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Liberare le emozioni per imparare a regolarle. Liberare le emozioni non significa puntare a sfogarsi o a perdere il controllo. Occorre aiutare gli adolescenti a liberare le emozioni dall’analfabetismo emotivo, dalla gabbia delle incomprensioni, dei giudizi doveristici e colpevolizzanti, che condannano prima di capire, dalle logiche che assolutizzano il principio di prestazione. Il rispetto delle emozioni, il dialogo con le emozioni, l’autoconsapevolezza emotiva fondano l’autocontrollo, un autocontrollo sano e non soffocante, di cui l’adolescente ha grande bisogno (Salovey e Meyer, 1990). Per Siegel (“La mente adolescente”) l’adolescenza è un po’ una “ristrutturazione” dell’individuo che da fanciullo, cambia pelle, struttura, centri di controllo, per diventare adulto. E la consapevolezza delle emozioni (Siegel, “Mindsight”) è un energia fondamentale per portare avanti ristrutturazione.b-boying-413726_640dentro L’ adolescenza è proprio quella fase: la fase  in cui il corpo muta, la  mente e il cervello  subiscono un’evoluzione  epocale. Dal punto di vista  fisico il cervello si  ristruttura abbandonando certi aspetti e creando nuove connessioni. I cambiamenti in atto nel cervello spiegano molti dei comportamenti aggressivi, dissoluti, incoscienti, da branco, che spesso attribuiamo agli adolescenti. Gli accessi d’ira, le crisi di ansia o l’anelito alla sfida dell’adolescente possono essere placati con lo sviluppo dell’intelligenza emotiva (Goleman, 1995) Possiamo aiutarli a superare e gestire le emozioni impetuose aiutandoli a “dare un nome” a ciò che sentono. Il solo dare un nome alle proprie emozioni, attiva la parte del cervello deputata al controllo delle emozioni e del corpo: la corteccia prefrontale, aiutando l’individuo ad integrare quell’emozione e ad avere uno strumento per riprendere il controllo di sé.In base alla logica dell’intelligenza emotiva non ci sono emozioni giuste o sbagliate (Gotman, 1997). Non ci sono emozioni negative. E’ un principio fondamentale con gli adolescenti! Ansia, paura, tristezza, rabbia, colpa sono di per sé emozioni protettive, hanno potenzialmente una funzione adattativa. Diventano emozioni negative e rischiose quando non sono pensate e non sono “parlate”, quando generano un “sequestro emozionale”, quando non sono mentalizzate, riconosciute, espresse, negoziate.

Nell’adolescenza emozioni e affetti sono particolarmente intensi e carichi di significato come il desiderio dei grandi cambiamenti, della piena autonomia e delle grandi amicizie e dei primi amori. Tutte le emozioni hanno una loro funzione (Pietropolli Charmet, 2009). L’adolescenza induce a mettersi in mostra, a divenire visibili: quanto più sono elevate le aspettative nei confronti delle prestazioni sociali, tanto più è facile provare paura di sbagliare, di non essere all’altezza, e quindi vergogna per l’esposizione del Sé al giudizio altrui. La tristezza è invece legata all’abbandono delle sicurezze dell’infanzia, al rimpianto per il bambino che non c’è più.

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1. Contro la solitudine e la sfiducia

Il Servizio d’ Ascolto per gli studenti è un grande investimento contro la solitudine che caratterizza la condizione di molti preadolescenti ed adolescenti che si trovano spesso in famiglia ( e nelle altre istituzioni educative ) una grande barriera alla comunicazione del disagio. Preadolescenti ed adolescenti s’imbattono quotidianamente con atteggiamenti di genitori ed educatori, caratterizzati dalla fretta, dall’affanno, dall’ansia di prestazione, dalla tendenza giudicante, piuttosto che dalla disponibilità all’ascolto.

Nelle nostre famiglie (e nelle nostre istituzioni) si parla poco di sentimenti. Tutto ciò che riguarda il disagio, o la relazione interpersonale, che riguarda la violenza, la sessualità, la morte, la malattia, l’handicap, il conflitto (anche fra i genitori), spesso è mascherato massicciamente e non è fatto oggetto di un dialogo sincero e costruttivo tra le generazioni. Spesso queste tematiche, per le forti connotazioni emotive che possono sollecitare, sono addirittura negate o tabuizzate. Questo silenzio produce situazioni problematiche, comportamenti conflittuali o violenti, che si possono riversare nella scuola, passaggi all’atto che danneggiano l’evoluzione dei figli, la socializzazione, l’apprendimento.

Nelle nostre famiglie e nelle nostre istituzioni, nelle relazioni fra adulti e minori e nelle relazioni tra gli stessi adulti spesso l’accento è posto sulle prestazioni, sulle cose da fare (“fare soldi”, “fare carriera”, “fare i compiti”, “fare le ferie”, “fare la spesa”…), sugli obiettivi da raggiungere: aspetti certamente importanti, ma che è rischioso scindere – come invece succede spesso – dalla dimensione del dialogo, dall’esigenza di comunicazione degli aspetti e dei problemi emotivi in famiglia.

Quando i ragazzi hanno accumulato varie esperienze di delusione e frustrazione del proprio bisogno comunicativo di fronte all’atteggiamento poco aperto e disponibile dei genitori e degli adulti in genere, tendono a costruirsi una corazza fatta di sfiducia e diffidenza nei confronti del mondo adulto, fatta di paura di andare incontro a nuove risposte negative e frustranti alla comunicazione delle proprie difficoltà, delle proprie debolezze, dei propri bisogni emotivi.

I ragazzi tendono così a chiudersi, a negare i propri problemi con atteggiamenti di onnipotenza, di negazione, di sfida o di provocazione, a vivere ansie e conflitti da soli, a rinunciare all’elaborazione mentale e riflessiva dei problemi, cercando di ricorrere a degli agiti, a delle scorciatoie rischiose o sintomatiche (comportamenti di tipo provocatorio, ribellistico, trasgressivo, distruttivo ed autodistruttivo…) per reagire alla incapacità e all’impossibilità di pensare, di comunicare di mettere in parole i problemi.

