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La violenza dell’uomo sull’uomo, a maggior ragione quella
sul bambino, non è convincente. Soprattutto nelle sue forme più distruttive
produce incredulità, genera dubbi, eccede la pensabilità. Dopo la sconfitta
nazista le popolazioni tedesche attorno ai lager, prima di essere costrette
con la forza dalle truppe americane a visitarli, pensavano che i forni
fossero un’invenzione. Si prenda il caso di Natascha, la ragazza
austriaca che dopo essere stata rapita da bambina all’età di 10 anni è
rimasta nelle mani del suo sequestratore per 8 anni, prima di riuscire a
fuggire. La sua storia non convince perché facciamo molta fatica a pensare
cosa può provare una bambina nelle mani di un adulto che la sequestra, la
isola dal mondo, la condiziona e la vincola, nel corpo e nella mente,
ponendosi come padrone, come maestro, come genitore, come amante. E’ arduo
pensare a cosa può fare un adulto ad una bambina che egli può controllare
per anni, giorno e notte, usando le più varie tattiche dalla costrizione
alla seduzione, dalla minaccia al coinvolgimento affettivo, dalla punizione
alla concessione.
Non convincono molte informazioni che Natascha ha fornito
sulla propria vicenda. C’è difficile accettare che il racconto delle vittime
sia confuso. Che non sia lucido e razionale e che ci tolga così ogni ombra
di dubbio sulla.
In realtà le persone che subiscono pesanti torture e
lunghi sequestri, le donne vittime di violenza domestica e i bambini vittime
di maltrattamenti ed abusi, in altri termini le vittime di un “trauma
complesso” (J. Herman) non possono essere del tutto convincenti nei loro
racconti, perché hanno in qualche modo bisogno di convincersi loro stesse
che non è interamente accaduto ciò che è accaduto.
Non convince l’intervista di Natascha alla TV: la
ragazza si pone come forte e come sorridente. Non convincono le vittime,
quando fanno le vittime, cioè quando si difendono dal ricordo, “esso stesso
traumatico” (Primo Levi), quando minimizzano o negano le pagine più
umilianti della violenza subita, quando cercano di far leva sulle risorse
di apprendimento e di adattamento con cui hanno fatto fronte ad una
situazione disumana, quando scelgono di puntellare la propria immagine
ferita, entrando nella realtà virtuale della TV, che peraltro, nel caso di
Natascha, è stata per lunghi anni l’unica finestra sul mondo in una stanza
senza finestre.
Natascha dichiara di essere stata più forte del suo
rapitore. Si difende dalle domande che riguardano la relazione con il suo
rapitore e rischiano d’avvicinarsi al ruolo attivo con cui
necessariamente ha cercato di sopravvivere adattandosi al dominio che
incombeva su di lei. S’indigna quando viene a sapere che è stata mostrata la
verità angosciante del luogo angusto ed opprimente della sua prigionia.
Le rivelazioni di Natascha lasciano perplessi: com’è
possibile che usciva ogni tanto con lui, che è andata almeno una volta in
vacanza e poi dice che non riusciva a scappare? “Prima si poneva come
moglie e poi dice che tutto la terrorizzava” (Corriere della sera).
Potrebbero convincerci vittime ideali che riuscissero a
contrapporsi al loro aguzzino, tanto maggiore è la pesantezza
dell’aggressione patita. Come sarebbe bello e facile prendere sul serio e
sostenere vittime di questo tipo. Non contaminate dalla violenza e
dall’impotenza a lungo patite. Non possiamo tollerare invece le vittime
reali, che manifestano un’ambivalenza tra amore e odio nei confronti
dell’abusante, le vittime che sono costrette a ricorrere ad una scissione
tra la componente di ribellione e la componente di sottomissione.
Quanto è penoso e difficile mettersi nei panni sofferti e
impotenti delle vittime. Loro lo intuiscono. Per questo hanno poco voglia
di aprirsi autenticamente. Quanto è duro capire che per Natascha (come
succede ai bambini e alle donne vittime di violenza domestica) la prigione
mentale era maggiormente paralizzante di quella reale.
