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…Nella pratica buddhista, maestro e discepolo restavano seduti

in uno stato di assoluto rilassamento, pur rimanendo vigili.

Si liberavano dalle passioni terrene,

 ma non dimenticavano la sofferenza che esiste in ogni luogo…

Isabel Allende “Il regno del drago d’oro”

 

BAMBINI E ADULTI DI FRONTE ALLA SOFFERENZA:

QUANDO PARLARE DI EMOZIONI CI PUO’ RENDERE LIBERI…

Evelin Ramonda

 

Volevo iniziare il mio intervento raccontandovi una vicenda. Ho deciso di raccontarvela traendola direttamente da ciò che ho scritto nei miei appunti, trascritta in prima persona, come mi è stata raccontata dal protagonista, Alberto.

 

“Mi chiamo Alberto. Oggi sono esattamente venti anni che mio padre è mancato. Aveva un brutto cancro al cervello e in poco più di un anno se lo è portato via. Anche se avevo già 13 anni non ricordo molte cose di lui, o meglio quando qualcuno me le racconta, sento di averle messe dentro un contenitore della mia mente, ormai vecchio e  polveroso perché cerco di non aprirlo mai. So che dentro ci sono ricordi piacevoli e spiacevoli e questi ultimi sono relativi all’anno in cui, bambino, ho assistito alla sua malattia. Ma non ci voglio pensare! La vita continua…raramente mi confronto con questi pensieri.

Come stavo io da bambino quando è accaduto tutto questo? Bhè, posso dirvi con orgoglio che non ho mai pianto! Mia madre e mia sorella, loro sì che stavano male, ma io non ho mai pianto; spesso mamma mi diceva “Alberto devi parlare di come stai oppure scoppierai, parlane!” ma io vedendo che lei stava male non riuscivo a dire niente di me.

E poi cosa c’era da dire? Certo non era un momento facile, ma a cosa mi sarebbe servito dirlo a qualcuno? Tanto non potevo cambiare la malattia di mio padre né alleviare il dolore dei mie familiari!

Della sua malattia non ho mai parlato con nessuno. Forse per una forma di rispetto nei suoi confronti: era una persona orgogliosa che amava la vita, il suo lavoro, la montagna e soprattutto noi. Mi sembra di mancargli di rispetto, di violare la sua immagine a parlare di come la malattia e la chemioterapia lo avevano ridotto: senza capelli, ridotto a letto per la maggior parte del tempo e negli ultimi tempi non mi riconosceva neanche…ma io sono sempre stato forte e non ne ho mai parlato e non ho mai pianto. Uno dei ricordi più vividi che ho, in una delle ultime visite in cui era potuto andare da solo, era tornato a casa dicendoci che i medici gli avevano detto che era guarito…ma era una bugia per farci vivere bene gli ultimi mesi. Io ci avevo creduto e scoprire poi sulla mia pelle che non era vero, bhè…ma lui lo aveva fatto per noi.

E adesso dopo così tanti anni cosa posso raccontarvi? Mi sono buttato la storia alle spalle, non ho mai pianto. Ho avuto una vita difficile, verso i 20 anni ho fatto scelte strane, che non riesco a spiegarmi, amici strani, con abitudini non sempre lecite; mi sono arruolato in un corpo speciale dell’esercito, in cui si viveva sotto un regime rigido e si rischiava anche un po’ la vita e per un anno intero non sono tornato a casa; spesso penso però al senso di solitudine intenso che ho provato, quanto mi sono sentito solo…

…Sì! Deve essere in quel periodo che sono iniziati! Penso che siano cominciati proprio allora! Spesso la sera quando ero solo, mi prendeva uno strano senso di solitudine: il mio corpo iniziava a tremare, sentivo una tristezza senza argini che mi pervadeva e io iniziavo a piangere…non ho mai capito il motivo per cui questo mi accade e non saprei dire a che cosa penso in quelle occasioni…io li chiamo attacchi di tristezza! Non ne ho mai parlato con nessuno perché mi vergogno e poi ho pensato, se nessuno sa che ci sono, se non lo dico a nessuno è come se non esistessero, posso dirmi che non sono mai stato  triste”.

 

In questa storia vorrei mettere in risalto una frase, che forse certo non è la frase più importante, ma che ci aiuta a capire come mai Alberto non ha mai parlato a nessuno della sua storia: “mia madre diceva parlane, devi dire qualcosa su ciò che pensi o scoppierai”.

