’apparato psichico a fare fronte a stimoli
eccessivi, è qualsiasi evento esterno che provoca un’intrusione di materiale
che non è elaborabile all’interno dell’apparato psichico, determinando la
costituzione di una zona estranea,
proveniente dall’esterno, all’interno della mente.
Il trauma sessuale (e il trauma in generale)
minaccia dunque l’integrità della mente. Le difese nei confronti del
riconoscimento e dell’elaborazione del trauma coinvolgono innanzitutto la
vittima che ha subito l’abuso e ovviamente il suo autore che è interessato a
negarla. Tali difese si estendono all’eventuale testimone, che potrebbe dare
informazioni sui fatti e sulla vittimizzazione del bambino (cfr. F. Borgogno,
Originalità e creatività del concetto di trauma nel pensiero e nell’opera
di Sándor Ferençzi) e, a maggior
ragione, si ritrovano nella comunità scientifica e nella comunità sociale,
che non ha assistito direttamente alla violenza e che pertanto può
facilmente metterla in dubbio, minimizzando o, addirittura, negando in
particolare tre aspetti: a) l’esistenza e la consistenza delle esperienze
traumatiche; b) gli effetti distruttivi che il trauma potrà generare
nell’evoluzione individuale della vittima, nei suoi comportamenti sociali e
nella trasmissione intergenerazionale della violenza; c) le proprie
responsabilità indirette nella genesi della violenza e le proprie
responsabilità dirette nell’indispensabile attivazione di un intervento di
supporto alla vittima e di riparazione del danno.
Come la vittima e come
l’autore anche la comunità scientifica e la comunità sociale tendono a
rifiutare il trauma come materiale inelaborabile e impensabile. Se le
difficoltà e le resistenze della vittima all’ascolto e alla metabolizzazione
mentale del trauma sono massicce, le difficoltà e le resistenze della
comunità e delle sue stesse istituzioni preposte alla cura e alla tutela lo
sono ancora più intensamente. Se il soggetto traumatizzato, anche quando si
difende strenuamente dal ricordo del trauma, conserva un interesse anche
inconsapevole a riprendere contatto con la verità del suo passato per
poterla elaborare (e lo fa per es., seppure non intenzionalmente, ritornando
sui trascorsi eventi traumatici attraverso i suoi sintomi intrusivi), la
comunità sociale sembra spesso interessata a seppellire la verità della
sofferenza delle vittime.
Le radici di questo
atteggiamento difensivo si prestano a tre interpretazioni.
1. Lettura
psicologico-sociale:
il soggetto traumatizzato rappresenta, personifica ed evoca la fragilità e
la debolezza della condizione umana; ricorda quanto questa condizione sia
strutturalmente esposta al cambiamento brusco ed imprevedibile, ad eventi
violenti di natura sociale ed ambientale e al confronto con la morte. Il
trauma attiva meccanismi difensivi primariamente di rimozione, distacco
emotivo, razionalizzazione, scissione,
secondariamente di identificazione proiettiva. Il trauma sollecita nella
comunità sociale atteggiamenti e risposte da un lato di disidentificazione,
di evitamento e di insensibilità, dall’altro di curiosità sensazionalistica
e non partecipe.
La resistenza sociale e culturale alla
consapevolezza del fenomeno dell’abuso all’infanzia evolve attraverso
diverse fasi temporali e attraverso il superamento di successivi sbarramenti
di negazione: abbiamo socialmente raggiunto un certo livello di
consapevolezza, anche se non pienamente soddisfacente, sul fenomeno della
violenza fisica; stiamo affrontando le forti resistenze legate alla
rimozione del fenomeno della pedofilia e dell’abuso sessuale; evidentemente
ci vorrà ancora parecchio tempo prima che la comunità adulta sia in grado di
prendere coscienza e di responsabilizzarsi in modo adeguato sul fenomeno
della violenza psicologica o su alcune manifestazioni della violenza
sessuale all’infanzia, che risultano tuttora mentalmente intollerabili,
pertanto impensabili e inaffrontabili dalle istituzioni
sociali (ci riferiamo a certe forme di sfruttamento organizzato della
sessualità minorile e del commercio di materiale pedo-pornografico,
alle sette sataniche,
ecc.).
2. Lettura antropologica:
l’origine della comunità umana prende avvio per René Girard
dal sacrificio rituale della vittima innocente, che consente al gruppo
sociale di salvaguardare la propria unità e di fermare le dinamiche di
violenza che rischierebbero di autodistruggere il gruppo stesso. I bambini
sessualmente vittimizzati, moderne vittime sacrificali, rischiano di essere
tabuizzati e dimenticati, in quanto ricordano alla comunità sociale
l’incesto e la violazione delle regole sessuali, da cui essa desidera
tenersi distante. La comunità sociale in quest’ottica ha un qualche
interesse a trovare una mediazione tra adulti tutelanti e adulti
perpetratori, a non prendere posizione pro o contro una piccola vittima per
restare al di fuori dalla spirale di violenza che il coinvolgimento in un
conflitto potrebbe generare. Il sacrificio della vittima di abuso e il
silenzio che la circonda risparmiano così alla comunità sociale il costo di
enormi tensioni e conflitti, ovviamente con pesantissimi danni per il futuro
individuale e sociale della vittima, danni che potranno tuttavia essere
facilmente misconosciuti.
3. Lettura
sociologica: dato che l’abuso sessuale sui minori comincia ad uscire
dalla dimensione di silenzio e di omertà nella quale per secoli o millenni è
stato avvolto, dato che il fenomeno è stato messo al centro di una qualche
attenzione dai mass-media ed è stato appuntato nell’agenda della comunità
sociale, dato che iniziative culturali, legislative, istituzionali
cominciano, pur limitatamente, a garantire risposte efficaci di contrasto
alla violenza sessuale sui minori, inizia ad essere messa in discussione
l’impunità quasi totale e generalizzata di cui la figura del perpetratore ha
storicamente goduto. Tale figura d’altra parte ha una sua consistenza
sociale, comprendendo individui e gruppi, dotati di forti abilità mimetiche
delle proprie componenti perverse e distruttive, capaci di rilevante
negoziazione economica, politica mediatica.
Tali soggetti sono in
grado di disporre di vaste complicità sociali e di una lobby
trasversale, a cui appartengono una schiera di esperti, avvocati,
consulenti, giornalisti e uomini politici. Sono in grado di
appoggiarsi ad una diffusa “cultura pedofila”, che affonda le sue radici
nell’immaginario erotico maschile da sempre pronto ad esaltare la conquista
sessuale di oggetti più giovani e più attraenti in un’ottica sganciata da
qualsiasi dimensione di comunicazione interpersonale ed affettiva. Sono
in grado di contare su estese, più o meno consapevoli, simpatie
ideologiche e culturali, proponendo un modello culturale ed etico che si
pone come permissivo, pseudo-libertario e pseudo-edonistico.
Ce n’è abbastanza per intuire la forza delle resistenze sociali
all’estensione coerente dello svelamento dell’abuso sessuale sui bambini e
per comprendere l’enfatizzazione strumentale del fenomeno, pur reale, dei
falsi negativi
(cfr.
C. Foti e N. Bolognini, Quando i bambini dicono bugie…).
Proprio all’inizio del suo libro su trauma e
guarigione, Judith Herman afferma: «La storia del trauma psicologico soffre
di amnesia ricorrente. Il conflitto intrapsichico della vittima di un trauma
tra tentativo di dimenticare e il non poterlo fare, si riflette nella
comunità scientifica. Si sono alternate fasi di attiva investigazione a fasi
di oblio».
Nella comunità scientifica viene a
riflettersi il conflitto tra il perpetratore e la vittima. Nell’epoca
attuale si contrappongono duramente tendenze e controtendenze, spinte al
riconoscimento dei diritti della vittime e spinte alla difesa degli
abusanti. Per la Herman il dibattito nella comunità scientifica è centrato
sul fatto se questi fenomeni siano credibili e reali. Periodicamente la
questione diventa interdetta, relegata nel regno dell’impensabile. Il
perpetratore promuove silenzio e oblio e se fallisce tenta di attaccare la
credibilità della vittima: “Sono tutte falsità che infangano un innocente,
occorre mettere una pietra sopra e dimenticare”. La vittima chiede invece di
dividere il peso del dolore, ma se la vittima, in quanto donna, in quanto
bambino è già svalutata socialmente e non dispone affatto di uno status
riconosciuto, la mancanza di validazione sociale rende l’esperienza
indicibile: vengono a mancare le parole. Se la vittima non trova un ambiente
sociale che la supporti, soccombe.
Poiché il trauma è tendenzialmente
impensabile ed indicibile, poiché la vittima è tendenzialmente perdente,
emarginata ed inascoltata nel suo dolore, nella sua impotenza e nella sua
domanda di giustizia e riparazione e poiché infine l’autore della violenza
gode spesso di credibilità e sa influenzare le sedi del potere sociale, per
prevenire, riconoscere e curare il trauma occorre una crescita sociale e
politica della comunità, una maturazione delle sue risorse di ascolto e di
attenzione ai gruppi sociali emarginati.
Gli sviluppi
dell’attenzione clinica e scientifica alle problematiche dei soggetti
traumatizzati sono stati storicamente sollecitati dai movimenti per i
diritti umani capaci di esprimere valori democratici e solidaristici:
l’interesse al tema dell’isteria femminile, dei reduci di guerra affetti da
nevrosi traumatica, delle donne vittime di stupro, dei bambini vittime di
violenze si sono sviluppati in modo particolare, rispettivamente,
all’interno del movimento anticlericale e repubblicano francese della fine
dell’800, all’interno del movimento pacifista sviluppatosi negli USA durante
e dopo la guerra in Vietnam, all’interno del movimento femminista e del
movimento per i diritti dell’infanzia.
Esistono dunque fattori sociali e politici
che possono ostacolare e fattori sociali e politici che possono favorire
l’ascolto dei soggetti traumatizzati, così come esistono condizioni
istituzionali e organizzative che possono mettere in difficoltà oppure,
all’opposto, aiutare gli operatori nel difficile compito dell’ascolto dei
bambini abusati (cfr. M. Dellavalle, Autotutela delle istituzioni e
ascolto del bambino).
