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Relazione educativa e sofferenza minorile.
L'intelligenza emotiva e la prevenzione del disagio e del maltrattamento.

 

INDICE

1.Presentazione del progetto

1.1.  Aiutare gli insegnanti per aiutare gli allievi

1.2. La scuola come luogo privilegiato di prevenzione

1.3. Comprendere l'emozione per favorire la cognizione

2. Il Centro Studi Hansel e Gretel

3. Obiettivi del Corso e destinatari

3.1. Finalità

3.2. Obiettivi:

4. Metodologia

4.1. Un metodo per coinvolgere e per formare

4.2. Un metodo per comunicare e far crescere

4.2.1. Soggettività

4.2.2. Intelligenza emotiva

4.2.3. Piccolo gruppo

4.2.4. Comprensione e responsabilità

4.2.5. Gioco

4.2.6. Esperienza

5. Struttura del Corso, sussidi e aspetti organizzativi

5.1. Le unità di apprendimento

5.2. Durata

5.3. Materiali

5.4. Costi

 


 

1. Presentazione del progetto

 

 

1.1. Aiutare gli insegnanti per aiutare gli allievi

 

Un aspetto fondamentale della professionalità dell'insegnante consiste nell'impegno ad entrare in relazione interpersonale con gli allievi per stabilire un buon canale di comunicazione utile all'apprendimento, per valutare le potenzialità e le caratteristiche della personalità del bambino, per tentare d'individuare eventuali problemi o difficoltà che possono incidere nei suoi processi di socializzazione, di maturazione e di crescita culturale.

L'insegnante si trova di fronte a soggetti con tratti personologici e psicologici complessi, non facilmente definibili, provenienti da situazioni socioculturali e da storie familiari assai diverse fra loro, rispetto alle quali l'utilizzo di schemi stereotipati si rivela del tutto inutile e controproducente: ogni allievo è portatore di una problematica personale originale con la quale occorre entrare in relazione.

E non si tratta di un compito facile: innanzitutto perché ci si trova di fronte a comportamenti ed atteggiamenti nell'ambito scolastico che solo in parte possono essere comprensibili a partire da quanto accade nel contesto scolastico stesso, derivando per molti aspetti da una rete di relazioni e da un groviglio di esperienze, non di rado conflittuali o addirittura traumatiche (Riva, 1993), groviglio che ha coinvolto e coinvolge il minore al di fuori della scuola e che il minore stesso porta con sé venendo in classe. L'insegnante non conosce a pieno la realtà esistenziale e psicologica che ha condizionato e condiziona l'allievo all'esterno della scuola, anche se si incontra quotidianamente con alcune ripercussioni di tale realtà nel modo di essere e di fare dell'allievo in classe. L'insegnante si muove con inevitabile difficoltà ed imbarazzo nell'interagire con questa realtà, temendo d'interferire o di entrare in conflitto con le competenze educative dei genitori e non riuscendo sempre a costruire una collaborazione adeguata con la famiglia, vuoi per responsabilità o insufficiente interesse da parte della stessa scuola, vuoi perché prevalgono da parte della famiglia atteggiamenti di delega o di chiusura difensiva.

In secondo luogo occorre tener presente che nell'interazione con l'allievo e nel compito di conoscenza della sua personalità la professionalità dell'insegnante è chiamata in causa nelle sue componenti soggettive ed emotive: l'allievo entra in relazione con il docente con atteggiamenti e comportamenti che non coinvolgono soltanto le componenti razionali dell'educatore, bensì, soprattutto, le sue componenti affettive (Salzemberger-Wittemberg, Henry-Polacco, Osborne, 1987).

Il bambino e il ragazzo possono interagire nell'ambito scolastico con l'insegnante, confermandolo o disconfermandolo nel suo ruolo o come persona; ubbidendogli o disubbidendogli; provocando, aggredendo, ferendo il docente stesso o piuttosto gratificandolo, seducendolo o affezionandosi a lui, e con numerosissimi altri possibili atteggiamenti.

L'insegnante stesso è portatore a sua volta di motivazioni e di bisogni legati alla soggettività e all'emotività: egli svolge la propria attività lavorativa non solo per ricevere un riscontro economico, ma anche per raggiungere una migliore definizione e coesione del Sé, cercando di ottenere attraverso il lavoro un riconoscimento del proprio valore nel proprio comportamento di ruolo e di persona.

