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L'intelligenza emotiva
a cura del Centro Studi Hansel e
Gretel
1. PENSARE E SENTIRE: LA SINTESI DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA
Tutti sappiamo che abbiamo due menti,
una che pensa l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così
fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita
mentale. La loro sintesi ha una particolare importanza in diversi ambiti:
nella relazione di aiuto, nell’impegno educativo e didattico, nel lavoro
sociale e psicologico, nell’organizzazione del lavoro, perché il soggetto
che si vuole coinvolgere è fatto di pensiero e di sentimento, di
intelligenza e di affettività, e va sollecitato in maniera globale ed
integrata in relazione a qualsiasi obiettivo di crescita, che si intende
raggiungere.
La dicotomia emozionale - razionale è
simile alla popolare distinzione fra cuore e mente. Quando sappiamo che
qualcosa è giusto con il cuore, la nostra convinzione è di ordine diverso:
in qualche modo è una certezza più profonda di quando pensiamo la stessa
cosa con la mente razionale. Il processo educativo non può essere un fatto
intellettualistico, né all’opposto un fatto istintivo ed immediatistico;
deve essere al contrario un processo capace di evitare queste due polarità,
facendo interagire nel soggetto che educa così come nel soggetto da educare
l’interazione tra intelligenza ed emotività.
Se noi consideriamo l’importanza che hanno
avuto le emozioni da un punto di vista della storia dell’umanità, ci
rendiamo conto che esse hanno assunto un ruolo fondamentale: la nostra
specie non sarebbe sopravvissuta se di fronte a situazioni di pericolo si
fosse fermata a pensare. Pertanto l’emozione è immediata: basti pensare alla
paura. Per capire come mai il sentimento e la ragione entrino in conflitto
tanto facilmente, bisogna pensare al modo in cui si è evoluto il cervello
umano. Molto prima che esistesse la mente razionale esisteva quella
emozionale. Il modello scientifico della mente emozionale, emerso in anni
recenti, spiega come le nostre azioni siano in gran parte determinate dalle
emozioni e in che senso le emozioni hanno la loro logica e le loro ragioni.
2. CHE COS’E’ E A CHE COSA SERVE
L’INTELLIGENZA EMOTIVA
Nella realtà attuale delle agenzie educative
sia del pubblico che del privato sociale la dimensione cognitiva ed emotiva
dell’adulto e del soggetto in età evolutiva tendono ad essere messe in
contrapposizione fra loro, e non vengono fatte dialogare. I sentimenti
dell’educatore e del suo interlocutore continuano ad essere considerati
elementi poco importanti, materia di scarto da accantonare o da negare,
aspetti non utili e non inerenti al processo educativo. Spesso i dati
emotivi vengono addirittura non riconosciuti e rimossi.
Occorre invece impegnarsi a tutti i livelli
nel prospettare e nel favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva sia
degli adulti che dei soggetti in età evolutiva.
Per intelligenza emotiva, come s’è
visto, intendiamo la capacità di armonizzare il pensiero e i sentimenti,
la parola con i vissuti emotivi, la dimensione mentale con la dimensione
affettiva. In particolare l’intelligenza emotiva prevede le seguenti
competenze:
·
la capacità dell’adulto e del
bambino di riconoscere, rispettare e mettere in parola il mondo soggettivo
dei sentimenti e delle emozioni;
·
la capacità di controllare gli
impulsi emotivi senza reprimerli e senza entrare in conflitto frontale con
essi e senza neppure, tuttavia, farsene travolgere;
·
la capacità di sviluppare
l’efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo
globale (con la razionalità e con l’emotività) al raggiungimento di
obiettivi e finalità;
·
la capacità di percepire e
comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici;
·
la capacità di interagire
positivamente con le persone, di trattare con efficacia le interazioni, i
conflitti, i problemi comunicativi e relazionali con gli altri.
La confidenza da parte dei soggetti in età
evolutiva con la propria vita emotiva favorisce la possibilità di
raggiungere gli obiettivi nell’intervento didattitico o socio-educativo, di
elaborare i conflitti all’interno del gruppo dei pari e di sviluppare la
comprensione reciproca e la solidarietà.