 

Come possiamo fare per accostarci ad un tema così difficile, come il parlare con un bambino di malattia, soprattutto se questa riguarda un genitore, un familiare o comunque una persona a lui vicina? E poi è giusto parlare con i bambini di sofferenza e di malattia? Non li traumatizziamo maggiormente?

 

Sandor Ferenczi[1] parla di vero e proprio “atteggiamento di espropriazione”: impedire ai bambini di confrontarsi su una dimensione quale quella della sofferenza, significa espropriarli della possibilità di confrontarsi con la realtà. Spesso pensando che non capiscono o che non vivono le emozioni come gli adulti, li lasciamo da soli ad affrontare una realtà durissima, con i loro pensieri e pochi strumenti per affrontarla. Pensiamo infatti che bisogna proteggere i bambini dal riconoscere le malattie dei grandi o le loro stesse malattie, se queste sono gravi: i bambini sono fragili, meglio raccontare loro bugie a fin di bene. Questa è la teoria più diffusa e praticata. Non importa se queste bugie non consolano affatto il bambino. I bambino molto spesso, nonostante tutti i nostri tentativi, si accorge che il papà ha perso i capelli, che non cammina più, oppure si accorge che la sua malattia che, gli hanno assicurato, dovrebbe senz’altro passare, non passa affatto, anzi il bambino ne percepisce l’aggravamento. Non importa se queste bugie consolatorie non consolano affatto, ma lasciano il bambino in una situazione di confusione data da un lato dalle cose che gli vengono dette dagli adulti e dall’altro le informazioni di cui dispone lo mettono in una situazione di allarme. Non importa se le bugie che espropriano il bambino di informazioni più realistiche sono bugie che a ben vedere fanno più male che bene. Bisogna continuare a mettere il bambino malato o che si trova di fronte alla malattia di un congiunto sotto una campana di vetro.

Come adulti, come insegniamo ai bambini a mangiare, dormire, stare composti a tavola, abbiamo il dovere di insegnare loro come ci si confronta con la sofferenza.

 

Nella storia che vi ho raccontato, due motivi hanno impedito a Alberto di parlare delle sua sofferenza attraverso le parole:

1) Come dice fra le righe lo stesso Alberto, ciò che gli ha impedito di raccontare la sua sofferenza e prendere contatto con il suo stare male in un contesto di condivisione, con i suoi familiari, è stato vedere che la madre e la sorella stavano molto male.

Possiamo comprendere e rispettare la chiusura della mamma di Alberto, perché quando le emozioni sono troppo forti e sconvolgenti, ci travolgono e ci spaventano tanto che non soltanto non riusciamo a parlarne, ma neanche a rimanere troppo tempo a contatto con i pensieri che ci provocano. La chiusura è un sentimento che ci appartiene ed è un atteggiamento difensivo, siamo convinti che porteremo altro male ai nostri bambini se ci confrontiamo con loro sui nostri vissuti reali.

2) Dire a un bambino “devi parlarne” significa prima di tutto non legittimare una modalità difensiva umana, che deriva dalla sofferenza provocata dal contatto con vissuti personali penosi. Se la mamma gli avesse comunicato ad esempio “Sai, ti capisco. Anch’io ogni tanto vorrei parlare con qualcuno, con te o con tua sorella, di quanto sto male, e di quanto è difficile parlare di questo stare male; mi viene la paura di farvi stare ancora peggio e allora tengo le cose per me. Così come vedo questo comportamento in me, lo riconosco in te”.

Inoltre dobbiamo tenere conto che uno dei massimi esperti in tema di trauma, R.Solomon (Solomon, 2005) insegna che l’area cerebrale dove vengono congelati i traumi subiti, è in genere scollegata dall’area del linguaggio; la connessione viene creata man mano che il trauma viene elaborato permettendo alla persona di tradurlo in parola.

Spesso però trascuriamo le informazioni e le risorse che le emozioni negative ci possono dare: aprire una porta ai bambini su ciò che stiamo vivendo noi adulti e far loro capire che ciò che stanno provando loro assomiglia a ciò che stiamo vivendo, permette ai bambini di sentirsi capiti e di poter condividere il peso che stanno portando. Le emozioni fanno da ponte fra le persone, permettono di stabilire fra loro una connessione, un vincolo profondo (Cappellaro 2005; Roccato 2005).