11. Ascolto del trauma e psicoanalisi
Vera, una donna di 35
anni, che ha iniziato l’analisi dopo la separazione dal marito, recupera un
ricordo infantile molto confuso e sgradevole di un abuso sessuale perpetrato
dallo zio. Ne parla qualche volta con il suo psicoanalista, che tenta in
ogni modo di leggere il ricordo come espressione di fantasie edipiche e come
modalità di evitamento nei confronti di problematiche, ritenute più
profonde, emergenti in analisi. Vera è molto confusa: confrontandosi con
un’amica, il suo ricordo diventa più preciso, ma parlandone con il suo
analista aumenta l’angoscia e addirittura la sensazione di diventare matta.
Da questa situazione esce soltanto con l’interruzione dell’analisi e con la
ricerca di un altro percorso psicoterapeutico.
Lunghi anni di analisi personale e
didattica, di formazione teorica e seminariale non hanno consentito allo
psicoanalista di Vera, di ascoltare il trauma della sua paziente, che s’è
così trovata a risperimentare la situazione gravemente stressante, già
vissuta nell’infanzia, di mancato riconoscimento da parte dell’ambiente
della violenza subita.
Appaiono fondamentali le riflessioni di quei
teorici della psicoanalisi che hanno cercato di scoraggiare un modello
terapeutico più interessato alla sapienza interpretativa che non all’impegno
empatico ed interattivo dell’analista ed in particolare il contributo di
Sandor Ferençzi che ha sottolineato il rischio da parte dello psicoanalista
di un ascolto inconsapevolmente ripetitivo, invece che curativo, della
situazione traumatica.
Dal pensiero straordinariamente anticipatore
di Sandor Ferençzi e dalla importantissima riflessione su questo autore,
approfondita da anni da Franco Borgogno (cfr. in questo libro,
Originalità e creatività del concetto di
trauma nel pensiero e nell’opera di Sándor Ferençzi)
possono essere estrapolati i seguenti elementi cardine per una teoria
psicoanalitica dell’ascolto del trauma infantile.
1. Ascolto come assunzione di un
atteggiamento non colpevolizzante nei confronti del bambino.
L’ascolto rispettoso presuppone innanzitutto la consapevolezza che il trauma
non è di responsabilità del bambino traumatizzato, bensì di un evento
sovrastante che rinvia alla responsabilità di adulti che hanno tradito il
loro mandato educativo ed affettivo. L’ascolto psicoanalitico deve inoltre
disporre di una teoria in base a cui la sofferenza mentale possa essere
ricondotta più che ad ingorghi della libido del soggetto, a risposte più o
meno inadeguate o distorcenti dell’ambiente, una teoria in base a cui la
violenza non sia vista come il risultato di un desiderio masochistico della
vittima ma di una logica di dominio che si impone alla vittima stessa e alla
quale quest’ultima è costretta ad adattarsi in ragione della propria
solitudine, della propria impotenza e della mancanza di sostegni
e di alternative:
una logica di dominio con la quale la vittima può magari difensivamente
colludere, ma da cui può e deve essere protetta ed emancipata.
2. Ascolto del trauma come capacità di
identificazione con la piccola vittima.
Ascolto come tentativo di ricostruire la
vicenda relazionale e mentale del soggetto prima, durante e dopo il trauma,
tentando di assumere il punto di vista del bambino abusato. Nella storia
della psicoanalisi il condizionamento della cultura adultocentrica ha
sollecitato ad inquadrare la comprensione dei sintomi e dei problemi del
soggetto traumatizzato con l’ottica colpevolizzante dell’ambiente
indifferente e insensibile che circonda la vittima o addirittura con le
categorie dell’abusante. La psicologia e la psicoanalisi, nel momento in cui
si pongono come neutrali di fronte al conflitto tra adulti e bambini, tra i
più forti e i più deboli, tra coloro che hanno voce e coloro che non ce
l’hanno, diventano rinforzo ideologico dell’abusante. Occorre invece che
psicologia e psicoanalisi si prestino a comprendere i sintomi e ad impostare
diagnosi e cura guardando il mondo, ed in particolare il mondo della
sofferenza psichica, attraverso gli occhi dei bambini e dei soggetti deboli
e vittimizzati.
3. Ascolto come interesse partecipe alla
storia del soggetto. Ascolto come
capacità di prendere sul serio la storia traumatica del bambino, superando
quell’indifferenza irresponsabile al contenuto di realtà delle comunicazioni
del paziente che caratterizza molti atteggiamenti psicoanalitici e
psicoterapeutici. Ascolto del trauma come capacità di riconoscere e di
testimoniare innanzitutto al paziente, ma se necessario non solo a lui,
l’origine extrapsichica ed ambientale del trauma, per sorreggere e non già
disconfermare la capacità del paziente di distinguere il falso dal vero, per
sostenere e non già affossare la sua sanità psichica. «Pare che i pazienti -
scriveva Ferençzi - non possano credere, o almeno non completamente, alla
realtà di un avvenimento se l’analista, unico testimone del fatto, mantiene
un atteggiamento freddo, anaffettivo e, come i pazienti lo definiscono,
puramente intellettuale, mentre gli avvenimenti sono di natura tale da
suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti e reazioni di rivolta, di
angoscia, di terrore, di vendetta, di lutto, e propositi di un aiuto
sollecito onde rimuovere o distruggere la causa o il responsabile; e poiché
si tratta generalmente di un bambino, di un bambino ferito (ma anche
indipendentemente da ciò), vi è il sentimento di volerlo confortare
affettuosamente ecc., ecc. Si può dunque decidere di prendere veramente sul
serio il ruolo di osservatore benevolo e soccorrevole, vale a dire di
lasciarsi effettivamente trasportare con il paziente in quel dato momento
del suo passato».
4. Ascolto come capacità di dare voce
all’autonomia del bambino. Il
trauma è un attacco alla capacità espressiva e comunicativa del bambino,
alla sua soggettività, invasa dalle proiezioni dell’adulto abusante e dalla
nebbia confusiva prodotta dalle sue negazioni. Il furto di verità accompagna
sempre l’appropriazione indebita del corpo del bambino sin dalla fase
preliminare della seduzione da parte dell’adulto perverso con l’imbroglio e
la manipolazione che preparano e consentono l’abuso. La negazione è
costitutiva del trauma in quanto sempre accompagna e segue l’azione
abusante, sia in quanto negazione della percezione del bambino (“erano solo
coccole…”, “te lo sei sognato…”), sia in quanto negazione della
consapevolezza (“non me ne sono reso conto…”, “ero fuori di me…”), della
responsabilità dell’abusante (“era la bambina che me lo chiedeva”) e delle
conseguenze della sua azione (“in fondo non è successo niente di grave”),
sia infine in quanto negazione della negazione, ovvero negazione da parte
dell’abusante del proprio tentativo di cancellare le tracce e di nascondere
la verità (“non devi accorgerti che questo è un abuso e non devi accorgerti
di tutto quello che ho fatto per fare silenzio attorno a questo abuso”).
L’ascolto del trauma deve essere dunque capace di contrastare la confusione
e il fraintendimento delle espressioni e dei bisogni infantili, che ha
caratterizzato l’abuso,
rispettando l’originalità del linguaggio e del codice infantile e aiutando
il bambino a differenziarsi dal punto di vista dell’adulto, in particolare
dalle parole, dai pensieri e dai sentimenti che l’abusante ha immesso nella
mente del bambino.
5. Ascolto come capacità
di decodifica dei segnali diversificati della sofferenza dei bambini
derivante da relazioni mal/trattanti e abusanti di varia natura.
L’ascolto deve saper riconoscere con atteggiamento accogliente e non
giudicante le intrusioni e le espropriazioni degli adulti che
hanno lasciato un’impronta nell’emergente vita psichica del bambino (cfr. N.
Bolognini e C. Foti, Rimozione non fa rima con prevenzione, né con
protezione); deve sapere individuare le forme di deprivazione per
eccesso o per difetto che le interazioni violente e strumentali
gestite dall’adulto hanno potuto produrre in varia maniera nell’evoluzione
del bambino. L’ascolto del trauma presuppone una sensibilità alle diverse
ferite alla vita affettiva e mentale della piccola vittima, ferite
rintracciabili in una varietà di indicatori, che, con attenzione emotiva e
competenza clinica, senza atteggiamenti anticipatori o ancora una volta
proiettivi, possono essere colti e raccolti nella comunicazione, nel
comportamento, nell’atteggiamento emotivo del bambino e nella stessa
dimensione del suo corpo, una dimensione dove i bisogni e i sentimenti
infantili non espressi e non rispettati possono tradursi in sintomo.
Una parte dei
suddetti contenuti sono stati riproposti e divulgati da Alice Miller,
le cui opere, peraltro, sono state al centro della riflessione e
dell’elaborazione che ha dato vita al Centro Studi Hänsel e Gretel.
12. Aiutare i bambini ad esprimere la propria verità
Il bambino che sta subendo un abuso sessuale
intrafamiliare vive un’esperienza, che lo allontana dal dialogo familiare e
sociale e lo getta in una dimensione esistenziale diversa da quella dei suoi
coetanei. In questa dimensione, caratterizzata dalla strumentalizzazione
psicologica e fisica da parte dell’adulto, è del tutto assente una
comunicazione piena e autentica fra il bambino e altre figure di
riferimento. La piccola vittima vive in un clima dove l’eccitazione sessuale
si alterna all’angoscia, alla colpa, all’ingiunzione a tacere, all’imbroglio
e, dunque, alla confusione. Tutti questi elementi accompagnano la messa in
atto dell’abuso e tendono a garantirne la perpetuazione, contrastando il
bisogno e la possibilità del bambino di rivelare l’abuso.
Sono sempre molto significativi e mai casuali sia
il momento che l’interlocutore scelti dal bambino per la sua rivelazione.
Colui che raccoglie le prime sofferte confidenze del bambino è una figura
investita di aspettative importanti.