Ci sono centinaia di migliaia di minori che circolano
liberamente e che sono nel contempo sequestrati nelle loro famiglie e
sottoposti a violenze di vario genere, psicologico, fisico e sessuale.
Questo dato non può emergere né dalle statistiche ISTAT, né da quelle
giudiziarie. La gran parte di queste violenze rimangono avvolte nel segreto
e nel silenzio, non segnalate né ai servizi né alla magistratura.
Questo dato emerge invece dalle interviste retrospettive,
eseguite su campioni di popolazioni giovanile a cui si chiedono informazioni
in via confidenziale ed anonima sulle esperienze vissute nell’infanzia.
Sono minori che hanno una loro vita sociale, vanno a
scuola e frequentano diversi ambienti. Ma non parlano, perché hanno un
vincolo di paura, di dipendenza, ed anche di affetto nei confronti del loro
violentatore, perché hanno sviluppato, come Natascha, la sindrome di
adattamento all’abuso: il bisogno di sopravvivere ad una situazione
familiare che appare senza via d’uscita e una dilagante sfiducia in se
stessi e nella possibilità comunicativa.
La voglia di parlare nella vittima c’è, ma la voce può
fermarsi in gola, come succedeva a Natascha. Non parlano perché la
comunicazione inizia non già dalla bocca di chi parla, bensì dalle orecchie
di chi ascolta, cioè dalla disponibilità dell’ascoltatore a soffermarsi sui
segnali di disagio del bambino. Una disponibilità all’ascolto - di tempo, di
condivisione, di vicinanza emotiva - che risulta socialmente assai scarsa
nella comunità adulta.
Si pensi alla vicenda di Maria, che ha rivelato violenze
e abusi sessuali subiti nell’orfanotrofio di Vileika in Bielorussia e che la
famiglia ospitante di Cogoleto ha deciso di nascondere per impedirne il
rimpatrio nel proprio paese d’origine. E’ sempre rischioso commentare un
caso di disagio minorile che si è conosciuto non già attraverso un
intervento professionale diretto, bensì attraverso la rappresentazione
mediatica, ma una riflessione merita farla.
I dati, ricavabili dalla stampa, sono i seguenti.
Maria è una “bambina di Chernobyl” che fa parte dei quasi trentamila i
bambini che ogni anno trascorrono “vacanze terapeutiche” in Italia. Maria
viene in Italia nel 2003. Sembra sia stato girato un video da un medico che
ha visitato la piccola: lei ha raccontato di essere stata violentata da
ragazzi più grandi, ospiti dell’orfanotrofio. Il primo certificato medico è
dell’agosto del 2004 parla di “ematomi contusivi multipli nella regione
toracico-addominale e agli arti inferiori con lesione, sospetta ustione in
regione pubica”.
I genitori si rivolgono ad uno psicoterapeuta che nel
marzo 2005 scrive: “Maria giocava con le bambole, ad una di esse aveva
legato le mani dietro la schiena, le due bambole venivano unite come se
baciassero. Alla richiesta di spiegazioni che si trattava di un gioco che il
ragazzo più grande dell’istituto dove viveva imponeva a lei e ad altre
bambine quando le maestre non c’erano. Questo ragazzo le spogliava, le
legava le baciava e le morsicava su tutto il corpo”.
La situazione sembra sia precipitata questa estate,
quando Maria avrebbe tentato di uccidersi all’idea di dover ritornare
nell’istituto in Bielorussia. “Maria – si legge nella richiesta di asilo –
ha minacciato di bere tanta acqua salata senza farsi vedere da nessuno, così
sarebbe morta e avrebbe potuto stare per sempre con la sua famiglia”. (L’8
giugno a Varazze “si è gettata in mare e non è più riemersa costringendo il
bagnino ad un salvataggio di emergenza. Riportata a riva è stata colta da
una crisi isterica e piangendo ha cercato di gettarsi in mare gridando:
‘voglio morta qui!’, ‘voglio morta qui!’, ‘voglio stare sempre con mia mamma
e mio papà’.”