Aiutare i bambini a riconoscere le emozioni che stanno dietro a ciò che stanno vivendo, come in questo caso riconoscere e poter parlare dell’angoscia, è compito e responsabilità di tutti gli adulti che hanno compiti educativi. Ascoltare la sofferenza dei bambini è sempre un compito molto difficile. Spesso ci nascondiamo dietro un atteggiamento di negazione fatto da credenze comuni che parlano di infanzia come qualcosa che non può assolutamente riguardare emozioni quali tristezza e infelicità; si ha una rappresentazione sociale dei bambini come sempre felici e si cerca di nascondere loro gli eventi tristi. Si pensa che non possano accorgersi che la famiglia o più in generale nel mondo, possano accadere fatti sconvolgenti, che loro possono vivere anche in maniera molto intensa. L’infanzia viene considerata come una sorta di età dell’oro, una condizione che non può essere sfiorata da emozioni quali tristezza e infelicità; questa teoria è facilmente falsificabile: se ci guardiamo indietro, se guardiamo nel nostro passato, penso che nessuno possa dire di aver vissuto un’infanzia completamente scevra da un qualsiasi tipo, seppur minimo, di sofferenza…

Ma è veramente possibile parlare con i bambini di malattia, di sofferenza? I bambini poi si aprono veramente? Raccontano veramente ciò che stanno vivendo? In alcune classi di alcune scuole di Torino abbiamo proposto un progetto di lavoro che ha come obiettivo la validazione della teoria dell’intelligenza emotiva, secondo cui se si forniscono ai bambini gli strumenti per poter parlare di emozioni, anche se penose, anche se difficili da reggere per gli stessi adulti, i bambini non lasciano andare il salvagente lanciato in loro soccorso

 

Spesso l’atteggiamento di fuga degli adulti trasmette loro il messaggio (e l’insegnamento) che la sofferenza non si può affrontare, e che di fronte all’angoscia si può solo scappare, con il rischio però, proprio come è successo ad Alberto, che queste emozioni negative “hanno più gambe di noi” e facilmente ci raggiungono, dopo molto tempo

Daniel Goleman[2] ha parlato, nel terzo principio dell’intelligenza emotiva, di “flusso tra la mente e i sentimenti”: se questo flusso è aperto, i bambini hanno possibilità di crescere; in questa ottica i sentimenti diventano una ricchezza per far crescere la mente perchè se sono pensabili e gestibili e il bambino impara a pensarli e gestirli fin da piccolo, sarà poi in grado di farlo anche da grande da solo. Se invece verrà privato della possibilità di “allenarsi” a farlo da bambino attraverso l’aiuto della mente dell’adulto, vivrà anche da grande la paura della sofferenza e l’incapacità, come nel caso di Alberto, anche solo di nominarla.

 

Attraverso l’utilizzo di giochi basati, come di consueto, su tecniche di psicodramma, abbiamo deciso di affrontare con i bambini il tema della sofferenza originata dalla malattia di un familiare; tuttavia, la condivisione di questa emozione, risuonando nei loro animi come un’emozione comune, ha aperto magicamente le porte alla condivisione di altre tematiche e vicende personali legate a questo sentimento.

 

Stamattina ho portato con me una delle classi in cui è stato svolto il lavoro sul tema della sofferenza. Abbiamo iniziato chiedendo ai bambini se sapevano cosa erano le emozioni.

A)   Di solito i bambini iniziano sempre dalle emozioni positive, si nomina l’allegria, la felicità la gioia, qualche volta la rabbia e la paura.

 

B)    Abbiamo quindi scelto come emozione iniziale la paura e si è chiesto ai bambini di affidare a un biglietto anonimo una paura che avevano da piccoli e una paura che hanno ora che sono più grandi  e frequentano la 4^ elementare.

Bhè! questi biglietti, che mi colpiscono subito, purtroppo, per la ricchezza dei contenuti, fanno crollare in pochi minuti la speranza che i bambini non sappiano cosa significa sofferenza; e come se non bastasse il livello di angoscia di questi biglietti anonimi è molto elevata: molti di loro hanno portato la paura e la sofferenza per malattie gravi riguardanti loro familiari o amici di famiglia, la paura della solitudine, la paura di eventi catastrofici in cui muoiono o soffrono altri bambini (non a caso era recente l’evento apocalittico  dello Tzunami).

Giorgio, alla fine della lettura dei biglietti, mi dice: “io avevo scritto che non ho paura di niente perché mi vergognavo ma ora che sento i miei compagni devo dire che anch’io ho paura di tutte queste cose”. E poi aggiunge “Oggi abbiamo capito che le paure possono essere ricchezze, perché oggi ci siamo sentiti vicini attraverso la conoscenza delle paure degli altri”.  Marco può esprimere a tutti i compagni che oggi hanno parlato di cose tristi, il suo messaggio di speranza e di coraggio di fronte agli ostacoli.  Molti di loro sottolineano il senso di condivisione e di sollievo provato nel poter parlare con i compagni con i maestri e con noi.

