La guerra e
l’odio per i bambini
di Gianni Guasto
a
Maddalena, mio senso del dopo
1. Warum Krieg?
Nel 1931, Albert Einstein, su incarico di un istituto culturale appartenente
alla Società delle Nazioni, invitò Freud a partecipare ad un dibattito
epistolare sul tema della guerra. Dall’incontro tra i due scienziati nacque
così un carteggio, che venne pubblicato nel 1933 con il titolo “Warum Krieg?”
(Perché la guerra?)
.
Ponendo a Freud la domanda: “C’è un modo per
liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”, Einstein era mosso dalla
lucida consapevolezza, derivante dalle sue conoscenze scientifiche, che
l’argomento fosse ormai “questione di vita o di morte per la civiltà”, e,
parimenti, che tutti i tentativi di soluzione intrapresi fino a quel momento
fossero da considerarsi falliti..
Einstein, uomo di scienza molto vicino a
quelle scoperte che avrebbero radicalmente cambiato l’umanità, fornendole
un’inedita, terrificante consapevolezza circa il pericolo di un’imminente e
radicale autoestinzione, sentiva come l’aspetto oscuro e irrazionale della
volontà e del sentimento umano, costituisce il principale ostacolo alla
comprensione del fenomeno, e come le sue pur straordinarie dotazioni
scientifiche non gli fossero, a tal fine, di alcun aiuto.
Di qui la risoluzione di interpellare Freud:
Einstein, dal canto suo, poteva esaminare soltanto l’aspetto “esteriore,
organizzativo” del problema, consistente nella creazione di un’autorità
legislativa e giudiziaria sovranazionale, cui fosse affidato il compito di
comporre i conflitti tra le nazioni.
Ma poiché ogni tribunale che non abbia la
forza di imporre il rispetto delle proprie decisioni è destinato a
soccombere, tale progetto sarebbe risultato realizzabile soltanto nel caso
in cui ogni stato aderente a tale patto fosse risultato disponibile a
rinunciare in parte alla propria sovranità.
Una tale rinuncia sarebbe però stata
ostacolata dalla classe dominante, assetata di potere, e, in particolare da
coloro che “vedono nella guerra soltanto un’occasione per promuovere i loro
interessi personali”.
Ciò constatato, si poneva il problema di
capire come tale minoranza possa asservire ai propri interessi le masse, che
a cagione della guerra possono soltanto soffrire e perdere, e, nonostante il
fatto che il potere ha nelle sue mani la scuola, la stampa, e le
organizzazioni religiose, come avvenga che “la massa si lasci infiammare con
i mezzi suddetti, fino al furore, o all’olocausto di sé”.
La risposta che, all’epoca, Einstein è in
grado di fornire non è poi molto diversa da quella che, sconsolatamente darà
Freud: “l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e distruggere”, una
passione che, rimanendo allo stato latente in tempi normali, può essere
attizzata e portata al livello di una psicosi collettiva.
La terza domanda che Einstein rivolge a
Freud riguarda la possibilità di trovare soluzioni in grado di rendere gli
uomini capaci di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione.
Nella risposta di Freud, è presente fin
dall’inizio un sentimento di cautela (“sono spaventato”) e forse persino di
insofferenza di fronte all’impossibilità di fornire risposte soddisfacenti
ad un quesito di tale portata.
Ad Einstein che sostiene che diritto e forza
sono inscindibili, Freud obietta che il diritto deriva in realtà dalla
violenza, che da forme più marcate di sopraffazione ha, lungo il percorso
dalla preistoria alla storia, lasciato il posto a forme di dominio
maggiormente conservative. L’avversario in un primo tempo viene distrutto,
poi soltanto soggiogato, ma questo fondamentale passaggio incontra le
difficoltà che provengono dalla persistenza dei sentimenti di rancore nel
nemico assoggettato e dai pericoli che ne derivano.