Il Servizio d’ascolto per studenti parte dal presupposto che se viene costruito un clima di confidenza, di accoglienza, di non giudizio, di disponibilità a dialogare, noi sollecitiamo inevitabilmente i bambini e i ragazzi ad esprimere i motivi del loro disagio, piccolo o grande che sia. É importante sottolineare il fatto che i bambini e i ragazzi hanno voglia di parlare delle più ampie e differenziate tematiche del disagio che li toccano da vicino.

Ovviamente è frequente trovare con il crescere dell’età degli adolescenti atteggiamenti di scherno e banalizzazione nei confronti dei problemi, di chiusura, diffidenza, mutismo selettivo nei confronti degli adulti. Quest’atteggiamento è spesso il risultato di grandi frustrazioni comunicative che si sono sedimentate nella mente dei ragazzi, ma non dimostra certo la loro indisponibilità assoluta e la loro chiusura definitiva alla comunicazione e all’elaborazione dei problemi.

Quando questi adolescenti “chiusi” o “bloccati” incontrano un adulto che assume un atteggiamento di disponibilità empatica e di ascolto non giudicante, possono spesso riuscire a percepire nuovamente quel bisogno (che era stato rimosso, ma non era certo stato soppresso) di apertura comunicativa e di confronto con il mondo adulto. Occorre ricordare che la comunicazione tra adulti e soggetti in età evolutiva nasce primariamente dalla responsabilità dell’adulto e dalla sua posizione di disponibilità all’ ascolto. Più in generale la comunicazione prende avvio non dalla bocca di chi parla, ma dall’orecchio di chi ascolta.

La comunicazione è favorita attraverso un atteggiamento competente che evita i giudizi, le interpretazioni, le consolazioni, le spiegazioni razionali, i consigli, i rimproveri formulati in modo precipitoso, come modalità difensiva rispetto all’ascolto accogliente e alla condivisione empatica delle comunicazioni del ragazzo. Thomas Gordon ha elencato ben dodici forme di interventi scorretti che costituiscono vere e proprie barriere all’ascolto, ostacolando, bloccando o addirittura distruggendo l’intento comunicativo del bambino o dell’adolescente.

In quest’ottica è fondamentale la competenza emotiva ed empatica dello psicologo che gestisce il Servizio d’ascolto per studenti.

Se noi diamo ai ragazzi la possibilità di esprimersi, aiutandoli a parlare dei loro sentimenti e dei loro disagi, con un ascolto che dia tempo, accettazione e disponibilità, possono emergere nei nostri interlocutori grandi e positive risorse comunicative ed elaborative, inimmaginabili sulla base dei precedenti atteggiamenti difensivi o provocatori dei ragazzi.

L’ascolto è la grande risorsa della prevenzione, che permette la rielaborazione del disagio e del maltrattamento. Un ragazzo che vive una situazione di disagio, di solitudine, di depressione o addirittura di violenza ha dentro di sé una grande ed insopprimibile voglia di comunicare, anche se, nei casi peggiori, in molti luoghi della sua mente ha perso fiducia in sé stesso, nel futuro, nel mondo degli adulti circostanti e nella stessa possibilità di comunicare. La voglia di comunicare tuttavia è una tendenza psico-biologica degli esseri umani: può essere scoraggiata e frustrata, ma non può essere cancellata dalla mente umana. Anche il bambino o il ragazzo più disperato può forse ritrovare una speranza di comunicare a fronte di un coerente atteggiamento di disponibilità all’ascolto. Vale la pena ricordarci che quando noi adulti stiamo male e non parliamo, spesso non è perché non vogliamo affatto comunicare, ma è perché non ci fidiamo di coloro che ci circondano. Possiamo riscontrare in tutti noi una tendenza psichica profonda a mettere in parola il nostro disagio, purché ci sia l’ambiente o l’interlocutore che, invece di giudicare e pontificare, assuma nei nostri confronti una posizione di vicinanza e di disponibilità: in questo caso ci viene voglia di parlare.

Il Servizio d’ascolto per Studenti vuole dunque essere un luogo di ascolto empatico dove tentare di riattivare il bisogno dei ragazzi di comunicare con gli adulti.

2. Finalità del servizio di ascolto per studenti

Obiettivo principale è accogliere le richieste di ragazzi in difficoltà, prevenendo o rispondendo a situazioni di disagio che possono ripercuotersi negativamente nella vita scolastica e sociale dei ragazzi .

Il Servizio d’Ascolto intende essere uno spazio in cui offrire ai ragazzi la possibilità di far emergere, con l’aiuto di uno psicologo, desideri, conflitti, ansie, dubbi, timori, difficoltà che possono venire in prima istanza accolte, legittimate e condivise, rendendo possibile in un secondo momento l’individuazione di strategie che possano risultare efficaci per la risoluzione dei problemi posti.

Per la realizzazione del progetto verrà utilizzato come strumento elettivo il colloquio individuale e di sostegno. Nei casi in cui lo ritenga necessario il consulente potrà indicare alcune risorse esterne alla scuola, nei Servizi del territorio, che possano fornire al ragazzo un aiuto più specialistico e continuativo.

L’adolescenza è una fase del ciclo di vita in cui il cambiamento è particolarmente intenso e riguarda non solo il corpo ma anche la mente: cambiano velocemente ed intensamente i desideri, i pensieri, le opinioni. Caratteristica comune ai giovani in questa fascia d’età è la fatica a trovare significato e riconoscimento di se stessi e dei propri bisogni e desideri, come pure a proiettarsi in un’identità futura.

L’adolescente si trova a dover affrontare e adempiere a numerosi compiti evolutivi tra cui il principale è proprio quello di integrare le molteplici trasformazioni per costruire una nuova immagine di sé.

Nell’affrontare questi compiti il ragazzo può sentirsi confuso e disorientato; a questa situazione di caos spesso si unisce la difficoltà a comunicare e condividere le proprie esperienze. I genitori diventano infatti figure di riferimento che i ragazzi tendono, proprio in questo periodo, a non prediligere più come “confidenti”. Altri adulti di riferimento possono essere gli insegnanti con i quali però la relazione personale può risultare difficoltosa per l’aspetto di valutazione implicito nel ruolo stesso di docente.

