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LA PAROLA SCRITTA IN TERAPIA: Parole per cura
di Ester di Rienzo

(psicologa,psicoterapeuta sistemica presso il ‘Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia’ del Comune di Roma, Assessorato ai ServiziSociali)

 

 

Il silenzio dentro e fuori: dimentico, non ne parlo perché ho paura, vergogna
I bambini sessualmente abusati ,che sono stati miei piccoli pazienti, hanno spesso innalzato barriere tra sé e il trauma. Sono bambini che a volte hanno perso parte dei ricordi del trauma , altre non possiedono le parole per ripensarlo e nominarlo .
Può accadere che non possano pensarlo l’abuso e anche nel pensiero restino senza parole, che non riescano a conservarlo nella memoria o che non conoscano le parole per chiamarlo, infatti ‘abuso’ è una parola degli adulti.
Come aiutarli nella riappropriazione di una storia, la loro, che non amano , in cui non vogliono riconoscersi? Come ascoltarli in una narrazione che rievoca la loro sofferenza?
Sappiamo che sono gli aspetti emotivi negativi, quelli che interferiscono sulla capacità di ricordare ,che il conflitto mobilita meccanismi difensivi quali rimozione, negazione, dissociazione, estraneamento…
Sappiamo anche che i bambini vittima di trauma sessuale ripetuto, il trauma di tipo due, hanno sperimentato una comunicazione patologica che nega e distorce il significato di quello che il bambino vive, rendendogli confuso non solo il dialogo con l’altro ,ma anche quello con sé stesso. L’alterazione del rapporto col reale frammenta la memoria cosciente, silenzio e sintomi occupano lo spazio del dolore, che difficilmente trova spontaneamente la via delle parole, almeno finchè perdura la situazione di violenza o comunque fintanto che il bambino vittima sente di potersi fidare-affidare ad una figura protettiva.
Comprendiamo che i bambini abusati possono avere grandi difficoltà alla narrazione e condivisione dei ricordi legati al trauma , sia per amnesia selettiva ,sia perché devono fare i conti con sentimenti di forte vergogna e autodeprecazione.
I vissuti che li caratterizzano ce li mostrano confusi, spaventati, invasi da sentimenti di rabbia, colpa, vergogna, paura, sessualizzazione e impotenza .
Sembra evidente una forte correlazione tra emozioni negative e possibile amnesia ,anche parziale, di eventi traumatici .
Uno studioso della memoria, Morton , sul modo in cui avviene il recupero dei ricordi scrive “…se si può recuperare l’amnesia degli eventi ,dobbiamo contemporaneamente assumere che alcune tracce di memoria dell’abuso si siano depositate nel momento della sua occorrenza. Se il ricordo si riattiva successivamente, e per quel tanto che viene riattivato ,allora l’amnesia non può distruggere la traccia di memoria cancellandola o seppellendola.”

Secondo questo studioso esiste un modello cognitivo della memoria ‘le registrazioni intestate’, per cui “per ogni evento esiste una cartella in cui si può trovare la registrazione di quanto accaduto” .
Al contrario dalla tesi associativa, egli ritiene che esista una sorta di scheda intestata per ogni registrazione e che tali registrazioni siano indipendenti una dall’altra. “le intestazioni hanno vari componenti e non è necessario che la corrispondenza tra intestazione e descrizione sia completa. Sarebbe possibile, allora, che la registrazione venga recuperata con altri indizi, come il luogo dove la persona è stata incontrata l’ultima volta. Se assumiamo che la registrazione è stata recuperata, tutte le informazioni in essa contenute possono essere potenzialmente disponibili.”(4)
Ciò può aiutarci a comprendere non solo la ragione della confusione e frammentazione che a volte caratterizzano i ricordi di abuso, ma anche la loro veridicità, quando questi ,pur se discontinui e confusi , risultano legati ai vissuti traumatici caratteristici delle piccole vittime.
Quello che è stato poi sottolineato nel corso degli studi è che il recupero della memoria e quindi dei ricordi “è sensibile a variazioni di stato come l’emotività…”.
Se una delle concause della negazione dei ricordi di abuso è legata a profonde emozioni negative sperimentate nella relazione invasiva con l’altro, il loro ricordo e la possibilità di esprimerlo ,può altresì legarsi ad emozioni positive di empatia , accettazione e facilitazione, sperimentate in altre relazioni.
I bambini abusati raccontano spesso di essere stati ripetutamente minacciati implicitamente o esplicitamente e di avere temuto di essere puniti, picchiati ed a volte uccisi , oltre che non creduti, se avessero rivelato i fatti legati all’abuso.
I bambini conosciuti avevano tutti creduto che tali avvertimenti si sarebbero avverati e ciò è facilmente spiegabile con la situazione di totale sottomissione da loro vissuta.
Se le emozioni, paura ,dolore, vergogna, colpa… sono state la via della negazione , della rimozione, del silenzio dei ricordi ,è attraverso una situazione emotivamente rassicurante che può essere facilitato il loro recupero e racconto.