Freud commette qui l’“eresia” (Fornari,
1966)
di far derivare il Nomos da Thanatos, la pulsione di morte, riprendendo temi
del precedente “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte”,
in cui aveva insistito sul fatto che la guerra costringe gli uomini a
disilludersi circa il valore della propria civiltà, non sapendo essi
utilizzare il grado di civilizzazione raggiunto quale antidoto contro la
ricaduta nella barbarie, essendo anzi la fonte delle leggi morali che
dovrebbero impedire la guerra, la stessa che la scatena.
Dall’originario prevalere del più forte sul
più debole, il monopolio della violenza viene gradualmente trasferito alla
comunità, che ha saputo opporsi allo strapotere del singolo, in base al
principio secondo il quale “l’union fait la force”. Di qui, secondo Freud,
nasce il diritto, ma ben presto, anche il nuovo soggetto collettivo non può
astenersi dall’intraprendere guerre, in occasione delle quali il cittadino
si rende conto che “lo Stato ha interdetto al singolo l’uso
dell’ingiustizia, non perché intenda sopprimerla, ma solo perché vuole
monopolizzarla, (…) posto che la coscienza morale, lungi da essere quel
giudice inflessibile di cui parlano i moralisti, altro non è all’origine che
angoscia sociale” (1915, passim)..
Un Freud anarchico, dunque, radicalmente
critico di ogni forma di stato? Ciò contrasterebbe con l’immagine
politicamente conservatrice che, a ragione o a torto, gli viene spesso
attribuita.
Certamente un Freud a disagio, infastidito,
secondo quanto racconta Jones, dalla discussione con Einstein, che in
seguito considerò “sterile e noiosa”. Perché? Si sono cercate diverse
risposte, ma sopra tutte le motivazioni, è lecito supporre che nel Freud
“mistico” (in senso bioniano), predestinato e dannato al compito di portare
agli uomini una nuova conoscenza, abbia prevalso il disappunto legato al
fatto di non riuscire a fornire una risposta meno sgradevole di questa: “non
c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini” (1931.
2. Edipo e Crono: la guerra come
infanticidio differito
In “Psicoanalisi della Guerra” (1966),
Franco Fornari compie una lunga riflessione sull’argomento, partendo da un
libro di Gaston Bouthoul,
un sociologo particolarmente sensibile allo studio degli aspetti inconsci
dei fenomeni di massa, come si evince dal fatto che egli definisce
preliminarmente l’esistenza di alcuni ostacoli fondamentali allo studio
delle guerre, che sono riconoscibili anche dalla psicoanalisi:
1) la pseudoevidenza della guerra, intesa
come fatto noto del quale ognuno crede di conoscere le cause;
2) l’illusione che la guerra dipenda
interamente dalla volontà cosciente degli uomini, mentre le motivazioni
coscienti sarebbero epifenomeni tendenti ad impedire il raggiungimento della
percezione delle tendenze distruttive profonde, e il loro rapporto con
alcune modificazioni strutturali della società;
3) l’illusionismo giuridico, vale a dire quell’insieme di
razionalizzazioni giuridiche, tendenti a razionalizzare la guerra,
legalizzandola.
La guerra appare a Bouthoul come una
istituzione distruttiva volontaria, che entrerebbe in gioco nelle società
provviste di un eccesso di uomini giovani che rappresentano una struttura
sociale potenzialmente esplosiva.
La
guerra è qui descritta come un’epidemia psichica, volta a “compensare” gli
“effetti collaterali” della rivoluzione demografica iniziata alla seconda
metà del sec. XIX, e della vaccinazione jenneriana, prima delle quali la
mortalità infantile raggiungeva, in Europa, il 70%.
Vista da tale prospettiva, la guerra si
rivela quindi un infanticidio differito, in rapporto di proporzione
diretta con la diminuzione della mortalità infantile.
Secondo Fornari, tale ipotesi sembra
concordare con le impostazioni psicoanalitiche di base, ammettendo nell’uomo
l’esistenza di impulsi inconsci di ostilità distruttiva nei confronti dei
figli.