Allo scopo di facilitare lo studente nella comunicazione delle proprie esperienze di crescita e delle proprie difficoltà, si propone dunque la presenza di una figura professionale, come quella dello psicologo, che si ponga come interlocutore adulto esterno al mondo scolastico e familiare, con la funzione di operare un ascolto delle problematiche di cui lo studente è portatore.

Nel suo significato autentico il termine “ascolto” rinvia all’idea di offrire un servizio a qualcuno, manifestando la propria disponibilità soggettiva a ricevere e ad accogliere dentro di sè le comunicazioni sia verbali che emotive che questi ci invia. L’atteggiamento di ascolto è un atteggiamento essenzialmente mentale, che si esprime tuttavia, sul piano verbale, nella disponibilità dialogica e, sul piano extra-verbale, nella postura, nei gesti e nei toni della comunicazione, nella scelta dello spazio, del tempo che dedichiamo all’ incontro, nella possibilità di darvi continuità. L’ascolto si definisce nella capacità di recepire quanto l’altro si sente in quel momento di manifestare.

É molto frequente che come adulti tendiamo ad ascoltare poco gli altri, tendiamo piuttosto a valutare, incasellandoli in alcune categorie che ci detta l’esperienza: in questo caso udiamo solo ciò che conferma i nostri presupposti. Spesso inoltre, nei contatti della vita quotidiana, ascoltiamo solo apparentemente, perché in realtà siamo immersi nei nostri pensieri o distratti dalle nostre preoccupazioni: attuiamo cioè una comprensione superficiale, giocata a livello razionale, magari anche corretta formalmente, ma non per questo capace di garantire empatia e capacità di restituzione significativa al nostro interlocutore che può rimanere solo con il suo problema e con i suoi vissuti.

Talvolta noi adulti evitiamo di avvicinarci con la parola alla situazione esistenziale problematica del minore, perchè temiamo di disturbare, di essere intrusivi, di danneggiare.

In realtà i ragazzi, come del resto gli adulti, hanno un bisogno immane di parlare di sè e dei propri problemi, però si autorizzano a farlo soltanto nel momento in cui si confrontano con un adulto che manifesti la propria disponibilità ad ascoltarli e che cerchi di entrare in sintonia con il loro stato d’animo in tutte le sue risonanze emotive, da quelle negative legate all’aggressività e alla sofferenza, a quelle positive legate alla gioia e al benessere.

Soltanto in presenza di un adulto competente e disponibile all’ascolto il ragazzo si autorizzerà a parlare di sè e delle proprie difficoltà, esplicitando ciò che lo preoccupa, ciò che lo angustia, ciò che gli procura disagio e sofferenza.

Se poi prendiamo in considerazione l’ipotesi estrema che il problema del ragazzo sia conseguenza di un maltrattamento o abuso, vale la pena ricordare che proprio l’impossibilità di comunicare e di condividere la propria drammatica esperienza, insieme alla difficoltà a mettere in parola il trauma subito, rappresenta il principale fattore responsabile della continuazione dell’abuso e di tutta la sofferenza che ne deriva .

3. Tematiche e contenuti del servizio di ascolto per genitori

In alcune famiglie possono a volte prevalere la rigidità dei miti familiari, la scelta di valori legati più alla cultura dell’avere che a quella dell’essere, l’insistenza sull’immagine ideale o sociale del figlio a scapito dell’attenzione ai bisogni emotivi e alle risorse del figlio, ai problemi relazionali, educativi ed affettivi che egli pone.

Sovente il problema delle regole può diventare un ostacolo nella relazione, vuoi perché le regole sono assolutizzate e irrigidite, vuoi perché vengono sottovalutate e manca una necessaria coerenza educativa: i bambini devono essere aiutati nel loro incontro con l’autorità e con la legge. Se non sono aiutati con il necessario amore e la necessaria autorevolezza, i bambini e i ragazzi rischiano di non superare l’onnipotenza infantile.

Le carenze di identità che i ragazzi evidenziano non trovano spesso nei genitori e negli educatori modelli positivi capaci di comunicazione, di negoziazione, di attrazione.

D’altra parte gli stessi genitori e gli operatori minorili , oltre ad essere trasmettitori di messaggi valutanti o svalutanti nei confronti dei minori, si trovano sempre più ad essere oggetto di valutazione sociale ed istituzionale circa le loro competenze genitoriale o educativa.

Questa situazione può insinuare negli adulti penosi sentimenti di inadeguatezza e di incapacità che possono essere di ostacolo a un approfondimento riflessivo dei propri problemi relazionali con i bambini e gli adolescenti.

Soltanto se gli adulti si coinvolgono in prima persona, percependo l’ascolto comprensivo di un adulto empatico nei confronti dei propri disagi e delle proprie esigenze, possono intuire adeguatamente le tensioni e le esigenze dei minori. Soltanto allora essi possono diventare costruttori ed operatori di una cultura dell’attenzione alle esigenze di affetto e di normatività connesse ai processi di crescita dei minori.

Ovviamente il problema del rapporto tra adulto e minore è un problema molto complesso, la cui valutazione rischia di prestarsi a pericolose semplificazioni, ad errati atteggiamenti interpretativi, a punti di vista squalificanti o fraintendenti, quando invece si rende necessaria la disponibilità attenta e paziente da parte dello psicologo all’ascolto e all’elaborazione dei messaggi provenienti dalla persona che chiede aiuto.

Pertanto la consulenza prestata dagli operatori psicologici ha alle spalle una formazione e una preparazione adeguata che permette di soffermarsi sui diversi aspetti della relazione educativa cogliendone la complessità.

L’approccio dello psicologo deve oscillare fra l’attenzione alla problematica dell’adulto e l’attenzione alla problematica corrispondente dei minori. Un tale approccio può favorire i processi d’identificazione e comprensione da parte del genitori nei confronti di una soggettività (quella del figlio) che resta per molti aspetti “altra” rispetto a quella dell’adulto, ma che proprio per questo motivo necessita di uno sforzo d’identificazione e di comprensione, indispensabile per costruire un atteggiamento di dialogo e di prevenzione.