Va tenuto  presente che l'insegnante è un soggetto umano con i suoi conflitti e con le sue debolezze: può avere maggiore o minore elasticità, capacità di ascolto, di contenimento o di rispetto dei bambini; può essere portatore di particolari bisogni o di particolari debolezze (per es. può sentirsi fragile quando si sente attaccato, ingannato o preso in giro oppure quando viene messo dagli allievi nelle condizioni di poter essere giudicato negativamente dai genitori, dai colleghi o dall'autorità scolastica...).

L'insegnante dunque può diventare il bersaglio di comportamenti che tendono a metterlo in grave difficoltà, ed entrare in situazioni relazionali molto coinvolgenti che lo mettono in tensione e in discussione e che gli possono far sperimentare in alcune occasioni vissuti di rabbia, inquietudine,  impotenza, sofferenza, angoscia, incertezza e colpa, vissuti che l'insegnante non è affatto abituato a mentalizzare e ad utilizzare in un contesto educativo (Francescato et al., 1987).

Tutto ciò in misura direttamente proporzionale da un lato al disagio e alla sofferenza di cui sono portatori i singoli allievi, dall'altro alla tendenza che può talvolta prevalere nell'insegnante stesso a controreagire ai messaggi e alle provocazioni degli allievi, con atteggiamenti difensivi sbagliati e controproducenti, che talvolta possono configurare un vero e proprio maltrattamento psicologico (Mariani, 1993).

L'impegno del docente alla relazione interpersonale con gli allievi risulta in conclusione molto oneroso dal punto di vista del dispendio soggettivo di energie (e ciò nonostante sia poco riconosciuto e valorizzato sul piano sociale ed istituzionale); un impegno di fronte al quale il docente s'affida per lo più a risorse e disponibilità personali senza disporre di adeguati strumenti di sostegno o di verifica, non disponendo peraltro di una preparazione specifica (che in genere né la scuola, né il tirocinio, né l’aggiornamento gli hanno fornito).

Per varie ragioni dunque l'insegnante deve essere aiutato a tener conto della propria soggettività nel compito educativo. Da anni il Centro Studi Hänsel e Gretel è impegnato in un'attività di formazione che tende ad aiutare gli insegnanti ad entrare in contatto con le difficoltà emotive, con le ansie, con le incertezze associate alla relazione interpersonale con gli allievi, in un'ottica che mira non già a colpevolizzare l'educatore, bensì a sostenerlo, a responsabilizzarlo, ad aiutarlo a comprendere meglio il rapporto tra la propria soggettività e la propria professionalità e di conseguenza a conoscere meglio l'interazione con l'allievo e la stessa soggettività di quest'ultimo.

L'obiettivo del nostro impegno formativo con gli insegnanti è stato ed è: aiutare gli insegnanti, affinché siano in grado di aiutare i bambini e i ragazzi; accettare ed ascoltare le loro difficoltà affinché siano in grado di imparare ad accettare e ascoltare le difficoltà degli allievi, come premessa indispensabile per un intervento capace di affrontare in modo costruttivo ed efficace i problemi dei bambini e dei ragazzi.

 

 

1.2. La scuola come luogo privilegiato di prevenzione

 

La scuola costituisce un osservatorio privilegiato della condizione del bambino e del ragazzo: è l'unica istituzione da cui passano tutti i bambini e nella quale vi rimangono per parecchie ore al giorno e per diversi anni. La scuola e gli insegnanti possono conoscere i minori nella loro quotidianità cioè nei loro comportamenti più differenziati, più immediati e ed autentici.

La scuola è il luogo dove bambini e ragazzi sviluppano una rete di interazioni di comunicazione, di gioco, d'impegno, di rapporto con le persone, con le idee, con le regole. In questa rete di relazioni, con adulti e con coetanei, con la comunità sociale e con la realtà oggettiva, possono nettamente emergere negli allievi le diversità individuali, i conflitti, le difficoltà, le sofferenze.

La scuola può infine osservare in modo "diacronico" la problematica del minore registrandone le evoluzioni nel tempo, in positivo e in negativo. L'insegnante potrebbe  percepire in modo abbastanza immediato le conseguenze  di un fatto o di evento traumatico sul comportamento e sull'atteggiamento scolastico di un allievo, imparando, con un'adeguata preparazione, a classificare e a riconoscere tali conseguenze come espressione probabile di una determinata situazione di difficoltà.

