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LE
RISPOSTE EMPATICHE E VALORIZZANTI DEI GENITORI SONO IL FONDAMENTO DELLA
FIDUCIA IN SE’ E DELLA SICUREZZA INTERIORE DELL’INDIVIDUO
(tratto da R.Siani, La
Psicologia del Sé, Boringhieri, pp.83-84)
La costituzione
di un Sé bipolare ben integrato non garantisce dalle ferite narcisistiche
future, dai «conflitti» (psicologici e sociali) che potranno essere indotti
dalle successive vicissitudini della vita. «Estesi cambiamenti del Sé
debbono, per esempio, verificarsi nella transizione dalla prima infanzia
alla latenza, dalla latenza alla pubertà e dall'adolescenza alla giovinezza»
(Kohut, 1972, p. 13 1). Tuttavia le vicende delle relazioni fra il Sé in
fase di strutturazione e gli oggetti-Sé genitoriali restano determinanti: la
costituzione del «Sé coesivo»
(cohesive self),
come tappa
conclusiva e integrata delle strutture (Kohut;1984) dipende ben poco dalle
intenzioni pedagogiche dei genitori, ma dalla qualità delle loro relazioni
(rispecchianti, ideali, gemellari) con il figlio, che orienterà in modo
decisivo le sue future possibilità di aver fiducia in sé stesso, di porsi
mete e di realizzarle in armonia con i suoi ideali. Kohut e Wolf (1978, pp.
178 sg.) hanno affermato che «non è tanto ciò che i genitori fanno, ma ciò
che i genitori sono a influenzare il Sé del bambino», concludendo con
queste semplici ma efficaci osservazioni:
“Se i genitori non
hanno problemi (.,.) se, in altre parole, la fiducia in se stessi dei
genitori è solida, essi risponderanno con accettazione all'orgoglioso
esibizionismo del Sé fiorente del loro bambino. Per quanto seri possano
essere i colpi ai quali è esposta dalla realtà della vita la grandiosità del
bambino, il sorriso orgoglioso dei genitori manterrà vivo un frammento
dell’onnipotenza originaria, che sarà conservato come il nucleo della
fiducia in sé stessi e della sicurezza interiore. (...) Lo stesso vale per i
nostri ideali. Per quanto grande sia il nostro disappunto quando scopriamo
le limitazioni e le debolezze degli oggetti-Sé idealizzati della nostra vita
infantile, la loro fiducia in sé stessi che ci offrivano quando eravamo
bambini, la loro sicurezza quando ci consentivano di fondere i nostri Sé
angosciati con la loro tranquillità - con le loro voci calme o con la
nostra vicinanza ai loro corpi rilassati quando ci tenevano in braccio -
sarà da noi conservata come nucleo della forza dei nostri ideali
fondamentali e della calma che sperimentiamo nel vivere la nostra vita sotto
la guida dei nostri obiettivi interiori.”
IL
VERO TRAUMA E’ LA MANCANZA DI RISPOSTE EMPATICHE DEI GENITORI
Tratto da Heinz Kohut
“Seminari, Teoria e clinica della psicopatologia giovanile”, Astrolabio,
1989, pp. 304-306.
Se un individuo è stato
deluso traumaticamente in certi periodi della sua vita - quando la sua
grandiosità non trovava eco - ogni tipo di interferenza con lo stato di
benessere è sentita come un colpo all'autostima, un attacco alla grandiosità
del soggetto. Uso il termine grandiosità in mancanza di un termine migliore.
Esso implica quello che più tardi sarà la bellezza assoluta, il corpo
perfetto, la grande impresa, la naturalezza, la perfezione morale, l'essere
in pace con se stessi.
Così, ad esempio, ogni
sofferenza o malattia sarà chiaramente sperimentata dal bambino come ferita
narcisistica e non come un disagio che può essere ragionevolmente
affrontato, che ha una sua ragion d'essere e a cui si può reagire. Il
bambino, se gli accade di inciampare, reagisce con rabbia. "Come possono
farmi questo?". Molte persone conservano per tutta la vita un poco di questo
modo narcisistico di reagire alla sofferenza. Immaginiamo che un bambino
patisca una delusione traumatica nei primi anni di vita, in un periodo in
cui, in circostanze normali, il soggetto dovrebbe trovare conferma alla
propria, ancora irrealistica, autostima. Questo può accadere a causa di una
depressione della madre o a causa dell'incapacità della madre di risolvere
un problema del bambino, quale può essere una malattia fisica (fermo
restando che la semplice insorgenza di un malanno fisico non è in grado di
spiegare il corso degli eventi). L'elemento su cui affermo che è importante
riflettere, anche in presenza di gravi malattie fIsIche, è il grado attuale
di menomazione dell'autostima.