Questa proposta, rivolta ai genitori, di responsabilizzazione sulle problematiche dell’età evolutiva, non vuole idealizzare modelli inarrivabili e perfezionistici di comportamento adulto nei confronti dei minori, né accompagnarsi a messaggi di condanna (in chiave moralistica o psicologica) o tanto meno rafforzare vissuti di colpa o di inadeguatezza.

Tale proposta al contrario deve essere piena di sollecitudine e di rispetto nei confronti delle difficoltà, delle ansie, degli “errori” dei genitori e degli educatori, piena di fiducia e di valorizzazione nei confronti delle possibilità di cambiamento, nei confronti delle risorse emotive, affettive, intellettive presenti in ogni adulto.

Le consulenze per i genitori possono riguardare le aree più varie del disagio familiare e dei figli. Nei casi riguardanti famiglie in particolare difficoltà (nuclei di genitori separati, famiglie multiproblematiche, al cui interno circola violenza psicologica o fisica) sfociare in interventi coordinati con i Servizi sociali e con la Neuropsichiatria di zona. Con questa scelta operativa si tende ad evitare interferenze e conflittualità, definendo obiettivi e modalità convergenti ed integrate.

I genitori hanno un grande bisogno di essere ascoltati e di essere ascoltati dal punto di vista emotivo. Talvolta l’incontro con una persona capace di ascolto empatico, cioè di accettazione, di disponibilità, di vicinanza emotiva può sollecitare risposte di consapevolezza e cambiamento. L’ascolto dei genitori può produrre stimoli positivi che determinano una circolarità dell’atteggiamento dell’ascolto, i cui effetti si possono registrare nella relazione genitori-figli.

L’ascolto emotivo ed empatico dei genitori deve tenere conto di quattro elementi.

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1) Chi ascolta non deve porsi come super-genitore, non deve assumere un atteggiamento di superiorità e di colpevolizzazione, anche se non rinuncia a creare un clima di riflessione favorevole alla responsabilizzazione e alla messa in discussione.

2) Occorre aiutare i genitori a comprendere i limiti che ogni adulto ha nella capacità di ascolto dei soggetti in età evolutiva. L’ascolto è un impegno gravoso e complesso ed è importante riconoscere i nostri limiti come ascoltatori in quanto individui, istituzioni, famiglie, comunità. Noi non siamo degli ascoltatori perfetti ed ottimali dei bambini.

3) É necessario inoltre sollecitare i genitori a migliorare l’attenzione, nel concreto della quotidianità, al figlio, mettendolo al centro di un interesse rispettoso e tendente al dialogo. Sviluppare una curiosità partecipe e scoprire le potenzialità di cui i i ragazzi sono portatori. Questo non significa scivolare nel permissivismo. Non dobbiamo rinunciare al nostro ruolo di adulti, sapendo dire dei no, dare dei limiti e delle regole, ma sempre in un contesto attento e rispettoso del bambino e del ragazzo.

4) Occorre promuovere la crescita delle competenze emotive dei genitori. L’intelligenza emotiva è la prospettiva culturale su cui il Centro Studi Hansel e Gretel ha sviluppato da anni un approfondimento teorico e una specializzazione operativa. L’intelligenza emotiva è la capacità di mettere in parola i sentimenti. I sentimenti non sono semplicemente una debolezza, che minaccia la nostra capacità logica e comunicativa. Dei sentimenti non bisogna vergognarsi. La vita emotiva è anche e soprattutto una risorsa. Se impariamo ad utilizzarla, la nostra capacità di ragionare, di comunicare, di comprendere i fenomeni e di affrontarli, invece di diminuire, aumenta sensibilmente. Nelle nostre famiglie e nelle nostre istituzioni educative spesso i sentimenti vengono accantonati; le prestazioni vengono affrontate senza costruire dei contesti entro i quali si possa fare riferimento ai sentimenti. Quando i sentimenti, piacevoli e spiacevoli, possono essere oggetto di comunicazione e confronto e le prestazioni e i giudizi non sono enfatizzati, , abbiamo dei contesti educativi dove il disagio può essere espresso e quindi più facilmente individuato, segnalato, affrontato. il ragazzo sente di poter essere accettato con il suo dolore e la sua confusione: non deve tenerseli dentro di sé. E non è poca cosa.

Il seminario di ieri pomeriggio dal titolo: “Sassolini per un dizionario teorico ed operativo sul trauma”, si colloca a conclusione del progetto “Alle Radici”, finanziato dalla Fondazione CRT.

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E’ un progetto a cui noi abbiamo creduto e crediamo davvero molto, è una nostra priorità continuare a cercare aiuti finanziari che ci permettano di aiutare soggetti che non avrebbero altre possibilità per potersi concedere di rielaborare ciò che hanno vissuto e potersi finalmente orientare verso un futuro diverso che possa offrirgli nuove possibilità.

Non posso non ricordare oggi Claudio Bosetto, colonna portante per il Centro Studi Hansel e Gretel, presidente per oltre 10 anni, mancato improvvisamente solo pochi mesi fa. Il progetto Alle Radici era un suo gioiellino, non faceva altro che pensare e cercare possibilità per fare in modo che questo progetto non volgesse al termine, ma che potesse durare nel tempo. Aveva a cuore questo progetto proprio perché aveva a cuore tutti quei bambini e adulti di oggi che sono stati traumatizzati e a cui la vita non offre nemmeno la possibilità di poter curare quel trauma. Ed è stato proprio il suo cuore il suo grande cuore che all’improvviso ce l’ha portato via. Ma Claudio, il tuo cuore continua a battere dentro di noi e ora spetta a noi provarci.