Se facciamo riferimento alla teoria dei bisogni di Heinz
Kohut
possiamo ipotizzare che la rivelazione dei minori abusati tende a rivolgersi
a figure che agli occhi della piccola vittima si mostrano come capaci di
supportare i bisogni fondamentali di sostegno del proprio Sé: a) persone che
gli sembrano garantire risposte di accettazione e valorizzazione, che lo
rassicurino circa il rischio di andare incontro a risposte di abbandono,
rifiuto, colpevolizzazione (transfert di rispecchiamento); b) persone
che gli sembrano sufficientemente forti per garantirgli un appoggio
autorevole, dalle quali si aspetta una qualche iniziativa in grado di
fermare l’abuso e che paiono capaci di proteggerlo dalle minacce e dalle
reazioni dell’abusante (tranfert di idealizzazione); c) persone
vissute come alter ego che gli sembrano in grado di fornirgli
conforto e comprensione in quanto simili a lui e diverse dalle figure adulte
verso cui ha accumulato diffidenza e frustrazione (transfert gemellare).
Le tipologie più consistenti sono le prime
due: si tratta di figure che sembrano prospettare alla piccola vittima,
coinvolta nel conflitto tra il parlare ed il tacere, vuoi risposte di
rassicurazione e di amore vuoi risposte che fanno sperare al bambino una
ripresa di controllo sulla propria vita.
La terza tipologia è quella del coetaneo che viene scelto in una situazione
di forte carenza da parte della piccola vittima di legami di comunicazione e
fiducia con la generazione adulta. Ovviamente in molti casi le figure scelte
dai bambini possono condensare qualità appartenenti a diverse tipologie.
Quando la madre, pur non risultando direttamente collusiva
con l’abuso, non viene individuata dal figlio come interlocutrice del suo
svelamento attivo, ci troviamo di fronte ad una relazione madre-bambino
condizionata da carenze ed ipoteche dal punto di vista affettivo e
comunicativo. È sicuramente vero che quando la figura abusante vive
nell’ambiente familiare può esercitare un pesante condizionamento sulla
capacità di ascolto della madre, sia direttamente attraverso un sabotaggio
della relazione tra la madre e la piccola vittima, sia indirettamente
attraverso un’oppressione sulla partner che danneggia la disponibilità
emotiva di quest’ultima nei confronti dei figli. È altrettanto vero d’altra
parte che la sottomissione della madre ad una figura di partner con tratti
perversi e sadici, tanto più si rivela intensa e prolungata, tanto più
rinvia ad una responsabilità mentale della madre stessa, lasciando
ipotizzare carenze personologiche e psicologiche, senza le quali la donna
non avrebbe strutturato una relazione stabile con un partner violento con il
conseguente venir meno della propria disponibilità all’ascolto e alla
protezione dei figli. Un bambino che non può percepire la propria figura
materna come interlocutrice ottimale per avviare il processo di rivelazione
è un bambino che spesso si porta dietro dalla relazione primaria un qualche
importante deficit di sostegno e di strutturazione.
Le ragioni per cui la piccola vittima non
riesce a trovare un confidente nell’ambito familiare, possono essere varie:
può essere che l’abusante appartenga alla famiglia e detenga forme di
controllo che spaventano e inibiscono il bambino; può essere che la vittima
tema comunque di andare incontro a reazioni di incomprensione, di squalifica
e di rifiuto. L’unica via di uscita in queste situazioni sta nella
possibilità di rompere la congiura familiare del silenzio, parlando
di quello che accade con un altro adulto, estraneo al contesto familiare: un
insegnante, un operatore sociale, un educatore, uno psicologo…
13. I due impegni per l’ascolto dell’abuso
Ogni bambino abusato che avvia un processo di
rivelazione compie un passo tanto decisivo, quanto rischioso per la propria
protezione: egli cerca di rilanciare la residua fiducia e speranza nei
confronti del mondo adulto e nei confronti della stessa esistenza con una
scelta che lo espone al pericolo di non essere capito, di non essere creduto
o, peggio ancora, di essere duramente colpevolizzato.
Possiamo facilmente
dedurre da quanto affermato l’importanza decisiva di saper incoraggiare e di
saper affrontare la delicatissima fase della rivelazione, fase da cui
può dipendere il futuro di un bambino abusato. La comunicazione del bambino
presuppone la capacità d’ascolto dell’adulto. La sua possibilità di rivelare
dipende dalla disponibilità degli ascoltatori adulti.
Pertanto i compiti fondamentali degli adulti
in rapporto alla fase della rivelazione sono due.
Occorre innanzitutto sviluppare la
consapevolezza delle barriere all’ascolto che come adulti frapponiamo
nei confronti dei bambini a disagio, riconoscendo la nostra difficoltà a
dare il via libera ai bisogni comunicativi dei bambini.
È la tendenza degli adulti a rimuovere pesantemente pensieri e sentimenti
legati alle aree conflittuali e problematiche della vita quali la
sessualità, la morte, la violenza che espropria i bambini della possibilità
di crescere mentalmente su tali aree e impedisce loro l’accesso al dialogo
emotivo e alla richiesta di aiuto su tematiche fondamentali della loro
esistenza (cfr. N. Bolognini e C. Foti, Rimozione non fa rima con
prevenzione, né con protezione).
La messa in discussione
da parte degli adulti di un’immagine idealizzata di buoni ascoltatori, il
superamento della tendenza ad attribuire unilateralmente ai minori la
responsabilità del mancato dialogo in famiglia e nelle istituzioni, il
riconoscimento delle barriere alla comunicazione nei confronti dei
soggetti in età evolutiva, costruite dagli adulti stessi consciamente e
inconsciamente, porterà genitori, educatori, professionisti ad assumere
nella quotidianità un atteggiamento tale da non scoraggiare nel bambino il
bisogno di comunicare, dialogare, aprirsi per esprimere la verità del
proprio disagio.
In secondo luogo, una
volta che il minore comincia a parlare, occorre mettere il bambino a
proprio agio, ovvero nelle condizioni di confidarsi e di esprimersi
pienamente, contrastando gli ostacoli emotivi e comunicativi che gli
impediscono di farlo. È necessario sviluppare un ascolto attento alle
comunicazioni del bambino, rispettoso dei suoi sentimenti: solo così è
possibile aiutare la piccola vittima a portare avanti il processo della
rivelazione, senza alterare tale processo con interventi induttivi
suggestivi e senza neppure bloccarlo per la mancanza di vicinanza e sostegno
emotivo dell’ascoltatore.
Ricerche sperimentali, studi sulla
comunicazione interpersonale e resoconti clinici concordano nell’affermare
che lo scambio comunicativo tra adulti e minori migliora sensibilmente e
produce sequenze dialogiche più lunghe ed efficaci, se gli adulti assumono
un atteggiamento gentile, disponibile e comprensivo nei confronti delle
difficoltà emotive del bambino, se sono capaci di non interromperlo, di
ascoltarlo mantenendolo in argomento ma senza disconfermarlo con
atteggiamenti giudicanti o svalutanti, senza pressarlo con domande
insistenti e intrusive e senza interromperlo con interventi prematuri di
consolazione, distrazione, interpretazione…
Ci occuperemo nel prossimo paragrafo del
primo impegno, ovvero della necessità di sottrarre all’inconsapevolezza e
alla negazione degli individui e della comunità sociale il riconoscimento
delle barriere all’ascolto dell’abuso sessuale sui bambini. Nel
paragrafo ancora successivo ci soffermeremo sul secondo impegno ed in
particolare su alcune tecniche particolarmente utili a favorire l’ascolto
empatico, non suggestivo e non abusante, delle comunicazioni del bambino.
14. La “normalità” della negazione dell’ascolto
In un recente fatto di cronaca, dove un
genitore è stato imputato e condannato per l’assassinio del figlio, un
medico del pronto soccorso, esaminando il cadavere del bambino subito dopo
la scoperta del decesso ha immediatamente escluso l’ipotesi di una violenza
umana, affermando: «Queste ferite le conosco. È il morso di un cane!»
La mente umana si volta dall’altra parte di
fronte al riconoscimento della violenza tanto più questa assume forme di
efferatezza, distruttività e manipolazione come avviene, in maggiore o
minore misura, nel maltrattamento e nell’abuso sessuale sui minori. In
questi casi la violenza viene designata spesso come disumana, per
negarne difensivamente l’indubbia e radicata appartenenza alla nostra
specie.
Non ascoltare la violenza è normale.
Negli interventi di sensibilizzazione con i genitori, nei corsi di
formazione e di aggiornamento con gli operatori e con i professionisti
abbiamo spesso incontrato persone che hanno dichiarato onestamente di
essersi accorti con molto ritardo di situazioni di abuso in seguito divenute
eclatanti, di aver lasciato cadere, magari per molto tempo, indicatori molto
significativi, di non essere riusciti o di non riuscire ad avvicinarsi ai
bambini che segnalano elementi che possono far ipotizzare un abuso sessuale,
di non essere stati capaci o di non sentirsi capaci a porre quelle domande
che sarebbero necessarie a farlo emergere.
Di fronte all’impatto percettivo e mentale
con l’abuso sessuale sui bambini la reazione più diffusa e normale si
traduce nel pensiero “Non è possibile!”. La reazione fisiologica nelle madri
delle piccole vittime di abuso, anche di quelle più responsabili e
disponibili all’ascolto dei figli è una profonda risposta d’incredulità e di
sconcerto di fronte alla mentalizzazione dell’ipotesi dell’abuso, una
risposta che in molti casi finisce per ritardare nella madre il
riconoscimento della violenza ai danni del figlio e la conseguente
protezione.
Il mancato ascolto è un elemento
strutturalmente indispensabile alla consumazione dell’abuso sessuale su un
bambino (e non a caso dedichiamo al mancato ascolto la prima sezione di
questo libro). La commissione di qualsiasi violenza di tipo sistematico
e prolungato, qual è, sul piano interetnico, la violenza di un lager o, sul
piano intergenerazionale, la violenza del maltrattamento o dell’abuso
richiede non solo il sadismo o la perversione di pochi ma l’incredulità e
l’indifferenza dei molti. La violenza di una minoranza ha bisogno di giocare
di sponda sul rifiuto all’ascolto della maggioranza, sull’indisponibilità
socialmente diffusa a riconoscere la realtà dell’orrore e a porvi rimedio.
