tratto da
a cura di Claudio Foti
Processo alla
famiglia, ai
genitori separati, ai giudici, ai giornalisti, agli assistenti sociali,
agli psicologi, agli insegnanti, agli educatori
Processo agli insegnanti.
La difesa
Claudio Bosetto
Dopo un po’ di anni di
insegnamento iniziamo a ritrovare ex allievi ormai adulti e magari già
inseriti nel mondo del lavoro o che comunque hanno scelto un qualche
percorso di studi. Questo è un segno del tempo che, ahimé, passa. Spesso
questi ex allievi mi dicono che ciò che è maggiormente rimasto del mio
lavoro, ciò che è risultato fruttuoso, riguarda aspetti che ritenevo
marginali o che comunque non mi aspettavo lasciassero, in positivo, un segno
così profondo, a volte tale da influenzare anche scelte di vita.
Se dovessi fare un inventario di
questi “resti” , di questi insegnamenti che si sono radicati nella mente dei
miei ex allievi, otterrei un elenco vario e sconnesso: ci troverei delle
poesie e delle canzoni; ci troverei la guerra del golfo e i problemi
dell’energia; troverei qualcosa legato alla filosofia greca e ai racconti di
fantascienza; ci troverei il flauto, la chitarra, in generale la musica,
anche le tabelline e le frazioni, ma soprattutto ci troverei alcuni libri
che questi ex bambini avevano insieme scritto e letto durante gli
intervalli.
Ho da tempo smesso di stupirmi e
ritenere marginali questi apprendimenti, ma c’è stato un periodo in cui
speravo di essere ricordato per i miei dotti insegnamenti di matematica e di
scienze. Macché! Mi sono presto accorto di come tutto il mio lavoro
sembrasse precipitare in un buco nero da cui si salvavano solo sparsi
frammenti di canzoni, di emozioni, di argomenti trattati “a margine” della
programmazione scolastica.
Un allievo che ricordava con
entusiasmo i momenti in cui si leggevano e inventavano storie (e che oggi
ripropone a suo figlio) mi ha detto: “Quando ci sedevamo per terra per
raccontare lei non era più il maestro…”
Ancora qualche giorno fa mi è
capitato che dopo una mattina passata a inventare una favola i bambini mi
abbiano detto: «Ma come mai oggi non abbiamo fatto niente, nessun lavoro?»
Non ho subito capito in pieno che
cosa mi stavano dicendo questi allievi, ma se ci riflettiamo arriviamo a una
considerazione sconcertante: mi hanno detto che il mio insegnamento è stato
efficace proprio quando io non rivestivo il ruolo dell’insegnante.
Ossia quando non facevo il maestro
riuscivo a fare davvero scuola, ad appassionare, a trasmettere contenuti e
valori.
Vorrei allora fare una
riflessione, certamente limitata, parziale e relativa alla mia esperienza,
su quali sono state le condizioni, i parametri che hanno determinato il
successo di alcuni insegnamenti e apprendimenti, o hanno portato al
cambiamento. Mi soffermo su ciò che è risultato significativo nella mia
vicenda di insegnante a partire dalle casuali interviste retrospettive con
miei ex allievi, perché credo esista una scuola che funziona, che
appassiona, che aiuta a crescere; sono anche convinto che molti insegnanti
siano capaci di far vivere una tale scuola; credo però che molti di noi non
abbiano una piena consapevolezza di cosa significa essere un buon
insegnante, scambiando la formale adesione ai programmi con la costruzione e
condivisione di conoscenze ed esperienze.
Innanzitutto vale la pena
ribadire, con buona pace dei pedagogisti e degli insegnanti cibernetici,
che noi non apprendiamo da un’entità asettica, non impariamo da una
macchina, apprendiamo, prendiamo informazioni, atteggiamenti, saperi
da persone concrete (e questo soprattutto, ma non solo, nei primi
anni di scuola). Se è vero che noi impariamo da persone, attraverso
relazioni interpersonali, allora un primo parametro da assumere è la
capacità di mostrarci ai nostri allievi in quanto persone, non
cercando di trasformarci in asettiche macchine per insegnare.
Non è inutile ribadire questo
concetto in un momento in cui nella scuola si investono enormi energie, in
denaro e in risorse umane, per potenziare gli aspetti tecnologici legati
all’informatizzazione… Non si tratta di fare discorsi retorici contro la
tecnologia ma il rischio evidente è dimenticare che la prima, fondamentale,
risorsa per la scuola sono le persone e non le macchine. Rischiamo di
dimenticare che il parametro fondamentale è la relazione allievo-insegnante.
I cambiamenti a cui io ho assistito e a cui ho partecipato sono sempre stati
determinati da un investimento sulle risorse umane, non certo sulle risorse
tecnologiche; la qualità della scuola si misura con la qualità degli
insegnanti (e di tutti gli altri operatori) e non con le dotazioni
informatiche dei laboratori.
La scuola funziona quando gli
insegnanti si mettono in gioco. Questa consapevolezza, per quanto possiate
ritenerla ovvia, è ben lontana dall’essere patrimonio e consapevolezza
comune della scuola. Dal nostro osservatorio vediamo fortunatamente che ci
sono sempre più esperienze che vanno in questa direzione. Questo capita
maggiormente nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, purtroppo
meno negli altri ordini di scuola.