Crono come capovolgimento di Edipo, insomma: l’ostilità verso i figli come
“soluzione” del conflitto edipico, consistente nel rivolgimento su di essi
dell’ostilità precedentemente rivolta contro i genitori.
Tale ipotesi, sgradevole e difficile da accettare persino per qualsiasi
psicoterapeuta che abbia figli, trova tuttavia una quantità impressionante
di conferme, sia nel materiale clinico desunto da sogni di pazienti che
nella vita cosciente sono alieni da comportamenti altamente distruttivi, sia
negli studi di antropologia. La stessa istituzionalizzazione delle percosse
nei confronti dei bambini, quale strumento pedagogico che fa parte del
bagaglio culturale dell’uomo da epoche antichissime (ben antecedenti la
terrificante “schwartze pædagogie”, tanto
efficacemente descritta da Alice Miller),
dimostra che l’affetto per i figli, è sempre stato costretto a convivere con
sentimenti di ben altro segno.
Persino la maternità si accompagna, come è
noto da tempo, ad ubiquitari sentimenti aggressivi della madre nei confronti
del bambino, correlabili in termini di consonanza, identificazione e
formazione reattiva con l’aggressività primaria del neonato, descritta da
Melanie Klein e dalla sua scuola.
Tuttavia l’ostilità inconscia dei genitori
nei confronti del bambino solo in particolari condizioni diventa pregnante
sul piano clinico, prendendo il sopravvento sulle pulsioni libidiche. In
tali casi essa compie il salto qualitativo dall’essere rappresentazione
fantastica a diventare comportamento agito, con le gravi conseguenze che
esporremo meglio in seguito, parlando del maltrattamento infantile.
3. La guerra come
elaborazione paranoica del lutto:
il contributo di Franco
Fornari
Se il disappunto di Freud derivante dalla
sgradevolezza del suo messaggio era aggravato dalla consapevolezza di
muoversi in un mondo ostile, pronto a liquidare la sua opera con una battuta
sprezzante, trent’anni dopo Fornari può contare su una diversa sensibilità
da parte dell’interlocutore non psicoanalista: è Bouthoul stesso che pone,
da sociologo, le radici inconsce del fenomeno collettivo “guerra”,
all’origine della difficoltà di approccio scientifico al medesimo.
Parole come “pseudoevidenza”, “illusione”,
“motivazioni coscienti come epifenomeni che impediscono la conoscenza”,
“illusionismo giuridico”, conferiscono alla guerra uno spessore ancor più
irrazionale ed inquietante.
Non bastano più, a spiegarlo, elementi quali
il “disagio” e il fallimento della civiltà rispetto al compito di contenere
gli impulsi distruttivi, occorre riflettere sulla psicologia dei gruppi,
sulla scia del filone aperto da “Psicologia delle Masse e Analisi dell’Io”,
cioè degli studi concernenti i processi di identificazione del singolo nel
gruppo, la “coincidenza della pluralità con l’unità” (Fornari, 1966), che
Freud connette con i fenomeni ipnotici e che prefigurano la definizione dei
concetti di identificazione proiettiva e introiettiva, che tanta fortuna
avranno in seguito presso la scuola kleiniana.
Gli studi di psicoanalisi applicata all’antropologia, hanno messo in
evidenza i riti che presiedono alla fondazione del gruppo, quali la
castrazione simbolica (Theodor Reik), e l’interruzione del rapporto con la
madre, che viene sostituito, secondo Geza Roheim, dal rapporto con il
gruppo.
L’appartenenza al gruppo implica quindi la
mutilazione di una parte di sé, mentre la relazione di dipendenza dal gruppo
assume un significato sostitutivo rispetto alla perduta relazione di
dipendenza dalla madre, e pertanto costituisce un tentativo di elaborazione
del lutto di tipo maniacale, cioè improntato alla sostituzione a fini di
negazione della perdita.
Il sostituto della madre che in tal modo i
membri del gruppo si rappresentano, è, secondo Fornari, un’entità
fantasmatica, un “corpo mistico” la cui presenza non è riducibile a quella
degli altri componenti il gruppo.