L’ ascolto attraverso la parola scritta
Il silenzio a cui sono costretti, ma anche a cui i bambini si costringono, rappresenta una seconda pena , un’altra solitudine. Quando un bambino subisce senza chiedere aiuto, questo ci parla di una sofferenza indicibile, oltre che impensabile: quella di chi si sente colpevole, sporco, immeritevole di essere amato .La pena e la solitudine di un bambino che non ritiene di potersi confidare ,né di essere aiutato.
Quando ricorda cosa ha subito, viene spesso sopraffatto dalla vergogna e da percezioni emotive e corporee che si ripropongono intense e lo possono indurre ad allontanare da sé il pensiero sul trauma.
Spesso i bambini vittima, non riescono a tradurre in parole l’orrore che hanno vissuto e, prima delle parole, scelgono i simboli offerti da giochi, disegni, scritti, che permettono di parlare senza nominare.
La parola scritta può precedere quella parlata, può venire loro in aiuto perchè mette distanza tra sé e le cose, resta, può essere letta e riletta, il bambino la ritrova e vi si ritrova controllando meglio la paura di essere nuovamente sopraffatto Può accadere che mentre i bambini raccontano o ripensano , ricorrano a vecchie difese e descrivano la dissociazione vissuta, scrivendo o parlando di sé come posti in altri luoghi, o altro da sé: “io morivo, ero morta… dopo mi dava l’acqua e io rinascevo”, “…non ero lì, andavo in Brasile: era un posto bellissimo, era lontano…”,” …venivano i leoni magici e mi salvavano…”.I bambini possono provare così tanta paura nell’evocare la persona che li ha abusati, da immaginare di vederla vicina e minacciosa e dopo averlo ricordato scrivere “ …l’ho visto vicino alla scuola, sembrava lui, era lì perché voleva prendermi” .
Quando un bambino rivela di aver subito un abuso e ne ripercorre eventi e vissuti, spesso riattiva aspetti difensivi, che vanno rispettati e compresi ,poiché anche la rievocazione è fonte di grande dolore. Una bambina mi diceva ”non posso dirtelo… se lo dico mi fa paura”.
La rivelazione di un abuso è un grande atto di fiducia di bambini abituati a non potersi fidare di sé e dell’altro, è un grande coraggio di bambini che mostrano la loro vergogna.
Le parole escono minime, sfiduciate, tormentate, affaticate. I bambini abbassano la testa ,dimostrano tutto il loro dolore, le parole sono troppo angosciose da pronunciare e ascoltare.
Allora in risposta al disagio, al turbamento, alla difficoltà dei bambini di cui ho accolto la rivelazione, ho proposto loro di scrivere e disegnare, come punto di partenza per narrare e condividere.
Non si può né si deve forzare un bambino in difficoltà a parlare di sé, ma gli si può offrire una strada diversa per dare voce alla sua storia : lo scritto.
Nel corso della mia esperienza di psicodiagnosi e terapia in un centro specialistico sull’abuso e il maltrattamento , ho sperimentato che l’utilizzo della parola scritta da parte del bambino e a volte anche del terapeuta, già all’interno del protocollo di valutazione, può costituire un valido aiuto. Lo scrivere facilita nel bambino non solo la possibilità di ritrovare i ricordi, ma anche quella di esprimerli e condividerli.
A volte i bambini ,in fase di rievocazione della loro storia di abuso ,recuperano un ricordo grazie ad uno stimolo percettivo, ad uno stato d’animo, ad un contesto , che li riportano ad aspetti dell’evento traumatico.
A volte i bambini non sono stati ritenuti ‘credibili’ dai periti perchè parlano di posti meravigliosi e lontani dove raccontano di essere stati, di animali magici che li proteggevano, di forze grandiose in loro possesso o di salvatori potenti in loro soccorso. Parlano dei loro meccanismi difensivi e può essere più facile per loro far comprendere il significato di tali proiezioni quando hanno avuto a disposizione con continuità un foglio bianco dove scrivere .Può essere meno pauroso che parlare.
Nel corso delle mie valutazioni e terapie il ricorso allo scritto, come proposta sempre presente nella stanza di terapia, ha rappresentato una risorsa preziosa in termini di possibilità ricostruttiva e soprattutto una modalità espressiva apprezzata dai bambini.