Ebbene credo sia opportuno chiarire alcuni principi guida del progetto:

  • Innanzitutto: a chi si rivolge? Chi sono i destinatari? Si rivolge a bambini e adulti vittime di esperienze traumatiche appartenenti alle cosiddette fasce deboli che non vuol dire altro che soggetti con un reddito economico davvero molto basso che in alcun modo gli permetterebbe di potersi prendere cura della propria sofferenza.
  • Qual è l’idea fondante? La nostra certezza è che curare il trauma sia possibile! Occorre superare il luogo comune rispetto al passato secondo il quale bisogna metterci una pietra sopra!. Per lasciare il passato al passato bisogna elaborarlo, bisogna evitare di metterci una pietra sopra. Occorre superare l’illusione che il tempo è la cura dei tutti i mali. Bisogna trovare ambienti consapevoli, testimoni attenti e soccorrevoli disposti ad ascoltare e a riattraversare con noi il male. Lasciarsi indietro il passato è un punto di arrivo di un percorso rielaborativo, non può essere solo frutto di un atto volontaristico (“decido di non pensarci più”). Posso decidere di dimenticare piccoli dolori, piccole sofferenze, allora sì posso non pensarci più e la rimozione ha una sua utilità, ma non di certo posso applicare questa logica al lutto di un genitore, all’abuso di un padre, all’.

  • il Centro Studi Hansel e Gretel dedica un particolare approfondimento alla psicoterapia di bambini vittime di violenze e di adulti con traumi infantili, integrando nel proprio approccio clinico metodologie specialistiche quali l’EMDR, la mindfulness e  lo psicodramma e l’autobiografia, riconosciute ed utilizzate dalla comunità scientifica come efficaci strumenti di cura degli effetti patogeni delle esperienze traumatiche. Non mi soffermo sulla spiegazione di queste tecniche perché fanno parte delle voci del dizionario approfondite da Evelin Ramonda, Nadia Bolognini e Claudio Foti.
  • Abbiamo già detto che studi scientifici ed esperienze cliniche dimostrano che curare i traumi è possibile e per fare questo è indispensabile consentire alla vittima di superare  gli eventi i traumatici e i sentimenti a questi associati attraverso un lavoro di analisi dove il terapeuta accetta di “attraversare” il vissuto del paziente. Riattraversare il trauma è un viaggio di andata e ritorno all’inferno in cui il terapeuta prende per mano il paziente e viaggia con lui. Sottolineo dunque che c’è un ritorno dall’inferno perché dal trauma si può uscire.

Sottolineo alcuni dati del progetto “Alle radici”: sono stati finora coinvolti 15 pazienti per un totale di 286 ore. Speriamo di trovare altre risorse per poter dare una risposta ad altre persone bisognose di riattraversare il proprio passato traumatico per realizzare un futuro più sereno.

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Il Centro Studi Hansel e Gretel ha avviato il progetto “Alle radici” con un piccolo finanziamento e con un forte apporto di risorse volontarie per offrire un pacchetto di psicoterapie gratuite a soggetti traumatizzati e appartenenti a fasce di popolazione economicamente svantaggiate. Abbiamo voluto offrire una concreta possibilità, alle persone vittime di esperienze traumatiche, di ritrovare fiducia nelle proprie risorse rigenerative.
Il progetto “Alle radici” ha tentato di dimostrare concretamente che curare il trauma è possibile, attraverso l’offerta gratuita o a casto sociale di percorsi psicoterapeutici individuali e di gruppo a soggetti economicamente svantaggiati.
Si valuta che oggi la prevalenza lifetime del Disturbo post-traumatico da stress (PTSD) in una popolazione normale sia del 7,8% (Epidemiological Data – National Center for Post-Traumatic Stress Disorder). Eppure, a dispetto dell’allarmante rilevanza del fenomeno, il PTSD è ancora scarsamente riconosciuto e trattato.
Il ruolo delle esperienze traumatiche non elaborate – soprattutto delle esperienze traumatiche che si verificano nell’infanzia e nell’adolescenza – è una componente capace di incidere tanto nelle varie patologie mentali quanto nei percorsi di devianza sociale e comportamentale è ancora oggi ignorato e raramente è fatto oggetto di attenzione preventiva.
Da venticinque anni il Centro Studi Hansel e Gretel ha dedicato un particolare approfondimento alla psicoterapia di bambini vittime di violenze e di adulti con traumi infantili o con traumi di varia natura, integrando nel proprio approccio clinico psicodinamico metodologie specialistiche (tra cui l’EMDR) riconosciute dalla comunità scientifica internazionale come efficaci strumenti di cura degli effetti patogeni delle esperienze traumatiche.

LUNEDI’ 29 GIUGNO SEMINARIO CONCLUSIVO DEL PROGETTO “ALLE RADICI”

Vae victis! È una locuzione latina che letteralmente significa Guai ai vinti!
Oggi potremmo dire: “Guai ai soggetti deboli! Guai ai soggetti traumatizzati!”

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Storicamente i soggetti traumatizzati, in quanto costretti a sperimentare una specifica vicenda di impotenza e di radicale perdita di controllo in una condizione di isolamento, tendono ad essere colpevolizzati, stigmatizzati, psichiatrizzati, non compresi, non curati e non aiutati.

I soggetti traumatizzati rappresentano, personificano ed evocano la fragilità e la debolezza della condizione umana, ricordano alla comunità sociale quanto questa condizione sia strutturalmente esposta al cambiamento brusco, imprevedibile, lesivo e al confronto con l’ingiustizia, con la fragilità e con la morte. Per questo la comunità sociale tende a voltarsi dall’altra parte di fronte alla sofferenza dei soggetti traumatizzati.

Il trauma sollecita atteggiamenti di distacco emotivo e di insensibilità oppure di curiosità sensazionalistica e non partecipe; è un’esperienza sconvolgente e destrutturante che tende non solo a confondere e debordare la capacità mentale dei soggetti traumatizzati, ma anche a disorientare e ad allontanare la mente di coloro che sono chiamati ad aiutare e curare le vittime. La stessa comunità scientifica ha fatto e fa fatica a sintonizzarsi con le esigenze di ascolto e di cura dei soggetti traumatizzati. Solo nel 1980 è stata elaborata la diagnosi di “Disturbo post-traumatico da stress” grazie ad una nuova attenzione all’emergente sofferenza dei reduci dal Vietnam, delle donne vittime di stupro, dei bambini vittime di abusi.