Ciò che invece si verifica è che ogni giorno decine di migliaia di bambini e di ragazzi inviano attraverso i loro comportamenti ed atteggiamenti in ambito scolastico altrettanti messaggi relativi al proprio disagio e alla propria sofferenza ma, nella maggior parte dei casi, gli insegnanti non sono nelle condizioni mentali, relazionali, culturali ed istituzionali per poter cogliere e decodificare queste numerosissime, più o meno implicite, richieste di comprensione e di aiuto.

Tali richieste finiscono così in prevalenza per risultare come tanti messaggi del naufrago, affidati ad una bottiglia buttata in mezzo al mare e destinati a non essere mai letti e raccolti da nessuno.

Se gli insegnanti venissero adeguatamente formati ed aiutati, la scuola potrebbe diventare capace di interpretare quei microsegnali di disagio che gli allievi evidenziano, e che di fatto funzionano come campanelli d'allarme, prima che la situazione di sofferenza diventi così grave da complicare terribilmente l'intervento di aiuto nei confronti del minore. Alcuni esempi possono rendere concreto il discorso: un bambino arriva al Pronto soccorso con le costole rotte, ma prima di arrivare a questo estremo l'insegnante può notare sia la presenza di piccoli lividi sospetti, sia l'atteggiamento di continua ansia del bambino. Prima che esploda una grave crisi psichica nell'adolescenza l'insegnante ha la possibilità di percepire nell'atteggiamento del ragazzo verso la scuola precisi segnali di disgregazione del soggetto in evoluzione e tentare di fare qualcosa, segnalando per es. con la giusta preoccupazione  il problema ai genitori

L'intervento da parte della scuola sui temi del disagio e della protezione del minore non può restare affidato alla sensibilità o alla buona volontà di alcuni insegnanti. In questo caso gli atteggiamenti del corpo docente nei confronti di tali problemi continuerebbero a rimanere troppo differenziati e non verrebbero meno quei diffusi atteggiamenti difensivi,  presenti nel mondo della scuola, di rimozione, di negazione, di deresponsabilizzazione nei confronti della sofferenza minorile.

Inoltre l'intervento sui problemi del disagio e della protezione del minore è troppo impegnativo per essere affidato all'iniziativa del singolo al di fuori di un contesto collettivo  di formazione, di confronto, di discussione e di messa in discussione da parte di tutti gli operatori della scuola. Se l'insegnante pretende di agire da solo di fronte ad una situazione intensamente problematica di un minore, senza quel confronto e quel sostegno che risultano necessari all'impegno di aiuto che si è assunto, egli rischia di andare incontro ad oscillazioni fra slanci di onnipotenza e reazioni di delusione, d'impotenza e d'indifferenza nei confronti dello stesso minore.

La scuola deve saper trovare un proprio ruolo specifico nella prevenzione primaria, secondaria e terziaria del disagio minorile (Pavese, 1994), non già in una logica di autosufficienza, bensì con un atteggiamento di collaborazione con tutte le altre istituzioni sociali per l'infanzia, attivando da un lato gli interventi necessari nelle situazioni a rischio ed elaborando, d'altro lato, proprie strategie di sostegno al minore in difficoltà.

Gli insegnanti devono venire a collocarsi con la loro specificità all'interno di una rete di operatori delle varie agenzie sociali ed educative capace di svolgere in modo differenziato e nel contempo coordinato compiti di aiuto e di protezione del minore in difficoltà.

Occorre tener presente quanto può essere complicato, spesso impossibile, per un minore trovare la capacità e la forza di chiedere aiuto ad adulti a lui estranei, che svolgono ruoli professionali che egli avverte come lontani e talvolta minacciosi (psicologo, assistente sociale, poliziotto, vigile, giudice minorile...). Per lui stesso in molti casi non è facile capire e riconoscere la propria sofferenza come meritevole di essere comunicata.

Non di rado il minore non possiede tutti gli strumenti per decifrare e per descrivere quello che gli succede, quello che subisce o sente. Pensiamo ai casi estremi, più diffusi comunque di quel che si possa pensare, dei bambini handicappati vittime di abuso e di abbandono affettivo o dei minori vittime di incesto, di strumentalizzazione sessuale o di gravi forme di maltrattamento fisico o psicologico.