Un’applicazione importante delle competenze
relative all’intelligenza emotiva consente all’insegnante o all’educatore o
all’animatore – a seconda dei contesti e dei compiti da realizzare - di
avvicinare al dialogo e all’elaborazione riflessiva le problematiche
dell’aggressività e della rivalità all’interno dei gruppi, sia quelle
della sessualità e della affettività - che spesso compaiono in maniera
spontanea e talvolta in forme confuse e provocatorie fra i ragazzi. La
confidenza con le emozioni, anche quelle negative, spiacevoli e conflittuali
facilita inoltre l’elaborazione nei bambini e negli adolescenti degli
impulsi che spingono alla devianza, permette di controllare la
trasformazione del disagio in desiderio di stordimento e di fuga, desiderio
sotteso all’uso di sostanze o ad altri passaggi all’atto tendenzialmente
distruttivi o autodistruttivi.
Il possesso di competenze cognitive da un lato
e di competenze emotive e relazionali dall’altro dovrebbe caratterizzare
ogni attività professionale che implica un rapporto con le persone e con i
bambini. Certamente questa sintesi non dovrebbe risultare estranea a
qualsiasi forma di impegno professionale o volontario in qualsiasi
istituzione sociale, sanitaria, scolastica, educativa, giudiziaria a
contatto con soggetti in età evolutiva.
Le competenze culturali riguardano la
chiarezza degli obiettivi educativi, la conoscenza dei metodi, la
comprensione di ciò che è pedagogicamente efficace e deontologicamente
corretto, la coerenza dei valori e dei progetti, il padroneggiamento
cognitivo delle tecniche e delle risorse che si possono utilizzare.
Le competenze emotive e relazionali
riguardano la capacità d’ìdentificazione con il disagio degli utenti, la
comprensione delle risorse e delle potenzialità di questi ultimi, la
capacità di ascolto e di sostegno, la disponibilità e la vicinanza
emotiva nei confronti dei problemi e delle difficoltà concrete e quotidiane
dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie, la capacità di pensare in
positivo e di sollecitare la creatività degli interlocutori.
La tematizzazione delle competenze
emotive e relazionali come distinte dalle competenze cognitive
rinvia alla teoria dell’intelligenza emotiva di Daniel Goleman.
Cosa afferma questa teoria? In sintesi afferma che lo sviluppo di della
capacità di riconoscere e di gestire i sentimenti propri ed altrui può
migliorare il benessere degli individui e la loro possibilità di motivarsi
e di realizzarsi, di comunicare e di interagire tra loro. L’intelligenza
emotiva può inoltre ottimizzare nelle organizzazioni i processi di
apprendimento, di acquisizione e di scambio delle informazioni, di
elaborazione delle decisioni.
3. LE DIVERSE FORME D’INTELLIGENZA E LA
CAPACITA’ DI STIMOLARLE
La visione scientifica è stata per decenni
molto sbilanciata, perché ha concentrato tutte le attenzioni sulla mente
razionale. Solo in questi ultimi anni le ricerche stanno gradualmente
cambiando, si sta superando l’atteggiamento di considerare la vita mentale
emotivamente piatta, scarsamente rilevante e poco significativa.
Si è cominciato a riconoscere il ruolo
essenziale del sentimento nel pensiero, il potere delle emozioni nella vita
mentale, come nondimeno a riconoscere i vantaggi che esse comportano. Oggi
la pedagogia e la psicologia concordano nel sottolineare che non esiste un
unico tipo monolitico di intelligenza: già Gardner nel 1983 aveva
individuato sette varietà fondamentali d’intelligenza: oltre a quella
verbale e logico - matematica, i due tipi standard su cui la scuola e le
istituzioni educative hanno tradizionalmente puntato, Gardner individuava
un’intelligenza spaziale (quella che si può esprimere in un artista),
un’intelligenza cenestesica che si può esprimere nella danza o nella
fluidità dei movimenti; un’intelligenza musicale; individuava inoltre
l’intelligenza interpersonale, ossia la capacità di comprendere lo stato
d’animo degli altri e le loro motivazioni e di interagire positivamente con
gli altri. E’ stata infine concettualizzata un altro tipo di intelligenza
individuale, quella intrapersonale, che è la chiave per accedere alla
conoscenza di sé e ai propri sentimenti, quindi non solo capire lo stato
d’animo dell’altro, ma conoscere quello che soggettivamente viene
sperimentato (“ciò che io provo”).
Da questa evoluzione del concetto
d’intelligenza, si è giunti nell’ultimo periodo a parlare di intelligenza
emotiva: sentimento e mente vengono unite insieme.
La convinzione teorica che possano
esistere una vasta gamma di varietà d’intelligenza, abbinata alla conoscenza
pratica degli strumenti per riconoscere le diverse forme e per farle
evolvere, porta a valorizzare le potenzialità difformi ed originali dei
processi espressivi e maturativi in tutti gli interlocutori del processo
educativo. Anche i minori che rischiano di essere stigmatizzati e svalutati
a partire da un concezione monolitica e standardizzata di intelligenza e di
finalità educativa, possono essere sollecitati in modo vivo e creativo a
scoprire e a far emergere l’intelligenza specifica di cui sono portatori e
l’intelligenza emotiva che esiste comunque dentro di loro, cioè la capacità
potenziale di armonizzare il pensiero e con la vita affettiva ed emotiva.