Nelle fasi iniziali
della .vita, quando l'autostima e l'esperienza del bambino inglobano i
genitori o gli adulti dell'ambiente circostante, il fatto puro e semplice di
una malattia del bambino, anche se grave, non costituisce necessariamente un
trauma. È solo quando, a causa del malanno fisico, si sperimenta un rifiuto
da parte dei genitori, solo in questo caso la caduta dell'autostima diventa
traumatica. I pochi casi da me trattati in cui una malattia fisica precoce
aveva giocato un ruolo importante nello sviluppo della personalità mi hanno
portato a concludere senza incertezze che non era stata la malattia per se
stessa il fattore decisivo, ma piuttosto il colpo narcisistico che la
malattia del bambino aveva inferto ai genitori, determinando una caduta
della loro autostima e un conseguente rifiuto del bambino.
Di questo problema ha
parlato Freud parecchio tempo fa. Non so se conoscete abbastanza la storia
del movimento psicoanalitico da riconoscere quale sia quel gruppo dissidente
che ha a che fare in modo particolare con i temi che stiamo trattando. Si
tratta della scuola adleriana (Freud, 1914, p. 428). Il sentimento di
inferiorità del soggetto divenne il nucleo per spiegare la formazione
dinamica del carattere - sovracompensazioni, ad esempio, per superare
sentimenti di inferiorità dovuti ad una inferiorità d'organo, e così via.
Karen Horney ha applicato alla psicologia femminile una variante di questa
tesi (1934). Da parte sua Freud non accettò mai questa particolare linea di
pensiero.
C’era, anni addietro, un romanziere e biografo
tedesco, di non grande levatura ma molto popolare al suo tempo, Emil Ludwig,
che scrisse un buon numero di biografie che ebbero grande successo; alcune
in verità non erano brutte. Tra queste una era dedicata a Guglielmo II (Ludvig,
1928). Ludwig era appunto un seguace di Adler e spiegò l’intero sviluppo
della personalità dell'imperatore Guglielmo sulla base del fatto che questi
aveva subìto una lesione al momento della nascita. Era ben noto che egli
aveva un braccio semi-immobilizzato, e alla luce di questa nucleare
inferiorità d'organo Emil Ludwig ricostruì il suo carattere. Affermò che
l'imperatore non poteva trovare requie alla sua inquietudine e che la guerra
mondiale fu l'esito finale di questo bisogno di autoaffermazione. Il suo
braccio era impedito, ma egli tentò di dimostrare che non era così.
(…) Come ho ricordato in altre occasioni,
Freud affermò che non fu la paralisi al braccio, l'inferiorità d'organo, che
doveva fare più tardi dell'imperatore una personalità così bellicosa,
ambiziosa, facilmente depressa, delusa e ferita quando le cose non seguivano
il verso da lui voluto. Egli fu costretto a inseguire un successo dopo
l'altro. Questa potrebbe esser stata certamente una delle molte cause della
guerra. Ma fu il rifiuto che egli ricevette da una madre orgogliosa, che non
fu in grado di sopportare un figlio deforme, imperfetto, e che per questa
ragione non volle aver niente a che fare con lui fin dal principio, fu
questo che Freud pose alla base della spiegazione della personalità del
Kaiser.
È questo che aiuta secondo me a capire meglio
l'esperienza di quei pazienti in cui menomazioni gravi o malattie precoci
hanno portato, in ultima analisi, non ad un sentimento centrale di
incapacità, ma piuttosto al sentimento centrale della impotenza dei
genitori. Fu la loro disperazione che li spinse a rifiutare il figlio. Non
erano in grado di guarire la sua menomazione e non potevano sopportare un
figlio menomato.
La normale reazione dei genitori ad un figlio
menomato dovrebbe essere il rafforzamento delle cure affettive verso il
figlio. Questo è del tutto comprensibile da un punto di vista psicobiologico,
anche se in termini sociologici può condurre a gravi ingiustizie. La madre
elargisce ogni sua energia affettiva al figlio menomato e accade spesso
che siano allora gli altri membri della
famiglia a soffrire sul piano emotivo. Eccoli, gli altri figli, con la loro
sana corporatura e con tutte le loro aspettative nei confronti della madre,
ma la madre è tutta presa dal suo figliolo storpio o zoppo. La cosa è ben
diversa, se è in gioco solo un momentaneo e transitorio ritiro
dell'attenzione a causa dell'inferiorità temporanea di uno dei figli. Ma
quando ciò che si verifica è un duraturo spostamento dell'affetto dai figli
sani. al figlio malato, allora molto spesso i figli sani cominciano a covare
un enorme risentimento. potranno reagire con estesi mutamenti del
carattere.