Ma pensiamo anche ai tanti bambini che vivono situazioni di sofferenza meno drammatica ma comunque pur sempre estremamente negativa e non riescono a comunicarla perché non trovano nessun adulto che dà loro speranza di veder compresa e condivisa tale sofferenza. Pensiamo per es. ai minori che soffrono perché in casa il dialogo è morto o i genitori vivono fra loro un aspro conflitto, ai bambini che si sentono infinitamente soli o devono attraversare un momento difficile legato ad un lutto, ad una malattia, ad una situazione familiare problematica, ai preadolescenti con un'immagine di sé negativa che si è fatta largo nella propria mente o agli adolescenti con forti crisi di identità.  

Il ruolo dell'insegnante diventa importante, per certi versi insostituibile: l'educatore capace di ascolto empatico (Foti, Roccia, Rostagno, 1994), l'insegnante con cui si può parlare, che ha saputo capire e dimostrare la sua disponibilità a riconoscere i segnali di disagio può diventare un "testimone consapevole" della sofferenza minorile (Miller, 1987, 1989), cioè un adulto che aiuta il minore a superare il suo disorientamento o per lo meno, a non sentirsi più solo con la propria disperazione senza nome, un  adulto che gli dà fiducia e sostegno senza per questo pretendere di assumere solo sulle proprie spalle l'intero carico del problema.

 

 

1.3. Comprendere l'emozione per favorire la cognizione

 

Aumentare la sensibilità della scuola nei confronti del disagio e della sofferenza che possono essere presenti in forme diffuse e difformi nei bambini e nei ragazzi (Foti, 1992) è un obiettivo decisamente coerente con la finalità istituzionale della trasmissione delle conoscenze culturali e della crescita educativa e sociale delle giovani generazioni.

Molti insegnanti si trovano obbligati a constatare che il proprio allievo "avrebbe le capacità, ma ha qualche cosa che gli impedisce di usarle: è troppo agitato...è aggressivo...oppure è molto chiuso...insicuro". Una volta accertata nell'allievo l'esistenza di un problema emotivo di qualche tipo, l'insegnante può dichiarare difensivamente che quel problema non lo riguarda, dato che "il compito dell'insegnante è quello d'insegnare", rinunciando a chiedersi in che misura quel problema si determini in un contesto scolastico o in famiglia o in un diverso contesto relazionale, rinunciando a verificare e a chiedersi in che misura egli possa far qualcosa per interagire con la sofferenza del suo allievo.

Di certo l'affermazione "il compito dell'insegnante è quello d'insegnare" presenta un evidente carattere di razionalizzazione difensiva con l'evidente finalità di respingere il contatto con la problematica emotiva e relazionale posta dall'allievo: proprio il compito di insegnare infatti non esclude, ma presuppone lo sforzo per comprendere e per contrastare, per quanto possibile quelle interferenze emotive sui processi  di apprendimento, che rappresentano un evidente ostacolo alla crescita culturale ed educativa di un bambino o di un ragazzo.

La ricerca psicologica, psicoanalitica e pedagogica ha dimostrato in modo incontrovertibile i legami profondi, soprattutto nell'età evolutiva, fra sviluppo emotivo e sviluppo cognitivo, fra affettività e desiderio di apprendere (Pontecorvo, 1988; Bion, 1972).

Un bambino sofferente non impara o impara male (Tesio, 1992). Un minore lasciato solo in una situazione di grave disagio, senza trovare nella famiglia o nella scuola una risposta adeguata in termini di condivisione e di aiuto si trova inevitabilmente di fronte ad un rifiuto emotivo interno ad apprendere le regole dello scambio sociale e culturale: tali regole gli risultano incomprensibili dal momento che nei suoi confronti non hanno funzionato e non funzionano, non avendo egli ricevuto alcuna forma di effettiva solidarietà.

Per riuscire a dare una risposta efficace al tanto discusso problema della dispersione scolastica, su cui da qualche tempo si è sviluppata una positiva attenzione e mobilitazione da parte dell'istituzione scolastica, occorre un intervento che sappia incidere oltre che sugli aspetti sociali e culturali della condizione minorile, anche e soprattutto sulla qualità dell'interazione insegnante-allievo. 