Lettura silenziosa…lettura condivisa: l’ascolto di sé, il dialogo con l’altro.
Disegni e scritti eseguiti liberamente dai bambini, vengono guardati insieme e spesso i bambini vogliono che sia il terapeuta a leggerli una prima volta silenziosamente e solo dopo aver osservato le sue reazioni ed essersi rassicurati della sua accoglienza permettono che vengano letti ad alta voce. La lettura silenziosa del terapeuta sembra equivalere alla possibilità di contenere dentro di sé, attraverso l’altro che può farlo.
Il terapeuta che legge e il bambino che lo guarda leggere rappresentano una prima pensabilità e dicibilità dell’abuso.
L’abuso vissuto in solitudine viene condiviso ed è possibile parlarne nel silenzio della parola scritta, in un modo che sia sopportabile per bambini molto doloranti. E’ un modo delicato di guardare e mostrare le proprie ferite.
Poi la lettura condivisa, la verbalizzazione di quanto il bambino ha scritto, l’ascolto di sé, passaggio importante verso la ricostruzione della propria storia, in cui il bambino inizia a riconoscersi vittima.
Durante la fase della rivelazione spesso i bambini, una volta sperimentata questa strada, chiedono spontaneamente di scrivere, disegnare gli abusi subiti e li descrivono utilizzando nuove possibilità espressive .
Una prima valenza del carattere autoriflessivo della scrittura è rappresentata dall’aiuto che il bambino riceve nell’andare indietro con la memoria, rievocare fatti ed emozioni, dare ordine alla confusione paurosa del non detto.
I contenuti della memoria ,riemersi nel dialogo interno e in quello col terapeuta, prendono con la parola scritta una dimensione dicibile, che permette di esprimere quanto a lungo è stato taciuto trovando sfogo per la via dei sintomi..
La forza della parola scritta aiuta a vincere paura , vergogna,colpa.
E’ stato spesso necessario per sopravvivere proteggere la coscienza dal ricordo insopportabile di riconoscere nel genitore o in un adulto da cui ci si aspetta protezione un ‘ mostro’, come dice questa bambina:”perché se qualcuno violenta un bambino,il bambino gli vuole bene?Io volevo bene a mio padre,poi…ho scoperto che mi ha violentata,cioè mentre mi violentava avevo paura e non pensavo chi fosse,poi ho visto chi era e mi dispiaceva. Allora…io lo dimenticavo.”
Le parole scritte diventano un importante elemento di confronto con sé, uno specchio della grave esperienza subita ,delle emozioni provate nell’aggressione a volte seduttiva, nella mancata protezione, nel tradimento.
Sono di aiuto a vincolare la realtà, ad accettarla ed elaborarla, reintegrando in sé parti rifiutate perché troppo dolorose.
La dimensione della parola scritta costituisce un innegabile elemento di realtà, un aiuto a mantenere continuità e fedeltà con pensiero e memoria, una possibilità di mettere ‘fuori di sé’, per ufficializzare e iniziare a non identificarsi con colpa e vergogna. Un modo per raccontare e talvolta gridare la rabbia, per chiedere aiuto e consolazione e poi anche forse perdonare.
E’ difficile negare il proprio scritto, i propri disegni. Questi diventano un’ancora che aiuta a non perdersi, a ritrovare la memoria di sé. Ciò che viene scritto permane dentro di sé e davanti agli altri, ha valore condiviso e costituisce specchio di ricordi a cui è permesso dar voce .
Spesso i bambini abusati non sanno se fidarsi delle loro stesse percezioni, succedeva che l’abusante a cui chiedevano ‘non farlo più…mi fai male”, rispondesse “zitta scema, non ti ho fatto niente…te lo sei sognato”, o che venissero terrorizzati da minacce spaventose se avessero svelato il segreto.