LA FASE EDIPICA E’ ESPANSIVA
E GIOIOSA PER UN BAMBINO CHE VIVE IN UN AMBIENTE MEDIAMENTE EMPATICO, IL
COMPLESSO EDIPICO NON E’ IL RISULTATO DI UNA FISSAZIONE PULSIONALE DEL
BAMBINO, MA E’ LA CONSEGUENZA DI RISPOSTE CARENTI DEI GENITORI
(Tratto da Complesso edipico e “Psicologia del
Sé”, in H. Kohut, La guarigione del Sé, Boringhieri, pp. 207 e sg.)
Qual è, ci domandiamo,
l’essenza di un comportamento non patogeno dei genitori durante il periodo
edipico?(…) E’ costituito dal fatto significativo che i genitori normali
sperimentano, in un amalgama con le loro reazioni sessuali e aggressive,
gioia e orgoglio per i progressi evolutivi del loro figli edipici. Anche se
queste importanti risposte dei genitori al bambino edipico sono
relativamente siI enti, specialmente quando hanno radici profonde e sono
genuine, ciò nonostante sono profondamente pervasive. Sono un'espressione
del fatto che il Sé dei genitori è pienamente consolidato, ha costituito
modelli stabili di ambizioni e ideali (…). È indifferente a quale punto
della curva vitale si trovi il Sé dei genitori durante la fase edipica del
bambino; nella misura in cui il modello del Sé parentale è chiaramente
tracciato e ben consolidato e si sta esprimendo, l'apice e il termine della
sua realizzazione sono già implicati.
Se il bambino ad esempio
sente che il padre lo considera con orgoglio un figlio degno di sé e gli
permette di operare una fusione con lui e con la sua grandezza di adulto,
allora la sua fase edipica costituirà un passo decisivo nel consolidamento
del Sé e nel rafforzamento del modello del Sé, ivi compresa la
strutturazione di una delle diverse varianti di una mascolinità integrata
(nonostante le inevitabili frustrazionì delle sue aspirazioni sessuali eo
competitive e nonostante gli inevitabili conflitti generati dall'ambivalenza
e dalle paure di mutilazione). Se invece questo aspetto del riscontro
parentale è assente durante la fase edipica, i conflitti edipici del
bambino assumeranno, anche in assenza di risposte parentali grossolanamente
distorte ai suoi moti libidici e aggressivi, un carattere infausto.
In queste circostanze inoltre tendono di fatto
a verificarsi le risposte parentali distorte. I genitori che non sono capaci
di stabilire un contatto empatuico con il Sé il evoluzione del bambino
tenderanno in altre parole a considerare isolatamente i componenti delle
aspirazioni edipiche del bambino; tenderanno a vedere, anche se generalmente
in maniera soltanto preconscia una sessualità e una aggressività allarmanti
nel bambino invece di configurazioni più vaste di affetto autoaffermativo e
di competitività autoaffermativa con il risultato che i conflitti edipici de
bambino saranno intensificati) proprio come una madre il cui Sé è
scarsamente consolidato reagirà alle feci e alla zona anale, e non al Sé
complessivo, vigoroso, e volto orgogliosamente all’affermazione di sè del
proprio bambino nella fase anale. Una madre, il cui Sé è ben consolidato
invece, non percepirà come isolati i componenti narcisistici
(esibizionistici) e libidico-oggettuali che, amalgamati con componenti non
sessuali, costituiscono il Sé edipico complessivo del bambino, e pertanto
non reagirà ad essi con risposte sessuali intense o difendendosi contro di
esse, proprio come non aveva reagito focalizzando la sua attenzione
esclusiva sulle feci del bambino orgogliosamente autoaffermantesi nella fase
anale.
In entrambi i casi essa risponderà al Sé
complessivo, coesivo e vigoroso. E il padre normale non risponderà con
intensa controaggressività (in maniera diretta o difensivamente) ai
componenti dell'aggressività (sia che sostengano moti libidico- oggettuali,
sia che sostengano moti narcisistici) che sono amalgamati con il Sé edipico
complessivo del bambino, proprio come non aveva reagito focalizzando la sua
attenzione sulla muscolatura in via di sviluppo del bambino quando questi
esibiva orgogliosamente la sua recentemente scoperta di strisciare, stare in
piedi, camminare.