Nessun miglioramento della capacità di
ascolto, nessuna crescita della capacità di rilevare il fenomeno, nessuna
formazione efficace sono ipotizzabili se, paradossalmente, non si parte da
questa consapevolezza: l’abuso sessuale sui minori è tendenzialmente
inascoltabile perché associato a dimensioni di perversione, di dominio,
di atrocità, di confusione, che tendono a travolgere la capacità di
tolleranza e di simbolizzazione della mente umana. Ovviamente ci riferiamo
ad un’inascoltabilità dell’abuso come dato difensivo che appartiene
all’opacità della mente che può e deve essere superato e non già ad un’inascoltabilità/indimostrabilità
dell’abuso come dato ideologico, assunto da quegli esperti che, per
difendere gli imputati di reati sessuali, tendono in molti casi ad asserire
che l’abuso sessuale su un bambino, anche qualora sia avvenuto, in ogni caso
non è stato ascoltato in modo corretto, né potrà essere dimostrato
attraverso procedure psicologiche e giudiziarie rigorose.
Tanto maggiore è la consapevolezza delle
inevitabili resistenze psicologiche, sociali e culturali all’ascolto
dell’abuso, tanto maggiore sarà la capacità di contrastarle. Ogni operatore
e professionista che lavora in istituzioni o agenzie minorili nell’area
sociale, scolastica, educativa, giudiziaria ha incontrato situazioni di
abuso sessuale che non ha saputo riconoscere e che non ha saputo ascoltare.
Ammettere questo limite aiuta a ridurre, non certo ad eliminare, il rischio
sempre presente di fronte a situazioni in atto di abuso sessuale sui bambini
di essere sordi, ciechi e stupidi nei confronti di rilevanti indicatori, il
rischio sempre presente di escludere in modo aprioristico l’ipotesi della
violenza.
Ascoltare bambini che hanno subito abusi,
registrare gli indicatori delle violenze da loro subite è sconvolgente
perché implica l’avvicinarsi a emozioni che destrutturano i nostri più
sicuri e rassicuranti pensieri, a fatti che destano orrore e destabilizzano
il nostro modo di vedere la comunità adulta e, più in generale, l’intera
esistenza.
I costi emotivi nel raccogliere una
rivelazione di abuso sono mediamente molto alti e possono spesso produrre
forti resistenze: è molto più confortevole soffermarsi sull’ipotesi che
certe parole, certi disegni, certi comportamenti sessualizzati, certi
racconti sono frutto di invenzioni, o di fantasie edipiche, o di induzione
di qualche adulto, o che il bambino non sa compiere un adeguato esame di
realtà.
L’abuso ricorda non solo alla vittima, ma
anche a chi si candida al suo ascolto, verità spiacevoli e mentalmente
indigeste: la possibilità sconfortante del tradimento e dell’abbandono da
parte di coloro ai quali ci si affida, l’irriducibile precarietà della
condizione umana e l’incombente evenienza di eventi sovrastanti capaci
d’imporre una disarmante condizione di debolezza o di impotenza, la
ricorrente possibilità di relazioni umane violente e strumentali molto più
diffuse di quanto si vorrebbe…
Ascoltare lo svelamento passivo od attivo di
un abuso, ascoltare i messaggi extraverbali o verbali che invia un bambino
traumatizzato costituisce un impegno mentale che ci impone di andare contro
corrente rispetto a tendenze mentali abituali e consolidate, presenti nella
nostra mente, in base a cui eventi come l’abuso ai danni di un bambino non
dovrebbero verificarsi. Il trauma è strutturalmente difficile da ascoltarsi,
perché è difficile da pensare, da metabolizzare mentalmente. Il trauma e
soprattutto il trauma sessuale tende a diventare per la vittima una cisti,
un corpo estraneo
che la mente non assorbe, non riconosce come appartenente all’esperienza già
immagazzinata, perché il materiale di cui è costituito è fatto di impotenza,
eccitazione non padroneggiabile, vergogna, dolore e odio che la mente fa di
tutto per respingere, per isolare, per allontanare. Un processo analogo si
riscontra nel soggetto chiamato ad ascoltare.
15. L’emersione dell’abuso e le influenze suggestive
In un corso di formazione alla conduzione di
gruppo Silvia, una giovane assistente sociale, è molto tesa: racconta di
aver dormito la notte precedente da alcuni parenti e di aver subito un
approccio sessuale da un familiare molto anziano. Dopo aver ricevuto
risposte di grande partecipazione e di comprensione empatica nei confronti
della propria vicenda, Silvia comunica con intenso disagio l’idea più
penosa: «Forse sono io che faccio
qualcosa… perché mi succedono queste cose?… non è la prima volta che mi
capita…». Nello sviluppo del lavoro di gruppo, che si orienta sulle
tematiche della sessualità e della perversione, Silvia accenna penosamente
alla vicenda di un abuso subito nell’infanzia: ora si comprende meglio il
profondo vissuto di colpa e di stigmatizzazione di Silvia… Nell’elaborazione
successiva altre tre partecipanti fanno riferimento ad esperienze analoghe
di abuso. Il gruppo è composto da undici persone (educatori, psicologi,
insegnanti, assistenti sociali), tra cui nove donne. Deve essere certamente
significativo il fatto che quattro donne su nove in un gruppo di operatori e
professionisti siano state vittime di abuso infantile: evidentemente nella
comunità sociale si tende a mettere il silenziatore al fenomeno della
violenza sessuale sull’infanzia! Nella fase del congedo, in cui i
partecipanti sono chiamati a dire qualcosa a se stessi e al gruppo, la
psicologa Donatella si rivolge a Silvia e le dice commossa: «Non devi
sentirti diversa dalle altre… l’abuso è proprio un fenomeno sociale…e poi
volevo dirti che in questo gruppo siamo cinque e non quattro su nove ad
essere state abusate: anch’io lo sono stata…».
Nelle nostre attività di formazione con varie
figure professionali, quando proponiamo coerentemente un metodo basato
sull’intelligenza emotiva e creiamo di conseguenza nel gruppo uno spazio
sufficientemente stabile e autentico di ascolto reciproco come ambito di
verifica e di crescita formativa, si determina spesso un buon clima
relazionale ed emotivo che consente ad alcuni partecipanti di comunicare
esperienze più o meno gravi di violenze personalmente subite nel corso
dell’infanzia e dell’adolescenza. Frequentemente si tratta di esperienze che
non furono adeguatamente ascoltate e che sono rimaste per molto tempo
indicibili.
Anche nel contesto terapeutico vengono
raccontate non di rado storie infantili e adolescenziali di abusi e spesso
di abusi che non sono stati ascoltati. Molti pazienti comunicano di non aver
trovato nei familiari o nell’ambiente l’atteggiamento favorevole alla
rivelazione.
Certamente la
psicoterapia può essere un luogo di ascolto, ma anche un luogo di mancato
ascolto, un luogo di rielaborazione del trauma, ma anche un luogo di
ripetizione del trauma. Per esempio può succedere che il paziente adulto
percepisca un’indisponibilità mentale e relazionale del terapeuta ad
accogliere contenuti attinenti al proprio trauma sessuale infantile o
adolescenziale. Un tale paziente potrà
evitare, magari per anni, di confrontare se stesso e il proprio terapeuta
con le esperienze di violenza sessuale patita, che resteranno rimosse o
scisse. Può succedere addirittura che un bambino, mentre è in corso di
svolgimento un abuso sessuale ai suoi danni, abbia dei colloqui regolari con
uno psicologo o con uno psicoterapeuta, senza essere messo in grado di rivelare la violenza in atto e senza riuscire pertanto
a chiedere aiuto: tutto ciò per un periodo di mesi o magari per anni, come è
successo in diversi casi, che abbiamo ricostruito, nei quali il terapeuta ha
inconsapevolmente chiuso le porte mentali alla rivelazione dell’abuso in
atto e d’altra parte il piccolo paziente non è riuscito a stabilire un
rapporto di fiducia e di confidenza sufficiente per aprirsi.
L’origine della resistenza dello
psicoterapeuta all’ascolto dell’abuso consiste prevalentemente nel rifiuto
della condivisione emotiva, un rifiuto che può facilmente essere occultato a
se stesso e agli altri, grazie magari al ricorso a varie razionalizzazioni
teoriche ed interpretative di contenuto psicologico. Tra queste
razionalizzazioni la teoria freudiana delle pulsioni si presta in modo
particolare ad una funzione mistificante, consentendo di ricondurre, in modo
rassicurante per lo psicoanalista, nell’alveo delle vicissitudini della
libido del paziente sentimenti, tensioni e sintomi di natura
post-traumatica. Vengono così interpretate come espressione di conflitti
intrapsichici narrazioni e comportamenti del paziente attribuibili, a ben
vedere, alla drammatica vicenda relazionale vissuta da quest’ultimo e alle
interazioni tra la sua storia e la sua mente.
Non intendiamo certo negare che esistono
tendenze mentali e culturali che possono portare al pericolo opposto a
quello che abbiamo sottolineato ovvero al pericolo di un ascolto suggestivo,
tendente a dimostrare a tutti i costi un abuso sessuale dubbio o
inesistente. Non a caso ci siamo soffermati in questo volume sullo specifico
problema delle bugie dei bambini, distinguendo tuttavia nella complessa
questione delle false accuse la realtà del fenomeno dal suo uso ideologico (cfr.
C. Foti e N. Bolognini: Quando i bambini dicono bugie…).
Non possiamo comunque ignorare la consistenza
dei condizionamenti che portano al vastissimo fenomeno dei falsi negativi.