 

C) Nei due incontri successivi abbiamo poi chiesto ai bambini di disegnare cosa significasse per loro malattia e salute, cosa significasse essere forti o essere deboli. Spesso quando i bambini cominciano a parlare della loro sofferenza, l’atteggiamento generale è di fuga: da un lato si teme che possa essere nocivo per loro pensare a cose brutte; dall’altro è pesante tollerare la sofferenza dei bambini. Si finisce quindi in atteggiamenti comuni quali “ma ora non pensarci più” oppure “tirati su”, oppure ancora, “ora cerca di giocare”, illudendoci in modo onnipotente e magico che se non ne parleranno sarà cancellato anche il malessere che ci hanno portato. (NON PREOCCUPARTI) Attraverso il disegno abbiamo invece fatto la scelta di non fare dietro-front rispetto ai contenuti penosi portati nel primo incontro; anzi abbiamo deciso di approfondirli ulteriormente e di stimolare l’esplicitazione dei bambini sui loro vissuti circa la capacità di confrontarsi con emozioni quali l’impotenza e la sofferenza rispetto al sentirsi più deboli di fronte agli altri o sentirsi malati.

Abbiamo risposto ai principi di ascolto empatico enunciati da Kohut, secondo cui l’adulto deve sapere tenere insieme e tenere dentro i messaggi, i contenuti e l’integrità psichica del bambino. Questa è in realtà la parte più difficile dell’ascolto, in quanto presuppone che il messaggio entri e tocchi la nostra profondità interiore. Presuppone sapersi calare nei panni dell’altro, immaginare il vissuto dell’altro provando a fare riferimento a momenti della nostra vita in cui anche noi ci siamo trovati in situazioni simili, senza però farci sconvolgere da questi contenuti ma permettendo all’altro di utilizzare la nostra mente per poterli condividere e sorreggere.

 

Questo approfondimento ha permesso la comunicazione di sentimenti che i bambini vivono come ingestibili nella loro quotidianità, quali la malattia di un parente, un amico o la morte di un nonno o i litigi fra i genitori; alcuni di loro ci confidano che si svegliano la notte e non possono fare a meno di pensarci; altri comunicano, chiedendomi il permesso di dirlo solo a me o ai maestri all’orecchio, preoccupazioni e stati d’animo di cui non hanno mai parlato con nessuno.

 

Ma a questo punto, quasi magicamente, comincia ad accadere una cosa importante: molti bambini cominciano ad alzarsi e a dare ai compagni messaggi di incoraggiamento, di comprensione, di vicinanza, di condivisione e di speranza: IN UNA PAROLA DI INTELLIGENZA EMOTIVA

 

Spesso siamo portati a pensare che la negazione sia la via più breve per elaborare i traumi, attraverso pensieri e convinzioni quali il dirci da grande se ne sarà dimenticato, il fare finta che il bambino non stia male, il cercare di non parlare di emozioni spiacevoli. Ma questa esperienza ci dice il contrario. Ci fa capire che se si può parlare di emozioni e se queste si possono accettare e condividere con altri “sintonizzati” sull’ascolto empatico, i vissuti negativi possono diventare fardelli meno pesanti, possono diventare più pensabili e meno distruttivi e nocivi per a mente dei bambini.

 

Al termine del terzo incontro Marta verbalizza che aver potuto parlare dei loro vissuti negativi li ha resi liberi, al contrario della schiavitù in cui versa la condizione di chi non trova orecchie e cuore aperto disposti ad ascoltare l’angoscia.

 

Oggi con i bambini che vedete seduti qui abbiamo pensato di portare una “fotografia” di ciò che è accaduto in queste classi. Naturalmente abbiamo cambiato i riferimenti, le persone, i nomi: questi bambini daranno una rappresentazione teatrale. Vorrei sottolineare che il riferimento a fatti o persone è quindi puramente casuale. Vorrei invitare le persone del pubblico a dare anch’esse un riscontro emotivo loro personale e autentico ai bambini che parleranno. 

 

[1] Borgogno F., “Ferenczi: strumenti per pensare il trauma”, in Atti, le vittime e gli autori della violenza, 7-8 novembre 1997, CCI, Torino

[2] Goleman D., “intelligenza emotiva”, Rizzoli, 1996, Milano