E qual è il risultato di questi atteggiamenti
volti a incoraggiare la coesione del Sé e adottati dagli oggetti-Sé
parentali nei confronti del bambino edipico? Come sperimenta la sua fase
edipica un bambino che è il ricettacolo di queste risposte sane? Qual è, in
altre parole, il complesso edipico del bambino che è entrato nella fase
edipica con un Sé saldamente coesivo e che è circondato da genitori che
hanno essi stessi un Sé normalmente coesivo e dotato di continuità? È mia
impres- sione, (…) che le esperienze edipiche del bambino normale (per
quanto intenso sia il desiderio per il genitore eterosessuale, e per quanto
gravi le ferite narcisistiche nel riconoscere l'impossibilità del
loro realizzarsi, e per quanto forte la
competizione con il genitore dello stesso sesso, e paralizzante la correlata
angoscia di evirazione) contengano, dall'inizio e per tutta la loro durata,
una componente di profonda gioia che non si collega con il contenuto del
complesso edipico nel senso tradizionale, ma acquista un importantissimo
significato evolutivo all’interno della trama di riferimento della
Psicologia del Sé.
Credo che (…) questa gioia venga alimentata da
due sorgenti. (…) Esse sono: 1) la consapevolezza interna del bambino di un
significativo passo in avanti in un ambito psicologico di nuove ed eccitanti
esperienze e, il che è ancora più importante, 2) la sua partecipazione
all’impeto di orgoglio e di gioia che emana dagli oggetti–Sé nonostante (in
effetti anche a causa) il loro riconoscimento del contenuto edipico dei
desideri del bambino.
(…) I genitori normali (forse dovrei piuttosto
dire i genitori capaci fallimenti ottimali) sono persone, che, nonostante la
stimolazione e la competizione con la nuova generazione, sono
sufficientemente a contatto con il battito della vita, sufficientemente
capaci di accettarsi come partecipanti transitori alla corrente della vita,
da essere in grado di vivere la crescita della generazione successiva con
gioia non forzata e non difensiva.
(…) Non potrebbe essere che i desideri e le
angosce drammatiche del bambino edipico che abbiamo considerato eventi
normali, di fatto siano le reazioni del bambino a fallimenti empatici da
parte dell’ambiente oggetto-Sé nella fase edipica?
(…) Che, in altre parole, il complesso edipico
drammatico, conflittuale dell’analisi classica, con la sua percezione di un
bambino le cui aspirazioni crollano nell’impatto con la paura
dell’evirazione, non sia una necessità maturativi primaria, ma solo il
risultato frequente di fallimenti ricorrenti da parte di genitori con
disturbi narcisistici?
LA TEORIA DEI BISOGNI[i]
NELLA PSICOLOGIA DEL SE’ E LA SUA APPLICAZIONE IN CAMPO EDUCATIVO
(tratto da Mirella Turello, “L’ADULTOCENTRISMO
IN FAMIGLIA E LA TEORIA DEI BISOGNI” in Rompere il silenzio n. 1, maggio
‘98 )
“Chiunque sia stato un genitore e non viva in
uno stato di perfetto autoinganno sa per esperienza come possa essere
difficile tollerare aspetti del carattere del proprio figlio. Accorgerci di
questo è particolarmente doloroso se vogliamo bene al bambino. Noi
desideriamo realmente rispettare l’individualità e tuttavia non ci
riusciamo”
La comprensione empatica dell'affettività del
bambino è la premessa indispensabile non solo per migliorare il clima
emotivo in cui cresce il soggetto in età evolutiva, ma anche per favorire la
sua crescita cognitiva e il suo adattamento alla realtà. Va precisato che
l’empatia non va fraintesa come atteggiamento di statica comprensione da
mantenere sempre e comunque nei confronti dell’altro, come disponibilità
amorevole sempre e comunque, dolce e mielosa.
La capacità di percepire i bisogni emotivi del
mondo interno dei bambini, le loro difficoltà e potenzialità non significa
far venire meno la percezione della realtà in quanto adulto, consapevole dei
valori, delle finalità e delle leggi e delle necessità del mondo reale: ciò
che è importante è cercare di tenere insieme entrambe le possibilità di
comprensione e di evoluzione del bambino: quella emotiva e affettiva da un
lato e quella cognitiva e adattativa dall’altro, per favorire la loro
integrazione (sintetizzando in altri termini un “codice materno” e un
“codice paterno”).