Ricerche retrospettive in tutte le parti del mondo evidenziano le dimensioni massicce delle vittimizzazioni traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza. Da un’indagine dell’ISTAT su un campione di 25 mila donne si può dedurre il dato sconvolgente che possono essere sei milioni e settecento mila le donne che in Italia hanno subito contemporaneamente situazioni di violenza fisica e sessuale nel corso della vita e che un milione e quattrocento mila possono essere le donne che hanno subito una violenza sessuale prima dei 16 anni.1 Dati tanto allarmanti, che dovrebbero suscitare un’ondata di sdegno collettivo, una forte spinta alla riflessione e all’assunzione di responsabilità, ferme prese di posizioni istituzionali e politiche, rischiano invece di passare sotto silenzio e di scivolare nel dimenticatoio.

Il trauma è un’esperienza che tende a debordare la capacità di pensare del contenitore mentale delle vittime e pertanto è un’esperienza che richiede la comprensione empatica e la vicinanza nei confronti dei vissuti di impotenza, dolore, confusione, rabbia sperimentati e spesso accantonati dalla vittima. E’ necessario per la cura che qualcuno sia disponibile a condividere con la vittima un’esperienza destrutturante senza difendersi e senza scappare via. Ma l’ascolto e la vicinanza risultano risorse scarse.

In conclusione la tendenza socialmente e psicologicamente dominante è quella segnata da un grave deficit di ascolto e di accoglienza delle istituzioni pubbliche, sociali e sanitarie, e spesso delle stesse psicoterapie, nei confronti della sofferenza del soggetto traumatizzato.

Il progetto “Alle radici” ha fornito nel 2014 e nei primi mesi del 2015 alcune psicoterapie gratuite a bambini ed adulti traumatizzati. Lo sviluppo di questo progetto tenterà di coinvolgere le istituzioni sanitarie pubbliche nella realizzazione di questo progetto; intenderà inoltre sollecitare la comunità sociale e politica a mettere in discussione la propria lontananza dai bisogni dei soggetti traumatizzati alimentando una cultura che preveda azioni di largo respiro e interventi continuativi nel tempo attraverso la sinergia tra pubblico e privato. Se il progetto troverà le risorse per proseguire cercherà di sviluppare un’iniziativa culturale di solidarietà e sostegno a favore di tali soggetti, capace di sollecitare l’interesse di soggetti pubblici e privati al fine di garantire l’autosostenibilità nel tempo del progetto stesso.

1 Indagine Multiscopo sulla Sicurezza delle Donne (Istat – Dip. Pari Opportunità), 2006.

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Roberto Bianco e Anna Maltese terranno oggi una lezione agli allievi del Master Gestione e sviluppo dell’intelligenza emotiva  sul tema  Autobiografia e dispositivi autobiografici” Qui seguito uno stralcio di un articolo tratto da “L’autobiografia come crescita cognitiva ed emotiva dell’operatore nella relazione di aiuto” di Roberto Bianco, Anna Maltese, tratto dalla dispensa Autobiografia ed intelligenza emotiva, edita nel 2012 da Sie (richiedibile al Centro Studi Hansel e Gretel).

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Autobiografia e dispositivi autobiografici

 

L’autobiografia intesa come “scrittura di sé” può apparire una attività di facile accesso e per certi versi lo è, perché si avvale di strumenti che possediamo realmente ovvero la memoria e la scrittura, ma se intendiamo l’autobiografia come percorso formativo e/o come strumento di lavoro, di crescita, di cura di sé andiamo un po’ oltre la superficie e scopriamo che è uno strumento metodologico di grande spessore che chiama in causa, oltre alla memoria e alla scrittura, anche altre facoltà cognitive:

    • l’introspezione e l’incontro con la molteplicità dell’io,

    • la narrazione come particolare forma di pensiero strutturante e rischiarante,

    • il pensiero associativo,

    • la riflessione (analisi critica)

    • l’esercizio della creatività.

Risultato del lavoro autobiografico non è solo una storia di vita, in quanto cronaca di cose accadute, ma una rivisitazione della nostra esistenza che ci consente di scoprire nuovi significati ed eventualmente di riprogrammare il futuro.

Si parla di autobiografie e non di autobiografia in quanto è indispensabile, per accedere ad una sintesi finale significativa, compiere un lungo e complesso lavoro propedeutico basato su stimoli che indirizzino la memoria, la ricognizione e la conseguente scrittura verso temi, ambiti, direzioni analitiche scelte tra le infinite possibilità esistenti in tal senso.

Il lavoro propedeutico può portare alla scelta della scrittura di una autobiografia incentrata su una delle apicalità dell’esistenza (vita affettiva, lavoro, esperienze ludiche, storia delle perdite, delle mancanze dei lutti, dei dolori significativi); quando tale lavoro propedeutico viene svolto in gruppo, grazie alla reciprocità dell’ascolto, serve a comprendere la complessità e la ricchezza del compito autobiografico e ad intravederne gli obiettivi di conoscenza di sé (esercizio di consapevolezza), di risignificazione (rielaborazione maturativa), di accettazione della molteplicità che ha costruito il nostro essere qui e ora (i molti io che siamo stati e che siamo) e di rigenerazione del progetto di sé.

Esercitare la scrittura autobiografica in gruppo significa lavorare sui nostri strumenti e processi cognitivi e sulla gestione delle nostre emozioni

Sul piano cognitivo e sul piano emotivo il lavoro autobiografico in gruppo è una costruzione di sapere, che è sapere centrato sulla conoscenza della propria mente. Si ottiene attraverso le tre fasi in cui si è soliti dividere l’attività autobiografica:

    • un fase di ricognizione in cui si punta soprattutto ad incentivare il ricordo e i ricordi

    • una fase di costruzione e di co-costruzione di qualcosa insieme al gruppo

    • una fase di riflessione con un riesame dei documenti prodotti.

2.1 ricognizione (memoria, narrazione)

L’attività ricognitiva consiste in un percorso mnestico e in una operazione narrativa che mette in correlazione il processo mentale da cui origina il racconto dei singoli episodi con il processo mentale che produce generalizzazioni.

La ricognizione consente il recupero dei ricordi, ma per attuare tale recupero si utilizzano anche dei dispositivi che facilitino il riaffiorare del ricordo.

2.2 dispositivi

Moltissimi episodi sono annidati nella nostra mente, ma per affiorare necessitano di stimoli i quali potranno essere di natura e di intensità variabile a seconda dell’obiettivo che ci proponiamo.