Di certo non sono sufficienti iniziative che si rivolgano esclusivamente alla dimensione razionale e cognitiva dell'allievo, senza tener conto della sua dimensione relazionale ed affettiva: un bambino che soffre, alle prese con una forma di disagio che non riesce a comunicare o vittima di una qualche forma di violenza, non sarà mai in grado di utilizzare pienamente iniziative esclusivamente finalizzate alla stimolazione delle sue funzioni cognitive.

 

 

 

2. Il Centro Studi Hansel e Gretel

 

Un povero taglialegna e una matrigna abbandonano nel bosco i piccoli  Hansel e Gretel. Sono troppo presi dai loro problemi e si mostrano insensibili alla sofferenza dei bambini.

La comunità degli adulti, la famiglia, la scuola, le istituzioni spesso sono troppo impegnate ad inseguire i propri obiettivi e a difendere i propri interessi: non hanno tempo, né spazio mentale per poter ascoltare e comprendere il malessere dei bambini, di tanti bambini che finiscono per essere incompresi nei loro bisogni, abbandonati psicologicamente, se non materialmente.

Da questa consapevolezza nasce a Torino nel 1988 il Centro Studi Hansel e Gretel, la nostra storia è caratterizzata da un tentativo di incontro, difficile e sofferto, ma vitale e trasformativo: è l’incontro tra il pensiero adulto e l’infanzia rimossa, tra la logica delle istituzioni e i bisogni dei bambini, tra il mondo degli psicologi e la richiesta d’aiuto dei soggetti traumatizzati, tra il linguaggio della scienza e quello della sofferenza, tra le competenze cognitive e le competenze emotive degli operatori, tra la razionalità e la vita affettiva, tra la mente e i sentimenti, tra la consapevolezza e il “qui e ora”.

Coerentemente il nostro percorso culturale si è snodato dalla riflessione su Alice Miller all’analisi del maltrattamento e dell’abuso all’infanzia, dallo studio di Ferenczi a quello di Kohut, dalla psicoanalisi relazionale, alla psicologia del trauma, dallo psicodramma alla Gestalt, dall’ascolto attivo di Gordon all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, dalle psicologie della consapevolezza alle psicologie orientali.

Il Centro Studi Hansel e Gretel lavora per la prevenzione primaria del disagio: una prevenzione rivolta a tutta la popolazione, in quanto ogni bambino, indipendentemente dalla propria situazione economica o familiare può vivere, in quanto soggetto debole e non garantito, una condizione di malessere.

Il nostro obiettivo è far crescere la tutela e il rispetto nei confronti di ciascun bambino e ragazzo, sviluppando le capacità di ascolto empatico di tutti gli adulti a contatto con dei minori. A questo fine è indispensabile che genitori,  educatori,  professionisti dell’infanzia possano riconoscere ed in qualche modo soddisfare il proprio bisogno di essere ascoltati e sostenuti nelle proprie difficoltà relazionali con i soggetti in età evolutiva.

L’impegno del Centro Studi Hansel e Gretel s’è espresso continuativamente anche sul terreno della prevenzione secondaria che si rende necessaria quando i minori già segnalano una qualche situazione di sofferenza.  Sono stati trattati direttamente i sintomi del disagio dei bambini  attraverso colloqui individuali e  consulenze psicologiche familiari.  Abbiamo cercato di trasmettere informazioni e chiarificazioni sui segnali e sugli  indicatori della sofferenza minorile che i genitori, gli insegnanti, i  professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza  possono imparare a riconoscere per tempo, così da attivare un intervento riparativo, capace di evitare l’aggravarsi della situazione di difficoltà .

Il Centro Studi Hansel e Gretel ha infine concentrato una parte significativa del proprio lavoro nella prevenzione terziaria ovvero nel lavoro di presa in carico di situazioni già segnate da maltrattamento e violenza (fisica, psicologica e sessuale) con interventi di diagnosi, consulenza giudiziaria, valutazione dell’attendibilità del minore  e della recuperabilità delle famiglie abusanti, sostegno e cura delle vittime di abusi e maltrattamento, terapia del genitore non collusivo o dello stesso adulto abusante che riesce a chiedere aiuto.  Sono stati seguiti in questi anni circa 200 casi di minori vittime o presunte vittime di abuso sessuale, di cui più della metà per incarico dell’autorità giudiziaria.