Uno dei bisogni che in una prospettiva
adultocentrica risulta più contrastato è il bisogno di rispecchiamento, di
valorizzazione che altro non è che il bisogno da parte del bambino di essere
accettato incondizionatamente per ciò che egli è e diventerà e di essere
guardato con attenzione ed ammirazione nei propri movimenti evolutivi. E’
il bisogno di sentirsi riconosciuto. Mi colpisce sempre un bambino,
soprattutto nei primissimi ani di vita, quando, per essere ascoltato gira il
viso dell'adulto verso di sé, per garantirsi un’attenzione totale, speciale
e per potersi così percepire rispecchiato e valorizzato come soggetto
importante e significativo. Pensiamo al bambino che richiede l'attenzione
dei genitori per le cose che impara, che arriva a casa dall'asilo e mostra
una scarpa legata da solo, aspettando un riconoscimento, oppure al bambino
che vuole essere accettato nei suoi aspetti problematici, di difficoltà e
che a questo fine cerca la provocazione, chiedendo poi, implicitamente o
talvolta esplicitamente, se gli vogliamo ancora bene.
Un bambino che non fa nulla per richiamare
l’attenzione su di sé desta preoccupazione: mi allarmo quando sento che per
definire un bambino come bravo il dato di partenza utilizzato sta nel fatto
che quel bambino passa ore ed ore da solo: "neanche lo senti!..." C'è la
convinzione diffusa in molti genitori che non sia conveniente fare troppi
complimenti ai figli “perché poi si montano la testa”, “perché poi diventano
troppo furbi e ne approfittano". Se poi quegli stessi figli fanno qualcosa
di buono (faticano per es. a scuola o a casa nel tentativo di essere
all’altezza delle aspettative dei genitori), è facile che non lo si
riconosca e che si dica: “Potevano anche farlo prima” oppure “E’ scontato:
è il loro dovere!”. Infiniti sono i modi per frustrare il bisogno di
rispecchiamento e di valorizzazione dei bambini: pensiamo per es.
all’abitudine di parlar male dei bambini alla loro presenza oppure a
quella di comunicare ad altri adulti le loro storie, i loro problemi, le
loro esperienze senza valutare in che misura per loro siano divulgabili.
Elenchiamo ora gli altri bisogni che vengono
individuati nella Psicologia del Sé. Il bisogno di idealizzazione è
esemplificabile nell'immagine del bambino che, di fronte ad un problema da
risolvere, chiama la mamma o chiama il papà qualsiasi sia la competenza che
richiede oppure dice ad un altro bambino con orgoglio: "Adesso viene la
mamma", “Adesso viene il papà". I bambini hanno bisogno di idealizzare una
figura parentale per potersi identificare con lei in quelle parti in cui si
sentono ancora fragili, incompleti e insicuri, vivendo quelle parti come se
fossero loro. I bambini cercano un oggetto-Sé con caratteristiche di
stabilità, calma, forza e saggezza, cioè una figura genitoriale che
possiede quella capacità di padroneggiamento del Sé e della realtà che essi
non posseggono. Hanno necessità in altri termini di percepire nell'adulto
quella sicurezza, quella tranquillità, quella potenza, che gli permetteranno
di sentirsi sicuro e di potersi identificare con la persona che può
ammirare.
Il bisogno alteregoico o di gemellarità è il
bisogno di sperimentare una somiglianza con l'oggetto, di ritrovare
nell’altro elementi comuni , che permettono di sentirsi parte di una
comunità e di sentirsi rassicurato per questo. Quando un bambino gioca
assieme ai genitori a fare quel che fa il papà, mentre usa martello e
chiodi o traffica in garage con la macchina o a fare come la mamma che lava
o cucina, il suo comportamento non è soltanto finalizzato all’apprendimento
o all’identificazione sessuale attraverso l’imitazione, bensì è anche teso
alla ricerca di un riscontro emotivo: quello di percepirsi simile a
qualcuno, di proteggersi dalla solitudine, di sentirsi parte di un gruppo.