I riti iniziatici rappresentano il corpo
mistico in forma reificata, ricorrendo ad una simbologia che consente
l’identificazione introiettiva: l’acqua del battesimo, l’unguento della
cresima, il pane eucaristico, l’estrema unzione, il crisma sacerdotale,
“implicano il mettere sul corpo o dentro il corpo di ogni individuo
un’entità carismatica unica (…) indispensabile a sancire l’appartenenza al
gruppo” (Fornari).
Nel rapporto interindividuale tra il bambino
e la madre, i meccanismi di identificazione proiettiva ed introiettiva
costituiscono un mutuo scambio di beni emotivi reali, mentre nel caso
della fondazione dei gruppi, finalizzata a rimpiazzare l’oggetto materno
perduto, gli stessi meccanismi di identificazione proiettiva e introiettiva
si basano su finzioni reificate.
Proprio perché funzionali a compensare la
perdita dell’oggetto primario, tali funzioni sono attinenti al rituale del
lutto.
Nel valutare l’importanza del lutto ai fini
di indagare il significato della guerra in quanto “industria della morte”,
Fornari ricorda come la dimensione del lutto non sia soltanto privata ma
anche riconoscibile come fenomeno sociale.
Il lutto (diversamente dall’amore e dalla
sessualità che ricercano la discrezione, l’intimità, la privacy) ha bisogno
di essere testimoniato, ostentato, attraverso una serie di forme culturali
ben riconoscibili.
Tale ostentazione si traduce nella necessità
di mostrare agli altri le prove del proprio cordoglio, addirittura la
volontà di identificarsi con il defunto (come accade quando si indossano
abiti e paramenti neri), e di partecipare al rito funerario. Diversamente ci
si sente in colpa.
Come suggerisce Alix Strachey, la necessità
di rendere pubblico il cordoglio, è connessa con la presenza di emozioni
legate a fantasie inconsce di annientamento dell’altro, che vengono così
sottoposte a negazione. In tal modo si chiamano gli altri a testimoniare di
non essere noi gli uccisori, ma gli uccisi.
Anche la fede nell’immortalità dell’anima
appare connessa con tali fenomeni inconsci: “se la persona amata non è
veramente morta, allora io non l’ho uccisa” (elaborazione maniacale del
lutto).
In
tal caso il processo del lutto è destinato a fallire, poiché le anime
immaginate immortali per negare la morte, diventano spiriti, potenzialmente
persecutori.
Pertanto il rituale della tumulazione
(“mettere una pietra sopra” il defunto), e della propiziazione (elargire
doni materiali come cibi e oggetti preziosi nei popoli primitivi, o
spirituali, come le messe in suffragio, nella nostra civiltà), diventano
espressioni di un rituale che ha come fine il controllo dell’angoscia
persecutoria.
La fenomenologia del lutto è quindi una
manifestazione sociale che non trova giustificazione nel mondo esterno, ma
in quello interno, in quanto prescinde dall’esame di realtà (la realtà
concreta del cadavere privo di vita), per operare nell’ambito del senso di
colpa.
Il lutto in quanto esperienza sociale in
contatto con le rappresentazioni interne, anziché con la realtà esterna, ha
pertanto caratteristiche che lo avvicinano al sogno, a un sogno condiviso.
Gli individui che partecipano di questa
esperienza condivisa durante lo stato di veglia vanno incontro a
modificazioni di quelle funzioni dell’Io deputate all’esame di realtà, che
si rendono possibili grazie ad un forte investimento dei singoli nelle
relazioni con gli altri membri del gruppo.
E’ per questo che l’esperienza sociale, pur
contenendo elementi vistosamente illusori, gode di una forte e stabile
impressione di realtà; anzi mentre dal sogno ci si può risvegliare, tornando
ad avere un normale rapporto di validazione della realtà esterna, chi
volesse distaccarsi dall’esperienza sociale così fortemente investita, si
troverebbe a sperimentare un’intensa angoscia di esclusione, simile per
molti versi all’angoscia di distacco del neonato dalla madre, e assumerebbe
su di sé la colpa, che prima, quale membro del gruppo, proiettava
all’esterno.