L’attenzione specifica di un’équipe del Centro Studi Hansel e Gretel alla tematica dell’abuso sessuale ai minori s’è collegata all’attività condotta da tempo sulle problematiche dell’educazione alla sessualità e all’affettività dei bambini e degli adolescenti.

Il Centro Studi Hansel e Gretel è specializzato nell’attività di formazione per favorire negli operatori scolastici, educativi, sociali, psicologici, sanitari, giudiziari una sensibilità e una capacità di risposta ai problemi del disagio e del maltrattamento ai minori.

 

 

 

3. Obiettivi del Corso e destinatari

 

Il corso di formazione è destinato ai docenti della scuola primaria e secondaria per sensibilizzarli all’osservazione e all’ascolto dei bambini, al fine di raccogliere eventuali segnali di disagio e decidere le forme di intervento adeguate.

 

 

3.1. Finalità

 

Sensibilizzare gli insegnanti sul problema del disagio e del maltrattamento ai danni dei minori.

Fornire gli strumenti e le competenze essenziali per ascoltare il bambino.

Fornire gli strumenti e le competenze essenziali per gestire le proprie emozioni nei casi di disagio o maltrattamento.

Promuovere atteggiamenti e comportamenti responsabili per la prevenzione di situazioni di disagio o violenza.

 

 

3.2. Obiettivi:

 

Saper offrire ascolto empatico ai minori in difficoltà.

Saper riconoscere e gestire le proprie emozioni nella relazione educativa, in particolare di fronte alla sofferenza dei minori.

Saper rilevare e gestire le informazioni necessarie per gli interventi di protezione dei minori.

Saper di riconoscere le difficoltà soggettive, relazionali, istituzionali che ostacolano il riconoscimento della sofferenza minorile e l’intervento di protezione.

Saper riconoscere ed individuare le risorse disponibili per affrontare il problema del disagio e del maltrattamento.

 

 

 

4. Metodologia

 

 

4.1. Un metodo per coinvolgere e per formare

 

La nostra proposta formativa si fonda su un'attenzione specifica e approfondita al metodo della formazione oltre che ai contenuti. "Il mezzo è il messaggio", diceva Mac Luhan. Il modo con cui parliamo ai minori è altrettanto, se non più importante, del contenuto delle nostre parole. A scuola gli insegnanti prima ancora dei contenuti culturali trasmettono il loro modo di essere e di rapportarsi al sapere. E' ben noto che l'interesse o il rifiuto degli allievi per una materia scolastica può essere ampiamente condizionato dall'interesse o dal rifiuto nei confronti della persona dell'insegnante e del suo metodo.

Un metodo che passivizza gli interlocutori, che utilizza esclusivamente la modalità della lezione, che si rivolge esclusivamente alla "testa" dei partecipanti, non ponendosi il problema di coinvolgere il loro "cuore", è un metodo contraddittorio rispetto alla finalità di aumentare la sensibilità e l'attivazione sia cognitiva, che emotiva degli operatori sui temi del disagio, del maltrattamento o dell'abuso.

Un metodo formativo, intellettualistico e cattedratico, veicola messaggi deformanti e antagonisti ai contenuti che si vogliono trasmettere in materia di relazione educativa o di prevenzione della sofferenza dei minori. Al contrario un metodo formativo che stimola per es. psicologi od operatori sociali a sperimentare le difficoltà emotive e relazionali che inevitabilmente s'incontrano, affrontando casi di disagio minorile o di maltrattamento all'infanzia, consente un utile orientamento, anche teorico, sui problemi operativi ed emotivi che si devono affrontare nella prassi quotidiana.

Un formatore che imposta un corso sull'ascolto senza stimolare l'attivazione dei suoi allievi e senza dimostrare una capacità di interazione e di ascolto, finisce per dare un messaggio paradossale: "Vi spiego come si ascolta e vi faccio vedere come non si ascolta". Al contrario un corso di formazione, capace di alternare momenti di gioco e momenti di elaborazione emotiva e riflessiva - permette ai partecipanti di sperimentare in modo vivo e concreto problemi di comunicazione e di ascolto e consente al formatore di trasmettere in modo più efficace schemi e concetti teorici.

 

 

4.2. Un metodo per comunicare e far crescere

 

La metodologia formativa, elaborata, sottoposta a verifica e sempre oggetto di riflessione interna da oltre dieci anni, nella prassi del Centro Studi Hansel e Gretel, rinvia ad alcune parole chiave: soggettività, intelligenza emotiva, piccolo gruppo, comprensione, responsabilità, gioco, esperienza.