Il bisogno di antagonismo è il bisogno di
sperimentare l'oggetto-Sé in opposizione benigna. Mi è venuto in mente a
questo riguardo il seguente episodio: un giorno una bambina entra nella
stanza dove io stavo. in cui c'era una scrivania con un piano verde. Mi
guarda bene dritto negli occhi, si accerta cioè che io stia bene attenta a
ciò che mi dirà e poi mi fa: “Questo tavolo è blu, vero?”. In situazioni
del genere noi adulti di solito facciamo magre figure, perché se stiamo
continuando ad ignorare il mondo emotivo e i bisogni che ne fanno parte
considereremo soltanto l'aspetto cognitivo, ingaggiando una lotta a
dimostrare che noi ci vediamo bene e che quel tavolo è proprio verde ...
Il bisogno del bambino in realtà è quello di
trovare un adulto che continui a rispondere e a sostenere il suo punto di
vista, mentre consente o persino incoraggia l'opposizione, riconoscendola
come un sano bisogno di autonomia, un sano bisogno di pensare in modo
originale e differenziato.
Questo è un bisogno che si ripresenta con
forza nell'adolescenza. Talvolta non si garantisce ai ragazzi e alle ragazze
la soddisfazione del bisogno di antagonismo, invocando la teoria del
“rispetto”: di fronte ad un’esigenza sana dell’adolescente di autonomia e
di sperimentazione nella diversificazione rispetto ai modelli genitoriali
interiorizzati si risponde dicendo: “Non mancare di rispetto!”, “Non fare
troppo il testardo!” ecc... D’altra parte non si garantisce una risposta
empatica al bisogno di antagonismo, venendo incontro acriticamente al punto
di vista del bambino o dell’adolescente e rinunciando eccessivamente alle
proprie opinioni, ai propri valori e ai propri modelli.
Il bisogno di fusione è quel bisogno di essere
una cosa sola con l'oggetto-Sé che viene avvertito in particolare dai
bambini molto piccoli durante la prima infanzia e che s’evolverà in seguito
entrando in relazione con esigenze psichiche concernenti la
differenziazione e la separazione. Ma il bisogno di essere tutt’uno con un
Altro affettivamente importante e significativo non verrà mai meno nella
vita adulta: pensiamo alla ricerca di fusionalità, di intimità e di
appartenenza nei confronti della persona di cui si innamora e del partner.
Il bisogno di efficacia è infine il bisogno di
sperimentare di essere capaci di modificare in qualche modo la persona
adulta che funge da oggetto-Sé, andare a scoprire il proprio posto nella
relazione con l'oggetto-Sé. Pensiamo per es. a quando un bambino riesce a
farci ridere: continuerà per molte volte a riproporre lo stresso copione con
l'aspettativa della nostra stessa risposta. In alcune situazioni
problematiche o traumatiche i bambini si sentono svalutati o addirittura
annientati, verificando di non essere stati minimamente efficaci con l’oggetto-Sé.
Pensiamo per es. alle situazioni di abbandono in cui i bambini si sentono
colpevoli e negativi, in quanto pensano di non essere stati capaci di
impedire l’allontanamento del genitore e di averlo “meritato”. E' come se il
bambino modificasse il Cogito cartesiano in questi termini: “Io sono capace
di sollecitare una risposta positiva nell’adulto e quindi sono qualcuno”.
Questo bisogno ci ricorda l’importanza decisiva della presenza emotiva,
della disponibilità di ascolto e di attenzione che un bambino ci richiede.
L’empatia come strumento di osservazione che definisce il campo dei fenomeni
psicologici. L’empatia come riconoscimento della soggettività dell’altro
(tratto da “Ascolto dell’abuso e abuso
nell’ascolto”, di Claudio Foti, relazione introduttiva all'omonimo convegno promosso
dal Centro Studi Hansel e Gretel, Torino, febbraio 2001)
Secondo la psicologia psicoanalitica del Sé di
Kohut l’empatia ha tre funzioni:
1.
la funzione di definire il campo dei fenomeni psicologici;
2.
la funzione di raccogliere dati ed informazioni;
3.
la funzione di sostenere il soggetto che viene empaticamente
ascoltato.[ii]
Per Kohut “un metodo di osservazione definisce
i contenuti e limiti del campo osservato”[iii].
Pertanto “noi parliamo dei fenomeni fisici quando gli elementi essenziali
dei nostri metodi di osservazione includono i nostri sensi; parliamo di
fenomeni psicologici quando gli elementi essenziali della nostra
osservazione sono l’introspezione e l’empatia”[iv].
Per il teorico della psicologia del Sé l’introspezione e l’empatia sono
costituenti essenziali di ogni osservazione psicologica, caratterizzandola e
differenziandola rispetto all’osservazione dei fenomeni fisici.