Fornari colloca l’esperienza sociale nell’area dei fenomeni transizionali
descritti da Winnicott (che serve ad amministrare sentimenti di perdita e di
lutto), nei quali l’esame di realtà non viene preso in considerazione.
Privare l’uomo dell’esperienza sociale
equivale quindi a privare il neonato dell’esperienza transizionale, perché,
come afferma Roheim, il costituirsi degli uomini in gruppo rappresenta il
tentativo mistico di ricostruire l’unità madre-bambino, come ben sa chi
studia il ruolo del gruppo dei pari nella psicologia dell’adolescente.
Il separato da sé, nell’esperienza del
gruppo viene sentito come incompatibile con il sistema di validazione della
realtà operato dal gruppo: è pertanto diverso, estraneo, straniero.
La percezione del diverso da sé, che nel
processo di fondazione dell’Io concorre in misura determinante alla presa di
coscienza del Sé, diventa per il gruppo, un’esperienza abbandonica, dominata
da un’alienità persecutoria.
Siamo quindi in una concezione della vita
associata che mostra aspetti simbiotico-narcisistici e autistici.
La funzione del gruppo è quindi quella di
controllare, di fronte ad una situazione di perdita, le angosce depressive e
persecutorie, che l’esperienza del lutto mobilita.
Pertanto, il compito di elaborare il lutto
che il gruppo si assegna, dopo essere stato affrontato in termini maniacali
(fondati sul diniego della morte) rischia ora di assumere una valenza
paranoica, laddove il sistema di validazione del gruppo è minacciato
dall’esterno, e l’annientamento del diverso-persecutore sentito come una
minaccia per la coesione del gruppo.
Il fenomeno guerra, è quindi per Fornari
interpretabile come una soluzione paranoica al problema dell’elaborazione
collettiva del lutto.
4. La guerra e i bambini
Se la guerra è, nella sua essenza più
profonda, un infanticidio differito, essa è anche l’occasione per
sterminare, deprivare e rendere disperati per tutta la vita migliaia di
bambini.
Essa costituisce un salvacondotto per quanti
approfittano dello stato di sospensione delle leggi ordinarie per soddisfare
le peggiori esigenze distruttive. Si tratta di uomini che si arruolano in
milizie che spesso necessitano di chiamarsi fuori persino dalle leggi di
guerra, truppe irregolari, gruppi paramilitari bisognosi di compiere
massacri e di infliggere sevizie, soprattutto tra gli strati più indifesi
della popolazione inerme, come gli anziani e i bambini.
Sempre più spesso, oggi, la società
occidentale offre spazi per esercitare funzioni aberranti anche al di fuori
di uno stato di belligeranza. Cinquant’anni di pace, in Europa non sono
stati sufficienti ad eliminare forme anche molto drammatiche di violenza, la
cui linea di demarcazione, rispetto agli stati di guerra, si è venuta
progressivamente assottigliando: basti pensare ai fenomeni connessi con la
criminalità organizzata (la “guerra di mafia”), al terrorismo organizzato
(la “guerra contro lo Stato”), ai fenomeni di sfruttamento a fini
commerciali di donne e bambini.
In queste aree sociali e culturali, si
sviluppano società parallele, che si muniscono spesso di leggi proprie,
fondate sulla violenza, sull’omicidio, sulle stragi, in nome di altre e non
consensuali forme di legalità.
Ciò dimostra ancora una volta, se ve ne
fosse bisogno, che la guerra è uno stato rispondente a precise esigenze
emotive presenti nella collettività, e laddove il contratto sociale tende a
ridurre la violenza (anche assumendone, come osservava Freud, il
“monopolio”) vi sono gruppi che se ne chiamano fuori per poter continuare ad
esercitarla.