 

4.2.1. Soggettività

La più grande risorsa per prevenire la sofferenza dei bambini e le varie forme di violenza ai danni dell'infanzia sta nel far crescere la soggettività e la responsabilità degli adulti che vivono accanto ai minori. La soggettività è la capacità di un soggetto adulto, impegnato in un ruolo familiare o sociale a contatto con bambini o adolescenti, di ascoltare, definire ed esprimere i propri bisogni, compreso il proprio bisogno di essere sostenuto ed aiutato ad affrontare le proprie impegnative responsabilità a contatto con figli, allievi o minori in carico professionale. La soggettività comprende gli aspetti professionali ed umani, cognitivi ed affettivi dell'educatore, dell'operatore o del professionista dell'infanzia o dell'adolescenza. Il nostro metodo valorizza la soggettività del destinatario della formazione, favorendo la sua partecipazione cognitiva ed emotiva al percorso formativo.

 

4.2.2. Intelligenza emotiva

Si tratta di favorire non solo l'attivazione, ma anche la consapevolezza e l'ascolto di sé dei destinatari della formazione (siano essi grandi o piccini) al fine di sviluppare la loro "intelligenza emotiva". Per intelligenza emotiva intendiamo fra l'altro la capacità di riconoscere e mettere in parola il mondo dei sentimenti e delle emozioni associato alle esperienze e alle relazioni, la capacità di controllare gli impulsi emotivi senza reprimerli e senza neppure farsene travolgere; la capacità di sviluppare l'efficienza mentale e la comprensione della realtà e di motivarsi in modo globale (con la razionalità e con l'emotività) al raggiungimento di obiettivi e finalità di crescita, di educazione, di tutela; la capacità di percepire e comprendere le emozioni altrui, riuscendo ad essere sensibili ed empatici.

 

4.2.3. Piccolo gruppo

Il piccolo gruppo, dotato di stabilità e continuità, è il contesto ottimale dove svolgere l'intervento formativo, perché favorisce fra i partecipanti condizioni di conoscibilità reciproca e di rassicurazione, indispensabili per uscire dall'ansia, dalla diffidenza, dall'inautenticità, dalla presentazione difensiva di falsi Sé e per far emergere problemi reali. Nel gruppo non si parte dalla teoria, anche se ad essa si può e si deve pervenire: il formatore non impone un sapere predefinito, non fa prediche, non sale in cattedra, ma innanzitutto tende a facilitare la costruzione di un buon clima utile alla comunicazione, alla riflessione e all'apprendimento a partire dall'esperienza.

 

4.2.4. Comprensione e responsabilità

Si tratta di costruire nel gruppo di formazione un clima dove prevalga l'atteggiamento di comprensione empatica, di rispetto reciproco e di solidarietà e dove vengano meno, per quanto possibile, gli atteggiamenti di giudizio critico, che inibiscono la comunicazione e l'elaborazione delle difficoltà reali. Si cerca in ogni modo di contrastare gli atteggiamenti di colpevolizzazione nei confronti della vita emotiva o nei confronti del proprio o dell'altrui operato. Si tratta di favorire al massimo l'espressione autentica e differenziata dei problemi, dei punti di vista, dei sentimenti. Si tratta di evitare la colpevolizzazione per favorire contestualmente la consapevolezza e l'impegno sulle responsabilità psicologiche, relazionali, giuridiche, professionali, legate agli specifici ruoli istituzionali di educazione, assistenza, cura, tutela dei minori.

 

4.2.5. Gioco

L'esperienza del gioco attiva la soggettività nelle sue componenti razionali ed emotive. Il formatore propone giochi finalizzati a far vivere situazioni capaci in qualche modo di presentificare l'esperienza professionale e relazionale a contatto con minori, un'esperienza che può essere successivamente elaborata sul piano emotivo e riflessivo. Le proposte di gioco comprendono tecniche di psicodramma, sociodramma, role playing, Gestalt, giochi di simulazione, di cooperazione, di elaborazione dei conflitti, di percezione del Sé e dell'altro, di fiducia. Tali proposte sono state opportunamente adattate alle diverse specifiche tematiche formative, e sono modulabili in relazione alle specifiche esigenze del gruppo di formazione.