«Se occorre credere al
fatto - scrivono Malacrea e Lorenzini - che un’esperienza realmente vissuta
debba superare notevoli ostacoli sul piano personale e relazionale prima di
poter essere rivelata e se occorre ugualmente credere che, anche al giorno
d’oggi, nonostante il crescere dell’attenzione, la maggioranza degli abusi
infantili resta non rivelata per tutta la vita, come ci dice la sproporzione
tra casi denunciati e la prevalenza constatata attraverso le ricerche
retrospettive, dovremo attenderci una grande fioritura di studi
sperimentali o clinici, che ci informino sulle variabili esterne (“le
influenze suggestive”) che possono inserirsi come rinforzi nella fortissima
tendenza al mantenimento del segreto, totale o parziale, per aiutare i
professionisti a temerle o evitarle. (…) Viceversa, tutta
l’attenzione e l’energia sembrano essere catturate dal problema opposto,
cioè dalla probabilità che influenze esterne conducano il bambino a credersi
abusato quando non lo è stato o ad amplificare in termini negativi il
significato delle proprie esperienze (innocenti contatti trasformati in
contatti a valenza sgradevole e sessuale) ».
All’interno della
committenza sociale che ha sollecitato e sollecita la ricerca scientifica
sulla testimonianza dei bambini presuntamente abusati sembra che sia stata e
che sia politicamente e culturalmente molto più influente e pressante la
componente interessata alla difesa degli adulti piuttosto che quella che
sostiene le ragioni mute dei soggetti vittimizzati. Molti studi e ricerche
hanno concentrato in effetti la loro attenzione sui rischi della suggestione
positiva (cfr. G. Gulotta, La diagnosi abusante. Le domande che non sono
domande).
La scuola di pensiero a cui questo autore
appartiene e che egli stesso ha contribuito a sviluppare con rigore e
coerenza, è al centro di riflessioni fortemente critiche in questo libro. Va
comunque riconosciuto a questa corrente culturale il merito di segnalare,
pur in modo unilaterale, il rischio di interventi distorcenti o induttivi
nell’approccio ai minori presuntamene abusati, una preoccupazione che non
può essere estranea a chi ha cuore le esigenze dei bambini: se costoro non
sono abusati, le domande induttive a loro rivolte rischieranno di
contrastare il loro irrinunciabile bisogno di poter esprimere la specifica
verità della propria vicenda, che non è quella dell’abuso; se invece sono
bambini effettivamente violentati, hanno comunque interesse che non vengano
loro rivolte domande induttive, perché nella prosecuzione dell’iter
giudiziario l’individuazione successiva di tali interventi potrebbe
invalidare la loro testimonianza.
Ciò che invece in ogni
caso non possiamo condividere nella suddetta scuola di pensiero è il bisogno
di svalutare in modo generalizzato le vittime, soprattutto se lo scopo è
quello di difendere gli imputati. «Per un bambino - afferma Gulotta - il
fastidio dato da una supposta piuttosto che da un dito nel sedere è
difficile da decodificare nell’un caso come fatto di tipo terapeutico,
nell’altro di altro significato».
Sostenere che un bambino non sappia differenziare i due atti e soprattutto i
due diversi contesti in cui gli atti avvengono, rappresenta un’aprioristica
e pesantissima squalifica delle capacità percettive, intellettive e
testimoniali dei bambini: una squalifica del tutto inaccettabile dal momento
che la valorizzazione delle competenze infantili è un elemento fondamentale
di una cultura rispettosa dell’infanzia!
16. L’ascolto e gli interventi di riformulazione
1. La riformulazione del linguaggio
extraverbale dell’interlocutore
Una ragazzina quindicenne, Lucia, che ha
espresso da anni una grave sofferenza, attraverso comportamenti violenti e
sessualizzati, instabilità emotiva ed enuresi, racconta ad un’educatrice di
un centro d’incontro per adolescenti, di essere stata abusata dal padre.
Una psicologa viene incaricata dal giudice
delle indagini preliminari di compiere una valutazione psicodiagnostica di
Lucia. Al primo incontro, quando la psicologa chiede alla ragazza se le sia
chiaro il significato del colloquio, Lucia arrossisce, si rosicchia le
unghie con evidente ansia e non proferisce parola.
Allora chiarisce che il giudice le ha chiesto
di parlare con lei, per avere delle informazioni su quello che le è
successo, ma Lucia non dice una parola, tirando su il maglione come a
coprirsi il volto. Anche le domande «come ti trovi in comunità? Vuoi
raccontarmi qualcosa di te?», producono lo stesso risultato: la ragazza
tace, la schiena curva, gli occhi a terra. La psicologa allora chiede: «Ti
senti di dirmi perché non ti riesce di parlare?», e osserva che la minore,
che tiene sempre gli occhi abbassati, ha assunto un aspetto impaurito e
trema leggermente.
A questo punto la
psicologa ha di fronte a sé almeno tre strade. La prima strada (tra le più
frequentate dagli intervistatori) è quella dell’evitamento difensivo
dei sentimenti negativi della sua interlocutrice, sentimenti associati al
tema che la ragazza stessa intuisce essere al centro dell’incontro. La
psicologa potrebbe cercare di scantonare da quei vissuti spiacevoli,
mettendosi a parlare d’altro e cercando argomenti tranquillizzanti (per es.
la musica che si sente sullo sfondo, la scuola, le vacanze, ecc…), al fine
di stabilire un ponte comunicativo con Lucia, allontanandosi così dalle
difficoltà e dalle resistenze della ragazza a parlare delle esperienze
oggetto dell’indagine peritale. La seconda strada è quella degli
interventi anticipatori o suggestivi. La psicologa potrebbe
tentare di contrastare l’atteggiamento chiuso e difensivo di Lucia con
interpretazioni del tipo: «Vedo che fai fatica a parlare delle violenze o
delle ingiustizie hai subito…». L’intervento, ancorché fondato, è certamente
scorretto, perché introduce nel colloquio un tema, quello delle violenze o
delle ingiustizie, che non è stato posto dalla ragazza e che sarebbe
opportuno semmai che emergesse dalle comunicazioni della ragazza stessa.
La psicologa segue una
terza strada e dice a Lucia pacatamente e benevolmente: «Mi sembra che tu
abbia molta difficoltà, forse paura o vergogna, a parlarmi di te. Mi
sbaglio?». Per la prima volta Lucia alza lo sguardo verso la psicologa e
accenna di sì con il capo. Ora sembra più sollevata. A partire da questo
momento, sia pure con molta fatica, la minore inizia a comunicare.
L’elemento che
stabilisce un ponte comunicativo non evitante è nella capacità della
psicologa di cogliere da tutto l’atteggiamento di Lucia la sua difficoltà,
la sua paura e la sua vergogna. Ciò che risulta efficace è la capacità di
tradurre il linguaggio extraverbale e corporeo in linguaggio delle emozioni,
mettendo in parola gli stati emotivi e mentali della sua interlocutrice
senza sovrapposizioni e senza fughe difensive da parte dell’intervistatrice.
Sentendo rispecchiato il
suo sentimento, Lucia può quindi uscire dall’isolamento che la costringeva
ad esprimere la sofferenza attraverso comportamenti rabbiosi, disturbati o
all’opposto inibiti. Gli interventi precedenti, che miravano a definire il
colloquio («ti è chiaro il significato del colloquio?», «come ti trovi in
Comunità?», «vuoi raccontarmi qualcosa di te?») sono senza dubbio adeguati
per aprire un incontro, ma non riescono certo a rompere il muro della paura
e della sfiducia nei confronti del mondo adulto, perché non affrontano le
componenti emotive che in quel momento agitano Lucia e interferiscono
pesantemente con la sua capacità razionale.
Quando l’accesso alla parola di un soggetto è
stato ed è inibito e colpevolizzato, il suo comportamento extraverbale
diventa inevitabilmente un veicolo di comunicazione a cui è indispensabile
prestare attenzione. L’intervento della psicologa non è induttivo perché la
paura e la vergogna di Lucia hanno già insistentemente parlato.
Sarebbe semmai suggestione negativa essere sordi al linguaggio della paura e
della vergogna!
Mettere in parola nel ruolo di ascoltatori le
emozioni che leggiamo insistentemente nel corpo, nello sguardo, negli
atteggiamenti del bambino non significa suggestionare, ma al contrario
contrastare le suggestioni che possono agire nell’interlocutore e dare voce
al bambino che sta palesemente provando quei sentimenti, senza ancora
riuscire ad esplicitarli o addirittura a pensarli, perché troppo dolorosi,
sconvolgenti, confusi.
2. La riformulazione del linguaggio verbale
Davide è un bambino di 6 anni che viene
esaminato da uno psicologo per incarico del Giudice delle indagini
preliminari che indaga su un’ipotesi di abuso sessuale perpetrato dal nonno.
Davide ha raccontato l’abuso ad un’educatrice, mentre in famiglia la sua
rivelazione ha creato molto disagio: è possibile che il bambino sia stato
aspramente rimproverato dai genitori. Davide è stato provvisoriamente
allontanato dalla famiglia ed inserito nel nucleo della sorella maggiore
sposata. Davide mostra nel colloquio un atteggiamento carico di tensione,
irrequietezza e aggressività. Rovescia una cesta di giochi, cercando
qualcosa con cui giocare e ogni tanto buttando via di tanto in tanto gli
oggetti che scarta.
Lo psicologo tenta ripetutamente ed
empaticamente di rinviare al bambino la rabbia con cui gioca, cercando di
chiedergli come mai e con chi è arrabbiato. Ma senza alcun esito: il bambino
continua nel suo gioco agitato, ignorando le domande dello psicologo.
L’intervistatore in forte difficoltà chiede: «Come mai è così difficile
parlare?» Il bambino risponde sbuffando con irritazione. Lo psicologo
commenta con calma e dolcezza: «Ti dà veramente molto fastidio parlare,
eh…». Davide prende a calci una macchinina e chiede poi con insistenza ed
allarme di chi siano le voci che avverte nel corridoio. Poi dice: «Parlare è
peggio, peggio…».