Il vivere in un contesto di violenza può
diventare anche un’esigenza rispetto ai propri equilibri interni: non si
spiegherebbe altrimenti come un così alto numero di persone (basti pensare
agli aderenti alle organizzazioni criminali) possa affrontare ogni nuovo
giorno con la prospettiva di venire ucciso.
Una signora di mia conoscenza, una “donna di
mafia” i cui figli erano stati oggetto di maltrattamento e gravi
deprivazioni, mi disse un giorno di essere a volte tentata di vivere “da
persona normale”, accanto ad un uomo “normale” (il marito era latitante),
lasciandomi però capire di essere molto spaventata dalla prospettiva del
cambiamento.
La persistenza i uno stato mentale fino a
poco tempo prima sconosciuto si rivelava estremamente precaria: durante una
discussione con l’uomo al quale era da poco tempo legata, si era
improvvisamente ricordata, in un misto di rabbia e sgomento, che, se solo
avesse voluto, avrebbe saputo ucciderlo con estrema facilità.
In un’altra occasione, durante un gioco
erotico con lo stesso partner, si era “lasciata andare” ad un atto che per
lei sarebbe stato normale con l’ex coniuge, ma che giudicava “proibito”
all’interno della relazione con il nuovo compagno: gli aveva orinato sul
viso. Essendosi accorta con sorpresa che l’atto aveva sortito un effetto
eccitante sull’uomo, ne era rimasta fortemente impressionata, e mentre mi
raccontava l’episodio, appariva tentata di ripetere l’“esperimento”, sia
pure in forma simbolica, con il sottoscritto, attraverso il cercar di
indovinare, neppure troppo velatamente, se quel racconto avesse evocato in
me qualche forma di curiosità erotizzata.
L’aspetto che la incuriosiva e, allo stesso
tempo, la spaventava, era l’idea che due mondi, quello delle persone
normali, e quello degli individui che tengono abitualmente in tasca una
pistola, potessero arrivare a toccarsi fino a confondersi.
La dimensione criminale era per la donna uno
stato esistenziale che le consentiva di rimanere al riparo dalle emozioni,
sentite come stati mentali intollerabili, perché aperti alla percezione
della propria fragilità, che viceversa veniva tenuta a bada attraverso l’uso
di psicostimolanti, dell’attività prostitutiva, e della presenza
“rassicurante” di un’arma.
Anche in questo caso, come nella maggioranza
di quelli da noi trattati, gli adulti che maltrattavano i bambini erano
stati a loro volta oggetto di gravi esperienze abbandoniche ed abusanti
durante la loro infanzia.
Come sostiene Alice Miller nel saggio che
apre questo libro, i bambini maltrattati che non siano stati aiutati da
persone consapevoli e capaci di preoccuparsi per loro, una volta diventati
adulti, ritorceranno la crudeltà patita su esseri innocenti ed indifesi.
Per queste persone, la guerra può diventare
un’occasione di impunità, ma la suddetta condizione post-traumatica non è
sufficiente a spiegare tutte le violenze che accadono nel corso dei
conflitti bellici. Non c’é bisogno di invocare il maltrattamento infantile
scommettendo sulla sua ubiquitarietà tra gli uomini che, in tempo di guerra,
si macchiano di delitti, anche perché così si commette l’errore di
trascurare l’importanza della regressione gruppale, che rende privi di idee
e di pensiero, e si rende un cattivo servizio alla causa della prevenzione
del maltrattamento, riducendola ad ideologia.
Hannah Arendt ha mostrato, a proposito di
Eichmann, che il male può essere “banale”, che lo sterminio di milioni di
uomini può essere amministrato come un’opaca, anaffettiva, ordinaria
contabilità, soltanto perché non si può fare a meno di obbedire a qualcuno.
Certamente con tutti questi fenomeni
l’esperienza infantile ha moltissimo a che fare, ma ad essa dobbiamo
riconoscere un’ampia possibilità di variabili.