Il primo parametro da verificare
per valutare la scuola è rappresentato dunque da quanto e con quale
consapevolezza gli insegnanti si presentano come persone ai loro
allievi: e si presentano come persone intere come persone capaci di
padroneggiare non solo le proprie conoscenze ma anche le proprie emozioni, i
propri sentimenti.
I bambini apprendono solo da
altri esseri umani, apprendono ciò che queste persone sono prima ancora di
ciò che queste persone dicono. L’apprendimento è un fatto culturale, sociale
e nel contempo biologico, intra-specifico. Apprendiamo da esseri
della nostra specie: nessun computer, audiovisivo e sussidio didattico
appartiene alla nostra specie!
Un secondo parametro è dato dalla
passione. Insegniamo con passione ciò che riteniamo, o meglio ancora
che viviamo, sentiamo, come importante per la nostra vita e per la felicità
nella nostra vita e nella vita delle persone che amiamo, e lo insegniamo
perché insegnarlo ci da soddisfazione. Quando le cose vanno bene, è presente
un terzo parametro, è presente l’accoglienza, la disponibilità a
prendersi cura degli allievi, la disposizione mentale ed affettiva nei loro
confronti che genera la posizione dell’ascolto. La passione è un
atteggiamento mentale, vitale e positivo, verso l’attività e verso l’oggetto
dell’insegnamento, l’accoglienza è un atteggiamento mentale, vitale e
positivo, verso le persone degli allievi. C’è infine un quarto parametro da
assumere per valutare la qualità dell’insegnamento e della scuola. Occorre
accogliere i bambini, riconoscendo e rispettando la loro alterità, il loro
essere portatori di una soggettività e di una bisognosità individuale
radicalmente distinta dalla nostra e da quella degli altri bambini.
Assumere un ruolo di persona,
insegnare con passione, accogliere e ascoltare i bambini, rispettarne
l’alterità e la soggettività sono tutti e quattro parametri emotivi e
relazionali e non già prevalentemente cognitivi.
Nella mia esperienza di
insegnante ho sempre in qualche modo sentito il desiderio di prendermi
cura dei miei allievi, ho quasi sempre riconosciuto e rispettato la loro
alterità, per lo meno sul piano delle intenzioni, ma per molto tempo
mi è mancata la consapevolezza che questa alterità è costituita di allievi
diversi, di soggettività diverse e ciascuna portatrice di bisogni emotivi
differenziati. Ho capito nel tempo che la scuola funziona quando si riesce a
vivere la diversità non come negatività, ma come qualcosa da apprezzare e
valorizzare.
Ho capito nel tempo che i bambini
hanno bisogno di sorridere ma anche di arrabbiarsi, di imparare ma anche di
giocare, di ridere, ma anche di piangere, hanno bisogno di muoversi e non
solo di essere composti secondo quelli che sono gli schemi di ordine e di
efficienza dell’adulto. Il bambino ha esigenze che appartengono
all’emotività ed il suo comportamento non può essere cambiato o governato da
appelli alla volontà, al controllo, alla ragione, appelli carichi di
illusorietà educativa, ma che spesso possono rappresentare una prigione per
i bisogni emotivi dei più piccoli.
Il mio discorso ha preso una
strada che può essere ambigua, in qualche modo rischiosa, certamente lontana
dai canoni di una pedagogia e di una psicologia che perseguono un’ideale di
scientificità inteso come distacco dai sentimenti. Ma io voglio appunto
dirvi che la scuola funziona quando gli insegnanti utilizzano, in modo
sempre più responsabile un’idea di pedagogia come scienza o pratica e
trasmissione di consapevolezza sui sentimenti, sui vissuti emotivi.
Mi rendo conto di stare un po’
girando intorno a quello che è una tesi fondamentale e che deve essere
chiaramente esplicitato: come insegnanti riusciamo a mettere in movimento
quel complesso processo mentale, relazionale, comunicativo che è
l’apprendimento quando c’è la disponibilità personale, quando c’è la
passione, l’ascolto e interesse affettivo.
L’interesse affettivo per
l’allievo deve avere priorità sugli aspetti culturali e cognitivi. In altri
termini in principio è necessario l’amore e la disponibilità al servizio. Ma
infine di cosa vi sto parlando? Vi sto parlando di una scuola che funziona,
che riesce davvero a trasmettere anche conoscenza, quando gli insegnanti
assumono una posizione di ascolto emotivo, desiderio di accogliere e far
crescere, rispetto dell’alterità, disponibilità affettiva ed amore.
Ma allora sto dicendo forse che
la scuola funziona quando gli insegnanti assumono una posizione che ha molto
a che vedere con la funzione genitoriale, con la cura parentale? Ebbene sì,
in un certo senso, e con le dovute cautele, sto dicendo proprio questo.
Lo dico in un momento in cui la
scuola crede di aumentare l’efficienza e la qualità con la tecnologia.