Anche in questo caso lo
psicologo ha di fronte almeno tre strade. La prima è quella dell’evitamento
difensivo, in base a cui egli può decidere di allontanarsi dagli aspetti
più difficili del colloquio, lasciando cadere l’inquietante comunicazione di
Davide «Parlare
è peggio, peggio…» e affrontando altri argomenti. La seconda strada è quella
della scorciatoia interpretativa. Forse Davide è stato sgridato,
forse è vittima di una congiura del silenzio. Lo psicologo potrebbe dire:
«Forse qualcuno ti ha sgridato perché hai parlato». L’interpretazione
potrebbe magari cogliere nel segno, ma l’intervento è comunque anticipatorio,
perché il contenuto («qualcuno ti ha sgridato») non è stato introdotto dal
bambino. A maggior ragione risulterebbe suggestivo l’intervento: «Forse i
tuoi genitori ti hanno sgridato perché hai parlato».
Lo psicologo sceglie una
terza strada: fa un ulteriore intervento di riformulazione per
testimoniare al suo piccolo interlocutore il tentativo che egli fa di
comprendere e di rispettare i messaggi ascoltati. Con un tono di
partecipazione emotiva lo psicologo dice: «Sento che per te parlare è
proprio un problema…oltrettutto forse sei preoccupato che qualcuno possa
sentire…». Il tema della preoccupazione non è suggestivo, perché è stato
portato dal bambino con le sue domande ansiose sulle voci che si sentono nel
corridoio.
Il bambino rimane in
silenzio, poi sbotta: «Che pizza…». Lo psicologo insiste con l’ascolto
attivo
ed empatico: «Ti capisco: deve essere proprio spiacevole la situazione che
vivi…». I suoi interventi, che nella prosecuzione del colloquio si
riveleranno fruttuosi, evitano sempre il rischio della suggestione
positiva, essendo radicalmente rispettosi di ciò che esprime e comunica
il bambino ed evitano sempre il rischio della suggestione negativa
attraverso un atteggiamento di ascolto basato sulla comprensione emotiva e
l’attenzione partecipe.
3. La riformulazione empatica e il contesto
giudiziario
Non solo il contenuto,
ma anche il tono degli interventi dello psicologo risulta efficace. «I
pazienti - afferma a questo riguardo Ferençzi - non sono toccati dalle frasi
teatrali di compassione, ma soltanto - devo dire - dalle manifestazioni di
reale simpatia. Su quale base essi riconoscano questa simpatia - dal suono
della voce, dalle parole che scegliamo o da cos’altro ancora - non saprei
dirlo, sta di fatto che dimostrano di possedere una curiosa conoscenza,
direi quasi una forma di chiaroveggenza, per ciò che riguarda i pensieri e
le emozioni dell’analista. Sotto questo aspetto è praticamente impossibile
che il malato si sbagli».
L’autore conclude dicendo che è stato proprio questo rapporto che lui chiama
“più intimo”, dove l’analista non si limita ad interpretare ma spende se
stesso, si commuove, partecipa emozionalmente, che gli ha permesso di
accedere all’ascolto dei traumi infantili di origine sessuale.
Riformulare significa ripetere con altre
parole (che possono essere più semplici o più pregnanti o semplicemente
diverse) ciò che si è udito dall’interlocutore, allo scopo di evidenziare
alcuni aspetti significativi della comunicazione ascoltata. Questa modalità
ha l’obiettivo di far sentire all’interlocutore di aver di fronte una
persona che cerca di ascoltare attentamente, di seguire con sollecitudine le
sue comunicazioni: permette all’intervistatore di trasmettere il messaggio:
«Ti sono vicino, mi impegno a comprendere ciò che mi stai dicendo, a
ricordarmi di ciò che hai detto in precedenza, ad accogliere i tuoi
sentimenti».
La riformulazione dei sentimenti agiti
dall’interlocutore (vedi il caso di Luisa) e la riformulazione delle sue
espressioni verbali (vedi il caso di Davide) rappresentano tecniche efficaci
che richiedono intelligenza emotiva, addestramento e supervisione. Più rischiosa e delicata è la tecnica dell’interpretazione
in quanto richiede la capacità di riconoscere aspetti del mondo interno del
bambino e la capacità di dare un senso a espressioni, atteggiamenti e
comportamenti non chiariti dal bambino stesso. Gli operatori dell’area
sociale, sanitaria ed educativa nella fase della rilevazione dell’abuso e
nella fase dell’indagine sul danno (e gli stessi psicologi soprattutto nei
colloqui in contesto giudiziario e per una lunga fase del percorso
diagnostico) dovrebbero maneggiare con estrema cautela il ricorso
all’interpretazione per privilegiare nell’ascolto interventi di
comprensione empatica delle eventuali difficoltà del bambino a
comunicare e interventi di riformulazione delle espressioni verbali,
comportamentali ed emotive del bambino, con un atteggiamento di accoglienza
e disponibilità a tradurre in parola ciò che emerge chiaramente dalla
soggettività del bambino sul piano verbale, comportamentale ed emotivo.
Debitamente alternati agli interventi di
comprensione e di riformulazione sono ovviamente opportuni e talvolta
indispensabili interventi di confronto con la realtà («ho visto che
oggi sei arrivato da me accompagnato dall’educatrice…», «ho saputo che a
scuola è successo che…», «la mamma mi ha detto che…») e interventi di
interrogazione per avvicinarsi con interesse genuino e vicinanza emotiva
alle aree della storia e della vita del bambino che meritano di essere
indagate.
Piero Forno nel suo
intervento (L’ascolto del minore nel processo penale. Il bambino abusato:
vittima due volte?) mette lucidamente in evidenza la specificità del
setting d’ascolto giudiziario, una specificità che non va intesa tuttavia
come pretesa in questo ambito di eludere in modo aprioristico ed assoluto il
riferimento ai sentimenti nel corso di un colloquio con il bambino
presuntamene abusato. Se il bambino si esprime in modo reiterato e leggibile
attraverso comportamenti ed atteggiamenti emotivi, tali reazioni devono
essere ritradotte e restituite al bambino in termini di sentimenti
espliciti. Ciò che è suggestivo semmai può essere anticipare sentimenti non
espressi insistentemente dal bambino o leggerli in modo distorto. Ma anche
il non dare un nome ai sentimenti, quando questi vengono manifestati
intensamente dal bambino, rappresenta una forte azione suggestiva (di tipo
negativo).
Occorre una battaglia culturale per lo
sviluppo dell’intelligenza emotiva nel contesto giudiziario (cfr. C. Foti,
Intelligenza emotiva e suggestione nella valutazione psicologica del
bambino), per chiarire fra l’altro che la più ferma intenzione del
giudice o del perito di essere imparziali non li garantisce assolutamente
dalle interferenze emotive disturbanti che la vicenda su cui pronunciarsi
suscita in loro, che il vero controllo emotivo passa attraverso lo sviluppo
dell’allenamento a riconoscere le emozioni, che è assurdo pretendere dal
bambino una prestazione testimoniale estremamente impegnativa, se poi non
gli si fornisce un sostegno emotivo, un sostegno che presuppone una
capacità dell’ascoltatore di riconoscere e, se necessario, di esplicitare i
sentimenti propri e quelli del bambino.
17. La fuga dal dialogo, la fuga dall’ascolto
In un brano tratto da un romanzo di Leroy le
tre figure dello scenario del maltrattamento all’infanzia (il bambino,
l’autore della violenza, il testimone) interagiscono evidenziando l’impasse
di una comunicazione mancata. Il romanziere, tentando di riappropriarsi del
punto di vista del proprio passato di bambino, ricorda e narra la propria
vicenda infantile, segnata da diverse forme di violenza, tra cui l’abuso
sessuale.
L’incontro si svolge
all’uscita di un supermercato, scenario particolarmente adeguato ad una
società consumistica: c’è una madre, che soffre di disturbi psichici e che
s’è recata a fare acquisti senza alcun indumento sotto l’impermeabile che
indossa, c’è un bambino che la madre porta con sé (l’io narrante) e c’è un
guardiano del supermercato che ferma la madre all’uscita.
«Devo chiederle di aprirsi l’impermeabile… o
di rientrare nel negozio…». L’uomo si schiarisce la voce, si guarda intorno
evitando di guardare lei.
«Credi che abbia rubato della roba, cazzo?
Credi che sia una cazzo di ladra?!».
Ad ogni parola la sua mano mi stringe il
polso ancora di più, come un laccio emostatico. «Ehm… signorina?». «Ti
assicuro, ti assicuro che te ne pentirai…»,
comincia e senza lasciarmi il braccio si sbottona l’impermeabile. Io mi
volto e guardo dei bambini dentro una station wagon che mi fanno la
linguaccia.
«Ok, Ok, ok, signora. Grazie,
grazie…»
«Vuoi controllarmi la
fica?». Mi rigiro e vedo mia madre che si tiene aperto l’impermeabile,
mettendo in bella vista il corpo nudo e coperto di sudore. (…)
«Si sente bene?», chiede
con delicatezza. Un uomo che passa a bordo di un pick up fa un fischio, e io
seguo il sguardo fino al ciuffo ispido di peli biondi tra le gambe di mia
madre. Lei respira a fondo prima di rispondere. Ha il viso rosso scuro. Io
alzo le braccia e afferro i bordi dell’impermeabile nel punto dove se lo
stava tenendo aperto, stringendolo con il pugno. Tiro delicatamente ma con
fermezza e le sue mani seguono le mie, chiudendo l’impermeabile come un
sipario.
«Andiamo», bisbiglio, provando un sensazione
di forza che mi sembra preziosa e terrificante. «Sta bene?», chiede l’uomo,
rivolgendosi a me per la prima volta. «È solo stanca», dico contro
l’impermeabile di mia madre, che tengo ben chiuso sopra quel cespuglio
ricciuto giallo scuro.
Lo sento prendere fiato come per parlare, ma
gli esce di bocca soltanto un sospiro. Alzo gli occhi verso la faccia di mia
madre, temendo che stia per dire o fare qualcosa, ma vedo solo la punta del
mento. (…) «Adesso le passa», dico
all’uomo dietro di me. «Sicuro?», dice lui, e lo sento fare un altro passo
indietro.
È sempre facile convincere la gente che va
tutto bene, perché se così non fosse sarebbero costretti a diventare parte
in causa.