L’angoscia di morte e il passaggio
alla condizione genitoriale: il senso del dopo
In “Considerazioni attuali sulla Guerra e
sulla Morte”,
Freud elenca una serie di stratagemmi che l’uomo adotta per evitare di
confrontarsi con il pensiero della propria morte: essa, innanzitutto, può
essere pensata soltanto come la morte degli altri, può essere rappresentata
in forma finzionale nel gioco dei bambini, nella letteratura, nel teatro nel
cinema, può essere rappresentata alla luce delle teorie della
reincarnazione, o nella fede nell’immortalità dell’anima, che è un modo per
preservare l’Io rispetto alla distruzione del corpo. Alla stessa
preoccupazione, facciamo normalmente risalire il tributo di invidia o di
ammirazione che normalmente rivolgiamo agli artisti, agli scienziati, e a
tutti coloro le cui opere e la cui memoria sono destinate a sopravvivere.
Ciò che non può essere rappresentato è il
Buio Definitivo, la fine del pensiero, della memoria, della consapevolezza
di esserci.
Di fronte a tale angoscia, gli individui
reagiscono in maniera diversa, in rapporto al loro grado di maturazione dei
conflitti.
Anche l’amore per i bambini può essere un
modo per garantirsi un’effimera immortalità, la sola che possiamo
permetterci.
In “Potere e Sopravvivenza”,
Elias Canetti sostiene che il desiderio di potere non è soltanto quello di
governare sugli uomini, ma addirittura di essere l’unico tra gli uomini.
Sembrerebbe impossibile credere che il
potente rinunci alla soddisfazione della sottomissione altrui, ma può
accadere che l’ostilità dei sottomessi risulti insopportabile.
Canetti racconta che, nell’India del XIV secolo, Muhammad Tughlak, sultano
di Delhi, angosciato dal fatto di ricevere quotidianamente innumerevoli
lettere di insulti da parte degli abitanti della città, li costrinse, dopo
aver comperato tutte le loro case, ad emigrare in una città lontana, per
placarsi soltanto quando la città fu svuotata di ogni essere vivente. .
Spesso, nel mito, i genitori uccidono i
figli, soltanto perché temono l’avvicendamento: Laio ordina la soppressione
di Edipo perché l’oracolo ha previsto che il figlio ucciderà il padre e lo
sostituirà nel talamo e sul trono; Crono sbrana i figli, perché è scritto
che uno di loro governerà l’Olimpo.
Se consideriamo il mito dal punto di vista
della psicoanalisi, e in particolare dal punto di vista dell’angoscia di
morte, osserviamo che tali precauzioni sono di natura psicotica, e in
particolare, se utilizziamo un approccio kleiniano, constatiamo che essi
rientrano nell’area della “posizione schizo-paranoide”, in quanto
espressioni dell’incapacità di rappresentarsi la propria fine.
Ma amare i bambini, curare la loro
sopravvivenza, integrità e maturazione, porre in cima alla scala dei nostri
valori la loro libertà e la loro felicità, può essere un’efficace soluzione
“economica” rispetto alla nostra angoscia di morire, una soluzione del
conflitto corrispondente alla “posizione depressiva” (M. Klein), non solo
perché essa implica la preoccupazione per l’altro, ma anche perché si fonda
su di una qualche forma di accettazione della morte, “in cambio” del fatto
che i figli conserveranno la nostra memoria, perché essi sono, in certa
misura, un’opera nostra che ci sopravvive e dentro la quale noi
sopravviviamo.
Naturalmente, possiamo desiderare che le
nostre opere ci sopravvivano, e noi con loro, soltanto a condizione che esse
non siano opere fallite, capaci di rinviarci la sconfitta della nostra
creatività, o lo specchio di tutto quanto di noi ci appaia odioso e
spregevole.
Diventare genitori è pertanto una preziosa
occasione di dare senso al “dopo”: una possibilità che si apre soltanto a
chi sia riuscito a rappacificarsi sufficientemente con la propria infanzia.