Facciamo l’esempio di un dispositivo molto semplice “la mia vita in 5 minuti”

Si richiede di prendere un foglio e una penna, di scrivere, senza pensarci troppo, di lasciare che la penna scorra sul foglio, così come viene, raccontando ciò che si vuole. Si chiede poi a qualcuno di leggere quello che ha scritto, e si conclude con un giro di espressione delle emozioni provate.

Un simile dispositivo pone un limite alla narrazione, quello del tempo a disposizione e ciò fa sì che essa si strutturi frequentemente lungo una serie di eventi marcatori che hanno a che fare con le apicalità della vita, con gli eventi significativi.

Vengono prodotte storie ricche di colpi di scena o di contrasti, storie che scaturiscono dal contatto con la gioia, ma anche con il dolore, e con la commozione o l’esitazione di fronte al richiamare questo dolore; comunque con elementi preziosi che comunicano autenticità .

La narrazione anche se contenuta in un arco temporale così esiguo assumerà una forma, attiverà una qualche modalità di organizzazione del materiale e dei contenuti.

Utilizzando un dispositivo ancora più specifico, come per esempio “ Sensi – La memoria del corpo ha costruito pensieri e parole” (in “ Il gioco della vita“ di Duccio Demetrio, pag. 25) in cui si chiede ai membri del gruppo di provare a rievocare liberamente quanto visto, toccato, udito, assaggiato, annusato in periodi diversi della vita, si avrà un vincolo di contenuto anziché di tempo e si favorirà l’evocazione. L’emergere dei ricordi riguarderà un aspetto molto specifico della vita e della storia del narrante, sarà limitato dal punto di vista delle apicalità, ma probabilmente scaturiranno dall’ombra in cui sono confinati un numero infinito di ricordi preziosi che contribuiranno alla ricostruzione e alla risignificazione del percorso di vita.

Ancora diverso può essere lo stimolo offerto da un dispositivo del tipo “Tutte le mie prime volte…” che favorirà l’attivazione di una ricerca selettiva con risultati imprevedibili.

Il dispositivo è dunque uno strumento per attivare la memoria e offrire delle possibilità di ricordo, tuttavia esso stabilisce un vincolo e definisce i limiti del possibile, ci costringe a definirci in rapporto al vincolo stesso. Dal punto di vista emotivo, avere un compito ben preciso può significare l’individuazione di un contesto relativamente protetto e sicuro, come può produrre opposizione a qualcosa che rimanda ad un principio di autorità. In un contesto di lavoro autobiografico di gruppo, ciò che si propone è in genere un dinamismo produttivo che non cede allo spontaneismo, ma non si irrigidisce in prescrizioni troppo vincolanti.

Si utilizzano dispositivi ricognitivi di vario tipo:

  • strumenti di lavoro individuale come per esempio diari e produzione di testi,

  • strumenti di lavoro faccia a faccia come le interviste e i questionari,

  • strumenti di lavoro collettivo come le autopresentazioni e i giochi di interazione a contenuto biografico.

In generale i vincoli proposti nei dispositivi possono essere di contenuto, di forma, di ascolto o di contesto.

Per consentire una maggiore strutturazione della fase ricognitiva è possibile combinare in sequenza alcuni dispositivi di ampio respiro.

Un classico esempio di questo tipo di sequenza che punta a costruire una sorta di architettura della vita potrebbe essere il seguente:

Incipit (la mia vita ha inizio, dispongo di ) che potrà essere sviluppato scrivendo di ricordi di cose (oggetti, volti, rumori,…), di figure che sono state d’aiuto, di antefatti, fatti, o partendo da considerazioni e riflessioni di apertura, vere e proprie premesse generali.

Ruit (la mia vita ha avuto un corso e corre attraversando ..) che potrà comprendere la narrazione dell’educazione ricevuta, la descrizione della famiglia e degli ambienti di vita, degli amici, il racconto delle crisi, delle scoperte, degli incontri significativi, delle passioni.

Exit (la storia della mia vita si conclude a questo punto, almeno per ora ): che potrà enumerare i risultati raggiunti o non conseguiti, le capacità accertate , gli scopi ulteriori, i programmi.

Altro esempio di combinazione di dispositivi in sequenza può essere il seguente:

Si chiede di dividere un foglio in 3 parti e di scrivere nella prima parte “io ero”, nella seconda “io sono” nella terza “io sarò”. Il tempo a disposizione per eseguire la consegna sarà di 5 minuti.

Con questo dispositivo è molto più probabile che vengano sollecitati stili cognitivi diversi rispetto a quelli sollecitati dal dispositivo precedente. Per esempio accade frequentemente che vengano utilizzate delle metafore.

La mente può operare attraverso dei modi e stili diversi, quali quelli individuati da Formenti1 e qui di seguito riportati:

    • NARRAZIONE quando costruisce storie,

    • ORGANIZZAZIONE coordina e connette ricordi, fatti, concetti; genera strutture, forme,

    • METAFORE costruisce analogie,

    • DRAMMATIZZAZIONE privilegia i contrasti, le messe in scena,

    • INFERENZE opera per salti, dissociazioni, scoperte,

    • DESCRIZIONE assegna nomi e qualità agli oggetti.

Riepilogando: ogni dispositivo è un vincolo, ma anche una opportunità perché sollecita:

  • la memoria nelle forme di memoria episodica o semantica

  • uno stile cognitivo piuttosto che un altro

  • una qualche emozione

  • un elemento di autenticità.

1 L. Formenti “La formazione autobiografica” Guerini Scientifica, Milano 2007

“Possiamo occuparsi di autori di reato tenendo a mente le vittime”, mi dice Claudio al telefono. “Ovviamente prima di poterli curare, bisogna fermarli i sex offenders. E c’è ancora tanta impunità. Se il vissuto di onnipotenza e di invulnerabilità che accompagna il comportamento criminale degli abusanti e dei pedofili non viene stoppato, se il loro sentimento di invulnerabilità non va ad infrangersi con il muro della legge, non c’è alcuna cura possibile …”

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E quando sono fermati?, chiedo. Il carcere – mi risponde Claudio – è il luogo ottimale per curare i sex offenders. Sono finalmente a contatto con il loro malessere. Possiamo fare loro una proposta di alfabetizzazione emotiva. Se li aiutiamo a superare la negazione dei loro sentimenti di impotenza, di solitudine, di frustrazione e di angoscia, li aiutiamo a superare la negazione del reato. Se li aiutiamo ad acquistare consapevolezza della gravità di quello che hanno commesso riduciamo i rischi della recidiva e favoriamo il loro recupero.”