«Sì», annuisco guardando
verso di lei e chiudo ancora più stretto l’impermeabile.
«Ok…, ehm… grazie», dice lui allontanandosi
in fretta.
L’atteggiamento
dell’addetto alla sicurezza del supermercato può simbolizzare la posizione
di indisponibilità all’ascolto della comunità adulta di fronte ad indicatori
evidenti di una possibile situazione di maltrattamento e di abuso sessuale
ai danni di un bambino. L’addetto alla sicurezza si trova spiazzato, carico
d’ansia e d’imbarazzo di fronte all’inatteso e spiacevole evento a cui ha
assistito. Non fa domande, non mostra al bambino alcuna forma di vicinanza
emotiva, non gli comunica interesse partecipe, non lo invita ad un incontro
amichevole nei giorni successivi, si fa tranquillizzare in fretta dalle
bugie difensive del bambino. Il suo obiettivo è quello di ritirarsi quanto
prima dal quadro familiare di sofferenza e di violenza, su cui
inopinatamente s’è affacciato. Capiamo e comprendiamo bene questa figura,
perché ci rappresenta.
L’addetto alla sicurezza non vede l’ora di
ritornare alla normalità, alle proprie sicurezze ed abitudini, non
vuole affrontare l’impatto con una realtà sconosciuta ed ansiogena che lo
costringerebbe per di più ad assumersi responsabilità che intende fuggire e
per cui si sente inadeguato. La natura difensiva di questa posizione di
chiusura all’ascolto è ben colta da Leroy: «È sempre facile convincere la
gente che va tutto bene perché se così non fosse sarebbero costretti a
diventare parte in causa». Questo atteggiamento non riguarda soltanto la
gente comune, ma anche i professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza: i
medici, gli educatori, gli insegnanti, gli operatori sociali, gli psicologi,
i consulenti del giudice, ecc…
Non facciamo domande di avvicinamento al
disagio dei bambini perché il rischio di formulare delle domande è quello di
ottenere delle risposte. Non ascoltiamo perché non siamo disponibili ad
aprirci alla dimensione dell’incertezza e del dolore. Preferiamo
autoconsolarci ed autorassicurarci piuttosto che entrare in contatto con la
sofferenza e caricarci per di più di responsabilità che si prospettano come
ansiogene e conflittuali.
Infatti, se l’abuso sui bambini risulta
impensabile ed inascoltabile, lo è per quattro ordini di ragioni: a)
l’esigenza di difendersi dal dolore e dall’impotenza vissute dalle vittime;
b) l’evitamento della confusione connaturata al maltrattamento e all’abuso;
c) il bisogno di mantenere il ricorso all’idealizzazione della famiglia e
dei genitori; d) l’ansia associata all’inevitabità dei conflitti sociali che
seguono e ad una responsabile rilevazione del maltrattamento.
18. L’abuso sessuale come espressione di un blocco
della comunicazione
Molte forme di sofferenza minorile sono
l’espressione di un deficit di comunicazione all’interno della famiglia e
dell’ambiente sociale: ci sono bambini, che fanno fatica ad esprimersi
verbalmente con chiarezza e ci sono adulti che non riescono a decodificare
ed accogliere le comunicazioni spesso implicite dei bambini.
Nello scenario dell’abuso i protagonisti di
questo dramma della incomunicabilità diventano tre: c’è un autore della
violenza che attraverso la minaccia, la manipolazione e il diniego punta a
isolare la vittima dalle comunicazioni con il contesto sociale; c’è poi un
bambino che non può parlare, che non riesce a porsi come emittente efficace
della comunicazione per la presenza di pesantissimi ostacoli esterni ed
interni alla rivelazione (per es. l’ingiunzione a tacere dell’abusante, i
vissuti di impotenza, di tradimento, di abbandono e di stigmatizzazione
interiorizzati dalla vittima); c’è infine un adulto, potenziale ricevente
delle comunicazioni del bambino che spesso fa barriera all’ascolto delle
emozioni e quindi lascia cadere di fatto le richieste di soccorso del
bambino e i suoi tentativi di individuare e mettere alla prova un
interlocutore adulto meritevole di fiducia.
L’abuso sessuale rinvia ad un problema di
comunicazione. La violenza sessuale sui bambini non avrebbe modo di prodursi
in modo continuativo se non ci fossero adulti perversi interessati a
costruire un cordone di silenzio attorno alle loro prede, se non ci fossero
piccole vittime, incapaci di esplicitare con chiarezza il proprio malessere,
e se non ci fosse un ambiente circostante tendente all’insensibilità e
all’indifferenza e scarsamente disponibile all’ascolto dei bambini.
Quando ogni
comunicazione attorno all’abuso è bloccata, quando è impedito ogni tentativo
di rivelare e chiedere aiuto da parte della vittima o è sabotato ogni
tentativo di prendere sul serio le richieste di protezione e di giustizia
della vittima, l’abuso sessuale su un bambino diventa “un delitto perfetto”:
viene messa una pesante pietra sopra la verità dell’accaduto e sopra il
futuro della vittima. In base alle ricerche retrospettive sull’abuso non si
può non affermare che la maggioranza degli abusi sessuali che si consumano
risultano “delitti perfetti”, il cui autore resta impunito e nell’ombra.
Se i bambini fossero in grado di comunicare i
disagi piccoli e grandi da cui sono appesantiti, la qual cosa presuppone
adulti disponibili sul piano emotivo e mentale ad ascoltare, tollerando gli
aspetti inattesi, problematici, dolorosi delle comunicazioni dei bambini,
l’abuso sessuale all’infanzia potrebbe essere un fenomeno rapidamente e
radicalmente strappato al silenzio e pertanto affrontabile e contrastabile
in modo efficace.
Il periodo ipotetico dell’affermazione
precedente può essere visto come un periodo ipotetico dell’irrealtà:
evidentemente la comunità adulta attualmente non è capace di attivare
diffusamente efficaci competenze all’ascolto delle comunicazioni sofferte e
conflittuali dei bambini e questi ultimi, di conseguenza, non possono essere
sempre in grado di segnalare in modo forte e chiaro le proprie richieste di
tutela nei momenti di necessità.
Tuttavia la prospettiva
utopica di una comunità adulta capace di una posizione di ascolto costante,
disponibile, responsabile e protettiva è indispensabile per chiarire la
direzione verso cui orientare l’impegno per la prevenzione e per il
contrasto alla violenza sessuale (e non solo sessuale) sui bambini.
Delle tre figure
fondamentali del dramma del maltrattamento, quella che primariamente può e
deve mettersi in discussione è quella del potenziale ricevente delle
comunicazioni di malessere del bambino, cioè dell’adulto che può diventare
testimone soccorrevole e non più testimone cieco, sordo e muto di fronte
alle svariate forme di svelamento passivo ed attivo dell’abuso.
Il primo passo non lo può fare il bambino
abusato che si trova in grave situazione di difficoltà, fin tanto che non
trova qualcuno che lo aiuti a sbloccare la comunicazione dei propri
sentimenti e della propria storia. Non possiamo colpevolizzare la vittima,
fragile e indifesa, di un gioco pericoloso, violento e confusivo,
pretendendo che sia lei, senza sostegno adeguato, a diventare capace di
comunicazioni più chiare. Né il primo passo lo può compiere l’adulto
perverso che non ha alcun interesse al cambiamento, almeno fin tanto che la
sua onnipotenza non impatta con la forza della legge. Non possiamo illuderci
che il cambiamento possa iniziare da un soggetto che, pesantemente
condizionato da aspetti mentali, malati e nel contempo criminali, trae
evidentemente un vantaggio dal mantenimento del silenzio e del diniego della
violenza.
È l’adulto responsabile, potenziale ricevente
delle comunicazioni del bambino, che deve attivare il processo di
cambiamento, aumentando la propria capacità di ascoltare a tutto campo (ogni
forma di disagio e non solo l’abuso!) e creando così le condizioni che
possano consentire ai bambini di esprimere tutte le informazioni in loro
possesso circa l’origine del proprio malessere, qualsiasi sia la sua
origine. Sono coloro che si dichiarano intenzionati a difendere i diritti
dei bambini o, a maggior ragione, coloro che ricevono un mandato sociale e
istituzionale per l’educazione, la cura e l’assistenza dei bambini che
devono fare il primo passo nell’attivare il circuito positivo della
comunicazione attorno al disagio.
Se è vero che esiste una responsabilità
mentale a comunicare, a cui la vittima va empaticamente sollecitata, è anche
e soprattutto vero che tocca primariamente agli adulti, chiamati al sostegno
e alla cura, nelle condizioni di avviare e sviluppare una comunicazione
della propria esperienza.
Occorre in conclusione
aumentare la capacità di ascolto sociale della comunità, adulta,
contrastando l’indifferenza, l’insensibilità, l’indisponibilità emotiva,
ovvero le principali interferenze che si oppongono alla ricezione delle
informazioni e delle comunicazioni provenienti dai bambini.
19. Il mancato ascolto e i suoi effetti
La negazione dell’ascolto è grandemente
tossica per la vittima. La mancanza di vicinanza e di condivisione
emotiva nei confronti del bambino e la solitudine che ne consegue vengono a
rappresentare un elemento costitutivo dell’esperienza traumatica. Una
violenza traumatica, quando può tempestivamente essere comunicata da una
vittima ed ascoltata in modo benevolo ed empatico da un testimone
soccorrevole, perde una gran parte dei propri effetti nocivi e
destrutturanti, sia perché - sul piano della realtà esterna - la
comunicazione facilita l’intervento di protezione, sia perché - sul piano
della realtà interna - la condivisione associata all’ascolto attenua il peso
corrosivo dei vissuti traumatici e post-traumatici, lenisce la sfiducia
nella relazione interpersonale, acquisita nel corso dell’abuso, rilancia un
salutare legame di attaccamento, favorendo valide strategie di coping
ovvero atteggiamenti utili a reagire al trauma.