L’abitudine al silenzio è stata a lungo unica scelta: paura, vergogna, colpa hanno rappresentato un silenziatore della memoria, un impedimento a condividere con sé prima che con gli altri.
Le distorsioni comunicative nel dialogo familiare e nel dialogo interno, in cui non si poteva riconoscere e dar voce alla realtà, comportano spesso una discontinuità della coscienza.
L’identità, la sua integrità, si basa su conferme e disconferme in un meccanismo circolare ricorsivo di schemi interattivi. Perché la coscienza si ricostituisca sono necessari nuovi incontri relazionali. Nel permettere, proporre al bambini di scrivere il terapeuta gli offre uno strumento che , nei casi di abuso, consente al bambino di dare visibilità e dignità a parti a lungo negate, di riconoscersi vittima.
Poi non si può più fingere e agire in altri modi il dolore del trauma subito, ma si chiede consolazione e cura.
Nel modello proposto il terapeuta incontra il bambino in una stanza in cui c’è sempre un tavolino con fogli ,matita, penna e colori. Già nel corso del primo colloquio dei casi di valutazione ,il bambino spesso scrive quale o quali obiettivi sono per lui importanti, parla dei suoi ‘buoni motivi’ .
La possibilità di scrivere è sempre offerta e spesso utilizzata, anche attraverso un quadernone che il terapeuta gli consegna e che il bambino sceglie se utilizzare solo nello spazio terapeutico, affidandolo ogni volta al terapeuta a cui chiede di conservarlo , ritrovandolo così nel corso dei colloqui, o invece portandolo con sé e scrivendoci anche a casa per poi riportarlo in terapia e leggerlo insieme.
La valenza dello scritto può avere una funzione importante nella relazione tra il bambino e il terapeuta, tra il bambino e il suo abusante, tra il bambino e il genitore potenzialmente protettivo.
Nell’accogliere ciò che il bambino scrive, il terapeuta diviene testimone della sua storia attraverso una gradualità di passaggi che rispettano le sue possibilità di riconoscere e rievocare il dolore subito.
Prudenza e rispetto della fragilità dei bambini abusati ,oltre che naturalmente grande cura ad evitare qualunque tipo di induzione o suggestione, caratterizzano questo percorso. Sono da evitare infatti domande suggestive o induttive, ma è un diritto del bambino essere ascoltato con attenzione e ricevere domande di approfondimento su quanto dice.Si tratta di un tempo in cui, con sensibilità e grazie ad una formazione specialistica e alla supervisione, si segue il bambino, accogliendone e approfondendo le sue parole, a volte prima scritte che parlate.
In certi casi il terapeuta può proporre al genitore di accogliere gli scritti del figlio, senza più rifiutarne le parti legate all’abuso e talora alla propria complicità e mancata protezione. Questo ascolto del figlio attraverso la lettura di suoi scritti è preceduto da un lungo processo di sensibilizzazione che prende il via, come in ogni terapia, dal ripercorrere da parte del genitore la propria storia ,spesso idealizzata.
I processi di negazione del genitore sono simili a quelli compiuti dal figlio e attraverso la lettura delle lettere del figlio anche il genitore può riuscire a riprendersi il suo dolore. La valenza della lettera funge da filtro che permette di darsi un tempo protettivo di elaborazione ed accoglienza.
Anche il terapeuta in seduta può scrivere per rispondere al bambino, per chiedere di capire meglio, di dare significato ,in una modalità di reciprocità che nell’esperienza di chi scrive, si è spesso rivelata gradita ai bambini e facilitante di rivelazioni molto dolorose.


BIBLIOGRAFIA
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