 

4.2.6. Esperienza

Il gioco rinvia all'esperienza problematica che si vuole elaborare, la rappresenta, la rievoca e nel contempo propone un'esperienza nuova, altra rispetto a quella che si è già verificata, al fine di rivedere e rielaborare i problemi e le difficoltà dell'esperienza quotidiana. I processi di apprendimento e di formazione risultano più efficaci se i contenuti teorici non vengono trasmessi in modo astratto, bensì vengono ad appoggiarsi all'elaborazione dell'esperienza, sia quella che si produce nel "qui e ora" del gruppo attraverso il gioco, sia quella che riguarda l'impegno e l'attività quotidiana. E' senz'altro vero che non c'è nulla di più concreto di una buona teoria, ma a condizione che questa teoria sappia dimostrare di prendere avvio e di trovare verifica nell'esperienza, sapendola illuminare ed orientare.

 

 

 

5. Struttura del Corso, sussidi e aspetti organizzativi

 

 

5.1. Le unità di apprendimento

 

Il progetto prevede un percorso di apprendimento strutturato in:

unità “contrattuali” finalizzate a promuovere partecipazione e controllo sul processo di apprendimento

unità “operative”, finalizzate ad attivare i partecipanti, a far crescere le capacità di osservazione e di ascolto

unità “cognitive”, finalizzate alla raccolta, rielaborazione, restituzione, dei temi emersi nelle unità operative, ed all’approfondimento dei temi trattati

 

Se pure la metodologia del Centro Studi Hänsel e Gretel non consente una rigida programmazione dei tempi e dei contenuti di un corso di formazione, i quali, almeno in parte, sono determinati in parte dalle attese, le risposte, le esigenze dei partecipanti, che possono essere valutate anche in itinere, è comunque ipotizzabile il seguente schema come “griglia di lavoro” per ogni incontro

 

 

unità contrattuali

unità formative

unità informative

Al primo incontro.

Contratto formativo: presentazione dei partecipanti, del programma, analisi degli obiettivi e delle attese.

Negli incontri successivi:

analisi delle attese e dei nodi problematici.

 

 

 

 

 

Presentazione di casi, rielaborazione attraverso il gioco, la condivisione e l’analisi delle situazioni comunicative, delle difficoltà, delle risorse, nei loro aspetti relazionali ed emotivi

 

 

 

Rielaborazione e sistemazione teorica del materiale emerso, discussione tra i partecipanti

 

 

Nei sette moduli verranno affrontati i seguenti temi:

 

Conseguenze psicologiche delle situazioni di maltrattamento.

Tecniche e metodologie per facilitare la comunicazione, la consapevolezza e lo sviluppo di competenze emotive.

Come facilitare e legittimare la comunicazione dei sentimenti. Modelli, esempi, esperienze.

Il clima comunicativo scolastico. La comunicazione tra i docenti, con le famiglie, tra gli allievi

La scuola come contesto privilegiato per l’osservazione e l’ascolto del minore

La rilevazione del disagio e del maltrattamento.

Il percorso di protezione del minore.

La segnalazione: quando, come, a chi

Normativa vigente relativa alla protezione dei minori

 

 

5.2. Durata

 

Il Corso avrà di norma una durata di 21 ore, distribuite su sette moduli di 3 ore ciascuno, è possibile comunque valutare una diversa durata e diverse scansioni temporali

 

 

5.3. Materiali

 

Il Corso sarà supportato dai seguenti testi:

 

1.    Linee guida per l’intervento nei casi di maltrattamento fisico, psicologico e sessuale ai danni dei bambini e degli adolescenti

2.    Come aiutare i bambini e gli adolescenti con l’intelligenza emotiva?

3.    La mente abbraccia il cuore: l’intelligenza emotiva nella scuola primaria.

4.    Indicazioni bibliografiche sui singoli contenuti conoscitivi

5.    Indicatori per l’osservazione dei comportamenti comunicativi dei minori e delle famiglie

6.    Indicazioni sulla normativa di riferimento

 

 

5.4. Costi

 

L’intervento formativo è gratuito per le scuole che usufruiscono del contributo della Compagnia di San Paolo di Torino.

Le scuole o gli enti che non accedono a tale contributo possono richiedere un preventivo di spesa.

 

I testi di supporto al corso, facoltativi, sono sempre a carico del committente