Kohut
fa due esempi interessanti: «Vediamo una persona eccezionalmente alta.
L’eccezionale statura di questa persona è indiscutibilmente un fatto
importante per la nostra valutazione psicologica; senza introspezione ed
empatia, la sua statura rimane soltanto un attributo fisico. Soltanto quando
ci mettiamo al suo posto, e per introspezione vicariante cominciamo a
sentire la sua statura insolita come fosse la nostra, e riviviamo così
esperienze interne nelle quali siamo stati fisicamente non comuni o ci siamo
fatti notare, solo allora cominciamo a riconoscere il significato che la
statura insolita può avere per quella persona.» Fin tanto che non vengono
messe in funzione introspezione ed empatia la realtà umana osservata rimane
estremamente limitata e parziale. Fin tanto che non vengono attivate
l’introspezione diretta e quella vicariante il campo dei fenomeni osservati
rimane quello fisico e non già quello psicologico.
Vediamo il secondo esempio: «Se vi fosse la
possibilità di descrivere in termini fisici e biochimici, come le onde
sonore di certe parole pronunciate da A abbiano mobilitato certe strutture
elettrochimiche nel cervello di B, questa descrizione non conterrebbe ancora
il fatto psicologico dato dalla constatazione che B è stato offeso da A.»[v]
Per tentare di comprendere adeguatamente che B è stato offeso da A devo
necessariamente andare al di là dei sensi e dell’intelletto che mi
consentono di percepire dati fisici o biochimici e ricorrere
all’introspezione e all’empatia.
Non vi sono fatti psicologici, fatti che
implicano una dimensione emotiva e relazionale, che noi possiamo tentare di
comprendere con un’osservazione del mondo esterno priva di introspezione e
di empatia. E questo vale non solo per gli psicoanalisti e gli psicologi, ma
per qualsiasi figura professionale: operatori sociali e sanitari, educatori,
giudici, ecc… L’introspezione e l’empatia definiscono a un livello maggiore
il campo della psicologia psicoanalitica e specificano ad un livello minore
il campo della comprensione dei fatti umani da parte di qualsiasi soggetto
umano.[vi]
Del resto anche per analizzare altri fenomeni
studiati dalle scienze umane, è necessario ricorrere non solo all’analisi
di dati e riscontri oggettivamente osservabili, ma anche all’introspezione e
all’empatia, sebbene il ricorso a questi strumenti non sarà prevalente.
Prendiamo la scienza storica. Come faccio a tentare di ricostruire un
determinato fenomeno storico se non mi metto dal punto di vista delle forze
umane in campo? Come posso raggiungere una comprensione storica delle
vicende umane, se non attivo un’esplorazione empatica della mente dei
protagonisti di quelle vicende a partire da una conoscenza introspettiva; se
non tento di comprendere ciò che è storico, ciò che è umano attraverso la
conoscenza dell’umanità che esiste in me? Tra l’umanità che esiste in me e
l’umanità che esiste negli accadimenti storici che voglio comprendere c’è un
rapporto di somiglianza e non già di estraneità, dal momento che nihil
humanum a me alienum puto, niente di umano considero estraneo a me.
A maggior ragione nessun approccio
psicologico, nessun approccio clinico può avvenire senza introspezione ed
empatia, senza un tentativo di conoscenza e di indagine mentale nei
confronti della nostra soggettività e nei confronti della soggettività
altrui, senza un duplice viaggio esplorativo di tipo mentale, che implica
continue oscillazioni e continui approfondimenti nelle due direzioni: verso
il Sé e verso l’altro. In altri termini occorre un movimento esplorativo
verso me stesso, verso le reazioni e gli atteggiamenti mentali che l’altro
induce in me e verso le esperienze e le situazioni che risultano simili a
quelle altrui e mi consentono di comprendere l’altro e, parallelamente e
contestualmente, un movimento esplorativo per tentare di capire colui che è
diverso da me, ma che non posso ascoltare e comprendere se non trovo dentro
di me esperienze e situazioni che mi possano consentire d’identificarmi con
lui. Ecco perché l’empatia può essere definita introspezione vicariante:
conosco l’altro attraverso ciò che mi accomuna a lui.