Non possiamo sapere quanto questa ricostruzione sia
esatta. L’esperienza sociale e clinica ci dice tuttavia che in molti
orfanotrofi dell’est non pochi bambini e bambine hanno subito varie forme di
violenza, assumendo il ruolo di giocattoli erotici dei più grandi o degli
educatori. Valeva la pena in ogni caso approfondire l’ipotesi che Maria
abbia subito una devastante violenza. Valeva la pena che la bambina venisse
ascoltata. Se i dati portati dai genitori affidatari non potevano essere
considerati sufficienti per ipotizzare una situazione di grave pregiudizio
della bambina, i giudici del Tribunale per i minorenni di Genova avrebbero
comunque potuto promuovere un’attenta valutazione peritale prima di
deciderne il rimpatrio. I giudici avevano dal diritto internazionale gli
strumenti per intervenire a protezione urgente della bambina.
Maria può e deve tuttora essere ascoltata. Se la bambina
in effetti ha vissuto una situazione traumatica nel suo paese e se, nel
momento di ritornare in patria, è stata investita da una riattivazione di
sintomi e di vissuti legati al trauma sessuale subito, sarebbe una
gravissima violenza istituzionale e un’ulteriore vittimizzazione, riportarla
nelle vicinanze del suo lager o riavvicinarla comunque alla situazione
traumatica. I bambini traumatizzati vivono con estrema angoscia
l’allontanamento dal luogo sicuro, dove hanno iniziato a confidarsi
con la prospettiva di essere riesposti ai fattori ambientali e psicologici
associati all’evento traumatico.
Sembra che la violenza atroce contro i bambini non sia
convincente. Meglio pensare a priori che tutto sia un’invenzione di Maria o
dei genitori che la ospitavano.
Oltretutto i giornalisti che hanno visitato l’istituto di
Vileika in Bielorussia, hanno trovato un ambiente efficiente e non hanno
notato nulla di strano. E ben sappiamo che negli istituti o nelle famiglie
dove i bambini sono abusati basta un passaggio di giornalisti o una visita
domiciliare che la violenza balza all’occhio…
Meglio convincersi che al massimo l’abuso subito dalla
bambina sia stata poca cosa, trattabile in ogni caso con un rientro della
bambina in patria, in uno Stato che ha tutto l’interesse a dimostrare che
l’infanzia bielorussia vive nel migliore dei mondi possibili e che ha dato
prova della propria straordinaria sensibilità nei confronti dei bambini,
minacciando - per difendere l’orgoglio nazionale - di sospendere
l’autorizzazione ai soggiorni terapeutici dei bambini bielorussi in Italia
se Maria non rientrerà nel suo paese.
Si dice da più parti che i genitori
affidatari di Maria, che hanno reso irreperibile la bambina, hanno sbagliato
a farsi giustizia di sé. Certo la scelta di questi genitori sarebbe
deprecabile se mascherasse un desiderio di trovare un pretesto per
trasformare l’affidamento in adozione. Ma come escludere l’ipotesi che
abbiano davvero recepito una richiesta disperata di aiuto della bambina?
Come escludere l’ipotesi che la loro scelta sia stata una coraggiosissima
obiezione di coscienza di fronte al rifiuto istituzionale di ascoltare la
bambina, di fronte alla dimenticanza adultocentrica delle ragioni delle
piccole vittime a favore della ragion di Stato, di fronte al fatto che altri
che hanno rinunciato per ragioni di opportunità diplomatica ai principi del
diritto italiano ed internazionale a tutela dell’infanzia violata. Se
qualcuno fa Erode e qualcun altro Ponzio Pilato, non si può pensare che per
fortuna ci sia qualcuno che tenta di fare Gandhi? |