La diffusa cecità circa
i segnali dell’abuso sessuale che portano spesso gli operatori minorili a
non accorgersi di quanto accade sotto i loro occhi, il rifiuto aprioristico
che si manifesta ancora in molti casi a prendere in considerazione
l’attendibilità delle denuncie di abuso sessuale, la non disponibilità nella
cura ad avvicinarsi alla realtà storica del trauma per ricostruirne la
dinamica e i conseguenti vissuti, le logiche familiari, sociali e talvolta
psicoterapeutiche in base a cui ricordare è inutile e controproducente:
questi sono tutti atteggiamenti che contribuiscono a lasciare
drammaticamente sola la vittima ed esercitano su di lei effetti patogeni.
«L’effetto di questi atteggiamenti sarà ancora più distruttivo se il minore,
com’è inevitabile, ha subito, accanto alla violenza fisica, una violenza
psicologica consistente nel fatto che gli è stata sottratta la verità di
quanto accaduto attraverso messaggi impliciti od espliciti del tipo: “Non
devi dire a nessuno cosa facciamo insieme e, anche se lo dirai, nessuno ti
crederà!”, “Penseranno che sei una bugiarda e ti sei inventata tutto!”, “Non
è vero che sono io a deciderlo e a obbligarti, sei tu a desiderarlo!”, “Non
devi accorgerti di quanta violenza ti sto facendo!”, “Tutti i bambini fanno
quello che stai facendo tu, è normale, sei tu che sei strana se non ti
piace!”, ecc. Talvolta tali messaggi possono produrre nella vittima
un’immagine di incapacità soggettiva a distinguere il falso dal vero, con
effetti di interiorizzazione della colpa, di incertezza sulla propria
percezione esterna o interna, e una conseguente confusione mentale».
Non è l’azione violenta in quanto tale a
costituire l’essenza più profonda e rovinosa del trauma infantile, non sono
le prestazioni sessuali a cui la vittima è sottoposta nel caso dell’abuso
sessuale o le percosse nel caso dell’abuso fisico o la privazione materiale
nel caso della trascuratezza a costituire la componente più dannosa del
maltrattamento all’infanzia. È il contesto di solitudine, che impedisce alla
piccola vittima di esprimere i propri sentimenti, l’agente traumatico più
rischioso e patogeno.
Alice Miller sottolinea la necessità del
bambino che subisce una situazione traumatica di trovare accanto a sé un
familiare, un amico, un educatore capace di ascoltare i sentimenti di
dolore, di collera e di impotenza prodotti nel bambino da quella situazione
e di condividerli con lui come un testimone soccorrevole, come un
avvocato difensore. Il terapeuta dovrebbe riuscire a garantire questi
ruoli soprattutto quando nessuno li ha saputi svolgere nel passato, quando
il paziente era bambino, aiutandolo nel presente, con la comprensione
empatica e con l’interpretazione ricostruttiva, a trasformare la sua vaga
consapevolezza del trauma in ricordo vivo, impregnato di sentimenti
intensi da esprimere e da rielaborare.
Scrive Alice Miller ne
Il bambino inascoltato: «Prendere coscienza consapevolmente della
propria condizione di vittime significa anche avvertire la sconfinata
impotenza in cui si trova il bambino che sia stato direttamente esposto agli
scoppi di collera e alle manipolazioni sessuali di un individuo amato che
gli diventa improvvisamente estraneo. (…) Se i terapeuti, invece che
funzionari della società si porranno come avvocati difensori del paziente,
non avranno più bisogno di occultare il fatto che la sessualità può essere
impiegata per usare violenza contro chi è più debole».
Non solo i terapeuti, ma anche gli operatori dell’area sociale, sanitaria,
giudiziaria, scolastica rischiano spesso di porsi come funzionari di una
comunità adultocentrica, tutt’altro che interessata a fare emergere un
fenomeno scomodo come l’abuso, sia dal punto di vista psicologico che dal
punto di vista sociale.
20. L’ascolto come cura
Realizzare un coerente impegno di ascolto
emotivo dei bambini non è solo la più grande strategia di prevenzione
dell’abuso, ma rappresenta anche la più efficace direzione di lavoro
terapeutico. La capacità di ascolto da parte di coloro che intendono
prendersi cura del bambino è l’atteggiamento più utile a favorire
l’elaborazione dei sentimenti afflittivi e confusivi che pesano sulla
vittima o, in ogni caso, sul bambino al centro di una segnalazione d’abuso.
L’esigenza di mettere in parola la
sofferenza in generale e la sofferenza post-traumatica in
particolare è universale, in quanto modalità adattativa con cui la specie
umana affronta ed elabora socialmente la sofferenza. Il bisogno
dell’essere umano di narrare se stesso e di dare significato e ordine al
proprio disagio e alla propria vicenda esistenziale ha una base
psicobiologica e, pertanto, la soddisfazione di tale bisogno ha effetti
psicobiologici di tipo salutare (cfr. le ricerche citate da P. Di Blasio:
L’abuso sessuale: caratteristiche del racconto di eventi traumatici).
Il rapporto tra autonarrazione e sofferenza
psichica è stato paragonato al rapporto fra febbre e malattia
e la febbre oltre che sintomo ha indubbiamente valore di espressione
fisiologica e di rimedio.
L’autenticità emotiva e
la ricaduta benefica con cui un bambino abusato comunica la propria storia
variano in base a diversi fattori: a) l’intimità da lui raggiunta nel
rapporto con l’ascoltatore; b) la qualità della sua valutazione e della sua
elaborazione dell’evento traumatico; c) l’apprensione circa la reazione
dell’ascoltatore al racconto; d) eventuali messaggi di scoraggiamento della
comunicazione o vere e proprie reazioni negative dell’interlocutore al
racconto.
Diventa in altri termini fondamentale la
qualità del contesto relazionale e ambientale dove si svolge la
comunicazione: il racconto di un bambino abusato che va incontro a risposte
di disconferma e di colpevolizzazione può generare evidentemente effetti
tutt’altro che migliorativi della salute del
narratore.
Se è vero che la parola
ha potenzialmente una straordinaria funzione espressiva, è anche vero che
occorre essere interessati prima alla persona e poi alla parola dei bambini.
Nel contesto giudiziario, dove i tempi e gli obiettivi degli adulti portano
ad accantonare i tempi e gli obiettivi dei bambini (cfr. L. De Rui: Le
resistenze istituzionali e giuridiche al riconoscimento dell’abuso),
l’interesse per la prestazione testimoniale dei bambini rischia spesso di
lasciare in secondo piano la preoccupazione per la cura e per la salute dei
bambini (cfr. P. Di Blasio, L’abuso sessuale: caratteristiche del
racconto di eventi traumatici). In questo contesto istituzionale gli
schemi adultocentrici impediscono di armonizzare l’ascolto inteso come
impegno istituzionale necessariamente regolato da norme e procedure con
l’ascolto inteso come accoglimento del più piccolo e del più debole, come
rispetto/riconoscimento della specificità di una condizione infantile di
fragilità e di sofferenza che è violenza ignorare (cfr. C. Foti, D. Ghiano,
L’audizione protetta: la preparazione, il sostegno e l’ascolto del piccolo
testimone).
Ricevere ascolto risulta indispensabile per
le vittime, affinché queste possano riattraversare mentalmente e verbalmente
il trauma, obiettivo che risulta per loro fondamentale almeno per cinque
ragioni di grande rilievo: a) attenuare o eliminare il sovraccarico emotivo;
b) contrastare i sintomi di intrusione e di evitamento conseguenti al
trauma; c) passare dalla posizione passiva che ha caratterizzato
l’abuso alla posizione attiva che caratterizza la narrazione,
migliorando così l’autostima; d) riacquistare fiducia nella comunicazione e
nella relazione interpersonale dopo le profonde delusioni subite; e)
contribuire in modo determinante a poter essere creduta e a poter ottenere
una riparazione giudiziaria e sociale.
Gli effetti di
prevenzione e di cura che l’ascolto produce sui bambini, soprattutto su
quelli più sofferenti e vittimizzati sono così importanti che vale la pena
investire il massimo di energie per sviluppare, come persone e come
operatori, l’impegno dell’ascolto, con approcci e sforzi integrati sul piano
teorico, clinico e formativo.
Cfr. C. Foti, “L’impatto
di un assassinio: dalla rimozione della sofferenza infantile alla
proiezione della colpa (e ritorno)”, Minorigiustizia, n. 2, 1997
Cfr. C. Foti, “La pedofilia e il partito degli abusanti”,
Minorigiustizia, 2, 2002.
Cfr. C. Foti, “Etica e infanzia”, Bambino incompiuto, n.
3, 1990, pp. 5-19.
Cfr. American psychiatric association, DSM IV, Manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali, Masson, Milano, 1994, p. 468 e ss.
Cfr. C. Roccia, Bambini vittime di abusi sessuali ritualistici e
sette sataniche: trauma e meccanismi di difesa dalla sofferenza, in
C. Roccia (a cura di) Riconoscere ed ascoltare il trauma.
Maltrattamento e abuso sessuale ai danni dei minori, Angeli, Milano,
2001.
S. Ferençzi (31 gennaio 1932), Diario clinico, Cortina, Milano,
1988, p.75.
Cfr. R. Siani, La psicologia del Sé, Boringhieri, Torino, 1993;
cfr.inoltre C. Foti, Maltrattamento delle emozioni ed emozioni del
maltrattamento, in Linee guida per l’intervento nei casi di
maltrattamento fisico, psicologico e sessuale ai danni dei bambini e
degli adolescenti, Centro Studi Hänsel e Gretel, Torino, 2000.
G. Guasto, Abuso e mondo interno: trauma, difese, devastazione,
mentalizzazione, in C. Roccia (a cura di) Riconoscere ed
ascoltare il trauma. Maltrattamento e abuso sessuale ai danni dei
minori, Angeli, Milano, 2001.
C. Foti, “La
valutazione psicologica dell’attendibilità del minore presunta vittima
di abuso sessuale”, Minorigiustizia,
n. 2, 1998.
Cfr. Stiles, Shuster e Harrigan, cit. in S. Joseph, Dopo il trauma:
supporto sociale e salute mentale, in W. Yull, Disturbo
post-traumatico da stress, McGraw-Hill, Milano, p.59.
|