Non è possibile fondare una psicologia
dell’ascolto e della valutazione senza attivare quella che Kohut definiva
“empatia scientifica e scienza empatica”, così avrebbe voluto
originariamente intitolare una raccolta di scritti che poi fu pubblicata
come “The search of the Self”.[vii]
La tendenza dominante della cosiddetta
Psicologia Forense[viii]
propone invece un modello di psicologo della valutazione della presunta
vittima di abuso sessuale che aborrisce l’introspezione e l’empatia e le
disprezza addirittura come indicatori di una caduta irrimediabile di
scientificità. Lo Psicologo Forense si rapporta alla soggettività di un
bambino presunta vittima di abuso (una soggettività comunque dolorante e in
conflitto indipendentemente dalla sussistenza dell’abuso), inseguendo i miti
dell’Obiettività e della Neutralità scientifica, con l’atteggiamento che
potrebbe avere l’entomologo di fronte ai suoi insetti (ed è noto che con i
cani possiamo empatizzare, con gli insetti no).
«Quando un cane - scrive Kohut - saluta il suo
padrone dopo una separazione, noi sappiamo che esiste un comune denominatore
fra le nostre esperienze e ciò che il cane sperimenta alla fine di una
separazione da un Tu amato.» Al contrario è quasi impossibile trovare
esperienze soggettive che ci consentano di empatizzare con gli insetti. I
piccoli abusati, o presunti abusati, in un contesto giudiziario sono
rappresentati dalla Psicologia Forense alla stregua degli insetti: con
entrambi non sarebbe possibile empatizzare.
(…)
Il rispetto dei sentimenti, il rispetto dell’alterità,
il rispetto dell’altro come soggetto si ritrovano nella struttura
dell’ascolto e nella struttura dell’amore e, a ben vedere, si contrappongono
radicalmente alla struttura della perversione, mentale e relazionale.
Sicuramente ci saranno coloro che storceranno
il naso per questo accostamento tra l’ascolto empatico e un concetto così
poco scientifico, come quello dell’amore, un concetto in effetti tanto
logoro, tanto usato ed abusato, ma che ciò nonostante può esprimere ed
evocare un chiaro significato. Senza amore, dice Fromm, “le porte della
vera comprensione rimangono sbarrate”.
«Sicuramente - afferma Kohut - ci saranno
coloro che potranno essere colpiti negativamente “dalla risonanza evocata
dall’uso popolare, non scientifico, del termine empatia, e cioè da
significati confusamente collegati come la gentilezza, la compassione, la
simpatia da un lato e l’intuizione, la percezione del sesto senso e
l’illuminazione dall’altro.»[ix]
Kohut
individuava il rischio di abusi nell’ascolto, un rischio coincidente con un
uso selvaggio, non scientifico, suggestivo e manipolativo del concetto di
empatia nell’ascolto analitico. Ma obiettava: «Tali abusi non possono però
essere combattuti ripudiando l’empatia e l’introspezione - un movimento che
abolirebbe la psicologia del profondo - ma con la chiarezza concettuale
riguardo la loro definizione in campo teorico.»[x]
Non è atteggiamento scientifico liquidare
esperienze mentali, così decisive e profonde, come l’introspezione e
l’empatia semplicemente perché su tali esperienze tutti, e ovviamente anche
la gente comune, hanno da dire qualcosa con un discorso psicologico,
inevitabilmente generico o confuso. Si tratta piuttosto di chiarire
rigorosamente questi concetti nella ricerca scientifica, nella comunicazione
sociale e nella formazione degli operatori.
[i]
Cfr. E. Wolf, La cura del Sé, Astrolabio
[ii]
E. Wolf (1988), La cura del Sé, Astrolabio, Ubaldini, Roma, 1993, pp.43-48.
[iii]
H. Kohut (1978), La ricerca del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1982, p.
31
[vi]
cfr. R. Siani, La psicologia del Sé, Bollati Boringhieri, Torino, 1993.
[vii]
F. Paparo, Introduzione, in H. Kohut, La ricerca del Sé, Bollati
Boringhieri, Torino, 1982, p. 17.
[viii]
Intendiamo per Psicologia Forense quella tendenza culturale e
professionale che afferma che in ambito forense lo psicologo non debba
impegnarsi a salvaguardare il proprio compito clinico di osservazione e
di aiuto, pur mediandolo necessariamente con le regole e le procedure
del contesto giudiziario, ma debba invece assumere un atteggiamento
emotivo, relazionale e tecnico sostanzialmente divergente da quello
clinico.
[ix]
H. Kohut (1977), La guarigione del sé, Boringhieri, Torinp, 1980, p.264.
[x]
H. Kohut, ivi, p.265.
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