Domani a Siracusa, il Coordinamento Italiano dei Servizi Contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia (CISMAI) organizza una convegno dal titolo “ABUSI SESSUALI SUI MINORI: connessioni possibili tra riparazione del trauma e cura degli abusanti. Nodi salienti nelle esperienze delle reti territoriali” presso l’U.O.S. Formazione permanente in viale Empoli n.72.

Sarà una giornata davvero piena!! sono stati organizzati da Luigi Raciti, presidente regionale CISMAI di Sicilia e Calabria, nonché psicologo e psicoterapeuta presso l’NPI di Acireale. L’idea, ci racconta Raciti, nasce da un confronto tra psicoterapeuti che si occupano di terapie su minori abusati in ottica CISMAI e altri terapeuti che invece si sperimentano nel percorso terapeutico su abusanti. Confrontando queste esperienze, infatti, si incontrano forti emozioni, specie quelle più spiacevoli. Così grazie al sostegno della dott.ssa Maria Venusino, responsabile UOS Formazione ASP di Siracusa, che aprirà la giornata del 12, è stata possibile la realizzazione di questo interessante convegno.

All’interno di questa giornata sono stati invitati i rappresentanti delle diverse forze dell’ordine: il dott. Giancarlo Garozzo, sindaco di Siracusa, il dott. Salvatore Brugaletta, direttore generale ASP

Siracusa, il dott. Fulvio Giardina, presidente dell’ordine regionale e nazionale degli psicologi, ancora, il dott. Antonio M. Maiorana, presidente del tribunale di Siracusa e la dott.ssa Maria Francesca Pricoco, presidente del tribunale per i minorenni di Catania, invitati come simbolo di un interesse diffuso per questa problematica.

Ci sarà un primo intervento della dott.ssa Maria Luisa Benincasa, psicologa, responsabile del Centro Armonia, ASP di Palermo e componente del direttivo nazionale Cismai, dal titolo “L’esperienza del Centro Armonia della ASP di Palermo nel lavoro con minori e adulti abusanti”, centro che da anni è attivo.

A seguire ci sarà un intervento di Claudio Foti, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel che da anni si occupa di trattamento su abusati e abusanti, vittime e carnefici. La sua relazione in questo caso si concentrerà sul trattamento dei sex offenders secondo il principio dell’intelligenza emotiva, una visione diversa dai classici trattamenti terapeutici e con anni di esperienza nelle maggiori carceri di Torino e dintorni.

La mattinata proseguirà con una Tavola Rotonda gestita dalla dott.ssa Paola Iacono, neuropsichiatra infantile e direttore U.O.C.NPIA dell’ASP di Siracusa, che avrà come tema “La cura delle vittime e il recupero dei sex offenders: un impegno possibile? un impegno coerente?” e che vedrà intervenire molte diverse figure professionali: la dott.ssa Teresa Tingali, picologa presso Casa di Reclusione

di Augusta e di Siracusa, la dott.ssa Felicia Cataldi, assistente sociale presso Casa Circondariale di Siracusa, la quale interverrà riportando un’esperienza personale intitolata “Il lavoro coi sex offenders nel carcere di Siracusa”. E ancora, l’onorevole Sofia Amoddio, avvocato, componente della commissione giustizia della camera dei deputati, il dott. Andrea Migneco, giudice presso il Tribunale di Siracusa, il dott. Roberto Cafiso, psicologo, direttore del dipartimento di salute mentale dell’ASP di Siracusa. Con questo mix esplosivo di professionisti in ogni ambito professionale la giornata è davvero accattivante!!

Nel pomeriggio sarà Raciti stesso a intervenire per mostrare il rinnovato documento di intesa CISMAI sull’abuso sessuale e subito dopo Claudio Foti parlerà dell’impatto emozionale dei maltrattanti sugli operatori.

Credo che sia una cosa molto positiva avere giornate come questa dove viene resa possibile una discussione aperta su temi così delicati, tra professionisti che spesso non hanno modo di confrontarsi, il dialogo tra essi può risultare molto efficace per un buon funzionamento dei servizi e per affrontare al meglio questa problematica.

giovedì 11 giugno con Claudio Foti

Un’altra occasione di presentazione e discussione sul libro di Claudio Foti e sul rapporto tra educazione e intelligenza emotiva

acireale dentro

La conferenza serale di Acireale, la città dove opero come psicologo e psicoterapeuta in NPI, con notevole coinvolgimento nelle reti di intervento sui maltrattamenti all’infanzia, vuole essere una risposta alla grande interesse suscitato dal Cismai e da uno dei più noti associati, Claudio Foti e il Centro Studi Hansel e Gretel, nelle reti locali e anche in una realtà associativa come quella del Kiwanis, molto attento ai diritti dei minori attraverso azioni e princìpi Unicef, e molto vicino al mondo della scuola. E’ proprio nel teatro in una scuola gestita da soci Kiwanis, collocata in pieno centro storico, che – con la preziosa collaborazione di alcuni ex tirocinanti psicologi, in particolare del dottor Salvatore Fichera che presenterà la serata, – vogliamo far incontrare sui temi dell’intelligenza emotiva, operatori del mondo della scuola e i miei colleghi dei servizi locali che si occupano di maltrattamenti dei bambini. Ritengo che la conferenza incontrerà un clima ed una disponibilità molto calda, direi quasi familiari, e certamente persone molto sensibili ed impegnate a tutelare in concreto i bambini dall’abuso sessuale. E’ questa una città che appena qualche anno fa è scesa compattamente in piazza per schierarsi con le vittime di abusi sessuali, contro il suo presunto autore, un religioso locale molto prestigioso.

http://catania.livesicilia.it/2013/08/11/pulvirenti-la-mia-esperienza-dia-coraggio-ad-altre-vittime_254510/