4. I PRINCIPI E LE FUNZIONI
DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA
E’ massicciamente diffuso nella cultura
sociale un pregiudizio negativo nei confronti della vita emotiva, vista
esclusivamente come un fattore di disturbo e di interferenza negativa nei
confronti dei processi valutativi e decisionali. La cultura
dell’intelligenza emotiva afferma invece che emozioni e sentimenti sono
anche e soprattutto una risorsa.
Come è possibile incanalare l’emozione
verso un fine concreto e produttivo? Goleman ci aiuta a dare una risposta al
quesito individuando cinque funzioni che compongono l’intelligenza emotiva:
Conoscenza delle proprie emozioni:
ovvero l’autoconsapevolezza - la capacità di riconoscere un sentimento nel
momento in cui esso si presenta -. Parafrasando lo psicologo John Mayer,
essere consapevoli di sé significa essere “consapevoli sia del nostro stato
d’animo che dei nostri pensieri su di esso”. L’autoconsapevolezza è
fondamentale non solo per la comprensione psicologica, ma anche per la
crescita educativa: l’educatore di comunità o di territorio, l’operatore
impegnato nell’intervento socioeducativo, l’animatore del centro di
aggregazione giovanile possono trarre grande vantaggio nella loro attività
dallo sviluppo della capacità di riconoscere e di mettere in parola i
sentimenti indotti dalla relazione educativa al fine di poter trasmettere
un’analoga capacità ai destinatari dell’intervento.
Controllo delle emozioni:
ovvero la capacità di controllarle per far sì che esse siano appropriate.
Alcuni pensatori antichi la chiamarono temperantia: è l’equilibrio,
non la soppressione delle emozioni. Ogni sentimento ha un suo significato.
L’arte di tranquillizzare e confortare se stessi, è una capacità
fondamentale nella vita. Winnicott la considerava uno degli strumenti
psichici più essenziali. Solo un educatore capace di sperimentare un
controllo sano delle emozioni potrà sollecitare una competenza analoga nello
sviluppo del soggetto in età evolutivo.
Motivazioni di se stessi:
ovvero il motore interno che ci spinge a mettere in atto tutta una serie di
comportamenti che consentono il raggiungimento dello scopo. Abbiamo visto
che riconoscere e controllare le emozioni sono abilità fondamentali per
incanalare le stesse verso un fine produttivo. In ogni istituzione sociale,
scolastica ed educativa è di fondamentale importanza attivare le energie e
le motivazioni dei soggetti in età evolutiva e l’intelligenza emotiva è
l’atteggiamento più produttivo in questa direzione.
Riconoscimento delle emozioni altrui:
ovvero l’empatia, la capacità di sentire dentro, di avvertire lo stato
emotivo dell’altro. Si tratta di ascoltare i vissuti emotivi dell’altro (che
non sono i nostri), di rispecchiarli, di comprenderli mentalmente e se
necessario, di metterli in parola. Sentirsi ascoltati da un punto di
vista emotivo dalla persona che abbiamo accanto ci aiuta molto. E’
fondamentale per un bambino sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia
dell’altro, che sono accettate e ricambiate in un processo che Daniel Stern
chiama “sintonizzazione”. Attraverso la sintonizzazione, il bambino dopo gli
otto mesi di vita, inizia a sviluppare la percezione che gli altri possono e
vogliono condividere i suoi sentimenti. La prolungata assenza di sintonia
tra genitori e figli, presumibilmente porta il bambino ad evitare di provare
ed esprimere le proprie emozioni.
Gestione delle relazioni:
ovvero la capacità di interagire positivamente con le persone, di trattare
con efficacia le interazioni, i conflitti, i problemi comunicativi e
relazionali con gli altri. Si tratta di un’abilità molto importante che
aumenta la competenza sociale e professionale, dal momento che ogni
significativa relazione sociale ed educativa presenta quotidianamente
conflitti e problemi. Nell’attività scolastica, nel lavoro sociale e
nell’intervento educativo affrontare i conflitti che coinvolgono nei modi
più vari i bambini e gli adolescenti è incombenza quotidiana ed ineludibile
e l’intelligenza emotiva può aiutare l’insegnante, l’educatore e l’operatore
nel gestire questo compito.
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