Lo affermo in un momento in cui
una parte importante del nostro sistema scolastico, quello che accoglie i
bambini dai 3 ai 5 anni, ha vinto una battaglia per non chiamarsi più
scuola materna e per essere definita scuola dell’infanzia. È
forse anacronistico sottolineare il ruolo genitoriale degli
insegnanti, proprio quando la scuola lo rifiuta a partire dalla propria
definizione?
Non credo. Conosco e condivido
pienamente le ragioni del rifiuto della definizione “scuola materna”: si è
voluto contrastare una visione della scuola restrittiva, legata alle sole
funzioni di assistenza. Ma facciamo attenzione a non buttare con l’acqua
sporca anche il bambino!
La posizione genitoriale tesa
alla cura parentale è una posizione mentale che deve essere simbolicamente
sottesa all’attività dell’insegnamento, che non ha nulla a che vedere con il
“mammismo” buonista e assistenzialistico, ma disattento ai bisogni di
crescita e di autonomia degli allievi, al loro bisogno di confrontarsi con
le regole, con le difficoltà e con la sofferenza.
Partiamo da una considerazione:
in nessuna specie animale la differenza di capacità e competenze tra
l’adulto e il piccolo é così grande come fra gli esseri umani, in nessuna
specie l’apprendistato alla vita dura così a lungo.
Mentre agli inizi della loro
esistenza i piccoli dell’uomo non hanno capacità molto diverse da quelle di
altre specie, anzi un bimbo di un anno ha meno capacità, e probabilmente
anche meno intelligenza, di un piccolo di scimpanzé della medesima età; col
passare degli anni lo scimpanzé non aumenterà di molto le sue competenze,
mentre il bambino svilupperà le capacità di comprendere, pensare,
comunicare, dominare il suo ambiente inimmaginabili per qualsiasi scimmia.
Nella nostra specie quindi alcune
funzioni evolutive, come l’apprendimento, che nelle altre specie sono
delegate al ruolo e alla competenza dei genitori, sono diventate nella
società umana talmente complesse e specializzate da dover essere delegate a
sistemi sempre più complessi come la scuola ed altre agenzie educative.
Ma questo non toglie che
insegnare sia assimilabile ad una funzione di cura parentale e che
quindi necessiti, per ragioni biologiche prima ancora che psicologiche o
culturali, della presenza di quei parametri a cui ho accennato:
disponibilità personale ed affettiva, partecipazione emotiva, ascolto,
condivisione, rispetto per l’altro …, che sono alla base di ogni operazione
efficace di cura e di allevamento.
Io credo che in molti insegnanti
questi parametri siano presenti, ma spesso in modo poco consapevole o
soffocato da malintesi doveri e incombenze burocratiche.
Un’ultima considerazione, che
meriterebbe ben altro spazio: le energie e le capacità genitoriali
sostanzialmente derivano dal nostro essere stati figli, da quanta
disponibilità, quanto ascolto, quanta attenzione abbiamo ricevuto nella
nostra infanzia e da come abbiamo interiorizzato e rielaborato le nostre
esperienze infantili. Dobbiamo quindi darci strumenti di supporto per
affrontare la nostra funzione di cura parentale, strumenti che ci
aiutino ad acquisire maggiore consapevolezza sulle nostre modalità
relazionali, sulle emozioni in gioco nella relazione educativa.
La mia esperienza mi dice che
quando esce la “scuola”, entra la vita. Quando esce il dover essere, entra
l’essere. Quando escono le posizioni adultocentriche, entrano i bambini.
Quando esce la paura di mettersi in gioco, entra la vita. E con tutto questo
entra la possibilità di far davvero cultura e produrre autenticamente
apprendimento. Ossia riusciamo a fare scuola.
Nel film di Benigni su Pinocchio
c’è una scena non presente nel testo di Collodi.
Pinocchio è già
bambino, va a scuola, ma il burattino non è del tutto morto, lo segue ed è
la sua ombra. Ma sulla porta della scuola mentre Pinocchio bambino entra
tutto contento e ossequioso, l’ombra di Pinocchio burattino ci pensa su e
poi se ne va a correre, a inseguir farfalle e giocare per i campi.
Questo mi riporta ad un pensiero
preoccupante: nella scuola del film su Pinocchio non entrano i bambini
interi, un pezzo lo devono lasciar fuori. Sarebbe un peccato che quello che
lasciano fuori fosse ciò che sarebbe stato indispensabile per
l’apprendimento.
La scuola funziona quando c’è
posto per i bambini interi. E ci sono per fortuna tanti insegnanti (e ce ne
saranno sempre più) consapevoli della loro funzione di cura, che permettono
ai bambini di accomodarsi in classe.
Cfr. A. Maltese, Apprendere ad insegnare, insegnare ad
apprendere, nel rispetto dei sentimenti, in C. Foti (a cura di),
Come aiutare i bambini e gli adolescenti con l’intelligenza
emotiva?, SIE 2004.
Per una riflessione sul testo di Collodi cfr. C. Bosetto,
Pinocchio, una fiaba senza lieto fine, in C. Foti, C. Bosetto (a
cura di), Famiglia e figli: quanto amore e quanto stress,
SIE, 2005.
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